31 marzo 2018
pubblicato da Rino Genovese

Il Pd senza bussola

Matteo Renzidi Rino Genovese

“Matteo Renzi si sta preparando a perdere le prossime elezioni. Domani potrebbe apparirci addirittura brillante il deludente risultato ottenuto da Bersani l’anno scorso”. Così scrivevo il 3 febbraio 2014 nel sito “Le parole e le cose”. Ogni Cassandra guarda lontano: e se anche di mezzo ci fu il 40% e passa alle elezioni europee, la profezia infine si è avverata con lo scarso 19% raggiunto dal Pd nel 2018, a conferma che la linea politica di Renzi era tutta sbagliata. Mettere mano a complesse e fallimentari riforme istituzionali fu infatti un errore, mentre se il rottamatore oggi rottamato fosse andato a elezioni anticipate, magari già nel 2015 dopo una semplice modifica della legge elettorale, le avrebbe probabilmente stravinte. C’è stata inoltre una pervicace volontà di rottura a sinistra, il jobs act e il resto, cioè l’incapacità di avviare una qualsiasi politica di spesa pubblica a fini ridistributivi, pure in un momento in cui l’economia riprendeva quota, senza con questo peraltro riuscire a drenare voti da destra: tutto ciò ha determinato la sconfitta del Pd, specialmente in un Mezzogiorno abbandonato a se stesso.

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29 marzo 2018
pubblicato da Il Ponte

Vincitori e vinti

Berlusconi e Salvinidi Giancarlo Scarpari

Queste elezioni hanno fornito un chiaro esempio di cosa sia la democrazia procedurale al tempo dei partiti d’opinione, quando cioè il rapporto tra le oligarchie di questi e l’indistinta massa dei cittadini non consiste più nella mediazione tra istanze, programmi e soluzioni date, ma nella richiesta di aderire a un marchio, a una persona o a un gruppo, tramite messaggi in grado di intercettare speranze, paure, rancori diffusi in una società civile “individualizzata”; e questo rapporto, per sua natura incerto e volatile e che quotidianamente viene rilevato attraverso i sondaggi, a scadenze più o meno programmate nel tempo, viene invece rivelato e finalmente reso esplicito dalla chiamata alle urne.

In questo contesto è quantomeno curioso lo stupore di molti per il fatto che nella recente campagna elettorale siano stati trascurati molti problemi reali (come creare posti di lavoro, come affrontare le disuguaglianze crescenti, come rapportarsi coi vincoli europei, ecc.), mentre le chiacchiere si sono concentrate su quelli percepiti, o meglio, su quelli che i media, la rete e i politici interessati hanno voluto che lo fossero. Spesso la distanza tra questa percezione e la realtà è diventata siderale: le televisioni private in Veneto, per esempio, hanno dedicato alle lacrimevoli condizioni degli imprenditori oppressi dalle tasse persino una rubrica fissa («I veneti schiacciati dalla crisi»), proprio mentre l’industria manifatturiera ha registrato un balzo nella produzione pari al 6,7%, a un ritmo, cioè, definito “cinese”. Tuttavia questi dati, risalenti all’ultimo trimestre del 2017, sono stati diffusi dalla Unioncamere solo un paio di giorni dopo le elezioni, quando già i lamenti precedenti avevano “orientato l’opinione pubblica” e prodotto, nel loro piccolo, gli effetti voluti.

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25 marzo 2018
pubblicato da Rino Genovese

Sovranismi (4): che cos’è il “populismo di centro”

Errejóndi Rino Genovese

A volerlo interpretare con gli strumenti concettuali di Ernesto Laclau e Chantal Mouffe (che devono molto a Carl Schmitt), il fenomeno Grillo-Casaleggio è uno strano oggetto. Sentite che cosa ne dice Iñigo Errejón, esponente di Podemos, che, dopo avere distinto in un’intervista tra un “populismo progressista” e un “populismo reazionario”, alla domanda “sotto quale categoria potrebbero essere collocati i Cinque Stelle?”, così risponde: “Non lo so. C’è una grande ambivalenza in questo movimento. Da una parte, c’è un’aspirazione alla ridistribuzione della ricchezza, al reddito universale, a un migliore controllo delle istituzioni politiche, ma dall’altra c’è anche un populismo punitivo, o razzista, in particolare sull’immigrazione” (da “Le Monde” del 23 marzo 2018).

