Il caso Cesare Battisti e l’Italia vista dal Brasile
Categoria: Politica Italiana,
Autore: Luca Baiada,

Cesare Battisti – già appartenente ai Pac, Proletari armati per il comunismo – è condannato in Italia, per fatti degli anni settanta. Fugge all’estero. Vive a lungo in Francia. Cambiato il clima politico, va in Brasile, dove nel marzo 2007 è arrestato in vista dell’estradizione. Chiede asilo, ma il Conare (Comitê Nacional para os Refugiados), in primo grado glielo nega. Fa ricorso, e il 13 gennaio 2009 il ministro della Giustizia Tarso Genro lo accoglie: Battisti è un rifugiato politico[i]. L’Italia impugna la decisione.

Si può osservare qualcosa, comunque la storia vada a finire (ma quando finisce, una storia?).

Cominciamo da qualche reazione. Il presidente della Camera, Fini, invia una lettera di rimostranze al presidente della Camera del Brasile, Chinaglia. Inopportunamente, gli dice che si rivolge «alla sua origine italiana»[ii], come se fosse meno brasiliano dei suoi concittadini. Il ministro della Difesa, La Russa, in occasione di un ringraziamento ai carabinieri per alcuni arresti in Italia, dice ai militari: «Se ci potesse essere un gruppetto che vuole andare in Brasile…»[iii].

Intellettuali che nel 2004 firmarono un appello per Battisti, fra cui Roberto Saviano, ritirano la firma[iv]. Altri, fanno dell’umorismo[v]. Soprattutto, si maligna e si spettegola[vi].

Ma vediamo i punti principali del provvedimento di Genro.

Lo stato di rifugiato è accordato in base alla legge n. 9.474/97, sull’applicazione dell’Estatuto dos Refugiados del 1951. La legge ruota intorno al timore di persecuzione, anche per opinioni politiche, o alla grave e generalizzata violazione dei diritti umani.

Il ministro propone un’inconsueta insiemistica storica. Chiama «anni di piombo» i settanta e gli ottanta. In Italia, si tende a contrapporre ai settanta, «anni di piombo»[vii], cioè della colpa, gli ottanta, «anni di fango»[viii], cioè del castigo. Dai proiettili, alla zolla. Dai chiodi, al sepolcro. Dopo, la Repubblica risorge, trasfigurata in versione 2, e oggi parla per mezzo dei suoi chierici bipartisan. Unendo i due decenni si costruiscono due diversi estremi: da un lato la fine del 1968 e l’inizio della strategia della tensione e del compromesso storico, dall’altro la fine del blocco comunista in Europa.

Il ministro brasiliano prende atto che in Italia c’erano organizzazioni rivoluzionarie di carattere insurrezionale e banditesco. Lo Stato italiano, dice, reagí con la legislazione d’eccezione, e con l’illegalità di Stato, persino rispetto alla legislazione d’eccezione. Il ragionamento è acuto: in Italia, si è rimasti imprigionati nella discussione sulla legislazione ordinaria e su quella emergenziale o eccezionale. Ma anche l’eccezione è stata una regola, e accanto a essa si sono sviluppate nuove eccezioni, per esempio le norme sulla tortura, formate per via di testo invisibile, soprattutto al tempo del sequestro del generale Usa Dozier[ix].

Poi, il ministro tiene conto del fatto che le indagini su Battisti in Italia furono svolte da un reparto specializzato, che Battisti è stato già esule in Francia, che altri hanno avuto asilo in Brasile.

Ancora, tiene conto di un principio generale: nel dubbio, bisogna ritenere che vi siano i requisiti. In piú, rileva che il X principio a fondamento delle relazioni internazionali del Brasile, per l’art. 4 della Costituzione del 1988, è la concessione di asilo politico. E cita la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Osserva anche che nel caso di Battisti non si tratta di crimini contro la pace, di crimini di guerra o contro l’umanità, di crimini ripugnanti, di terrorismo, di stupefacenti.

