18 agosto 2017
pubblicato da Rino Genovese

Autogestione e socialismo

Autogestionedi Rino Genovese

L’articolo precedente di Bruno Jossa ha il merito di ricondurre l’attenzione sul nodo dell’autogestione delle imprese, cioè sulla sostanza di un socialismo che non voglia ridursi a un fallimentare e dispotico socialismo di Stato. Non v’è dubbio, a mio parere, che da qui dovrebbero ripartire le nostre riflessioni. Tuttavia – nel delineare il progetto di un rovesciamento delle parti in cui i lavoratori non più salariati ma associati si troverebbero a ricevere un reddito variabile e il capitale, al contrario, un reddito fisso in quanto finanziatore dell’attività produttiva – Jossa trascura di affidare un ruolo allo Stato, intendendo, con questo termine, non i vecchi e ormai declinanti Stati nazionali ma l’organizzazione statale sovranazionale e postnazionale (come potrebbe essere una Unione Europea profondamente trasformata). Senza il “cuscinetto” protettivo offerto da un’organizzazione del genere, il reddito aleatorio proposto dal mercato potrebbe portare alla rovina i lavoratori dell’impresa autogestita, laddove il capitale prospererebbe ancora grazie al suo interesse, sia pure fisso. L’organizzazione statale federale (in sintonia con un federalismo dal basso delle imprese autogestite) dovrebbe funzionare da prestatore in ultima istanza a tasso d’interesse zero. Del resto Proudhon – in cui si trovano delle sciocchezze, come pure delle buone idee – aveva già fatto del credito gratuito la chiave di volta di ogni mutualismo associazionistico.

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16 agosto 2017
pubblicato da Il Ponte

Impresa democratica e socialismo

Impresa democraticadi Bruno Jossa

Introduzione

Il fallimento di tutti i tentativi di riformare la pianificazione centralizzata per dare vita a un socialismo democratico e il crollo del muro di Berlino, con il ritorno della Russia al capitalismo, sta dando luogo a un grande cambiamento di opinioni su che cosa sia veramente il socialismo. E l’idea che a noi sembra corretta a riguardo è che il socialismo è la gestione democratica delle imprese, la gestione delle imprese da parte di tutti coloro che partecipano a ciò che essa produce[1]. Questa è l’idea anche di Richard Wolff, che è considerato oggi il maggior studioso marxista degli Stati Uniti.

Wolff ha individuato l’impresa socialista nella Wsde, che è una workers’ self-directed enterprise. In contrasto con l’impresa capitalistica, ove a comandare sono, di regola, pochi individui dotati di ricchezza, i capitalisti, in una Wsde – secondo quanto egli scrive – nessun gruppo separato di persone, nessun individuo che non partecipi al lavoro produttivo dell’impresa, può essere un membro del corpo dei dirigenti. Anche se vi fossero degli azionisti di una Wsde, essi non avrebbero il potere di eleggere i direttori. Invece, tutti i lavoratori che producono il surplus generato nell’impresa se ne appropriano collettivamente e lo distribuiscono. Essi soli compongono il corpo dei dirigenti.

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9 marzo 2017
pubblicato da Il Ponte

Giacomo Becattini

Giacomo Becattinidi Marco Dardi

Giacomo Becattini1, professore emerito di Economia Politica nell’Università di Firenze, per molti anni collaboratore e membro della direzione di questa rivista, è morto il 21 gennaio scorso nella sua casa di Scandicci. Nonostante una lunghissima malattia gravemente invalidante, tanto da costringerlo a quasi totale immobilità negli ultimi anni, Giacomo era riuscito a mantenere fin quasi alla fine un’eccezionale vitalità intellettuale, manifestata in scritti, interventi pubblici, fitta corrispondenza con collaboratori e amici, conversazioni in cui la fatica fisica non riusciva a smorzare l’incontenibile vivacità. Chi lo ha frequentato in questa difficile fase della vita non può non rivolgere un pensiero di gratitudine alla moglie Iva, ai figli Lucia e Marco, per aver saputo creare la nicchia familiare ideale che gli ha consentito di vivere una stagione così produttiva a dispetto di premesse tanto avverse.

