29 gennaio 2018
pubblicato da Il Ponte

L’approdo del liberalismo culturale dispiegato nell’arte

Arte contemporaneadi Mario Monforte

Da sempre considero poco e stimo anche meno l’«arte contemporanea» (mi limito qui a pittura e scultura), i “critici d’arte” che ne “illuminano” le qualità, il “circuito d’arte” (mercanti, gallerie, aste, mostre e commesse su interventi statali, musei ad hoc) che la propina al pubblico (con business non da poco).

E da sempre trovo scema l’affermazione “va apprezzata perché esprime la nostra epoca”: magari l’“esprime” (piuttosto: la “manifesta”), ma perché apprezzarla? Dopo una mostra “sulla luce” a Venezia, a Firenze, città dai numeri impressionanti di turisti (come Venezia, Roma, e altrove) che non vengono per le “espressioni della nostra epoca”, ho visto i gommoni rosso-arancioni contornanti le finestre di palazzo Strozzi, l’enorme tartaruga metallica in Piazza della Signoria, e qui poi l’immenso ammasso grigio metallico e i pupazzi in cera, piú una rotella nell’adiacente Piazza S. Firenze.

Opere ammirate da chi fa o vuol far parte del “circuito d’arte” (con servili media) ed esposte per decisione del Comune. Ho tralasciato letture “illuminanti” su tali “cose” (niente sprechi di tempo e “fiato”) e nomi degli autori (scaramanzia: il nominato si rafforza): è certo che la tartarugona non significa niente, i gommoni deturpano (rimovibili, per fortuna), l’ammasso è una scarica di biche, gli sgraziati in cera sono insensati, la rotellona è un aggeggio.

Continua a leggere →

24 gennaio 2018
pubblicato da Rino Genovese

Accade in Germania

Merkel Schulzdi Rino Genovese

Quelli che pensano che la Germania sia il cuore infetto reazionario dell’Europa contemporanea dovrebbero riflettere su quanto sta accadendo in questi giorni. Mentre la signora Merkel (tra parentesi, l’unica statista, piaccia o non piaccia, in circolazione nel vecchio continente) riusciva nell’impresa impossibile di una riedizione della “grande coalizione” con i socialdemocratici della Spd (i quali evidentemente non hanno appreso la lezione impartita di recente dalle urne, e continuano a immolarsi sull’altare dell’ “unità nazionale”), la centrale sindacale dei metalmeccanici, che ha quasi quattro milioni d’iscritti, s’impegnava in una piattaforma rivendicativa non di poco momento: settimana lavorativa di 28 ore (attualmente sono 35), con flessibilità  dell’orario per chi lo desidera sull’arco di due anni (per prendersi cura, per esempio, di un bambino o di un parente anziano), e inoltre aumento generalizzato dei salari del 6%.

In un paese la cui economia ha un Pil in crescita del 2,2% nel 2017, e che ha raggiunto la quasi piena occupazione, le proposte dei metalmeccanici tedeschi colpiscono. Anzitutto, come si vede dalla richiesta di aumento salariale, sono fortemente ridistributive: gli operai dicono ai padroni: “Le esportazioni tirano, voi vi state ingrassando, siamo ormai fuori dalla crisi ed è venuto il momento di restituire una parte del maltolto”. Ciò che colpisce di più è che tutto questo s’inquadra in un discorso di riduzione dell’orario di lavoro e di una sua flessibilizzazione nell’interesse, per una volta, del lavoratore e non dell’imprenditore.

Continua a leggere →

19 gennaio 2018
pubblicato da Il Ponte

Missione compiuta

Serracchiani - Franceschinidi Giancarlo Scarpari

Che il Pd abbia cambiato natura e che negli ultimi anni sia diventato il partito di Renzi non è il solo Diamanti a ripeterlo da tempo (e molti altri con lui); passo dopo passo, incoraggiata da una crescente pressione mediatica, la mutazione si è alla fine realizzata e il risultato è ormai sotto gli occhi di tutti.

Di questo esito si è molto parlato e si parla, poca attenzione è stata invece dedicata ai fatti e alle ragioni che l’hanno determinato.

Sì, certo: l’unificazione tra Ds e Margherita era stata una «fusione fredda», tanto che i due apparati di partito erano rimasti in realtà separati (e la Margherita si era sciolta solo nel 2012, dopo che Lusi si era “appropriato” della cassa del gruppo). Ma nel 2007 la musica era diversa e il racconto celebrava invece il tentativo virtuoso di far convivere la tradizione socialdemocratica dei Ds (sufficientemente omogenei attorno ai loro dirigenti) e il solidarismo di varie componenti cattoliche (abbastanza variegate tra loro e pure affiancate da alcune frange laiche).

