Una storia di diritti e di potere

Israeledi Gian Paolo Calchi Novati

Il numero sette ha avuto un ruolo importante nella vita dello Stato di Israele moderno. Si comincia dal 1897, l’anno del primo Congresso sionista convocato da Theodor Herzl a Basilea. Seguirà, durante la Prima guerra mondiale, la Dichiarazione Balfour del 1917. Nel 1947 finì il mandato della Gran Bretagna e una risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite stabilì la spartizione della Palestina in uno Stato arabo e uno Stato ebraico. Vale ancora oggi lo spartiacque rappresentato dalla Guerra dei sei giorni: la vicenda di Israele come Stato e come attore regionale ha un prima e un dopo il 1967. Non è cambiata solo la geografia di Israele e, di riflesso, della Palestina, il suo fratello gemello mai nato. È la natura stessa dello Stato ebraico ad aver mutato di senso influendo sul suo codice identitario fra ebraicità e israelianità e sul modo di interagire con la politica del Medio Oriente e del mondo. Nel 1977, per la prima volta un presidente egiziano sbarcò in Israele e pronunciò un discorso alla Knesset: Anwar Sadat – consapevole delle responsabilità che competevano all’Egitto per essere lo Stato arabo più importante per popolazione, capacità militari e potenzialità economiche – aveva rotto gli indugi e chiese la pace, riconoscendo la sconfitta nel confronto con quel prodotto del sionismo che gli arabi avevano commesso l’errore di ritenere un accidente transeunte.

Fin dal suo esordio, il movimento sionista aveva cercato nelle varie capitali del mondo padrini, protettori e alleati. La Gran Bretagna sembrava avere una specie di prelazione o predestinazione. Organizzazioni filantropiche e politiche inglesi, in testa le chiese protestanti, avevano da tempo favorito l’emigrazione di ebrei nella Terra santa della Bibbia; doveva essere un ritorno a due facce: alla patria perduta e alla fede mancata. Chi agiva con questi obiettivi in Inghilterra non era affatto immune dai pregiudizi che alimentavano le varie forme di antisemitismo e perseguiva il fine ultimo della conversione degli ebrei al cristianesimo nella versione protestante-anglicana mettendosi in concorrenza con il tradizionale predominio nei Luoghi santi di cattolici e ortodossi1. Uno strumento di grande peso fu il consolato inglese che le autorità ottomane accettarono di aprire a Gerusalemme: inaugurato nel 1839, operò continuativamente per quasi ottant’anni fino al novembre 1914, allo scoppio della guerra con la Turchia, promovendo «il progressivo ingresso di Londra nell’area [con] un’attenzione particolare al ruolo nevralgico svolto in questo processo dalla componente ebraica della popolazione presente nella regione»2.

Ben prima dell’azione sionista fra fine Ottocento e inizio Novecento, fu anche grazie agli inglesi se dal 1827 al 1839 la popolazione di Gerusalemme aumentò da 550 a 5.500 unità e in tutta la Palestina gli ebrei superarono quota 10.0003. Dichiarato o implicito, il fine ultimo era di costituire nel Mediterraneo orientale un presidio che sarebbe tornato utile alla politica inglese. Almeno fino a quando l’Inghilterra non acquistò un bel pacchetto di azioni del Canale e occupò l’Egitto per debellare le aspirazioni nazionaliste di Arabi Pascià, il taglio dell’istmo di Suez a cura della Francia, rivale come la Russia della Gran Bretagna nella regione, fu un motivo in più per considerare la Palestina un insostituibile punto di attracco e di comunicazioni in funzione intanto della protezione dell’India.

L’Egitto e l’isola di Cipro, ceduta dalla Turchia nel 1878, avrebbero costituito l’architrave dell’Impero britannico nel Mediterraneo orientale praticamente fino alla guerra di Suez del 1956, in cui venne coinvolto anche Israele. Gli uomini politici inglesi non facevano mistero dei loro propositi. In Palestina non c’erano inglesi su cui contare e per questo si doveva ricorrere agli ebrei. Disraeli, convinto che presto o tardi la Palestina e la Siria sarebbero entrate nell’orbita britannica, non esitò a proclamarsi “ebreo”4 durante un’accesa discussione ai Comuni per rispondere a critiche che facevano leva sulla diffidenza e l’odio corrente per gli ebrei.

Richard Balfour, ministro degli Esteri inglese quando sottoscrisse il famoso impegno a favorire la creazione di una National Home, un “focolare”, per gli ebrei in Palestina, si muoveva nello stesso filone. Balfour non era ebreo. Per ironia della sorte, l’unico ministro ebreo del gabinetto, Edwin Samuel Montagu, parte della comunità israelita perfettamente integrata nella buona società dell’Inghilterra post-vittoriana, non gradì affatto quell’avance che, benché espressa in una lettera privata, impegnava di fatto il governo. Ci sono similitudini anche lessicali fra la Dichiarazione Balfour e certe espressioni usate dalla politica inglese nell’Ottocento pre-sionista. Lord Ashley, aristocratico puritano, strenuo paladino di quella politica e sostenitore indefesso del consolato a Gerusalemme, si diceva persuaso che la nomina di William T. Young, candidato a essere il primo diplomatico a dirigerlo, avrebbe spinto gli ebrei a emigrare in Palestina «in numero ancora maggiore diventando una volta ancora gli agricoltori della Giudea e della Galilea»5.