Il ministro dubita che Battisti abbia avuto processi legali in Italia, anche perché è stato condannato per le dichiarazioni di un pentito, un «delator premiado».

Nella legislazione sul pentitismo e sulla dissociazione in Italia, una ragione politica integrava le ragioni giuridiche del processo. Ma dove c’è una scelta anche in parte politica, è politica anche la condanna, ed è inevitabile che lo Stato dove il condannato chiede rifugio sia restio a ubbidire alla politica altrui.

I confini statuali non sono automaticamente permeabili alla politica. Non rendersene conto realizza un’intrusione, forse una specie di interventismo giustizialista, un’ingerenza nel solco dell’odierno stravolgimento dei principi di Norimberga, notato dai piú attenti osservatori[x]. E l’ingerenza è respinta dal presidente Lula, a gennaio 2009: «Prima di tutto, la decisione brasiliana è una questione di sovranità dello Stato brasiliano»[xi].

Le preoccupazioni di Genro riguardano anche l’affidabilità legale dell’Italia di allora. Sul punto, cita Bobbio[xii], e fa un certo effetto leggere quell’austero pensatore, nella lingua che ha dato voce alla creatività letteraria di José de Alencar, Joao Guimaraes Rosa e Gilberto Freyre. Le frasi di Bobbio offrono uno spaccato di storia italiana e analizzano le degenerazioni di una società bloccata[xiii].

Poi, Genro cita un documento di Francesco Cossiga – quest’ultimo ha spiegato di averlo scritto su richiesta[xiv] – in cui si afferma che i «sovversivi di sinistra» sono stati trattati come semplici terroristi o come criminali comuni. Secondo Renato Curcio, nel 1992 Cossiga è andato a trovarlo e gli ha detto che la lotta armata di sinistra non era terrorismo, ma appunto «sovversivismo di sinistra» (Curcio è d’accordo)[xv]. Anche in seguito, Cossiga l’ha ribadito[xvi].

Battisti, intervistato in carcere a febbraio 2009, commenta: «[Cossiga] dice che eravamo un gruppo rivoluzionario che voleva prendere il potere con le armi, in un progetto socialista. Parole di Francesco Cossiga. Possibile che Berlusconi, il grande mafioso, abbia piú credito di Cossiga?»[xvii].

In Brasile, della lettera di Cossiga si è tenuto conto, ma non è stata determinante come crede il «Corriere della sera»[xviii]. E infatti, il ministro fa riferimento anche a impegnative letture: Outhwaite, Albrecht, Silva, Miranda, Rezek, Habermas, Dworkin. E persino alla filosofa ebrea Hannah Arendt e al giurista nazista Carl Schmitt: l’avversaria del totalitarismo, storica del processo Eichmann, insieme al teorizzatore di principi smentiti al processo di Norimberga. L’Europa è lontana, dal Brasile, e ci si può permettere accostamenti insoliti.

Ma com’è visto, in Brasile, il rispetto dei diritti fondamentali in Italia?

Poco tempo prima della decisione brasiliana, il Tribunale di Genova ha riconosciuto che a luglio 2001, nella violenta repressione del Social Forum, agenti italiani hanno torturato i dissidenti arrestati[xix]. Ricordiamo qualcosa. Molti torturati a Genova sono stranieri (e fra le parti lese individuate nel processo, una è nata in Brasile). In Brasile si è svolto il primo Forum sociale mondiale, a Porto Alegre nel gennaio 2001, e vi ha svolto un ruolo importante Genro, sindaco della città. Il 2001 è un anno chiave: a gennaio c’è il Forum, a luglio c’è la repressione a Genova, a settembre si accende la miccia per le guerre di aggressione in Afghanistan e in Iraq, in cui anche l’Italia avrà un ruolo.