Continua a leggere →

17 gennaio 2018
pubblicato da Il Ponte

La nitidezza e il gorgo. Sulla «Frantumaglia» di Elena Ferrante

frantumagliadi Mario Pezzella

1. La frantumaglia1 di E. Ferrante rientra in un particolare genere letterario, il “falso diario”2, che non è un’autobiografia ingannevole che si spaccia per autentica, ma in certo senso il suo esatto contrario. Il lettore di un falso diario non sa mai con certezza se il racconto è biografico, si riferisce a una realtà o a una finzione. La scrittura, senza cedere di un millimetro, resta in sospeso tra l’immaginario e il reale. Non è che il lettore sia ingannato: egli è infatti sempre e sottilmente avvertito di un’oscillazione tra il documento e la fiction. Tenuto in bilico, viene coinvolto in un vortice identitario in cui non distingue più tra realtà e visione, sogno e materia. Nel disgregarsi delle identità precostituite emerge una verità dello scrittore, che è indifferente alla distinzione tra oggettivo e soggettivo: è il suo fantasma o il suo carattere intelligibile, la fantasia originaria che dà forma al suo mondo e scintilla nel gioco specchiale delle identità.

Perciò Ferrante può affermare da un lato che «nella finzione letteraria è necessario essere sinceri fino all’insostenibile» (75); e d’altra parte, bisogna «orchestrare menzogne che dicono sempre rigorosamente, la verità» (70), dire «bugie vere»; perché dietro il velo e la maschera si può avere la forza di superare ogni freno e autocensura. La finzione permette che oltre gli eventi emerga il fantasma o l’imago primaria che li plasma o conforma, riattiva una memoria associativa e involontaria che dice di noi e della situazione in cui ci troviamo ad esistere molto più dei ricordi volontari e inquadrati dell’Io.

Continua a leggere →

11 gennaio 2018
pubblicato da Rino Genovese

Un dibattito sulla fraternità

di Rino Genovese

Marcello Rossi prima, e Massimo Jasonni poi, sono intervenuti su questo sito con dotti argomenti per lamentare il fatto che la lista unitaria di sinistra “Liberi e Uguali” avrebbe messo da parte la Fraternità che, oltre a essere il terzo termine della divisa della Rivoluzione francese, sarebbe anche quello specificamente socialista. Non discuto le critiche a “Liberi e Uguali”, in larga misura condivisibili (si tratta di un agglomerato informe che sembra ripetere l’errore che fu già del Pd, quello di non avere un’identità ben definita); vorrei invece mettere in questione la centralità della  fraternité nella nascita e nello sviluppo del socialismo così come si è formato storicamente. A mio parere, infatti, è molto dubbio che si possa parlare del terzo termine come di quello propriamente socialista.

Fermo restando che è dalla Rivoluzione francese che tutto il discorso prende le mosse, c’è da dire che è da una rottura nell’insieme della divisa repubblicana che si determina quel movimento di idee e di attori sociali che chiamiamo “socialismo”. È una diversa declinazione dei tre concetti, presi nel loro stretto legame. Così la liberté non può essere vista in maniera soltanto negativa come nel liberalismo: essa cioè non termina dove inizia la libertà dell’altro, ma al contrario, in termini positivi, comincia dove c’è la libertà dell’altro (in questo senso si può parlare di un “individualismo sociale”). L’égalité non può più essere soltanto giuridico-formale (come quando si dice, per esempio, che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge); deve diventare sostanziale, concretizzandosi su un piano economico e sociale. La fraternité, infine, non indica più una generica solidarietà nazionale, sia pure in senso democratico; è quella tra coloro che conducono una stessa battaglia contro l’oppressione (da qui il termine “compagno”, colui con cui si con-divide il pane nel corso di una lotta civile). È insomma da una rilettura dell’insieme delle tre parole d’ordine che proviene il socialismo, non dal privilegiamento di qualcuna su un’altra.

Continua a leggere →

9 gennaio 2018
pubblicato da Il Ponte

La cancellazione della fraternità

libertà eguaglianza fraternitàdi Massimo Jasonni

Sulla denominazione delle formazioni partitiche, a partire dalla fine della Prima repubblica, ma ancor da prima, la politologia ha potuto esercitarsi, facendo ampio ricorso al sarcasmo nel porre in luce come già in essa sia impresso il marchio del vuoto ideologico. Non intendiamo tornare su Forza Italia o su margherite, ulivi e altre vegetazioni ormai sfiorite nel panorama parlamentare; né intendiamo insistere sul deplorato stemma del M5S: certo più acconcio alla réclame di un albergo per parvenus alle Maldive, che non a un movimento che ambisca al governo del paese. Viceversa, ci interroghiamo sulle nomenclature di una sinistra divisa, che ora si affaccia alle elezioni come «Liberi e Uguali».