Nessuno ignorava ovviamente che in Palestina la stragrande maggioranza della popolazione era composta da arabi. Tenendo in maggior conto i numeri, Balfour avrebbe forse fatto bene a essere più cauto prima di includere nella famosa dichiarazione la frasetta che riduceva gli arabi di Palestina a «le comunità non ebraiche esistenti in Palestina»6. Una costante fra Ottocento e Novecento fu anche la funzione svolta dalle disponibilità finanziarie dei Rothschild, che fornirono al governo inglese i capitali per la scalata alla Compagnia del Canale di Suez e che furono di fatto sollecitati da Balfour, attraverso il vice-presidente della Federazione sionista inglese, a contribuire alle spese militari di Londra in una fase critica della guerra contro gli imperi centrali.

Senza che nessun paragone sia possibile fra fattispecie storiche così diverse, i prodromi dello sterminio degli ebrei dell’Europa continentale deciso e attuato da Hitler andavano anch’essi nel senso dell’emigrazione, almeno degli ebrei tedeschi e austriaci, alla volta della Palestina. In un libro di Hans Lamm sul processo Eichmann citato da Hannah Arendt, si parla di «un atteggiamento filo-sionista» dei nazional-socialisti nelle prime fasi della loro politica ebraica7. Lo stesso Eichmann, che era rimasto molto impressionato dalla lettura del libro di Theodor Herzl sullo Stato ebraico, prima di occuparsi dei problemi connessi all’evacuazione e quindi all’organizzazione dei convogli che dovevano deportare gli ebrei durante la “soluzione finale” era considerato un esperto di emigrazione e in particolare di affari ebraici.

Israele si sarebbe portato dietro irrimediabilmente la duplice contraddizione di un disegno nazionale che insisteva su un territorio abitato da un altro popolo e di un processo di liberazione che avrebbe prosperato all’ombra di un impero8. Le decisioni di Versailles furono per loro conto un’esibizione di potere a fronte dei diritti che i vari popoli gravitanti nel Medio Oriente, ebrei e arabi, si aspettavano di veder soddisfatti o almeno presi in considerazione. Il mandato britannico fu nello stesso tempo l’involucro protettivo per l’emigrazione sionista e l’acquisto di terre da parte dell’Agenzia ebraica e un antagonista contro il quale l’Yishuv nascente sperimentava e consolidava i suoi istituti. «Da strumento utile ad avverare le profezie bibliche, gli ebrei si trasformarono sempre più in un potenziale mezzo per garantire le rotte e i propositi geo-strategici britannici» anche nell’eventualità di impennate della Russia, più che mai attratta dal Bosforo9.

Londra pagò in Palestina lo scotto prima della rivolta araba e poi della rivolta ebraica. Dopo la Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti si sono sostituiti alla Gran Bretagna. Nella guerra innescata dalla nazionalizzazione del Canale di Suez la politica americana colse l’occasione del passo falso di Eden, trascinato da Mollet e condizionato da Ben Gurion, per intromettersi, facendo pervenire a Israele il segnale che non poteva più contare sulla rendita dell’era coloniale. La successione fra le due potenze anglo-sassoni nelle posizioni coloniali che Londra via via non era più in grado di tenere è una costante nella vicenda della decolonizzazione tanto da essere un motivo di polemica ricorrente anche in sede storiografica. Non è escluso che proprio le ultime vicende non stiano rievocando – almeno nella percezione che Benjamin Netanyahu potrebbe provare nei confronti della politica di Obama su Iran e temi annessi – l’incubo di un garante che si trasforma in un nemico.

Il suggello tragico delle politiche e soprattutto per il contesto psicologico in cui si mosse la leadership sionista sarà la Shoah, entrata definitivamente nella sfera politica dello Stato costituito nel 1948 con il processo, la condanna e l’esecuzione di Eichmann nei primi anni sessanta10, quando l’egemonia culturale apparteneva ancora saldamente ai laburisti per lo più di origine ashkenazita a cui si doveva la fondazione dello Stato con la relativa gestione della sua composizione territoriale.

Stato e non Stato

La difficoltà di specificare con la necessaria esattezza i rapporti da una parte con l’ebraicità e dall’altra con il territorio spiega perché lo Stato di Israele non si sia dotato di una Costituzione scritta limitandosi alla Dichiarazione di indipendenza e a Leggi fondamentali poste sotto la vigilanza della Corte suprema. Le vite parallele fra Stato ebraico e Stato arabo finirono con l’auto-proclamazione dell’uno e l’interdizione per l’altro. Il problema principale per Israele era configurare la propria ragion d’essere e i propri ambiti in una regione in piena transizione dopo la pur impropria esperienza coloniale nel periodo fra le due guerre seguita al collasso dell’Impero Ottomano. I processi che vedevano come protagonisti gli arabi di Palestina e della regione circostante appartenevano a situazioni di fatto e postulati ideologici che Israele sentiva come estranei e probabilmente ostili. L’affermazione di una identità, nel caso di Israele, è sempre stata dominata, in via prioritaria se non esclusiva, dalla “difesa”, intesa più come un dovere davanti a se stesso e alla storia che come un diritto. L’ombra da esorcizzare è sempre il pogrom. Per gli arabi la formazione dello Stato ebraico è stata una vera e propria catastrofe, non solo politica, tramandata come la Nakba, che comportò l’espulsione dalle terre divenute Israele di circa l’80% degli arabi11. «Mentre lo Stato di Israele si dota[va] di una genealogia, proclama[va] una propria legittimità internazionale e una forza locale, i palestinesi compi[rono] un gesto inverso trovando i luoghi della memoria nella dispersione», forgiando una cultura della resistenza dall’esilio e sfidando «a più riprese le autorità dei paesi d’accoglienza fino a diventare il fermento di una solidarietà araba popolare»12.

