Corea del Nord e Usa. Trump e le guerre preventive

Corea del Norddi Ferdinando Imposimato

Donald Trump ha impostato la sua campagna elettorale su posizioni populiste, conservatrici e nazionaliste. Si è presentato come novità nella politica Usa, fiero avversario del sistema politico americano, sia democratico sia repubblicano, basato sulle due grandi famiglie Bush e Clinton. In tale prospettiva non ha esitato ad attaccare avversari e giornalisti che gli facevano domande scomode su precedenti sgradevoli anche a sfondo sessista. Rifiutando la globalizzazione, ha improntato i propri programmi ai principi della destra nazionalista bianca, che faceva capo ai neofascisti, ai neonazisti, ai razzisti e al Ku Klux Klan, e ha affermato di voler difendere a tutti i costi gli interessi americani. Ha gridato «Make America Great Again» (rifacciamo grande l’America), con forme di protezionismo, contro l’aggressività commerciale cinese.

Hillary Clinton ha impostato invece la campagna elettorale sfruttando l’“estremismo” di Trump. Contava, oltre che sul proprio elettorato, su quello moderato repubblicano, puntando a costruire una maggioranza democratica bipartisan, stabile e duratura. Trump, contrariamente alla Clinton, si proponeva all’apparenza di guidare l’enorme folla del ceto medio bianco impoverito, vittima della recessione economica, per il quale negli ultimi decenni il “sogno americano” di lavoro e prosperità era tramontato. In realtà, ben altro ispirava la politica di Trump: la difesa dei bianchi e l’odio per i neri e i colorati.

Obama fece tutto il possibile per contrastare Trump. Nell’Ohio tenne un discorso drammatico: «Se vince Trump, i progressi fatti negli ultimi anni voleranno via dalla finestra. In queste elezioni è in gioco la civilizzazione, la tolleranza, l’onestà. È in gioco l’eguaglianza, è in gioco la gentilezza. La stessa democrazia è in gioco»1. Lo stesso scenario era stato descritto qualche giorno prima anche dalla Clinton: «sono l’ultimo baluardo tra voi e l’Apocalisse».

Ma Trump ha vinto lo stesso. E dopo pochi mesi era immerso fino al collo nel pericolo della guerra preventiva al dittatore nord-coreano Kim Jong-un, che egli pensava di spaventare con la minaccia di un attacco atomico.

A fine novembre 2016 Trump ha scelto tre falchi, inserendoli nell’amministrazione Usa: Jeff Sessions, 69 anni, ministro della Giustizia; Michael Flynn, generale a riposo legato a Michael Ledeen, con cui aveva scritto un libro sostenendo la necessità della guerra preventiva all’Iran; Mike Pompeo, deputato, destinato al vertice della Cia. Flynn e Pompeo erano legati dal rifiuto dell’accordo del 2015, stipulato tra Usa, Iran, Cina, Russia, Gran Bretagna, Germania, Francia e Unione europea per l’uso pacifico del nucleare da parte dell’Iran. Accanto a questi, c’era un consigliere occulto: Jared Kushner, genero di Trump, neocon, assertore della guerra preventiva all’Iran.

Le nomine di estremisti di destra e le dichiarazioni di alcuni ministri per la supremazia bellica degli Usa sono state denunziate come pericolose da Vincent Cannistraro, ex direttore antiterrorismo alla Cia. Egli ha dato un giudizio negativo su Trump, prevedendo che non sarebbe durato più di due anni quale presidente degli Stati Uniti. Trump infatti rischiava di essere sottoposto a più di un processo penale di estrema gravità e di subire l’impeachment del Congresso per accuse fondate. La prima era di avere truffato centinaia di studenti cui era stato promesso falsamente il titolo universitario di «immobiliarista», che non fu mai rilasciato. Per sottrarsi al processo, Trump, appena nominato, accettò il patteggiamento, pagando 25 milioni di dollari ai truffati2.

