Sinistra e municipalità

Piazza Camillo Prampolinidi Raffaele Tedesco

La sconfitta elettorale della sinistra rischia di non finire con le ultime elezioni politiche. Infatti, mentre si cerca di ritrovare idee, uomini e programmi, il tempo corre, portando, in un men che non si dica, a una tornata elettorale in primavera in cui si andrà al voto per il rinnovo delle giunte regionali di Friuli-Venezia Giulia e Molise, nonché di circa ottocento amministrazioni comunali, con centri di una certa importanza come Ancona, Barletta, Brindisi, Catania, Messina, Trapani, Terni, Vicenza, Massa, Pisa e Siena.

Fino a pochi anni fa, il centrosinistra esprimeva dei buoni risultati a livello amministrativo facendosi forte non solo di una capacità aggregativa premiante, ma anche di una tradizione consolidata rispetto al governo locale. Storicamente, per la sinistra, la municipalità è stata vista sempre come la più adatta alla “prassi del fare”, quella che un tempo Turati chiamava la «politica delle cose»1. Ed è lì, in quella ricerca di concretezza, e nel luogo di maggiore prossimità con i cittadini, il comune, che «si caratterizzò fortemente il movimento socialista nel suo complesso»2.

Il «localismo amministrativo» è un dato storico fondamentale per la nascita e per la diffusione delle idee e delle pratiche della sinistra italiana3. Infatti, la vita pubblica locale ha rappresentato per i socialisti un terreno che, se pur ristretto istituzionalmente, è risultato sempre seducente come spazio di promozione4.

Nel programma amministrativo del 1901, redatto da Antonio Labriola per il Comune di Napoli, si poteva leggere che «il Comune è più atto dello Stato all’adempimento della funzione sociale di coordinazione degli interessi, e alla risoluzione degli attriti sociali nel senso più vantaggioso alla collettività e alla effettuazione della giustizia che deve dominare nei rapporti umani»5.

La svolta si ebbe con la legge elettorale del 30 dicembre 1888; con la quale si concedeva il voto amministrativo a tutti i maschi maggiorenni che sapessero leggere e scrivere, e che pagassero almeno 5 lire di imposta. In questa maniera, le agitazioni condotte dai socialisti rivoluzionari negli anni precedenti poterono avere uno sbocco “istituzionale”, con la possibilità di conquistare le municipalità6. Già nel 1883, il giornale del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, «Il Comune», diretto dal mugnaio Carlo Traversi, spiegava il motivo del nome scelto per la nuova testata, che aveva sostituito «Il Sole dell’Avvenire», sottolineando che «noi sentiamo, profondamente sentiamo, che i Comuni devono essere il baluardo, entro i quali ammaestrarsi alla lotta»7, secondo un’idea, sostenuta dalla Lega socialista rivoluzionaria, per cui si doveva sostituire allo Stato il «Comune autonomo e libero»8.

Erano gli anni in cui le istanze comunaliste si legavano fortemente al richiamo della Comune di Parigi9 e il socialismo italiano si presentava con forti venature libertarie, antiborghesi e antistataliste, avendo in Beinoit Malon e nella rivista «La Plebe» i punti di riferimento10. Per Andrea Costa il comune rappresentava un momento programmatico fondamentale. Parola d’ordine era «Andare al popolo», mentre iniziava a svilupparsi una «coscienza amministrativa»11 attraverso l’apprendistato del governo locale. I comuni divennero così dei veri laboratori, all’interno dei quali si formarono tecnici, amministratori e politici anche con forti legami internazionali12.

La culla di questa esperienza fu la bassa padana, con la Reggio Emilia di Prampolini13 a fare da “laboratorio sperimentale”. Il governo dell’ente locale si strutturava all’interno di un tessuto fatto di organizzazioni di resistenza e cooperative, che garantiva inclusione e partecipazione. Il socialismo si misurava con il problema di «conservare la vita» delle persone, e di fornire ai più deboli il «principale fattore di progresso»: l’istruzione, considerata «la forza più potente di cui i lavoratori possano armarsi per la difesa dei propri interessi»14.

Rispetto a quello emiliano-romagnolo, il socialismo municipale lombardo di Filippo Turati non presentava caratteri corporativi e localistici. «In quest’ottica, il municipalismo socialista non appariva tanto la rivincita della periferia e della provincia nei confronti del centro e dello Stato, quanto lo sforzo di comprensione e di governo dei processi connessi all’emergere delle città […] dove le masse sempre più si incontravano»15.

Anche al Sud, pur se in condizioni socio-economiche differenti, si sviluppò un comunalismo di origine rurale in Sicilia nel Corleonese, o a Gravina, Palagianello, Manduria, Andria e Cerignola nelle Puglie16.

