9 marzo 2017
pubblicato da Il Ponte

Giacomo Becattini

Giacomo Becattinidi Marco Dardi

Giacomo Becattini1, professore emerito di Economia Politica nell’Università di Firenze, per molti anni collaboratore e membro della direzione di questa rivista, è morto il 21 gennaio scorso nella sua casa di Scandicci. Nonostante una lunghissima malattia gravemente invalidante, tanto da costringerlo a quasi totale immobilità negli ultimi anni, Giacomo era riuscito a mantenere fin quasi alla fine un’eccezionale vitalità intellettuale, manifestata in scritti, interventi pubblici, fitta corrispondenza con collaboratori e amici, conversazioni in cui la fatica fisica non riusciva a smorzare l’incontenibile vivacità. Chi lo ha frequentato in questa difficile fase della vita non può non rivolgere un pensiero di gratitudine alla moglie Iva, ai figli Lucia e Marco, per aver saputo creare la nicchia familiare ideale che gli ha consentito di vivere una stagione così produttiva a dispetto di premesse tanto avverse.

La cerimonia commemorativa del 23 gennaio si è tenuta nella sala consiliare del palazzo comunale di Prato, sintesi simbolica perfetta del significato del lavoro di Giacomo nella sua ultima fase: Prato ha offerto il prototipo reale su cui Giacomo ha costruito il suo modello di distretto industriale, base concettuale di una visione dello sviluppo locale che oggi, e non solo in Italia, è associata al suo nome; e Giacomo a sua volta ha offerto ai pratesi un’immagine di sé, un’identità collettiva, che in qualche modo ha cambiato (sono parole del sindaco Matteo Biffoni) la storia della città. Questo è l’ultimo Becattini, l’economista dei distretti che oggi tutti conoscono, ed è certamente così che lui voleva essere ricordato. Ma ripensare la storia di Giacomo a partire da questo finale fa scivolare in una narrazione in cui il distretto sta là, oggetto ben formato in attesa di farsi scoprire, e l’itinerario intellettuale di Giacomo diventa una traiettoria il cui senso sta tutto nella più o meno travagliata convergenza all’oggetto. Chi scrive, per aver assistito da testimone, e per qualche tratto (su un arco complessivo di tempo di più di quarantacinque anni) partecipato da collaboratore alla sua avventura intellettuale, preferisce allineare i propri ricordi intorno a un altro tipo di narrazione, più storicista o, se si vuole, path-dependent. In questa, il distretto è un’ipotesi interpretativa dello sviluppo costruita pazientemente scegliendo fra i materiali disponibili nella cultura economico-politica italiana e internazionale della seconda metà dello scorso secolo e cercando di differenziare il risultato rispetto ad altre ipotesi circolanti all’epoca, nell’accademia come nei partiti politici. Il risultato finale è quello che conosciamo perché quelli erano i materiali, quello il contesto accademico e politico a cui Giacomo reagiva per istinto e ragionamento. Il distretto è un concetto prodotto da una fase storica. Prodotto di successo, perché si è dimostrato utile per capire aspetti importanti di quella stessa fase. Con quale capacità di durata oltre la propria epoca, lo dirà la storia che verrà.

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29 gennaio 2017
pubblicato da Il Ponte