La cerimonia commemorativa del 23 gennaio si è tenuta nella sala consiliare del palazzo comunale di Prato, sintesi simbolica perfetta del significato del lavoro di Giacomo nella sua ultima fase: Prato ha offerto il prototipo reale su cui Giacomo ha costruito il suo modello di distretto industriale, base concettuale di una visione dello sviluppo locale che oggi, e non solo in Italia, è associata al suo nome; e Giacomo a sua volta ha offerto ai pratesi un’immagine di sé, un’identità collettiva, che in qualche modo ha cambiato (sono parole del sindaco Matteo Biffoni) la storia della città. Questo è l’ultimo Becattini, l’economista dei distretti che oggi tutti conoscono, ed è certamente così che lui voleva essere ricordato. Ma ripensare la storia di Giacomo a partire da questo finale fa scivolare in una narrazione in cui il distretto sta là, oggetto ben formato in attesa di farsi scoprire, e l’itinerario intellettuale di Giacomo diventa una traiettoria il cui senso sta tutto nella più o meno travagliata convergenza all’oggetto. Chi scrive, per aver assistito da testimone, e per qualche tratto (su un arco complessivo di tempo di più di quarantacinque anni) partecipato da collaboratore alla sua avventura intellettuale, preferisce allineare i propri ricordi intorno a un altro tipo di narrazione, più storicista o, se si vuole, path-dependent. In questa, il distretto è un’ipotesi interpretativa dello sviluppo costruita pazientemente scegliendo fra i materiali disponibili nella cultura economico-politica italiana e internazionale della seconda metà dello scorso secolo e cercando di differenziare il risultato rispetto ad altre ipotesi circolanti all’epoca, nell’accademia come nei partiti politici. Il risultato finale è quello che conosciamo perché quelli erano i materiali, quello il contesto accademico e politico a cui Giacomo reagiva per istinto e ragionamento. Il distretto è un concetto prodotto da una fase storica. Prodotto di successo, perché si è dimostrato utile per capire aspetti importanti di quella stessa fase. Con quale capacità di durata oltre la propria epoca, lo dirà la storia che verrà.

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29 gennaio 2017
pubblicato da Il Ponte

Giacomo Becattini: l’economia politica e l’orizzonte della sinistra

l’economia politicadi Nicolò Bellanca

1. Qualcuno ha osservato che, mentre di solito gli economisti illustri vengono ricordati per una singola teoria o per un modello analitico, Giacomo Becattini sarà ricordato principalmente per aver contribuito alla dignità culturale e all’identità collettiva – al riconoscimento e all’autoriconoscimento – di “luoghi” come Prato e i distretti industriali italiani. La sua reinterpretazione dello sviluppo locale del nostro Paese si formò in modo induttivo, graduale e prudente; ma al momento della sua enunciazione, alla fine degli anni 1970, apparve spiazzante e rivoluzionaria, così per i colleghi economisti, come per i policy-makers. A quei tempi dominava l’idea della one best way, secondo cui il sentiero ottimo d’industrializzazione non può che ricalcare le orme delle economie capitalistiche aventi la leadership mondiale. Questo sentiero era caratterizzato dall’inevitabile superiorità delle grandi imprese, capaci di alimentare economie interne di scala e di varietà. Alle piccole imprese rimaneva un ruolo interstiziale, o dipendente dalla strategia delle grandi, in base alla convinzione che tutto ciò che le piccole sono in grado di fare, possono farlo anche le grandi, mentre soltanto le grandi possono realizzare un’estesa divisione del lavoro interna, in termini di funzioni, fasi e prodotti. Becattini dimostrò – in astratto, recuperando il concetto marshalliano di economie esterne distrettuali; e in concreto, studiando sul campo Prato e altri “luoghi” – che «tutto quello che può fare una grande impresa in termini di efficienza può essere realizzato, non da una singola impresa, ma da una popolazione di imprese specializzate che operano in un contesto adeguato di nessi sociali, culturali e istituzionali»1. Peraltro, lo sviluppo locale non s’identifica con specifiche specializzazioni produttive o con particolari modelli istituzionali di regolazione dell’economia. Accanto ai distretti industriali di piccola impresa, incontriamo un intero arcipelago di sistemi produttivi locali. Ciò che accomuna, a parere di Becattini, buona parte delle numerose varianti, è di essere economie sociali di mercato, di realizzare un significativo “radicamento” dell’apparato produttivo nelle dimensioni socio-culturali, di avviare e stabilizzare percorsi di costruzione sociale dell’innovazione. Tuttavia, posto davanti a questa ampia fenomenologia, il nostro autore insiste nell’eleggere a cànone, lungo l’intero arco della sua riflessione, il distretto industriale. La ragione della scelta è duplice. Per un verso, essa si propone di mostrare che lo studio del distretto è in grado di rilanciare un modo specifico di fare scienza sociale, che storicamente conosciamo con il nome di “economia politica”. Per l’altro verso, essa intende assumere il distretto a tipo ideale – a modello sociale della Vita Buona – che le iniziative economiche e le progettualità politiche dovrebbero avvicinare. Esaminiamole l’una dopo l’altra.

