In ricordo di Alessandro Leogrande

Alessandro LeograndeLo scorso 26 novembre è morto, nella sua casa di Roma, lo scrittore e giornalista Alessandro Leogrande. Aveva appena quarant’anni, era nato a Taranto. Vicedirettore della rivista «Lo straniero», diretta da Goffredo Fofi e recentemente cessata, collaboratore di diversi quotidiani e di Radio 3, tutti i suoi libri sono all’insegna di un generoso, pronunciato impegno sociale: Un mare nascosto (2000), Le male vite (2003), Nel paese dei viceré (2006), Uomini e caporali (2008), Il naufragio (2011), La frontiera (2015). Vogliamo ricordarlo con una recensione a La frontiera pubblicata su «l’immaginazione» (292, marzo-aprile 2016) da Antonio Tricomi e poi raccolta da costui, col titolo Impotenti, accanto alle vittime, nel volume di saggi Cronache letterarie (2017).

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di Antonio Tricomi

Come si può dare torto ad Alessandro Leogrande? In effetti, l’unica degna maniera che abbiamo di non mostrare perverso compiacimento o cinica indifferenza al cospetto dell’ubiquo «orrore del mondo» è scrutarlo, e in una certa misura farcene carico, guadagnando la prospettiva, anzitutto etica, scelta per sé nel Martirio di san Matteo da Caravaggio. Che, in quel capolavoro, «non ritrae l’uccisione, ma l’attimo prima della mattanza», sapendo che «la violenza estrema atterrisce» giacché si rivela un’«epifania priva di alternative», innanzi alla quale «si grida, si scappa» e, tuttavia, «raramente si è pronti a intervenire». E che allora raffigura se stesso e «il proprio sguardo» non dirimpetto al sicario, ma alle sue spalle, in tal modo stabilendo «geometricamente la giusta distanza a cui collocarsi per fissare la bestia». Caravaggio intende cioè situarsi «dentro la tela, manifestamente accanto alle cose, non fuori con il pennello in mano», pur senza ignorare che anche questa sua scelta si rivelerà «inefficace» ed egli non potrà comunque mutare il corso degli eventi: sarà semplicemente libero di chiarire che sta dalla parte della «vittima». Verso la quale il pittore si percepisce quindi addirittura chiamato a nutrire una «commiserazione» quanto mai «dolorosa perché totalmente impotente», se «la lucida interpretazione dei fatti, e ancor di più il genio dell’arte, non arresteranno il massacro». Egli dovrà insomma riconoscersi esclusivamente in grado di tradurre la sua corretta decodifica della catastrofe imminente non in un gesto che riesca ad illudersi, anche solo per un istante, di fermare lo scempio, ma in un sentimento di civica, struggente «pietà» per i vinti di domani e di ieri, per gli agnelli sacrificali di ogni tempo e luogo.

La frontiera (Feltrinelli, Milano 2015) nasce dal desiderio, avvertito da Leogrande, di fare per l’appunto proprio lo sguardo di Caravaggio «nei confronti dei naufragi, dei viaggi dei migranti e soprattutto della violenza politica o economica che li genera». I canonici moduli dell’inchiesta sociale e della ricognizione storica si aprono a una invariabilmente sobria urgenza testimoniale, né disdegnano di rivisitare le impalcature di una non-fiction novel pronta anche a convertirsi in sempre congruo riferimento autobiografico, per offrirci pagine di intenso giornalismo narrativo. Ne scaturisce un sempre partecipe, e intellettualmente onesto, ritratto dal vero del nostro tempo che ha anzitutto il merito di interrogarsi su un tema ampiamente discusso e di capitale importanza – ossia le migrazioni verso l’Europa di comunità intere di uomini e donne, anziani e bambini in fuga da Paesi dell’Africa o mediorientali – senza cedere in alcun momento al vizio di quale che sia troppo comoda interpretazione ideologica – dato che «ogni naufragio è un avvenimento a sé stante» e «pretende di essere sottratto all’oblio», così che lo si riesca ad afferrare «nella sua unicità» – e senza spingersi ipocritamente a suggerire rimedi, più o meno astratti, a un’emergenza che – risultando un intrico di tragiche vicende individuali ma, in pari grado, anche l’esito di un’innegabile aporia storico-politica, cioè il mai realmente compiutosi processo di decolonizzazione – chiederebbe analisi e soluzioni sinceramente preoccupate di ricostruire e affrontare «il contesto» che la determina.