A colmare le distanze non bastava che i due popoli vivessero in una stessa terra. Fin dal periodo del mandato gli ebrei e gli arabi avevano intessuto pochissimi rapporti. I sionisti erano impegnati in un’opera furtiva di state-building e pur riconoscendo l’esistenza di un “problema arabo” lo mettevano da parte non solo perché non avevano titolo per sbrogliarlo ma anche perché non vedevano grandi possibilità che i palestinesi reciprocassero. La rivolta del 1936 fu la reazione dei sentimenti popolari degli arabi per lo spossessamento della loro terra e il tramonto dei loro sogni13. A partire dalle rivendicazioni anti-sioniste, la resistenza dei palestinesi prese una connotazione più sociale, in un primo tempo particolarmente nelle campagne e poi soprattutto nelle città con campi profughi annessi. I palestinesi avrebbero assunto il controllo diretto dei loro destini solo nel 1964 con la nascita dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), che a sua volta andò di esilio in esilio, dalla Giordania al Libano e persino nella lontana Tunisi, prima di approdare dopo Oslo nei Territori occupati14. Le peripezie della convivenza (o del conflitto) non hanno aiutato i due soggetti, interlocutori o rivali, a trovare strade comuni e ciò nondimeno li hanno spinti in qualche modo a mescolarsi sempre di più, almeno di fatto, condividendo lo stesso ambiente e le stesse risorse se non gli stessi istituti e valori15. Amos Oz riassume così il dissidio che correva dentro il nucleo originario del sionismo politico: «Lui […] sosteneva che era impossibile realizzare il sionismo nello scontro con gli arabi, mentre io, alla fine degli anni Quaranta, avevo già capito che non lo si poteva realizzare senza questo scontro»16.

La modernizzazione delle province arabe dell’Impero Ottomano era cominciata con le riforme del Tanzimat nella seconda metà dell’Ottocento, con l’immigrazione ebraica e con l’afflusso nei centri urbani di missionari e imprenditori europei. L’islam perse via via di importanza ai fini della politica. La Palestina, soggetta all’influenza concorrente dei governatorati di Beirut e Damasco, con il sangiaccato autonomo di Gerusalemme, arricchita e galvanizzata dalla presenza di musulmani, cristiani ed ebrei, era più integrata con l’Europa grazie ai consoli e mercanti occidentali che con la stessa Turchia. L’economia di sussistenza venne sostituita gradualmente dall’economia di mercato e fece la sua comparsa il lavoro salariato. Da europei e americani i palestinesi, soprattutto i palestinesi delle varie confessioni cristiane, appresero il nazionalismo e il liberalismo. Il livello in fatto di tecnica e cultura dei coloni ebrei arrivati dall’Europa orientale era più alto rispetto al grado di sviluppo di una terra pur sempre “orientale” e si tradusse in supremazia. Le forze e le ragioni del progresso appartenevano a un altro contesto e gli arabi scivolarono sullo sfondo. Erano i pionieri del sionismo, più “europei” di loro e quindi più protetti dalla politica alta, ad avere ormai l’iniziativa.

Il contatto e confronto con un “altro” più potente provoca vitalità e instabilità. Anche il colonialismo in senso proprio può propiziare progresso e salti tecnologici. In Palestina dall’azione del sionismo – che oltre al progetto nazionale portava in sé tracce “coloniali”, evidenti soprattutto nell’appropriazione della terra, fosse pure a seguito di regolari compravendite, spesso con enti religiosi e proprietari assenteisti – scaturirono istanze inedite e contraddittorie17. In quella condizione di crisi profonda, del nazionalismo palestinese si impossessò la leadership tradizionale, la più pronta a interpretare un passato che vacillava pericolosamente sotto l’urto di una realtà in movimento, enfatizzandolo per ragioni tattiche, a costo di svelare più le debolezza che una forza consapevole.

Si può capire così perché le proposte elaborate dalle due élites rivali per superare un’impasse pressoché intrattabile hanno puntato a sbocchi separati, con tante tensioni e tante violenze, fino al duplice riconoscimento parallelo dello Stato di Israele e dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) come titolari di due territori distinti. È questo il risultato meno effimero dell’accordo siglato nella capitale norvegese e sancito a Washington da Rabin, Peres e Arafat nel 1993 alla presenza di Clinton. Nel complesso, però, quell’atto atteso da decenni non è mai arrivato a instaurare fra Israele e palestinesi un modus vivendi in grado di regolare il loro futuro18. È stato anzi proprio dopo Oslo che le relazioni fra le due componenti del mondo palestino-israeliano hanno conosciuto gli scontri più sanguinosi.

In precedenza le guerre in Medio Oriente e nella stessa Palestina non erano mancate ma come antagonisti di Israele le avevano combattute gli Stati arabi e non i palestinesi in persona. La seconda Intifada, detta di al-Aqsa, nel 2000, ebbe – a differenza della prima, negli anni ottanta – tutti i caratteri di una guerra o guerriglia fra palestinesi e occupanti israeliani. L’ultima volta in cui i palestinesi avevano gestito in proprio l’uso della violenza era stato negli anni trenta del Novecento, ma allora Israele non esisteva in quanto tale e l’insurrezione aveva di mira la proliferazione di colonie sioniste nel mandato della Palestina ed era indirizzata in sostanza contro la politica della Gran Bretagna, la potenza mandataria. Come scrive Rashid Khalidi, «è idea ormai comunemente accettata che la reazione araba al sionismo abbia preceduto nel tempo la Dichiarazione Balfour del 1917 e sia stata, fin dall’inizio, non solo un fatto locale palestinese, ma un fenomeno panarabo di carattere più generale»19.