E in Brasile, un appello di oltre 300 intellettuali in favore di Battisti, diffuso negli ambienti universitari di Rio de Janeiro sin da gennaio 2009, accusa il governo italiano di neocolonialismo ed eurocentrismo, ricorda la repressione a Genova, e nota in Italia il «revanchismo punitivo» e il «quase desaparecimento» della sinistra parlamentare[xx].

A proposito di tortura, Pietro Mutti, le cui dichiarazioni molti anni fa furono determinanti per la condanna di Battisti, nel 2009 dice: «Sono stato arrestato in un momento particolare. Ma quando sono arrivato a Milano e ho iniziato a parlare dei Pac, erano già passati mesi. Non avevo piú nessuna pressione»[xxi]. «Pressione» significa tortura?

Le parole di Mutti sono su «Panorama». Ma «Il Tempo» cartaceo[xxii], e i siti «Quotidiano.net»[xxiii], e «iltempo.ilsole24ore.com»[xxiv], invece di «erano già passati mesi», riportano «erano già passati uno o due mesi». Cosí, il «parlare» è piú vicino alla «pressione», e si stringe il nesso fra ciò che è accaduto a Mutti e ciò che lui ha detto contro Battisti.

Secondo una giornalista del «Tempo», le parole di Mutti sono «prese da un lancio stampa di Panorama che anticipava il contenuto dell’articolo con dichiarazioni dei protagonisti virgolettate»[xxv]. Insomma, «Panorama» raccoglie dichiarazioni di Mutti, e le diffonde con un lancio stampa. Ma scrive un articolo su carta in cui qualcosa è un po’ differente. Perché, scritte su carta, le parole cambiano? C’è un testo anfibio?

Ancora in tema di tortura, il ministro dell’interno Maroni dichiara: «È folle pensare che Battisti potrebbe essere torturato in Italia»[xxvi]. In realtà, il provvedimento di Genro non dice che Battisti potrebbe essere torturato oggi, e la tortura compare invece nel pensiero del ministro italiano.

Quanto alle critiche della decisione di Genro sulla stampa italiana, vi spira un’aria di irrisolto e di imparaticcio. Battisti è colpevole ma è riprocessato all’infinito, e la colpa si estende come una macchia persino a chi abbia solo qualche perplessità sulla vicenda. L’atto di Genro, piú che sbagliato, diventa colpevole, e deve essere esecrato. Tutto questo realizza un trascinamento del pentitismo, forse un pentitismo o una dissociazione con altri mezzi.

Si ha l’impressione, insomma, che quando guarda se stessa, l’Italia sia un paese pentito, un paese dissociato. O, riprendendo le parole dell’appello brasiliano, un paese desaparecido.

Proprio il pentitismo è stato interpretato, riprendendo Baudrillard, come fenomeno postmoderno che implica il pentimento della modernità[xxvii]. La questione è complessa, e potrebbe rivelare sorprese: in un’autointervista delle Brigate rosse del giugno 1981, vi è la tesi secondo cui Sossi, Moro, D’Urso, Cirillo, Taliercio e Sandrucci sarebbero i veri pentiti[xxviii]. A pentirsi, insomma, sarebbe in realtà lo Stato, senza mai potersi né condannare né assolvere.

Qui non è possibile approfondire questo aspetto. Eppure il provvedimento del ministro del Brasile dimostra che solo una visione completa, culturalmente e politicamente sfaccettata, può avvicinare alla comprensione del tema.

In Italia, un profondo senso di colpa lega la destra e la sinistra. Il Sessantotto e il compromesso storico sono confusi in un fastidio irrisolto, forse legato per alcuni a cambiamenti traumatici, per altri agli errori di valutazione del golpe a Santiago nel 1973 e dell’assassinio di Allende, con la successiva sindrome cilena del Pci, le scelte berlingueriane, e la formazione di un blocco d’ordine che pesa ancora oggi[xxix]. All’altro capo, c’è il 1989, che per i collezionisti di piaghe è un caleidoscopio: alcuni ci vedono la fine dell’insidia sovietica, altri la soluzione di un equivoco imbarazzante, tutti la liberazione da due decenni pericolosi.