La condanna era gravissima, indice di estrema pericolosità sociale. Tuttavia Trump, suggestionato dal genero, ha messo in pericolo i destini dell’umanità agitando lo spettro di una guerra preventiva contro Corea del Nord e Iran e rilanciando la politica guerrafondaia in Afghanistan e in Siria. Cannistraro, che conosceva bene i fatti dall’interno, non ha escluso che Trump sarebbe stato incriminato. Se così fosse stato, Cannistraro avrebbe chiesto, come Robert De Niro, asilo politico all’Italia. Inoltre ha denunziato la pericolosità della guerra in Siria, in cui si era invischiato Trump, destabilizzando ancor più quella regione, facendo gli stessi errori di Bush e Obama, con la guerra dell’uno all’Iraq e dell’altro alla Libia. Cannistraro, usando il buon senso e la conoscenza dei fatti, ha criticato l’idea di Trump, Flynn, Pompeo e Kushner di cancellare l’accordo nucleare con l’Iran3, violando un patto firmato nel luglio 2015. Cannistraro non è un fanatico comunista ma un uomo delle istituzioni, direttore dell’Intelligence al Consiglio di sicurezza nazionale e dell’antiterrorismo alla Cia, cento volte più prudente e saggio dei vari ministri scelti da Trump. Temendo un disastro, ha invocato non le bombe contro Iran e Siria ma la mediazione dell’Ue e dei paesi del Golfo persico per impedire la cancellazione unilaterale dell’accordo, indice di arroganza di Trump, riconoscendo che questa decisione avrebbe provocato enormi problemi agli Stati Uniti.

Il dissidio tra Trump e Kim Jong-un, dittatore psicopatico e criminale, è iniziato il 10 novembre 2016, quando Obama, vincendo l’ostilità verso il neopresidente, lo ha informato che il pericolo Kim era divenuto grave per l’America. La Cia ha accertato che Pyongyang aveva costruito armi atomiche. Non solo. La Corea del Nord era decisa a colpire Giappone, Corea del Sud, basi americane in Asia, tra cui Guam, e perfino la Costa occidentale degli Usa. Secondo i servizi americani, la Corea del Nord aveva costruito missili intercontinentali (Icbm) in grado di colpire perfino San Francisco e Los Angeles. Kim li aveva pronti, grazie all’aiuto dell’Iran, con cui manteneva buoni rapporti4.

La guerra preventiva minacciata da Trump non sarebbe stata la prima. Altre guerre erano state condotte dagli Usa contro paesi indipendenti. La differenza stava nel fatto che l’attacco alla Corea del Nord sarebbe stato atomico: ma questa volta anche la Corea del Nord aveva armi atomiche.

La guerra all’Iraq, regime guidato da Saddam Hussein, era partita il 20 marzo 2003, condotta da Usa e Gran Bretagna, nonostante l’opposizione dell’Unione europea, della Francia, della Germania e del Vaticano. Fu condotta con l’aiuto di altri paesi della Nato, tra cui Italia, Polonia, Ucraina, Bulgaria e Spagna. La ragione ufficiale era la guerra preventiva al presunto disegno di Hussein di acquistare dal Niger 500 tonnellate di uranio per costruire una bomba atomica da usare contro gli Usa. Mohammed El Baradei, direttore dell’Aiea (ente per l’energia atomica delle Nazioni Unite) e Nobel per la pace, tre anni dopo sostenne: «la guerra all’Iraq è il primo atto di un’operazione diretta a provocare un conflitto globale che consenta il dominio del mondo da parte degli Usa». Mai diagnosi fu più precisa.

Dopo un conflitto durato cinque anni, il Nigergate fu sconfessato in tv il 2 dicembre 2008 dal presidente George Bush. Egli ammise l’“errore”: la guerra all’Iraq era «viziata da informazioni false dei servizi segreti». L’Italia di Berlusconi concorse a creare il casus belli: i servizi militari avevano costruito un falso dossier sulla preparazione della bomba atomica con uranio del Niger. Regista dell’operazione fu Michael Ledeen, neoconservatore consulente di Karl Rove, braccio destro di Bush, assertore della necessità della guerra preventiva permanente contro Iraq, Siria e Iran. La manipolazione avvenne con documenti falsificati con moduli in bianco trafugati dai servizi segreti nell’ambasciata del Niger a Roma. Il dossier fu utilizzato per accreditare l’acquisto dell’uranio dal Niger, come riportarono i giornali. La guerra all’Iraq costò al popolo americano tremila miliardi di dollari secondo Joseph Stiglitz, Nobel per l’economia,

Il 25 ottobre 2015, dodici anni dopo il conflitto, anche l’ex premier inglese Tony Blair, accusato in patria della guerra all’Iraq, dopo una lunga inchiesta del parlamento inglese, si scusò, ammettendo che il conflitto iracheno era iniziato sulla base di un falso sull’acquisto dell’uranio da parte di Saddam Hussein, falso costruito dai servizi segreti americani inglesi e italiani. Riconobbe che la guerra aveva causato la nascita dello Stato islamico, l’Isis, guidato da Al Baghdadi.