A prescindere dalle tante e profonde differenze qualitative e quantitative in termini di economia, società e cultura, la pietra d’inciampo è da individuare nello Stato inteso come espressione del potere e quindi del diritto costituito. Il passaggio del testimone dall’Egitto e dagli Stati arabi in toto all’Olp e dunque in linea di principio al popolo o nazione palestinese ha segnato un salto di qualità (e legittimità) ma – al di là della formalità dell’ingresso dell’Olp nella Lega araba – ha marcato anche un divario crescente fra palestinesi e Stati arabi sul piano operativo. In un certo senso, i palestinesi stanno ancora soffrendo l’unilateralità con cui fu concepita la Dichiarazione Balfour. Dal canto suo, Israele non vuole allontanarsi troppo dal 1917 perché il 1947, a cui Arafat si riferì negli anni immediatamente prima e dopo Oslo come fattore comune di autentificazione, rischia ormai di interrompere un progetto totalizzante (di Israele) che risponde a – ed è quasi reso obbligatorio da – un disegno metastorico rinforzato dall’asserita esigenza di sopravvivenza. L’assunto caro a Abba Eban, storico rappresentante di Israele al Palazzo di Vetro e a lungo ministro degli Esteri, secondo cui solo la formazione di uno Stato arabo-palestinese accanto allo Stato ebraico avrebbe convalidato definitivamente sul piano del diritto e della politica la nascita di Israele (la Carta dell’Onu al posto dei testi biblici, si potrebbe dire), non ha più corso legale. C’è un rapporto diretto fra l’assassinio di Rabin in una piazza di Tel Aviv nel 1995 e la vittoria elettorale del Likud nel 199620. Netanyahu, che in questo si distingue sicuramente da Sharon, non crede fino in fondo che Israele possa reggere alla costituzione di uno Stato chiamato Palestina ai suoi confini, mal definiti e in movimento come non mai.

Non si sa come e fin dove questi interstizi di senso siano compatibili con la concezione dello spazio che secondo Hannah Arendt caratterizzerebbe lo stesso nazionalismo ebraico in quanto al territorio: non tanto un pezzo di terra ma «lo spazio che c’è fra individui che formano un gruppo, cioè individui legati uno all’altro (ma al tempo stesso separati e protetti) da molte cose che hanno in comune». Anche nella dispersione il popolo ebreo ha coltivato un proprio “spazio” perché tutti gli ebrei, ovunque fossero, avevano la stessa lingua, la stessa religione, le stesse leggi e le stesse usanze21. Nella “sovranità” diffusa e variegata di oggi – con quella porzione di israeliani di origine araba all’interno e con gli insediamenti in molte parti della Cisgiordania di “coloni” (una parola di uso corrente che può essere un’ammissione di colpa o l’affermazione di un diritto) – Israele potrebbe trovarsi in contraddizione con il modo in cui si è riferito alla statualità nel momento della sua formazione ma troverebbe convalide e precedenti nel suo passato pre-statuale22.

Un equilibrio senza equilibrio

A distanza di un secolo, nella vicenda che è stata chiamata a lungo conflitto arabo-israeliano, ma che con gli anni ha assunto sempre più nettamente i contorni di un confronto per la terra di Palestina fra arabi o palestinesi da una parte ed ebrei o sionisti o israeliani dall’altra, in un mondo arabo che ha conosciuto nel frattempo trasformazioni epocali, le costanti sono nonostante tutto più numerose e, appunto, più persistenti delle variabili. E così sia per gli ingredienti tangibili come i confini, gli insediamenti o lo status di Gerusalemme che per gli aspetti immateriali della sovranità e del potere. Anche la dimensione più propriamente ideologica – quali diritti, quale nazione, quale Stato (o quanti Stati) – è ancora incerta e oggetto di passioni e diatribe interminabili. Persino il problema del “riconoscimento”, che sembrava risolto da atti ufficiali come le delibere di tanti organismi internazionali, prima la Società delle Nazioni e poi l’Onu, o da accordi fra la parti (Camp David, Oslo), è sempre lì, incombente, ingombrante, turbando le coscienze e intralciando sia gli accordi diretti che le politiche di mediazione. In questi primi decenni del duemila, come agli esordi del sionismo e in occasione delle due guerre mondiali, e tanto più durante i quasi cinquant’anni della guerra fredda, le potenze sono presenti con le loro pretese di alta vigilanza, ma con la fine del bipolarismo la componente internazionale è pressoché a senso unico e quindi poco operativa a causa dello strapotere degli Stati Uniti23.

L’allarme tattico o strategico del governo israeliano per l’accordo sull’atomo di Teheran raggiunto a Vienna nel 2015 non si basa tanto sulla paura della bomba, del resto sempre negata come obiettivo dalla Guida suprema Ali Khamenei, ma sulla riabilitazione dell’Iran come potenza regionale. Il governo di Israele è fermo a un’idea di sicurezza che disconosce i vantaggi dell’inclusione24. A Netanyahu non è piaciuto affatto che Obama abbia smesso di perseguire nei confronti dell’Iran la politica di regime change con cui dal 1979 in poi le amministrazioni americane si sono legate fatalmente le mani. Bibi non sembra rendersi conto che il non-riconoscimento dell’Iran degli ayatollah può dare qualche argomento, debito o indebito, al non-riconoscimento dello Stato sionista.