La conquista dei comuni avveniva spesso in alleanza con repubblicani, radicali e democratici. Rispetto al primo municipalismo socialista, la ricerca di alleanze, detta «politica dei blocchi», costituiva un’evoluzione significativa, rispondendo «a profonde esigenze di democratizzazione e modernizzazione del tessuto urbano del paese»17. Il comune diveniva «terreno privilegiato per l’iniziativa politica, in quanto unità sociologica e comunità di relazioni interpersonali»18. E, grazie all’opera dei socialisti riformisti lombardi, il municipalismo diveniva un asset fondamentale su cui costruire la futura architettura dello Stato19. Attraverso la cultura dell’autogoverno intere regioni furono investite da trasformazioni sociologiche importanti, rappresentando uno stimolo fondamentale per la crescita civile del paese20.

I risultati di questa epopea furono tanti e importanti. I socialisti si dedicarono alla municipalizzazione dei servizi pubblici: luce e gas. Aprirono farmacie comunali, che andavano incontro alle esigenze soprattutto dei più poveri21. Costruirono forni per distribuire pane, farina e pasta alla popolazione (famosissima l’opera di Zanardi a Bologna, dove ancora viene ricordato come «il sindaco del pane»). Poi, ancora, lotta all’analfabetismo, refezione scolastica, case popolari, lotta alla speculazione edilizia22, riforme dei patti colonici come sgravi fiscali per beni di prima necessità.

Il controllo dell’ente locale dava la possibilità di promuovere lavori pubblici e di allargamento della proprietà fondiaria. Il comune poteva combattere, così, fenomeni di alta disoccupazione attraverso la cooperazione23.

E anche al Sud, in contrapposizione a un socialismo intransigente presente e forte nelle aree bracciantili, si sviluppò un “socialismo urbano”, alleato a gruppi radicali e liberali democratici, che si cimentò nell’impegno dell’amministrazione comunale per arginare e combattere mafia e clientele24.

Nulla era a caso. Dietro questa esperienza non c’era improvvisazione o solo buone intenzioni, che, parafrasando Marx, spesso diventano foriere di immensi disastri, perché, soprattutto il Psi, si avvaleva di ottimi teorici delle questioni comunali. Basti qui ricordare l’opera di Giovanni Montemartini, autore della teoria della municipalizzazione, assessore al municipio di Roma; Guido Casalini, fondatore e direttore della rivista «Comune moderno, Rivista di studi e di esperienze municipali», consigliere comunale a Torino e Biella; Edoardo Caldara, studioso di autonomia comunale e poi indimenticato sindaco di Milano; Massimo Portalupi, direttore della rivista municipale socialista, «Il Germinale»25.

Quando l’Italia, dopo l’esperienza del ventennio fascista, torna a essere un paese libero, fu ancora il livello locale, viste le ben note condizioni geopolitiche post-guerra26, a dare possibilità di governo alla maggior parte della sinistra italiana formata da Psi e Pci. Importante è l’esperienza del cosiddetto “modello emiliano”, che affonda le sue radici in quel socialismo municipalista e decentrato di fine Ottocento, che aveva in Costa, Prampolini e Massarenti i suoi precursori. Sono loro che hanno creato il “modello”, retto da un continuo scambio fra amministrazione comunale e società. Nel dopoguerra, i partiti di sinistra, e il Pci in particolare, non hanno fatto altro che “implementarlo”, costruendolo sempre su un forte e coeso tessuto associativo27. Il “modello emiliano” si arricchì anche grazie al confronto con la tradizione sociale cattolica dossettiana, ma rimane principalmente debitore e figlio del gradualismo socialista.

Per tutto il periodo della Prima repubblica, nonostante la “guerra a sinistra” tra socialisti e comunisti28, sono state numerose le esperienze di giunte di sinistra Psi-Pci. Estremamente significativo è il caso della “giunta rossa” di Milano tra il 1975 il 198529. Qui il riformismo godeva di un largo consenso popolare già ai tempi delle amministrazioni guidate dai socialisti Caldara e Filippetti, prima del fascismo30 e i sindaci Aniasi e Tognoli furono i continuatori di quella centralità socialista che aveva sempre caratterizzato la vita politica del capoluogo lombardo31.

Quando comunisti e socialisti, insieme, presero le redini della città, il dato assunse una particolare importanza perché Milano era stata la città che aveva dato i natali al primo centro-sinistra organico, nel 1961, con la formazione della Giunta Cassinis. Ma, in quegli anni, in tutte le più importanti città italiane si ebbero esperienze di “giunte rosse” Pci-Psi, insieme ad altre formazioni laiche e di sinistra. Accadde a Roma, con i sindaci Argan e Petroselli, a Torino, a Napoli e a Venezia.

Anche nella successiva “stagione dei sindaci”, vissuta da molti come «l’alba di una nuova epoca»32, mentre crollavano i partiti tradizionali sotto i colpi di Tangentopoli, il centro-sinistra mostrava segni di vitalità attraverso una risposta locale ancora incoraggiante, grazie a un radicamento importante e, verrebbe da dire, tradizionale, capace anche di portare un vento di novità in un momento complesso per la politica del nostro paese, utilizzando tutto quel bagaglio politico e culturale formatosi nella tradizione municipalista.