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22 gennaio 2017
pubblicato da Il Ponte

Giacomo Becattini

Giacomo Becattinidi Il Ponte

Giacomo Becattini (Firenze, 1927), professore emerito dell’Università di Firenze, è venuto a mancare sabato 21 gennaio 2017. Era uno dei più noti economisti italiani a livello internazionale.

Subito dopo la laurea aveva iniziato la carriera accademica come assistente di Alberto Bertolino. Docente all’Università di Siena dal 1963, nel 1968 tornò a Firenze come professore ordinario e qui ha mantenuto la cattedra di economia politica sino al 1999.

È stato fra i fondatori dell’Irpet (Istituto regionale per la programmazione economica della Toscana) e della «libera scuola» di Artimino sullo sviluppo locale. Accademico dei Lincei e della Colombaria, è stato membro di numerose altre accademie e società scientifiche italiane ed estere.

Costante il suo impegno nel dibattito politico-culturale. Ha fatto parte del Consiglio del Comune di Firenze e ha tenuto continue collaborazioni con varie testate giornalistiche, e in particolare con la nostra rivista di cui per molti anni ha fatto parte della direzione.

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1 novembre 2016
pubblicato da Rino Genovese

Lavoro gratuito? No grazie

Lavoro gratuitodi Rino Genovese

Nella nuova collana “In breve” di Manifestolibri è disponibile Al mercato delle illusioni. Lo sfruttamento del lavoro gratuito: un volumetto di Marco Bascetta che, con la sua prosa concettualmente densa e insieme pungente, interviene sul fenomeno del lavoro ottenuto a costo zero o quasi zero, in cambio di una promessa di assunzione futura, o nella ricerca di uno status da parte di giovani e meno giovani condannati al “welfare familiare” – espressione truffaldina dietro cui si cela il semplice essere mantenuti (per quanto tempo ancora?) dalla famiglia. Oggi in Italia interi comparti, come l’università e l’editoria, non si reggerebbero senza l’erogazione di prestazioni gratuite, che per la loro specificità – non ultima quella di collocarsi dentro una feroce ideologia meritocratica e competitiva – rendono molto difficile qualsiasi forma di lotta da parte della forza lavoro.

Nei suoi caratteri generali il fenomeno è ascrivibile alla inesorabile perdita di centralità del luogo fisico della fabbrica, in cui il lavoro salariato può organizzarsi nel rapporto conflittuale con il capitale a partire da una sindacalizzazione basata sulla vicinanza e la solidarietà tra i lavoratori. La prospettiva di uno “sciopero sociale” del lavoro gratuito e precario, cioè di una forma di lotta messa in campo da soggetti tra loro divisi e dispersi sul territorio, sarebbe oggi piuttosto la conquista di una consapevolezza immediatamente utopica riguardo alla intollerabilità delle condizioni di vita in un mondo che, ormai da tempo, è avviato sulla via di uno sviluppo tecnologico in grado di liberare dalla fatica mentre, al contrario, riproduce l’asservimento. In un tipico gioco dell’oca, direi, l’ultramodernità contemporanea risospinge verso la casella dell’utopia, quella che Marx aveva pensato di lasciarsi alle spalle.

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16 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Il futuro dell’Europa secondo Stiglitz

Stiglitzdi Nicolò Bellanca

Il dibattito sul destino di un’eurozona sempre più a rischio deflazione, è difficile da seguire per i non economisti. La pubblicazione del volume di Joseph Stiglitz, The Euro: How a Common Currency Threatens the Future of Europe (New York, W. W. Norton & c., 2016), migliora la situazione, grazie alla chiarezza divulgativa e al prestigio intellettuale dell’autore.

La moneta unica richiede un cambio fisso fra le diverse nazioni e un singolo tasso di interesse. Affinché l’integrazione monetaria potesse funzionare, i paesi europei avrebbero dovuto convergere tra loro, in particolare allineando il loro debito e deficit in rapporto al pil, mentre l’Europa politica sarebbe dovuta intervenire con adeguate istituzioni: un’unione bancaria che tutelasse i depositi, programmi di solidarietà verso i paesi che stentavano a convergere, una quota significativa di mutualizzazione dei debiti pubblici nazionali, un bilancio comunitario con un ministro delle Finanze europeo, tasse comuni sulle transazioni finanziarie e sui grandi patrimoni, un piano di investimenti pubblici finanziato a livello continentale e una banca centrale in grado di orientare l’economia reale.