Il ritiro da Gaza deciso e messo in atto da Sharon offrì a Israele un’occasione d’oro per stabilire con i palestinesi un rapporto a livello ufficiale. Israele però non cedette la Striscia trasferendola all’Autorità palestinese (da governo a governo) ma in un gesto di dispetto poco responsabile l’abbandonò a se stessa (o meglio all’embargo e al non-riconoscimento) ponendo le premesse delle violenze e delle guerre che seguiranno. Sharon non fece nessun riferimento a un inizio di applicazione delle risoluzioni fondative adottate dall’Onu, la 181 del 1947 e la 242 del 1967, confermando che per Israele la legalità internazionale è un tabù da non nominare oltre che da non praticare.

L’ultimo governo Netanyahu non è un governo qualunque. Lo “strappo” della campagna elettorale in America, di nascosto da Obama, non ha precedenti. Quel governo è “elogiato” quasi con le stesse parole (per assurdo) da un giornalista israeliano che collabora a «Haaretz» e dal direttore esecutivo di B’Tselem, il Centro d’informazione israeliano per i diritti umani nei Territori occupati. Esso avrebbe il merito di non fare mistero della sua volontà di impedire, costi quel che costi, una soluzione equa della disputa palestino-israeliana: «La soluzione dei due Stati è morta (non è mai nata)» dice il primo25 e il secondo, dopo un’analisi puntualissima di come si svolgono le procedure di elezione o rappresentanza nei vari spezzoni dei territori e delle popolazioni sotto il controllo delle autorità israeliane: «La sola scelta che non possiamo fare è di continuare a chiamare la presente realtà democratica e l’occupazione temporanea»26.

Si potrebbe parlare di un epitaffio sul negoziato in corso da più di vent’anni. Se non fosse che – oltre il negoziato – la diplomazia potrebbe percorrere altri itinerari27. Israele ricorrerà ancora alla sperimentatissima strategia di uscire dall’angolo alzando la posta? L’ammissione dello Stato di Palestina alla Corte penale internazionale rende inevitabile l’apertura di inchieste più stringenti sui crimini contro l’umanità di cui sono accusati sia il governo israeliano che Hamas. Si può supporre che Israele farà di tutto per preservare l’aura di irreprensibilità di cui si è sempre circonfuso per farsi condonare le molte e ripetute trasgressioni. Tutto lascia credere ciò nondimeno che – è una delle manifestazioni della «questione israeliana» – il cerchio delle misure cosiddette Bds (Boycott, Divestment and Sanctions) si stia stringendo attorno a Israele. Lo Stato ebraico è sull’orlo di subire una campagna di sanzioni coinvolgendo l’intera nazione negli interdetti che riguardano già i prodotti provenienti dai settlements. La protratta occupazione della West Bank e l’assedio della Striscia diventano sempre meno difendibili28.

Nessuno può dire fin quando gli Stati Uniti saranno disposti a dispensare all’infinito i loro veti per “salvare” Israele all’Onu. L’Unione europea si sta interrogando e ha approvato testi piuttosto impegnativi. In maggio è stato reso noto che il governo francese si appresterebbe a sottoporre al Consiglio di sicurezza una risoluzione che approvi la formazione di uno Stato palestinese indipendente basato sui confini del 1967 con eventuali scambi di terre concordati e Gerusalemme capitale dei due Stati. La diplomazia americana avrebbe opposto come argomento che una simile misura, insieme all’accordo sul nucleare iraniano, sarebbe un (inutile?) motivo in più di paura per «un governo israeliano già paranoico»29.

La deriva generalizzata del mondo arabo, teatro di una guerra di tutti contro tutti30, ha provocato una frammentazione degli Stati costituiti che coinvolge anzitutto i due Stati, Siria e Iraq, che vantano le capitali già prestigiose dei califfati classici, Damasco e Baghdad. Una riedizione, imputabile questa volta a molte e diverse concause, delle macchinazioni con cui il governo israeliano ha cercato a più riprese di destabilizzare il quadro geopolitico del Medio Oriente con il secondo fine di diluire il fattore di coesione rappresentato dalla comune matrice araba (i drusi, i curdi, i maroniti, ecc.). Israele si trova ora nell’ingrata condizione di avere nel Medio Oriente come principale alleato, o complice, l’Arabia Saudita, nemica dichiarata della Fratellanza musulmana ma variamente compromessa con il jihadismo. Israele e Arabia Saudita sono gli alleati fedeli degli Stati Uniti ma entrambi hanno reagito con rabbia all’accordo con l’Iran. Le potenze regionali dotate di più consistenza e più coscienza di sé – Iran e Turchia – sono fuori dal filone arabista se non da quello musulmano, sciita l’Iran e sunnita la Turchia. Un asse fra di loro oscurerebbe lo stesso Egitto, che versa in uno stato di incipiente guerra civile ed è regredito con Abdel Fattah al-Sisi allo stadio di «dittatura»31 che sembrava in disgrazia dopo le Primavere del 2011 (anche se il governo italiano non sembra curarsene).