Giacomo Becattini: l’economia politica e l’orizzonte della sinistra

l’economia politicadi Nicolò Bellanca

1. Qualcuno ha osservato che, mentre di solito gli economisti illustri vengono ricordati per una singola teoria o per un modello analitico, Giacomo Becattini sarà ricordato principalmente per aver contribuito alla dignità culturale e all’identità collettiva – al riconoscimento e all’autoriconoscimento – di “luoghi” come Prato e i distretti industriali italiani. La sua reinterpretazione dello sviluppo locale del nostro Paese si formò in modo induttivo, graduale e prudente; ma al momento della sua enunciazione, alla fine degli anni 1970, apparve spiazzante e rivoluzionaria, così per i colleghi economisti, come per i policy-makers. A quei tempi dominava l’idea della one best way, secondo cui il sentiero ottimo d’industrializzazione non può che ricalcare le orme delle economie capitalistiche aventi la leadership mondiale. Questo sentiero era caratterizzato dall’inevitabile superiorità delle grandi imprese, capaci di alimentare economie interne di scala e di varietà. Alle piccole imprese rimaneva un ruolo interstiziale, o dipendente dalla strategia delle grandi, in base alla convinzione che tutto ciò che le piccole sono in grado di fare, possono farlo anche le grandi, mentre soltanto le grandi possono realizzare un’estesa divisione del lavoro interna, in termini di funzioni, fasi e prodotti. Becattini dimostrò – in astratto, recuperando il concetto marshalliano di economie esterne distrettuali; e in concreto, studiando sul campo Prato e altri “luoghi” – che «tutto quello che può fare una grande impresa in termini di efficienza può essere realizzato, non da una singola impresa, ma da una popolazione di imprese specializzate che operano in un contesto adeguato di nessi sociali, culturali e istituzionali»1. Peraltro, lo sviluppo locale non s’identifica con specifiche specializzazioni produttive o con particolari modelli istituzionali di regolazione dell’economia. Accanto ai distretti industriali di piccola impresa, incontriamo un intero arcipelago di sistemi produttivi locali. Ciò che accomuna, a parere di Becattini, buona parte delle numerose varianti, è di essere economie sociali di mercato, di realizzare un significativo “radicamento” dell’apparato produttivo nelle dimensioni socio-culturali, di avviare e stabilizzare percorsi di costruzione sociale dell’innovazione. Tuttavia, posto davanti a questa ampia fenomenologia, il nostro autore insiste nell’eleggere a cànone, lungo l’intero arco della sua riflessione, il distretto industriale. La ragione della scelta è duplice. Per un verso, essa si propone di mostrare che lo studio del distretto è in grado di rilanciare un modo specifico di fare scienza sociale, che storicamente conosciamo con il nome di “economia politica”. Per l’altro verso, essa intende assumere il distretto a tipo ideale – a modello sociale della Vita Buona – che le iniziative economiche e le progettualità politiche dovrebbero avvicinare. Esaminiamole l’una dopo l’altra.

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22 gennaio 2017
pubblicato da Il Ponte

Giacomo Becattini

Giacomo Becattinidi Il Ponte

Giacomo Becattini (Firenze, 1927), professore emerito dell’Università di Firenze, è venuto a mancare sabato 21 gennaio 2017. Era uno dei più noti economisti italiani a livello internazionale.

Subito dopo la laurea aveva iniziato la carriera accademica come assistente di Alberto Bertolino. Docente all’Università di Siena dal 1963, nel 1968 tornò a Firenze come professore ordinario e qui ha mantenuto la cattedra di economia politica sino al 1999.

È stato fra i fondatori dell’Irpet (Istituto regionale per la programmazione economica della Toscana) e della «libera scuola» di Artimino sullo sviluppo locale. Accademico dei Lincei e della Colombaria, è stato membro di numerose altre accademie e società scientifiche italiane ed estere.

Costante il suo impegno nel dibattito politico-culturale. Ha fatto parte del Consiglio del Comune di Firenze e ha tenuto continue collaborazioni con varie testate giornalistiche, e in particolare con la nostra rivista di cui per molti anni ha fatto parte della direzione.

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1 novembre 2016
pubblicato da Rino Genovese

Lavoro gratuito? No grazie

Lavoro gratuitodi Rino Genovese

Nella nuova collana “In breve” di Manifestolibri è disponibile Al mercato delle illusioni. Lo sfruttamento del lavoro gratuito: un volumetto di Marco Bascetta che, con la sua prosa concettualmente densa e insieme pungente, interviene sul fenomeno del lavoro ottenuto a costo zero o quasi zero, in cambio di una promessa di assunzione futura, o nella ricerca di uno status da parte di giovani e meno giovani condannati al “welfare familiare” – espressione truffaldina dietro cui si cela il semplice essere mantenuti (per quanto tempo ancora?) dalla famiglia. Oggi in Italia interi comparti, come l’università e l’editoria, non si reggerebbero senza l’erogazione di prestazioni gratuite, che per la loro specificità – non ultima quella di collocarsi dentro una feroce ideologia meritocratica e competitiva – rendono molto difficile qualsiasi forma di lotta da parte della forza lavoro.