Errejón (che tra parentesi, all’interno di Podemos, avrebbe voluto un’alleanza di governo con il Psoe sul modello di un’unità a sinistra di tipo portoghese) ha trentacinque anni ed è spagnolo: non è quindi tenuto a conoscere la storia italiana che soltanto può spiegare un fenomeno come quello grillino. Al tempo stesso, proprio una riflessione su questa storia contribuisce a mostrare la debolezza del discorso teorico intorno a un “populismo di sinistra” (o progressista) così come sviluppato da Laclau e Mouffe, e ripreso dallo stesso Errejón.

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22 marzo 2018
pubblicato da Rino Genovese

Sovranismi (3): una replica

António Costadi Rino Genovese

I sovranisti “di sinistra” mi ricordano (non me ne vorrà Luca Michelini) gli interventisti democratici (e non solo, anche socialisti e anarchici) che furono sommersi dall’ondata nazionalistica della prima guerra mondiale. Le loro istanze progressive si dissolsero rapidamente dentro il ben più consistente moto imperialistico. Certamente i nazionalismi odierni non sono, per nostra fortuna, aggressivi e guerrafondai come quelli del primo Novecento: piuttosto sono il frutto della paura diffusa nei confronti degli immigrati. Sono il riemergere dell’ethnos all’interno di un demos in via di scomposizione: niente più classi sociali politicamente organizzate, nessun “popolo” se non quello inventato dai populismi, soltanto una massa d’individui atomizzati e terrorizzati dal futuro. È evidente che a creare questa situazione hanno contribuito l’ottusità conservatrice in primis tedesca, le politiche liberiste, la recente crisi. Ma sarebbe questa una ragione per dare ragione a chi ha ancora più torto del “liberal-liberismo”, cioè alla reazione che vorrebbe riportarci indietro, considerandola come una plausibile “difesa della società”? E chi vincerebbe alla fine la partita tra sovranisti, nel momento in cui una socialdemocrazia pura e semplice, sul piano delle singole realtà nazionali, appare fuori fase?

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19 marzo 2018
pubblicato da Rino Genovese

Sovranismi (2): l’ombra di Stalin

Vladimir Putindi Rino Genovese

Non sapevano più cos’erano, chi erano, e Putin, con il suo richiamo identitario e sovranista, è apparso come una zattera di salvataggio: così si spiega il perdurante successo dell’ex sgherro del Kgb presso i suoi connazionali devastati dalla fine dell’Unione sovietica. L’ibernazione dei tempi storici differenti – cioè la neutralizzazione reciproca di passato, inteso come tradizione, e presente, considerato come rivoluzione, nello slancio verso un futuro puramente fittizio e propagandistico: ciò che era già stato il contenuto implicito del leninismo e poi, in una rapida involuzione, quello sempre più palese dello stalinismo – aveva lasciato credere, nel lungo immobilismo post-totalitario di Breznev e compagni, che ci fosse almeno ancora una prospettiva di grande potenza. Il crollo aveva sorpreso un po’ tutti (non però un osservatore come Emmanuel Todd che l’aveva visto arrivare con qualche anticipo, basandosi sulla constatazione di un vertiginoso aumento del tasso di mortalità infantile nella “patria del socialismo”). Ed ecco, dopo molteplici traversie, l’emergere del gruppo criminale di Putin come un elemento di stabilizzazione interna, con una rinnovata capacità di giocare un forte ruolo internazionale, dalla guerra in Cecenia all’annessione della Crimea, all’intervento in Siria.