Israele ha dalla sua la forza militare, esercita un’ovvia egemonia politica e tiene in ostaggio i territori occupati. L’asimmetria è lampante anche nel diverso ruolo che hanno da una parte gli arabi che vivono in Israele e dall’altra i coloni ebraici dei settlements all’interno di quella che dovrebbe essere la Palestina. Con un altro clima politico, potrebbero essere due testimonials alla pari di una futura convivenza. Non ci sarebbe bisogno di rimuovere nessuno per ragioni di sicurezza o per rispettare i diritti altrui. Ma fra lo status degli uni e degli altri, e fra il modo con cui gli uni e gli altri hanno la facoltà di pronunciarsi sulla politica di chi li governa di fatto, c’è una sproporzione abissale. Se non si ha in mente una realtà plurale – geopolitica, ideologica e morale – si riproduce inevitabilmente un fenomeno di incompatibilità. È così che in Algeria avvenne la partenza in massa dei pieds-noirs nei giorni dell’indipendenza smentendo irrimediabilmente – proprio da parte dei coloni – le ragioni stesse della difesa a oltranza dell’Algérie française.

Il dilemma fra separazione o annessione in cui si dibatte la politica di Israele non è stato risolto, idealmente e nella pratica, neppure con l’abbandono di Gaza: Sharon si portò dentro quell’equivoco fino al buio dell’invalidità e poi della morte. Israele, Netanyahu dopo Sharon, non si è mai rassegnato alla “perdita” di Gaza, parte integrante, al pari della Giudea e della Samaria, della terra, fra mito e storia, in cui si iscrive il “ritorno”. La Striscia è trattata come un arto amputato che non si esclude di recuperare. Non si spiega altrimenti il riflesso condizionato che ha determinato guerre in serie e che ispira la tentazione ricorrente di compiere l’intervento risolutivo per cancellare il “regno” di Hamas. I razzi lanciati dal territorio di Gaza sui villaggi israeliani di frontiera, per quanto carichi di responsabilità da una parte e di sofferenze dall’altra, potrebbero essere solo un falso problema.

Conclusioni e prospettive

La difficoltà estrema del negoziato asfittico che si è protratto inutilmente nei vent’anni seguiti alla storica cerimonia sul prato della Casa Bianca è il prodotto di un’agenda che non ha mai scelto chiaramente e definitivamente fra separazione e annessione. D’altra parte, appare remota una reale integrazione di Israele nella regione utilizzando le enormi risorse di soft power che avrebbe a disposizione, come si era pensato accadesse dopo il viaggio di Sadat a Gerusalemme e quando fu firmata la pace di Camp David fra Egitto e Israele alla fine degli anni settanta. La geografia, la demografia e la democrazia sono state strapazzate senza arrivarne a capo. Con il tempo, l’insediamento umano sul terreno è profondamente mutato (al di là della successione naturale delle generazioni). Sono cambiati i fattori soggettivi e materiali. Sarebbe la fine di ogni speranza se si confermasse la tendenza all’esodo – e tanto più l’annientamento fisico – dei “migliori” o, se si preferisce, di coloro che per interessi personali, ceto o religione, credono più alla concordia come metodo che ai singoli accordi scritti (le élites istruite, i cristiani).

Siccome lo status quo è insostenibile, si dà per scontato che si dovrà sacrificare o l’accordo o la separazione o entrambe le due opzioni. L’ipotesi di una Palestina disarmata e neutralizzata, senza confini, senza continuità territoriale al suo interno, senza la possibilità di comunicare con i paesi arabi vicini, privata delle sorgenti dei fiumi, non convince più nemmeno Israele. La sovranità “grigia” verso cui stava dirigendosi l’Autorità nazionale palestinese si rafforza sul piano internazionale ma è contraddetta dalla poca governance sul campo. Netanyahu vuol far pagare a Abu Mazen la mezza vittoria fatta registrare dalla mezza ammissione all’Onu32. Il disastro in cui è precipitato l’Egitto dopo l’affermazione elettorale dei Fratelli e il colpo di Stato contro Morsi impedisce al Cairo di svolgere il ruolo fiduciario che sarebbe stato verosimilmente gradito alle due parti. Nel recente viaggio in Israele e Palestina, il presidente del Consiglio italiano Renzi ha parlato di «dovere di esistere e resistere» di Israele alla Knesset e dei due Stati con Abu Mazen, dando l’impressione, forse inconsciamente, di un gap anche a livello comunicativo.

Sono due le ragioni che finora hanno dissuaso Israele dall’annessione formale dei territori sottratti alla Giordania nel 1967: il trauma di una sconfessione imbarazzante a livello mondiale e le implicazioni demografiche. La questione demografica potrebbe essere depotenziata con enclaves e cantoni palestinesi da intendere come simil-bantustan o al più “piccole patrie”. In una società israeliana dominata dalla destra, quando è in gioco la “sicurezza” l’establishment intimidisce i già deboli attori civili33. Una forma mascherata di apartheid potrebbe risultare meno ostica rispetto a quando era il Labour a dettar legge e fare opinione. L’opposizione degli Stati Uniti e dell’Unione europea a un passo fatale (ma è più probabile che l’annessione segua un processo strisciante e graduale come «applicazione della legge israeliana») potrebbe essere ammortizzata nello stravolgimento delle alleanze in atto in tutta la regione mediorientale. La marginalizzazione e corruzione dell’Autorità nazionale palestinese, mentre Abu Mazen (Mahmoud Abbas), il successore di Arafat, è alla fine del suo mandato, sembrano confermare che sia Israele ad avere il controllo dei diritti (e dei beni) dei palestinesi.