La storia sta lì ad indicarci che la sinistra nasce e plasma la sua identità politica all’interno dei contesti locali. Contesti che, oggi, vivono problematiche economiche difficili dal momento che la politica di ogni governo si è qualificata sempre per i tagli di risorse ai comuni33.

Davanti alla vastità della sconfitta del 4 marzo, rimane intatta l’esigenza di ripartire e un passaggio importante come quello delle elezioni amministrative non può essere considerato come una tappa di semplice e obbligato passaggio. Rinserrare i ranghi potrebbe essere la prima risposta utile e costruttiva. C’è l’esigenza di ricostruire un’identità che faccia da collante in quegli strati sociali che si riconoscono nei valori della sinistra. Riiniziare dal “basso”, dal livello locale, ricostruendo un tessuto sociale solido e cooperativo, è, infondo, un modo per ritrovare e riannodare le radici della sinistra. Il tempo è poco e le cose da fare molte.

1, Z. Ciuffoletti, M. Degl’Innocenti, G. Sabbatucci, Storia del P.S.I., vol. 1, Bari, Laterza, 1992, p. 301.

2 M. Degl’Innocenti, Il comune nel socialismo italiano, 1892-1922, «Italia contemporanea», fasc. 154, 1984.

3 Ibidem, p. 6.

4 R. Michels, Storia critica del movimento socialista italiano, Milano, Il Poligono editore, 1979, p.383.

5 Ibidem, p. 383.

6 V. Evangelisti ed E. Zucchini, Storia del Partito Socialista Rivoluzionario. 1881-1893, Bologna, Odoya, 2013, p. 195.

7 Ibidem, p. 98.

8 V. Evangelisti ed E. Zucchini, op. cit., p. 199.

9 M. Degl’Innocenti, Il comune nel socialismo italiano cit., p. 5.

10 Ibidem, p. 5.

11 Ibidem, p. 5.

12 M. Carrettieri, Il riformismo socialista nel dibattito storiografico contemporaneo, in www.camilloprampolini.org.

13 L. Preti, Le lotte agrarie nella valle padana, Torino, Einaudi, 1955, p. 136.

14 Il partito dei lavoratori nel municipio di Reggio Emilia, Reggio Emilia 1904.

15 M. Degl’Innocenti, Il comune nel socialismo italiano cit., p. 7.

16 Ibidem, p. 10.

17 Z. Ciuffoletti, M. Degl’Innocenti, G. Sabbatucci Storia del P.S.I. cit., p. 303.

18 M. Degl’Innocenti, Cittadini e rurali nell’Emilia Romagna rossa tra ’800 e ’900, Milano, Angeli, 1990.

19 Z. Ciuffoletti, M. Degl’Innocenti, G. Sabbatucci, Storia del P.S.I. cit., p. 307.

20 Ibidem, p. 309.

21 R. Michels, op. cit., p. 390.

2221 Il caso della giunta del sindaco Ernesto Nathan, che ha governato Roma dal 1907 al 1913, in coalizione con liberali di sinistra, radicali, repubblicani e socialisti ne è un fulgido esempio.

23 M. Degl’Innocenti, Il comune nel socialismo italiano cit., p. 7.

24 Cfr. i saggi di G. C. Donno e A. Cormio in La modernizzazione difficile. Città e campagne nel Mezzogiorno dall’età giolittiana al fascismo, Bari, De Donato, 1983; F. Barbagallo, Stato, Parlamento e lotte politico-sociali nel Mezzogiorno, Napoli, Guida, 1980 e D. Sacco, Socialismo riformista e Mezzogiorno, Manduria, Lacaita, 1987.

25 R. Michels, op. cit., p. 388.

26 F. Barbagallo, Dal ’43 al ’48. La Formazione dell’Italia democratica, Torino, Einaudi, 1996, p. 72.

27 C. De Maria, “Il Modello Emiliano” nella storia d’Italia, 2011 (www.officinadellastoria.info)

28 Z. Ciuffoletti, M. Degl’Innocenti, G. Sabbatucci, Storia del P.S.I., vol. 2, Bari, Laterza, 1993; M. Gervasoni, La guerra delle sinistre. Socialisti e comunisti dal 1968 a Tangentopoli, Venezia, Marsilio, 2013.

29 E. Landoni, Il Comune Riformista. Le giunte di sinistra al governo di Milano 1975-1985, Milano, M&B Publishing, 2005.

30 Ibidem, p. 9.

31 Ibidem, p. 342.

32 C. Geloni, “Dieci anni fa, la stagione dei sindaci, «Europa», 04.12.2003.

33 M. Cacciari, È il tramonto della stagione dei sindaci, «L’Espresso», 02.04.2015.

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