E nel caso Battisti, sulla stampa accade di tutto.

Gli ambienti contrari all’estradizione, «Panorama» li chiama «certi circoli culturali sulla Senna»[xxx], «il Giornale» «demi monde»[xxxi]. Il «Corriere della sera» rifiuta un articolo di Bernard-Henri Lévy[xxxii]. Lo pubblica in Francia «Le Point» il 19 febbraio. L’autore denuncia lo «strano clima d’isteria» in Italia e la fabbricazione di un mostro.

Secondo lo stesso «Corriere della sera», già a fine 2008, prima del provvedimento di Genro, Berlusconi aveva preannunciato l’annullamento di un viaggio in Brasile, previsto in marzo. Berlusconi aveva detto parole «misteriose», ma «sapeva anche qualcosa di piú preciso del dossier Battisti e ne aveva previsto l’esito»[xxxiii]. Il «Corriere» vuol far credere che Berlusconi, guida e mago, conosca in anticipo i passaggi interni alle decisioni degli Stati esteri.

Maurizio Costanzo interviene con immensa volgarità[xxxiv]. Propone un baratto: il Brasile consegni Battisti e trattenga Fabrizio Corona. Cioè, suggerisce che in Italia sia detenuto Battisti, e in Brasile sia libero Corona. Quest’ultimo, in Brasile per lavoro, in Italia è stato chiamato a rendere conto di una torbida vicenda. Costanzo è stato nella loggia massonica P2, e mima il catechismo. Vede un ecce homo, e grida: «Barabba!».

All’estero, l’«Economist» condanna il provvedimento di Genro, e lo spiega con la presenza di ex militanti degli anni settanta nel partito di Lula[xxxv]. Cioè, attacca il Brasile. Nello stesso periodo, attacca il ministro brasiliano Roberto Mangabeira Unger[xxxvi], e la Costituzione della Bolivia[xxxvii]. Mangabeira è il capo della Segreteria delle questioni strategiche del Brasile, e l’«Economist» indica Barack Obama come suo allievo e il presidente boliviano Morales come un socialista, di cui nota l’appartenenza etnica. Nello stesso periodo, in Italia si fanno ambigui riferimenti all’identità etnica di Obama[xxxviii].

Il ministro Genro – su cui qualcuno vede l’ombra di Cuba, dell’internazionale comunista, eccetera[xxxix] – è autore di varie pubblicazioni[xl], e in passato è stato esule. Il suo provvedimento è ricco di approfondimento e misura.

Ma le richieste di pentimento non hanno mai fine. Per questo, in fondo, una critica reazionaria chiede all’interprete di farsi «delator premiado» contro il suo stesso bisogno di fare i conti con la storia italiana. Ed è singolare, che al caso si attagli una frase scritta dallo stesso Battisti, ma molti anni fa: «ho l’impressione che si voglia resuscitare un morto solo per non soffrire di solitudine»[xli].

[i] Brasilia, 13.1.2009, processo n. 08000.011373/2008-83.

[ii] http://presidente16.camera.it/comunicatistampa/schedacomunicato.asp?idcomunicato=4751, accesso 11.4.2009.

[iii] Tentare tutto il possibile, «Il Tempo», 28.1.09, p. 7.

[iv] E. Serra, Saviano, Pincio e i pentiti dell’appello pro Battisti, «Corriere della sera» 25.1.09 p. 19. Secondo Saviano, la sua firma è «finita lí per chissà quali strade del web».

[v] M. Serra, Battisti avvistato in Groenlandia, «L’Espresso», LV, n. 6 (12.2.09), p. 19.