Le popolazioni del Nord Africa maturarono uno spirito di vendetta contro gli aggressori, che, lungi dall’esportare democrazia, saccheggiarono il petrolio nordafricano e mediorientale.

Altra guerra preventiva venne scatenata questa volta dagli Usa e dalla Francia contro il regime siriano di Assad, incluso nell’elenco degli Stati canaglia, promotori del terrorismo internazionale.

Il 6 marzo 2017, quattro mesi dopo l’insediamento di Trump, è cominciata la sfida: il regime di Kim ha lanciato 4 missili capaci di portare una testata nucleare miniaturizzata nel mar del Giappone, a mille chilometri di distanza. Vettori Scud sono ammarati nei pressi della base giapponese di Iwakuni, che ospita F35 americani, pronti a colpire la Corea del Nord5. Il lancio è avvennuto mentre erano in corso le manovre congiunte sud-coreane e statunitensi, denominate «Foal Eagle», con cui Usa e Sud Corea simulavano un attacco alle infrastrutture missilistiche e nucleari nord-coreane. Per Kim Jong-un l’assenza di un arsenale atomico avrebbe esposto la Corea del Nord a un attacco preventivo come quelli contro l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia e la Siria col pretesto della lotta al terrorismo.

In questo clima da guerra fredda, Russia e Cina, schierate dalla parte della Corea del Nord, hanno avuto all’inizio un atteggiamento ondivago verso gli Stati Uniti: il 5 luglio 2017 hanno votato al Consiglio di sicurezza dell’Onu contro l’uso della forza militare da parte della Corea del Sud e degli Usa nei riguardi della Corea del Nord. Erano preoccupati dei preparativi militari americani in Corea del Sud e delle esercitazioni previste per la fine di agosto. Quello stesso 5 luglio 2017, Kim ha testato con successo il primo missile balistico intercontinentale, noto con la sigla Icbm, che, lanciato dalla Corea del Nord, avrebbe potuto colpire l’Alaska. Questo dimostrava che, nonostante pressioni internazionali e sanzioni, il regime nord-coreano aveva continuato a sviluppare il suo programma missilistico molto più velocemente di quanto il mondo, a partire da Cina e Russia, prevedesse.

Di fronte alle continue provocazioni di Kim con sfide all’America a suon di missili, Russia e Cina hanno cambiato atteggiamento. Il 5 agosto 2017 il Consiglio di sicurezza ha votato all’unanimità, cioè col voto favorevole di Cina e Russia, dure sanzioni economiche e commerciali contro la Corea del Nord. La risoluzione taglia per un miliardo di dollari le esportazioni di Pyongyang verso la Cina, vietando il commercio di carbone, ferro, piombo e prodotti ittici. Un taglio di un terzo alle esportazioni del paese asiatico. Limitati gli investimenti stranieri in Corea del Nord. Bloccato il numero di nord-coreani che lavorano all’estero e impedite nuove joint venture con il regime di Kim Jong-un. Decisivo per le sanzioni è stato il voto della Cina, che aveva fatto pressioni inutilmente sul regime nord-coreano, sospendendo le esportazioni di carbone.

«Il fatto che il Consiglio di sicurezza abbia adottato questa risoluzione all’unanimità dimostra che la comunità internazionale è unita in ordine alla denuclearizzazione della penisola coreana, spaccata in due», ha detto all’Onu l’ambasciatore cinese Lui Jevi. «Basta con le provocazioni», era l’appello rivolto il 7 agosto 2017 da Manila a Kim Jong-un dal ministro degli Esteri cinese Wag Yi. Questi ha ricordato che la Cina avrebbe pagato il prezzo maggiore per le sanzioni delle Nazioni Unite nei confronti della Corea del Nord a causa delle forti relazioni economiche che legavano i due paesi asiatici, e tuttavia Pechino era determinata ad applicare la risoluzione Onu del 7 agosto. Si trattava di tagliare di un terzo i suoi ricavi sull’esportazione verso la Corea del Nord, pari a 3 miliardi di dollari l’anno. Wag Yi, rompendo gli indugi, ha aggiunto, secondo l’agenzia Reuters, che «la risoluzione del Consiglio di sicurezza mostra l’opposizione della Cina e della comunità internazionale ai test missilistici continuativi della Corea del Nord». Un enorme successo per gli Stati Uniti, purtroppo vanificato dalle sparate arroganti di Trump e dalle reazioni di Kim.