Con gli anni si è prodotta una contraddizione di quantità e di qualità fra Palestina e mondo arabo. Malgrado le sconfitte, le rinunce e i compromessi, la lotta palestinese – a confronto dell’acquiescenza dei governi arabi sia moderati che autoritari – conserva un’ispirazione popolare e tendenzialmente anti-imperialista34. È da questo iato che potrebbe derivare una terza Intifada che veda in campo non tanto Hamas quanto Al Fatah in prima persona in un estremo atto di rivolta di un “perdente” in cerca di riscatto. Nel 2017 si dovrà pur trovare il modo o i modi di celebrare i cento anni della Dichiarazione Balfour.

1 A. M. Hyamson, British Projects for the Restoration of the Jews, Leeds, Petty, 1917. Il primo statista europeo a riconoscere espressamente il diritto del popolo ebraico a stabilire una nazione indipendente in Terra santa potrebbe essere stato tuttavia Napoleone Bonaparte durante l’assedio di Acri.

2 Lorenzo Kamel, Dalle profezie all’impero. L’espansione britannica nel Mediterraneo orientale (1798-1878), Roma, Carocci, 2015, p. 9.

3 Paul Johnson, A History of the Jews, London, Phoenix, 2004, p. 321. Gli ebrei nati nell’Impero Ottomano o durante il mandato venivano designati con il termine di sabra, che in ebraico significa «fico di Barberia», alludendo forse alla loro tenacia e adattabilità ai climi e suoli aridi.

4 In realtà, Benjamin Disraeli, primo ministro nel 1868 e dal 1874 al 1880 e ultra-imperialista convinto, era nato sì in una famiglia ebraica sefardita di origini italo-spagnole ma si era fatto anglicano all’età di dodici anni.

5 Missionary Register, vol. xxvii, 1839, citato in Kamel, Dalle profezie all’impero cit., p. 65.

6 Cfr. Maria Antonia Di Casola, Il codicillo Balfour, ovvero i diritti delle popolazioni non ebraiche, «Il Ponte», n. 7, luglio 2002, pp. 22-48.

7 Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Milano, Feltrinelli, 1992, pp. 66-67.

8 Anche se ebrei di ritorno e arabi residenti avessero avuto gli stessi “diritti” sarebbe rimasto il divario dei numeri.

9 Kamel, Dalla profezie all’impero cit., p. 132. Un’importante funzione in questo senso svolse il Palestine Exploration Fund (Pfe), istituito nel 1865 e passato nel 1867 alle dipendenze del War Office. Una figura di spicco del Pfe sarà Thomas Edward Lawrence, grande protagonista della politica di Londra in Medio Oriente negli anni della Prima guerra mondiale.

10 Sulle implicazioni metapolitiche del caso Eichmann si è discusso a lungo, anche per alcune dichiarazioni azzardate di Ben Gurion, mal sopportate dagli stessi giudici del tribunale di Gerusalemme. V. Hannah Arendt e Joachim Fest, Eichmann o la banalità del male, Intervista, lettere, documenti, Firenze, Giuntina, 2011. Cfr. anche Idith Zerdal, Israele e la Shoah. La nazione e il culto della tragedia, Torino, Einaudi, 2007.

11 Un altro esodo massiccio è avvenuto in coincidenza con la Guerra dei sei giorni, celebrata in negativo dagli arabi come Naksa, il «rovescio». Se la Nakba non fu un avvenimento unicamente palestinese, la Naksa riguardò essenzialmente i palestinesi e le loro terre.

12 Leyla Dakhli, Histoire du Proche Orient contemporain, Paris, La Découverte, 2015, pp. 54-55.

13 Walid Salem and Edy Kaufman, Palestinian-Israeli Peacebuilding: a Historical Perspective, in Edith Kaufman, Walid Salem and Juliette Verhoeven (eds.), Bridging the Divide. Peacebuilding in the Israeli-Palestinian Conflict, Boulder-London, Lynne Rinner, 2006, pp. 18-19.

14 L’insediamento di Arafat a Ramallah pareva essere un pegno per lo Stato palestinese in divenire: non per niente Israele si accanì proprio contro la Mukada, simbolo non tanto dell’Olp quanto di un potere “statale” in fieri.

15 Il conflitto del Medio Oriente è stato giudicato in effetti il prodotto di una somiglianza e di una reciprocità più che di differenze e incomprensioni irriducibili (Roberto Farneti, Effetto Israele. La sinistra, la destra e il conflitto mediorientale, Roma, Carocci, 2015, pp. 88 ss., che rimanda in particolare alle teorie psico-antropologiche di René Girard, La violenza e il sacro, Milano, Adelphi, 1977).

16 Amos Oz, Giuda, Milano, Feltrinelli, 2014, p. 223.

17 Ilan Pappe, Storia della Palestina moderna, Torino, Einaudi, 2005, p. 11.

18 In teoria, il merito principale di chi rese possibili gli accordi di Oslo fu di dedicarsi più al presente e al futuro che al passato ma per non compromettere il primo passo i temi spinosi furono semplicemente rimossi o rinviati a un procedimento che si sperava incrementale. Per una ricostruzione del progressivo esaurimento della carica positiva degli accordi di Oslo, v. Shlomo Ben-Ami, Quel avenir pour Israel?, Paris, Presses Universitaires de France, 2001; Charles Enderlin, Le rêve brisé: histoire de l’échec du processus de paix au Proche-Orient, Paris, Fayard, 2002; Dennis Ross, The Missing Peace, New York, Farrar Strauss and Giroux, 2004.