[vi] Per F. Cramer, Per estradare Battisti pronti a ricorrere alla Corte suprema, «il Giornale», 22.1.09, p. 18, «lo sdegno italiano […] prosegue a ritmo di samba. […] Tra le autorità brasiliane sembra essere scoppiato il carnevale». Per G. Lehner, Quel nome eroico usurpato e infangato, «Il Tempo», 26.1.09, p. 11, Lula è un alcolizzato. Per R. Cotroneo, Il ministro no global che cita Bobbio e Moretti, «Corriere della sera», 31.1.09, p. 6, Genro nell’adolescenza si masturbava, e Dilma Rouseff è stata una rapinatrice. Per R. Lovari, L’amnistia in Brasile non vale per tutti, «Il Tempo», 31.1.09, p. 15, Genro contende a Rouseff la candidatura alla presidenza.

[vii] L’espressione risale forse al film di Margarethe von Trotta, Die bleierne Zeit, trad. Anni di piombo, h 1,46, 1981.

[viii] L’espressione risale forse a I. Montanelli, M. Cervi, L’Italia degli anni di fango, 1978-1993, Milano, Rizzoli, 1993.

[ix] Sulle torture in Italia, Le torture affiorate, Roma, Sensibili alle foglie, 1998; A. Cavallina, Lager speciale di Stato, Milano, Senza galere, 1978; A. Cavallina, Distruggere il mostro, Milano, Collettivo editoriale Librirossi, 1977. Mi permetto di rinviare anche al mio Mitocrazia, testo invisibile, corpo immaginario, «Il Ponte», n. 3, marzo 2008, p. 41.

[x] D. Zolo, La giustizia dei vincitori. Da Norimberga a Baghdad, Roma-Bari, Laterza 2006.

[xi] Conferenza stampa 15.1.09, http://www.info.planalto.gov.br /download/Entrevistas/pr1044-2@.doc, accesso 11.4.2009.

[xii] N. Bobbio, O Futuro da Democracia: Uma defesa das regras do jogo, Rio de Janeiro, Paz e Terra, 1989; Bobbio et.al., Dicionário de Política, Brasília, Editora Universidade de Brasília, 1986.

[xiii] Forse fraintendendo le frasi di Bobbio, M. Palma, Cesare Battisti, un caso emblematico, «il manifesto», 15.1.09, p. 12, vede nel provvedimento di Genro riferimenti alla Cia e alla mafia. Per M. Mart, Battisti, l’Italia ricorre ma Lula chiude la porta, «Il Messaggero», 16.1.09, p. 10, prima del provvedimento, Genro avrebbe chiesto se esistessero ancora in Italia strutture della Cia e della mafia. Ma il provvedimento di Genro non nomina né la Cia né la mafia.

[xiv] G. Bianconi, Libero anche per una lettera di Cossiga, «Corriere della sera», 15.1.09, p. 17; M. Piccirilli, Battisti? Fu aiutato dagli 007 francesi, «Il Tempo», 30.1.09, p. 11.

[xv] R. Curcio, A viso aperto, intervista di M. Scialoja, Milano, Mondadori 1993, p. 220.

[xvi] Cossiga, intervistato nel 1997, in Una sparatoria tranquilla. Per una storia orale del ’77 (a cura di C. Del Bello), Roma, Odradek, 2005, p. 87.

[xvii] L. Villaméa, Cesare Battisti, «Por que tudo isso comigo?», «Istoé» 4.2.09, n. 2047, http://www.terra.com.br/istoe/edicoes/2047/artigo124312-1.htm, accesso 11.4.09.

[xviii] G. Bianconi, Libero anche per una lettera di Cossiga cit.

[xix] Trib. Genova 14.7.08, dep. 27.11.08 n. 3119, http://download.repubblica.it/pdf/2008/MotivazioniBolzaneto.pdf, accesso 11.4.2009.

[xx] Cesare Battisti: quando o governo brasileiro é exemplo de democracia, comunicato del ministero della Giustizia 21.1.09, http://www.mj.gov.br/data/Pages/MJBB799FA1ITEMID0D54E20A01E14CEA85E5CE853E527D8EPTBRIE.htm, accesso 11.4.2009.