La Corea del Nord ha replicato, in un comunicato diffuso dall’agenzia di stampa nord-coreana: «gli Usa pagheranno per le sanzioni imposte», e ha aggiunto di «non avere intenzione di fermare il suo programma nucleare». «Pyongyang è pronta a rispondere con “azioni molto più forti” per fare pagare a caro prezzo quello che è definito “un violento crimine” verso il popolo nord-coreano». Contro la risoluzione del Consiglio di sicurezza n. 2371, che taglia di un terzo le esportazioni, «L’America pagherà centomila volte di più l’odioso crimine» delle sanzioni che l’ambasciatrice Usa all’Onu, Nikki Hailey, ha definito «le più dure di sempre», approvate con 15 voti su 15 grazie ai voti di Russia e Cina, giunte in soccorso di Donald Trump dopo mesi di equidistanza.

Il dittatore nord-coreano mostra di considerare solo l’America responsabile delle ritorsioni. La novità più sconvolgente è venuta dall’«Economist»: «la guerra atomica alla Corea del Nord è decisa e ha una data certa: marzo 2019. La simulazione è di 300.000 morti solo nella Corea del Sud, un milione di persone in fuga da Seul, gli americani che colpiscono la Corea del Nord con la più spaventosa di tutte le bombe nucleari, la B61. A queste occorre aggiungere le vittime provocate in Cina dalle nubi tossiche che si espandono sulle metropoli dello Stato più popoloso del mondo. Può la Cina subire tutto questo senza intervenire?».

La situazione resta grave: pochi giorni fa Trump ha eliminato Steve Bannon contrario alla guerra a Kim, e ha ceduto ai generali. Herbert MacMaster, consigliere per la sicurezza nazionale, ha detto all’emittente Mnsbc: «Gli Stati Uniti sono pronti a tutte le opzioni per contrastare la minaccia nucleare della Corea del Nord, compresa quella di una guerra preventiva». Egli, assieme al capo di Stato maggiore dell’esercito, Joseph Dunfors, al generale John Kelly, capo dello staff, e al segretario alla Difesa, Jim Mattis, ha indotto Trump a inviare migliaia di truppe in Afghanistan, contro il parere di Bannon di ritirare le truppe da Kabul e affidare la guerra ai mercenari (contractors). Nel frattempo il «New York Times» del 22 agosto 2017 notava la crescita del dibattito su un possibile attacco alla Corea del Nord: alcuni ufficiali sostenevano che il modello della guerra fredda con la Corea del Nord non funzionava («Trump is tryng to pressure North Korea through sanctions to dismantle its nuclerar program»)6. Ma, aggiunge il «New York Times», il presidente Trump e il consigliere per la Sicurezza hanno parlato apertamente dell’opzione militare preventiva, se fosse fallita la via diplomatica che MacMaster chiama «preventive war». Sarebbe una catastrofe che sconfesserebbe la linea del presidente cinese, che nella sua proposta ha garantito il suo appoggio alla Corea del Nord in caso di attacco preventivo da parte degli Usa. Lo stesso «New York Times» afferma che «benché il Pentagono abbia preparato per dieci anni opzioni per un attacco preventivo (preevetively stryke) contro i siti missilistici e nucleari e il precedente presidente Obama avesse già dichiarato che tutte le opzioni erano sul tavolo, la frase di MacMaster sembrava appena credibile, dato che il potenziale di rappresaglia della Korea del Nord contro Seoul, nella Korea del Sud, potrebbe risolversi (result) nelle terribili stragi, nelle grandi città, di 25 milioni di persone». Il «New York Times» non prende in considerazione le possibili distruzioni di vite umane in New York e in altre città statunitensi raggiungibili con i missili. A conclusione, MacMaster ha detto che il presidente Trump era stato molto chiaro. Egli non può tollerare che la Corea del Nord sia capace di minacciare gli Stati Uniti. Il segretario di Stato Rex Tillerson, ex banchiere della Goldman Sachs, assicurava: «gli Stati Uniti non vogliono un cambio di regime e sono pronti al dialogo. Il migliore segnale che la Corea del può mandare è lo stop ai missili nordcoreani»7.