19 Rashid Khalidi, Identità palestinese. La costruzione di una moderna coscienza nazionale, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, p.192.

20 A posteriori, il gesto fatale di Yigal Amir, un attivista politico delle destra religiosa radicale, ebbe un grande successo nel far deragliare irreparabilmente, insieme a tanti altri fattori, il processo di pace (Tamar Hermann, Civil Society and Ngo’s Building Peace in Palestine, in Kaufman, Salem and Verhoeven [eds.], Bridging the Divide. Peacebuilding in the Israeli-Palestinian Conflict cit., p. 47). La storia della preparazione ed esecuzione del delitto è stata ricostruita molto bene anche nelle motivazioni e portata politiche in Dan Ephron, Killing the King, The Assassination of Itzhak Rabin and the Remaking of Israel, New York, Norton, 2015. È venuto poi il film di Amos Gitai (Rabin, the Last Day), presentato all’ultima Mostra del cinema a Venezia, che è il frutto di lunghe ricerche su documenti e informazioni giornalistiche.

21 Arendt, La banalità del male cit., p. 269.

22 Sulla base di argomentazioni molto articolate, Roberto Farneti ipotizza che all’origine del conflitto arabo-israeliano, che in ultima analisi sarebbe nato prima in Occidente che nel Medio Oriente, ci sarebbe una specie di oscillazione penalizzante fra una forma di statualità ormai superata e la dottrina dei diritti umani (Farneti, Effetto Israele cit., p. 22 e passim).

23 Washington non ha lasciato margini neppure all’Europa, che ha sperimentato la sua irrilevanza anche con le “assenze” del suo rappresentante nel cosiddetto Quartetto, il molto controverso ex premier britannico Blair.

24 Frederic Wehrey and Richard Sokolsky, Bridging the Gulf Regional Peace after the Iran Deal, «Foreign Affairs», July 14, 2015.

25 Gideon Levy, Gli israeliani si meritano questo nuovo governo, «Internazionale», 15 maggio 2015, p. 38.

26 Hagai ElAd, Israel’s charade of democracy, «International New York Times», June 1, 2015.

27 Nel 2011 Richard Falk, alto commissario per conto dell’Onu in una missione di inchiesta sui diritti dell’uomo nei territori occupati, espresse l’opinione che la fattispecie per eccellenza per esercitare la «responsabilità a proteggere» da parte dell’Onu era costituita proprio dalla Palestina perché l’Onu aveva la responsabilità ultima di non aver curato fino in fondo la nascita della sua «creatura» (citato in Farneti, Effetto Israele cit., p. 24).

28 A dimostrare che i giochi sono ancora aperti, contro le accuse a Israele contenute in un rapporto preparato dal giudice Mary McGovern Davis nel giugno 2015 per il Consiglio sui diritti dell’uomo dell’Onu è partito immediatamente un ben orchestrato fuoco di sbarramento. Cfr. Richard Kemp, A flawed verdict on Gaza, «International New York Times», June 26, 2015. L’autore – un alto ufficiale con esperienze di comando delle forze inglesi in Afghanistan, Iraq e Balcani – riprova le parole del rapporto come possibili cause di «ulteriori violenze e perdita di vite».

29 Joseph Bahout, The French Initiative on Palestine: Posturing, or Trying to Break the Deadlock?, Carnegie Endowment for International Peace, May 26, 2015.

30 Gian Paolo Calchi Novati, Le mille e una dimensione della guerra di tutti contro tutti nella terra dei Califfi, «Alternative per il socialismo», n. 36, giugno-luglio 2015, pp. 165-176.

31 Marina Ottaway, Al-Sisi’s Egypt: The State Triumphant, in The Return of Egypt, Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), Milano 2015, pp. 15-28.

32 Nel settembre scorso, comunque, la bandiera della Palestina è stata issata a fianco delle bandiere degli altri membri dell’Onu.

33 Israele – ed è stato un fatto nuovo – ha reagito con un soprassalto di orrore e di dignità, dal basso fino ai vertici dello Stato, all’atto criminoso perpetrato il 31 luglio scorso nel villaggio palestinese di Duma in cui è perito, arso vivo, un bambino di 18 mesi. In un’intervista a «la Repubblica» (1 agosto 2015, p. 15), lo scrittore Abraham Yehoshua ha denunciato la complicità delle forze dell’ordine con i violenti che agiscono negli e dagli insediamenti. Purtroppo, la manifestazione di protesta convocata a Tel Aviv si è svolta in una Piazza Rabin mezza vuota. Eloquente e drammatico è il titolo dell’articolo di un altro scrittore israeliano, Etgar Keret: Ma quanti eravamo a Tel Aviv? Non tutti, («Corriere della sera», 4 agosto 2015, p. 24).

34 Si spiega anche così il lungo sodalizio di Hamas, che ha una base pressoché tutta sunnita, con le punte più combattive e radicali dell’asse sciita composto dall’Iran degli ayatollah, dal governo degli Assad in Siria e dall’Hezbollah libanese. Nel luglio 2015 i capi di Hamas, che a causa della guerra civile in Siria hanno lasciato Damasco per Doha dopo una breve sosta al Cairo, sono andati in visita a Riyadh, ma non è detto che l’operazione del nuovo sovrano saudita di sottrarre Hamas all’influenza dell’Iran (con Bachar al-Assad i rapporti sono difficili dall’inizio della guerra civile in Siria) sia destinata a riuscire.

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