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13 luglio 2016
pubblicato da Il Ponte

Socialismo come limite conflittuale del capitalismo

L’idea di socialismodi Nicolò Bellanca

Il recente libro del filosofo francofortese Axel Honneth, intitolato L’idea di socialismo, è un’occasione per chiederci se e quanto resti in piedi di una delle grandi impostazioni teoriche, e di uno dei maggiori progetti politici, della modernità.1 L’impianto teorico del volume è scontato e nell’insieme abbastanza condivisibile: «al determinismo storico, alla centralità del proletariato e alla rigidità dell’economia pianificata centralizzata, si sostituisce un deciso sperimentalismo storico, aperto sia riguardo alle forme economiche sia riguardo agli attori in gioco. Alla cecità giuridica e politica del socialismo tradizionale è contrapposto un progetto radicalmente democratico, giocato sulla discussione pubblica e sull’ampliamento dei partecipanti a essa».2 In termini costruttivi, al cuore della proposta di Honneth vi è non già il valore dell’uguaglianza – come in tanti altri contributi sul tema del concetto di sinistra e/o di socialismo3 –, bensì l’idea della libertà sociale: accanto alla libertà negativa come non-interferenza e a quella positiva come autodeterminazione, quella sociale si acquisisce soltanto in relazione con gli altri. Più esattamente, l’ideale della libertà sociale si realizza non nel rapporto dell’uno-con-l’altro (intersezione), bensì in quello dell’uno-per-l’altro (interconnessione) e, secondo Honneth, coincide, tra i principi normativi introdotti dalla Rivoluzione francese, con la fraternité o reciprocità solidale.

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23 gennaio 2016
pubblicato da Rino Genovese

Flessibilità

Merkeldi Rino Genovese

È la parola magica renziana, quella attorno a cui andare a uno scontro in Europa. Non si tratta della flessibilità del lavoro, naturalmente, con annessa precarietà: questa ce la teniamo, anzi la sosteniamo con l’istituzione di contratti a tempo indeterminato che mascherano la disoccupazione e rendono il lavoratore uno straccio da appallottolare e buttare fuori appena fa comodo all’azienda. “Flessibilità” significa derogare – anche di poco, per carità, quel tanto che basta a imbastirci sopra una campagna elettorale – al rigido patto di stabilità che definisce l’austerità europea.

Si potrebbe dire: “Ma è già qualcosa!” Certo, a rompere l’austerità saremmo ben decisi – ma per fare che cosa? Il punto è tutto qui: si può invocare la flessibilità per un maxisconto sulle tasse di tipo neoberlusconiano, come riguardo all’abolizione dell’imposta sulla prima casa che favorisce i ricchi e rottama la progressività scritta nella Costituzione, o, al contrario, si può derogare ai vincoli europei al fine di realizzare un piano d’investimenti pubblici. Di questi neppure l’ombra nella recente manovra finanziaria del governo. In sostanza, dovremmo andare allo scontro in Europa e con la signora Merkel, tenace guardiana dei conti pubblici di tutti i paesi dell’Unione, soltanto per favorire la demagogia di Renzi e poi consentirgli di vincere il referendum sulla riforma della Costituzione da lui voluta? No, grazie. Di una rottura così non sappiamo che farcene, arriviamo a dire che preferiamo tenerci l’austerità.

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25 agosto 2015
pubblicato da Il Ponte

Il tallone di ferro dei banchieri europei

tallone di ferrodi Vincenzo Accattatis

«Un movimento giovanile pieno di energie intendeva […] risvegliare il Vecchio Continente. L’Europa e il Fondo monetario internazionale hanno schiacciato la speranza» (Serge Halimi, L’Europe dont nous ne voulons plus, «Le Monde Diplomatique», agosto 2015). Parliamo anche noi, approfonditamente, dell’Europe dont nous ne voulons plus, dei trattati dell’Unione europea e della loro violazione da parte dei burocrati di Bruxelles.

Dalla vicenda greca Halimi ricava tre insegnamenti. Il primo: emerge la sua natura sempre più autoritaria, antidemocratica e antisociale. La socialità dell’Unione europea è solo enunciata, non praticata. In Europa impera il neoliberismo. Il secondo: diventa sempre più evidente la falsa promessa di pace e di progresso. L’Unione europea è impegnata a punire con spietatezza «i cattivi debitori», ad assicurare la restituzione dei soldi ai créanciers. Infine: chiaro emerge il suo cesarismo antidemocratico.

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