Resta come unica via d’uscita quella proposta da Cina e Russia della «doppia sospensione». Kim fermi i test e gli americani e i coreani del Sud fermino le esercitazioni congiunte nella Corea del Sud. A quel punto si potrebbe fare un accordo tra Corea del Nord, Corea del Sud, Usa, Cina, Russia e Giappone. Ma la Cina ha ammonito l’America di Trump dal «Quotidiano del popolo» e dalla sua versione inglese «Global Times»: «la smetta la Casa Bianca con l’arroganza morale verso la Corea del Nord. È un ragionamento malato pensare che la colpa della crisi sia solo lì»8.

L’ultima decisione della Cina è questa. Il presidente Ji Ping ha invitato Donald Trump, nella telefonata in cui questi gli ha confermato la visita in Cina entro il 2017, ad abbassare i toni, confermando la presa di posizione del «Quotidiano del popolo», che offre a Kim il pretesto per definire senile la «minaccia di fuoco e fiamme» del presidente Usa. E ha affermato sul «Global Times», il giornale del Partito comunista cinese, con una intelligenza e una saggezza degne di Temistocle e Pericle, che «se la Corea attacca e gli Usa rispondono, non interverremo. Ma se saranno gli Usa ad attaccare la Corea del Nord, la Cina scenderà in campo accanto a Kim»9. Cina e Corea del Nord sono legati da un patto di mutua difesa. La posizione di Xi Jinping è di una intelligenza e lungimiranza straordinarie. E forse impedirà la guerra preventiva da parte degli Usa, se non prevarranno i militari.

Le risposte da parte dei generali americani sono: 1) distruzione dei siti missilistici usati nei test e come basi nel caso di confronto totale. Gli americani hanno i mezzi necessari, ma gli ordigni nord-coreani sono piazzati su semoventi e possono essere spostati e nascosti10; 2) azioni per eliminare impianti nucleari, fabbriche di armi; obiettivi da distruggere con armi convenzionali, incursioni di guerra cibernetica e missioni affidate ai commandos. Lo scopo è ritardare i programmi bellici; 3) un conflitto aperto col rischio di crisi che si allarga nell’intera regione.

Il problema dei missili nord-coreani è grave per la sicurezza degli Usa. Gli esperti americani si sono chiesti come sarebbe stato possibile fermare un missile lanciato verso una delle città dell’occidente americano o qualunque altro obiettivo degli Stati Uniti. La risposta è stata semplice. C’è un solo modo di distruggere un missile balistico: colpirlo con un altro missile. Sarebbe come colpire un proiettile con un altro proiettile: quasi impossibile. Gli esperti hanno aggiunto che se i missili lanciati da Kim fossero stati una decina o più, sarebbe stato difficile, se non impossibile, neutralizzarli tutti. E se la Corea del Nord fosse riuscita a costruire un missile intercontinentale con testata nucleare, come è già avvenuto, l’America sarebbe vulnerabilissima, nonostante il suo enorme potere di attacco.

Si avvera la profezia di Einstein: l’America non è il paese più forte per il potenziale nucleare di attacco, ma il più debole per l’incapacità di fermare i missili intercontinentali e di difendere le grandi città popolosissime. Da notare che la Corea del Nord ha sperimentato tre test nucleari che riguardano la testata vera e propria, quella che esplode, distrugge e uccide. Trump abbandona la strategia della pazienza, seguita da Obama, per quella della guerra preventiva, strategia suicida, tale da procurare una marea di inimicizie agli Usa che sarebbero accusati di avere agito proditoriamente contro uno Stato indipendente e sovrano.

1 «Corriere della sera», 15 ottobre 2016.

2 «Corsera», 19 novembre 2016.

3 «Corsera», 19 novembre 2016.

4 Lucio Caracciolo, «L’Espresso», 19 marzo 2017.

5 Lucio Caracciolo, «L’Espresso», 19 marzo 2017.

6 «New York Times», 22 agosto 2017.

7 «la Repubblica», 8 agosto 2017.

8 «la Repubblica», 8 agosto 2017.

9 «la Repubblica», 13 agosto 2017.

10 «Corsera», 3 aprile 2017.

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