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18 marzo 2018
pubblicato da Il Ponte

Quale Europa? A proposito di una riflessione di Rino Genovese

di Luca Michelini

Su «Il Ponte» Rino Genovese scrive: «Da noi in Europa ci sono adesso i sovranisti di destra (senza virgolette) e quelli “di sinistra” (le virgolette sono d’obbligo) che intendono rifarsi alle vecchie esperienze novecentesche. Senza comprendere che, ammesso che un nuovo modello di Stato sociale e di politiche keynesiane sia possibile ipotizzare, esso andrebbe sul conto di un’Europa completamente riformata in senso sovranazionale (con un’imposizione fiscale progressiva identica o molto simile sull’intero continente, con regole unificate del mercato del lavoro che impediscano delocalizzazione delle imprese e dumping sociale, ecc.), così da fare apparire i vari Stati nazionali europei come quei relitti del passato che sono, non meno di quanto lo fosse il ducato di Parma, Piacenza e Guastalla nell’Italia risorgimentale».

Alla luce di questa prospettiva, che opportunamente rigetta i “sovranismi di destra”, sembra di capire che anche i “sovranismi di sinistra” abbiano poche ragioni da rivendicare, anche se, al tempo stesso, l’A. non vuole appoggiare la versione “liberal-lberista” che dell’europeismo hanno dato le sinistre al governo.

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15 marzo 2018
pubblicato da Rino Genovese

Sovranismi: perché essere contro

Sovranismidi Rino Genovese

Steve Bannon, l’ideologo della campagna elettorale di Trump negli Stati Uniti, è intervenuto qualche giorno fa in Francia in una riunione del Front national (che cambierà nome, si chiamerà Rassemblement national: piccola correzione che dimostra come questo partito non riesca ad andare molto in là nella transizione da una classica estrema destra a un populismo neoperonista – ma di questo dopo…). Ecco quello che Bannon ha dichiarato: “Marine Le Pen lo ha spiegato bene: non ci sono più una destra e una sinistra, si tratta di un’invenzione dell’establishment e dei media per impedirci di arrivare al potere. Lei lo ha detto perfettamente: considerate lo Stato-nazione come un ostacolo da superare o come un gioiello che dev’essere lucidato, curato, mantenuto?” (da “Le Monde” del 13 marzo 2018).

Da decenni si parla di un declino dello Stato-nazione, di una perdita di autonomia della politica sottoposta al primato di un’economia finanziarizzata e globalizzata, di un neoliberalismo planetario: qualcosa di più del semplice credo economico neoliberista, una vera e propria antropologia a vocazione universale, che punterebbe – trovando tuttavia non poche resistenze da parte delle culture particolari – a diventare l’unica cultura sulla faccia della terra. Ora, da questa situazione si possono prospettare due uscite: o verso il passato, con i nazionalismi più o meno spinti, con il protezionismo economico (i dazi di Trump), oppure guardando al futuro, verso formazioni statali sempre più sovranazionali e postnazionali, che abbiano in sé il principio di un federalismo “dall’alto”, nel senso di un’integrazione tra Stati, e al tempo stesso quello di un patto tra gruppi sociali diversi, anche tra culture differenti, per un controllo democratico “dal basso”.

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10 marzo 2018
pubblicato da Il Ponte

Libero mercato e nazione: sull’esito delle elezioni politiche

Elezionidi Luca Michelini

L’elettorato italiano ha premiato quelle forze politiche, M5S e Lega, che hanno capito che il libero mercato, concatenato a un processo di impressionante allargamento dei mercati, destabilizza in modo radicale la società. Il capitalismo “puro” caro ai liberisti va governato con determinazione: non solo va limitata la libera circolazione delle merci, della forza-lavoro e dei capitali, ma si deve governare la domanda effettiva e l’entità e la direzione degli investimenti pubblici e privati, nonché la roulette della finanza, che va arginata in modo radicale. Lungi dal costituire un ostacolo alla crescita e allo sviluppo, il governo del mercato consente di amplificare entrambe, come insegna la storia. Una società che si affida alla sola logica del profitto non può che implodere. Se si pone come obiettivo il benessere e la felicità dell’intero suo corpo, la società non può che addomesticare quella logica, per altro senza mortificarla nello spazio che gli è proprio e nel quale può dare i frutti migliori.