Con estrema coerenza, Leogrande si muove proprio in quest’ultima direzione, tanto che, pur ispirati, i passaggi migliori della Frontiera non sono quelli in cui, per esempio, si dà conto del naufragio avvenuto il 3 ottobre del 2013 al largo di Lampedusa e costato la vita a 366 migranti, né quelli che – sfuggendo a ogni implicito apparentamento nell’indigena contesa politica di minuscolo cabotaggio che giornalmente siamo costretti a sorbirci – elencano i meriti dell’operazione “Mare nostrum”, varata dal governo italiano due settimane dopo tale ecatombe, o rimarcano, di contro, i limiti della successiva missione, ribattezzata “Triton”, ugualmente voluta dal Parlamento di casa nostra. A spiccare, nel libro, sono piuttosto i capitoli sull’Eritrea, prima colonia del Regno d’Italia in Africa: verità storica che, nel Bel Paese, oggi nessuno sembra più ricordare. Sicché, afferma Leogrande, «il paradosso è che la rimozione del passato coloniale riguarda esattamente quelle aree che a un certo punto hanno cominciato a rovesciare i propri figli verso l’Occidente». Che siano «le nostre ex colonie uno dei principali ventri aperti dell’Africa contemporanea» implica allora che, «alla base delle tragedie del Corno d’Africa, c’è il vuoto istituzionale creato in Somalia o in Eritrea» da noi italiani, ritiratici tempo fa da quei luoghi senza aver saputo però lasciare «uno Stato». Ecco da dove traggono origine le tendenze e i guasti che riteniamo ormai cronici: «la decolonizzazione distorta, le nuove dittature, l’integralismo, l’emigrazione di massa». Ed ecco perché una borgata capitolina come Tor Pignattara può raccontarsi d’essere stata, una volta, quell’«isola felice» mai esistita nelle sue strade e può imputare agli extracomunitari la causa del proprio odierno «degrado», o perché Roma appare ben altro che «una città tollerante» ma, al massimo, «una città che tollera la tolleranza», cioè «l’idea stessa di essere una città tollerante», almeno finché «la realtà» non le intima di gettare tale maschera ed essa è costretta a mostrarsi «in tutti i suoi frantumi, priva della patina che la ricopre». Sia «i naufragi che hanno fatto del Mediterraneo un grande cimitero, il teatro di una guerra globale a bassa intensità», sia la recrudescenza, nei principali Stati europei, di inquietanti retoriche di matrice espressamente razzistica, o riconducibili a risorti identitarismi di tipo religioso, si confermano insomma l’esito, in Italia come negli altri Paesi del Vecchio Continente, di fin qui invincibili «fantasmi coloniali».

E, in sintesi, cos’è la frontiera? Leogrande ha ragione: «Una linea fatta di infiniti punti, infiniti nodi, infiniti attraversamenti. Ogni punto una storia, ogni nodo un pugno di esistenze. Ogni attraversamento una crepa che si apre». Essa non è «un luogo preciso, piuttosto la moltiplicazione di una serie di luoghi in perenne mutamento, che coincidono con la possibilità di finire da una parte o rimanere nell’altra». La frontiera dovrebbe essere una membrana liberamente perforabile da qualsivoglia direzione: il limite, del tutto provvisorio, di un incontro con l’altro reso possibile dal suo incessante superamento e, in ultimo, dalla sua abolizione, non già un esatto confine invalicabile, una robusta, immutabile fortificazione eretta e costantemente rinnovata per proteggersi dal contatto con l’altro. L’Europa, l’Occidente continuano o hanno ripreso, invece, a concepirla come una trincea che separi rigidamente due Mondi: di qui il Primo, e dunque la civiltà, la democrazia, il progresso; di là il Terzo, cioè la barbarie, le dittature, il fanatismo. Il fatto che le nostre società in verità somiglino a culturalmente abbrutite post-democrazie da tempo in via d’impoverimento, e che esse scartino a priori l’idea di accogliere incondizionatamente quei migranti che spesso fuggono da nazioni ridotte a cruenti regimi totalitari a vocazione fondamentalista, certifica che, per noi, la frontiera è tornata ad essere l’inespugnabile barriera tra vecchie madrepatrie e mai liberate colonie, tra padroni e servi, tra ricchi (alcuni sempre meno ricchi, perciò sempre più restii ad estendere anche ad altri i propri residui diritti civili) e disperati (non solo perché magari privi di sostanze, ma soprattutto perché attesi da oscene privazioni delle loro libertà individuali, o da morte violenta, in caso non riescano a lasciare la terra natia).

Così, conclude Leogrande, abbiamo ripreso a collocare la parola “frontiera” non di rado «in cima alle altre parole, come se queste esistessero unicamente per sorreggere le frasi che delineano le sue fattezze». Ebbene: può davvero sembrarci qualcosa di anche solo minimamente decoroso?

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