Prima annotazione: in entrambi i casi, ovvero sia nel Pd, sia nel nuovo schieramento dalemiano-bersaniano, non compare la parola “socialismo”. Si tace sulla propria ragion d’essere storica, ma per poi presentarsi in modo alternativo: nel caso del Pd con il richiamo a una democrazia, ridotta, come amava dire un grande padre liberale, a «scatolone vuoto»; nel caso di «Liberi e Uguali», con un mero appello allo scolastico binomio libertà-eguaglianza.

Continua a leggere →

7 gennaio 2018
pubblicato da Il Ponte

Ulteriore “tegola” su Renzi e il governo piddino: i sacchetti

Sacchetti biodi Mario Monforte

È vero che non sarà primaria la volontà di “favorire” la maggiore ditta produttrice di sacchetti, che l’obbligo di pagamento dei sacchetti consegue all’applicazione di una «direttiva europea», che l’aggravio per la “gente” non sarà enorme (i calcoli delle associazioni dei consumatori stimano un costo da € 5 a un massimo € 20 l’anno). Quindi, si afferma da parte del Pd-r(renziano) & annessi e connessi di fronte al vespaio suscitato da tale obbligo, «molto rumore per nulla», anzi per qualcosa di necessario e giusto: ecologico, ambientalista.

Ma è ugualmente senz’altro vero che la proprietaria della sopradetta ditta è frequentatrice di kermesse renziane alla «Leopolda» e ha ricevuto incarichi dal governo Renzi (e ne ricaverà un buon incremento degli affari, magari anche con altre imprese affini); che la «direttiva» dell’Ue (ricordiamolo sempre: non dell’Europa, che è un’espressione geografica) non prevedeva affatto l’obbligo di pagamento dei sacchetti per l’acquisto di frutta, verdura, etc., e dunque si è soggetti a uno zelo non richiesto (“ancora meglio, ancora di piú”); che tutti i sacchetti erano comunque già compresi nei prezzi del complesso dei prodotti e che, quindi, li si pagheranno due volte; che l’“idea” ecologico-ambientalista (dell’Ue, del governo & degni compari) è sostanzialmente quella dell’«inquinatore-pagatore», ossia “chi inquina deve pagare per l’inquinamento”, il che significa mettere al primo posto il “soldo” (valore di scambio in denaro: capitale) e le imprese che operano nei campi relativi (investimenti di capitale e profitti) supportate da obblighi legali di pagamenti (lo Stato in funzione del capitale), subordinando a tali imperativi la “questione” ecologico-ambientale, che in tal modo rimane intatta o quasi, foglia di fico (rimbombata da media, scuola, etc. per farla diventare luogo comune e diffuso, teso a impegno generale e personale permanente) di un altro campo di operazioni (del capitale e del suo profitto), come la green economy nel suo complesso.

Continua a leggere →

4 gennaio 2018
pubblicato da Il Ponte

Liberi e Uguali, ma per che cosa?

di Marcello Rossi

Liberté, égalité, fraternité, il motto nazionale della Repubblica francese, risalente al 1700 e associato alla rivoluzione dell’Ottantanove, sembra essere stato l’ispiratore del nome del nuovo raggruppamento della sinistra italiana, ma con una variante significativa in quanto nella versione di questa sinistra è caduto l’ultimo elemento del motto, fraternité, che per l’appunto è l’elemento veramente rivoluzionario. Voglio dire che liberté ed égalité rientrano a pieno titolo in una teoria liberale della società, mentre fraternité – concetto che ovviamente non va letto in chiave religiosa – va oltre il liberalismo e apre a una società socialista. Ma questo aspetto sembra essere sfuggito – e pour cause, dico io – ai fondatori del nuovo raggruppamento che, per quanto siano contro il renzismo, non per questo assumono il socialismo a loro punto di riferimento. Se così è, niente di nuovo sotto il cielo della sinistra italiana.

«Nasciamo liberi e uguali per ridare dignità al lavoro», ha detto Fassina il 4 dicembre scorso al telegiornale di Rai 3. Una dichiarazione sibillina perché per la dignità del lavoro la libertà e l’uguaglianza senz’altro servono, ma non sono gli elementi dirimenti: occorrerebbe anche sapere a chi appartengono la materia prima e i mezzi di produzione. In altre parole, quale modo di produzione adottare. E tuttavia questa dichiarazione nasconde qualcosa: nasconde l’idea di un’economia keynesiana, la filosofia cioè del Partito democratico veltroniano, prodiano e in parte anche bersaniano che, ritenendo, tra le altre cose, le liberalizzazioni “di sinistra”, non va oltre un riformismo vago e inconsistente, proponendoci come soluzione finale non il socialismo ma un ormai desueto “capitalismo dal volto umano”.

Continua a leggere →