I grillini trionfano al Sud, chiedendo lavoro; i leghisti al Nord, chiedono che il lavoro si liberi dalle pastoie di un miope liberismo e di un ottuso fiscalismo. Entrambi gli schieramenti, comunque, hanno solide propaggini nazionali. Le ricette che propongono i due schieramenti possono sembrare utopistiche, e forse lo sono: ma segnano una traiettoria inevitabile, cioè un bisogno sociale ed economico ineludibile, che in qualche modo – con tanti compromessi e mille cautele, onde non finire gambe all’aria e preda di nazionalismi di vicinato (Francia e Germania, nell’ordine) – va appagato.

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8 marzo 2018
pubblicato da Rino Genovese

Salvare il salvabile

Grillismodi Rino Genovese

Diciamoci la verità: era abbastanza naturale che per dare la mazzata decisiva a Matteo Renzi si dovesse passare per uno spostamento a destra dell’asse politico del paese. Quello che non ci si aspettava è che il grillismo avanzasse ancora, che crescesse in questa misura (ben sette punti in percentuale rispetto al 2013),  impedendo così qualsiasi ridistribuzione delle carte a sinistra. Sono andate male, non riuscendo a intercettare il voto in uscita dal Pd, sia le liste di “Liberi e uguali” sia quelle di “Potere al popolo” che prendono, a considerarle insieme, soltanto il quattro e mezzo per cento dei voti. L’elettore scontento di centrosinistra e di sinistra preferisce votare per i qualunquisti anziché per dei cartelli elettorali che sanno o di operazioni di ceto politico o di inguaribile minoritarismo. Peggio per lui, si potrebbe dire, se è così fesso da non saper vedere cos’è il qualunquismo – ma questo non sarebbe un modo di parlare politico.

Il punto è che sono bastati pochi anni a Renzi – un piccolo arrivista impossessatosi dell’ultima organizzazione di partito vera e propria esistente in Italia grazie al meccanismo perverso delle “primarie” – per trasformare il Pd in un partito centrista. La scissione è intervenuta troppo tardi (andava fatta già ai tempi del jobs act) e senza un’esplicita autocritica da parte del gruppo dirigente che l’ha promossa. Il magro risultato elettorale non è il frutto di un destino cinico e baro ma di un deficit di credibilità.

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7 marzo 2018
pubblicato da Il Ponte

Quel flop di Liberi e uguali

Liberi e ugualidi Aldo Garzia

Risultato impietoso. Quel 3 virgola qualcosa, che serve a entrare in parlamento con una manciata di deputati e senatori, non lo prevedeva nessuno dalle parti di Liberi e uguali. Anzi, si è finanche temuto lunedì mattina che l’asticella posta al 3 per cento potesse abbassarsi come una tagliola nel corso del riconteggio finale e dell’afflusso dei voti dalle circoscrizioni estere. I più pessimisti alla vigilia pensavano a un 6 per cento, non alla metà di quella percentuale. Ora si è molto lontani dalle percentuali della sinistra radicale in altri paesi europei (il 9 per cento della Linke in Germania, il risultato a due cifre di Podemos e Mélenchon in Spagna e Francia). La conferenza stampa di Grasso, Fratoianni e Speranza (bocciati nei collegi uninominali come del resto Boldrini) ha ammesso la delusione, pur cercando di non demordere dall’idea di costruire “un partito della sinistra” senza chiarire – c’era da aspettarselo, ci vorrà tempo – come e su che: effetto doccia fredda, difficile da smaltire in fretta.

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