[xxi] «Panorama», n. 7, 12.2.09, p. 54.

[xxii] Lui voleva uccidere io no, finí a botte, «Il Tempo», 6.2.09, p. 9.

[xxiii] Mutti: «Battisti voleva uccidere, io no», «Quotidiano.net», 5.2.09, http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/02/05/149469-mutti_battisti_voleva_uccidere.shtml, accesso 11.4.09.

[xxiv] L'ex Pac Mutti. «Lui voleva uccidere io no, finí a botte», «iltempo.ilsole24ore.com», 6.2.09, http://iltempo.ilsole24ore.com/interni_esteri/2009/02/06/986335-voleva_uccidere_fini_botte.shtml, accesso 11.4.09.

[xxv] Messaggio di posta elettronica di Natalia Poggi a me, 10.2.09.

[xxvi] N. Poggi, Battisti libero, a rischio l’amicizia con il Brasile, «Il Tempo», 16.1.09 p. 13.

[xxvii] M. Clementi, Storia delle brigate rosse, Roma, Odradek, 2007, p. 307, che cita V. Guagliardo, Di sconfitta in sconfitta. Considerazioni sull’esperienza brigatista alla luce di una critica del rito del capro espiatorio, Paderno Dugnano, Colibrí, 2002, p. 52.

[xxviii] V. Dini, L. Manconi, Il discorso delle armi. L’ideologia terroristica nel linguaggio delle Brigate rosse e di Prima linea, Milano, Savelli, 1981, p. 141.

[xxix] G. Bocca, Il caso 7 aprile. Toni Negri e la grande inquisizione, Milano, Feltrinelli, 1980, p. 117.

[xxx] G. Amadori, Cosí uccideva il terrorista dei salotti buoni, «Panorama», n. 5, 29.1.09, p. 22.

[xxxi] S. Solinas, Il bel mondo di Carla che fa il girotondo per gli assassini, «il Giornale», 16.1.09, p. 1.

[xxxii] Il sito «Carmilla» dà notizia del rifiuto: Bernard-Henri Lévy, Battisti, il Brasile e l’Italia: principi, http://www.carmillaonline.com/archives/2009/02/002951.html, accesso 11.4.09.

[xxxiii] M. Galluzzo, E Berlusconi annulla la visita a Lula, «Corriere della sera», 28.1.09, p. 16.

[xxxiv] Tenetevi Corona, ridateci Battisti, «Il Tempo», 9.3.09, p. 11. Secondo «Il Tempo», si tratta di un testo apparso su «TV sorrisi e canzoni».

[xxxv] The madness of asylum. Why this indulgence for a convicted killer?, «The Economist», 22.1.09.

[xxxvi] Brazil's army. But what is it for? A philosopher redesigns an army, «The Economist», 15.1.09.

[xxxvii] Bolivia's new constitution. A passport to Utopia. Evo Morales campaigns for a great leap forward. Or back, say some, «The Economist», 22.1.09.

[xxxviii] G. Ferrara, I dolori del giovane Obama, «Panorama», n. 5, 29.1.09, p. 89, nell’insediamento di Obama nota «vivacità cromatica, diversità delle folle, presenza danzante di cosí tanti neri, asiatici, latinos mescolati».

[xxxix] R. Lovari, L’amnistia in Brasile non vale per tutti cit.

[xl] T. Genro, et. al., Desafios do governo local. O modo petista de governar, Sao Paulo, Editora Fundacao Perseu Abramo, 1997; T. Genro, Utopia possivel, Porto Alegre 1995; Id., O futuro por armar. Democracia e socialismo na era globalitaria, Petropolis, Vozes, 1999; T. Genro, U. de Souza, Il bilancio partecipativo, l'esperienza di Porto Alegre, Limbiate, La ginestra, 2002.

[xli] C. Battisti, L’ombre rouge, 1995, trad. L’orma rossa, Torino, Einaudi, 1999, p. 67.