Tre cerchi e un segmento: una mostra fiorentina per Piero Calamandrei

Piero Calamandreidi Giulio Conticelli

Al termine del sessantesimo anno dalla scomparsa di Piero Calamandrei e all’approssimarsi del settantesimo dell’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, la Commissione cultura del Consiglio comunale di Firenze e l’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea (Isrt) hanno, in sinergia con il proprio patrimonio archivistico, promosso nell’Archivio storico comunale di Firenze la mostra Piero Calamandrei intellettuale democratico nella Firenze del dopoguerra, che rimane aperta sino al 13 dicembre 2017.

Dinanzi a un’esposizione di documenti storici, il criterio di analisi opportuno sembra individuarsi in “ciò che manca”, cioè nei vuoti espositivi per permettere di far risaltare quanto c’è di “pieno”, perché la superficie espositiva sia più espressiva della forma che intende trasmettere con i materiali archivistici.

L’Isrt conserva l’Archivio di Piero Calamandrei donato dalla vedova di Piero, Ada Cocci: questo ha permesso dai primi anni sessanta anche la conservazione di un peculiare materiale documentario sulla preparazione dei fascicoli del «Ponte», dal 1945 al 1956, con l’intreccio nell’amplissimo epistolario di lettere per l’attività editoriale con la più estesa attività culturale e giuridica di Calamandrei.

Il Comune di Firenze conserva nel suo archivio storico i materiali relativi al Consiglio comunale, di cui Piero Calamandrei era membro da pochi mesi dalla sua scomparsa, anche una candidatura a Sindaco di Firenze.

Il primo cerchio espositivo, che corrisponde al rientro di Piero Calamandrei nel 1944 a Firenze dopo la Liberazione dell’11 Agosto, ha come un centro di visualizzazione di tutto il materiale in un documento “nuovissimo”, il numero 10 dell’anno LXXIII, ottobre 2017, del «Ponte», ancora fresco di stampa per l’apertura della mostra. Mancano tutti gli altri numeri del «Ponte» eccetto il numero 1 dell’aprile 1945 con il programma editoriale. È questa prospettiva, o meglio questo punto di fuga in una prospettiva lineare che ci permettere di considerare la memorie della «Nazione del Popolo», forza di libertà dopo la repressione della censura fascista, pietra fondativa della libertà di stampa e di comunicazione, scolpita nella Costituzione repubblicana. A questa libertà è indissolubilmente legata l’immagine di Piero Calamandrei Rettore dell’Università di Firenze, con un rinvio così alla fondazione della Scuola fiorentina del Diritto costituzionale, proseguita da Paolo Barile e Alberto Predieri. Anche questo “vuoto” è appena sottolineato dagli interventi di questi giuristi. «Il Ponte» come traccia di una fecondità scientifica che richiederà complesse analisi storiche e altrettanto articolate occasioni espositive.

Il secondo cerchio, che ha una corrispondenza topografica con la seconda sala della mostra, ha il suo centro nel telegramma di Terracini di convocazione di Piero per la votazione finale per la seduta dell’Assemblea costituente per il 22 dicembre 1947. È un collegamento unitario tra Roma e Firenze liberata dal nazifascismo, attraverso le ultime drammatiche immagini di Piero con Nello Rosselli, quarantacinque giorni prima dell’assassinio suo e di Carlo in Francia da parte dei sicari fascisti, e attraverso le testimonianze della comune opposizione con Giorgio La Pira al regime totalitario. La successione di immagini e testi, dagli anni liceali di Piero al suo determinante contributo alla Costituente, sembra poi risolversi nell’immagine finale, l’ultima foto di Piero Calamandrei in pubblico, nel Salone de’ Cinquecento di Palazzo Vecchio nel luglio 1956, come un sigillo della Repubblica delle autonomie disegnata nella Costituzione ed espressiva della lotta delle città contro il nazifascismo.

Il terzo cerchio include nella terza sala della mostra segni di lettere e foto, in particolare la corrispondenza con Norberto Bobbio del giurista Piero Calamandrei, una solidarietà non solo intellettuale, ma anche di intensa amicizia. Il centro di lettura di tutta la sala è costituito dal manoscritto ritrovato dell’arringa di Calamndrei in difesa di Danilo Dolci dinanzi al Tribunale di Palermo nel 1956. Questi foglietti manoscritti esprimono insieme l’atto più intimo e personale dell’avvocato con la propria coscienza di difensore dinanzi ai precetti della Costituzione per la difesa del lavoro, e l’atto massimamente pubblico entro il procedimento giudiziario, imprescindibile per la difesa della persona: si presentano come impronte sulle due facciate di una moneta, inscindibili per il suo valore. La conclusione fotografica di questa sala con la scultura architettonica del nuovo Palazzo di Giustizia, progettato dell’architetto Leonardo Ricci, che Firenze ha intitolato a Piero Calamandrei, è un monito per gli operatori della giustizia, ma soprattutto espressiva della difesa della Costituzione attraverso la forza dell’indipendenza del giudice che Calamandrei aveva tracciato all’Assemblea costituente.

Non si presenta l’Elogio dei giudici scritto da un avvocato nella mostra: deve divenire risonanza per chi visita, sommesso invito a leggere o rileggere le pagine di Piero.

Venti foto della visita guidata in Cina del 1955, guidata da Piero Calamandrei con Norberto Bobbio, Franco Fortini, Carlo Cassola, Ernesto Treccani, Cesare Musatti e altri intellettuali legati alle iniziative di Ferruccio Parri, sono proiettate con testi di memorie di questi viaggiatori: solo un segmento, ma incisivo, della storia delle antiche e profonde relazioni tra l’Italia e la Cina.

Quelle foto in bianco e nero della “rinascita morale” della Cina, come scriveva Piero Calamandrei, con la liberazione dal dominio coloniale, tendono a suscitare un interrogativo alla coscienza di oggi sull’ascolto prestato alla loro forza profetica sull’equazione impegno etico e crescita economica del subcontinente cinese. Sono stati dei giovani del Servizio civile della Regione Toscana in attività presso l’Isrt che hanno selezionato immagini degli anni cinquanta con l’occhio dei ventenni di oggi.

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