Nei suoi caratteri generali il fenomeno è ascrivibile alla inesorabile perdita di centralità del luogo fisico della fabbrica, in cui il lavoro salariato può organizzarsi nel rapporto conflittuale con il capitale a partire da una sindacalizzazione basata sulla vicinanza e la solidarietà tra i lavoratori. La prospettiva di uno “sciopero sociale” del lavoro gratuito e precario, cioè di una forma di lotta messa in campo da soggetti tra loro divisi e dispersi sul territorio, sarebbe oggi piuttosto la conquista di una consapevolezza immediatamente utopica riguardo alla intollerabilità delle condizioni di vita in un mondo che, ormai da tempo, è avviato sulla via di uno sviluppo tecnologico in grado di liberare dalla fatica mentre, al contrario, riproduce l’asservimento. In un tipico gioco dell’oca, direi, l’ultramodernità contemporanea risospinge verso la casella dell’utopia, quella che Marx aveva pensato di lasciarsi alle spalle.

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16 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Il futuro dell’Europa secondo Stiglitz

Stiglitzdi Nicolò Bellanca

Il dibattito sul destino di un’eurozona sempre più a rischio deflazione, è difficile da seguire per i non economisti. La pubblicazione del volume di Joseph Stiglitz, The Euro: How a Common Currency Threatens the Future of Europe (New York, W. W. Norton & c., 2016), migliora la situazione, grazie alla chiarezza divulgativa e al prestigio intellettuale dell’autore.

La moneta unica richiede un cambio fisso fra le diverse nazioni e un singolo tasso di interesse. Affinché l’integrazione monetaria potesse funzionare, i paesi europei avrebbero dovuto convergere tra loro, in particolare allineando il loro debito e deficit in rapporto al pil, mentre l’Europa politica sarebbe dovuta intervenire con adeguate istituzioni: un’unione bancaria che tutelasse i depositi, programmi di solidarietà verso i paesi che stentavano a convergere, una quota significativa di mutualizzazione dei debiti pubblici nazionali, un bilancio comunitario con un ministro delle Finanze europeo, tasse comuni sulle transazioni finanziarie e sui grandi patrimoni, un piano di investimenti pubblici finanziato a livello continentale e una banca centrale in grado di orientare l’economia reale.

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13 luglio 2016
pubblicato da Il Ponte

Socialismo come limite conflittuale del capitalismo

L’idea di socialismodi Nicolò Bellanca

Il recente libro del filosofo francofortese Axel Honneth, intitolato L’idea di socialismo, è un’occasione per chiederci se e quanto resti in piedi di una delle grandi impostazioni teoriche, e di uno dei maggiori progetti politici, della modernità.1 L’impianto teorico del volume è scontato e nell’insieme abbastanza condivisibile: «al determinismo storico, alla centralità del proletariato e alla rigidità dell’economia pianificata centralizzata, si sostituisce un deciso sperimentalismo storico, aperto sia riguardo alle forme economiche sia riguardo agli attori in gioco. Alla cecità giuridica e politica del socialismo tradizionale è contrapposto un progetto radicalmente democratico, giocato sulla discussione pubblica e sull’ampliamento dei partecipanti a essa».2 In termini costruttivi, al cuore della proposta di Honneth vi è non già il valore dell’uguaglianza – come in tanti altri contributi sul tema del concetto di sinistra e/o di socialismo3 –, bensì l’idea della libertà sociale: accanto alla libertà negativa come non-interferenza e a quella positiva come autodeterminazione, quella sociale si acquisisce soltanto in relazione con gli altri. Più esattamente, l’ideale della libertà sociale si realizza non nel rapporto dell’uno-con-l’altro (intersezione), bensì in quello dell’uno-per-l’altro (interconnessione) e, secondo Honneth, coincide, tra i principi normativi introdotti dalla Rivoluzione francese, con la fraternité o reciprocità solidale.

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23 gennaio 2016
pubblicato da Rino Genovese

Flessibilità

Merkeldi Rino Genovese

È la parola magica renziana, quella attorno a cui andare a uno scontro in Europa. Non si tratta della flessibilità del lavoro, naturalmente, con annessa precarietà: questa ce la teniamo, anzi la sosteniamo con l’istituzione di contratti a tempo indeterminato che mascherano la disoccupazione e rendono il lavoratore uno straccio da appallottolare e buttare fuori appena fa comodo all’azienda. “Flessibilità” significa derogare – anche di poco, per carità, quel tanto che basta a imbastirci sopra una campagna elettorale – al rigido patto di stabilità che definisce l’austerità europea.

Si potrebbe dire: “Ma è già qualcosa!” Certo, a rompere l’austerità saremmo ben decisi – ma per fare che cosa? Il punto è tutto qui: si può invocare la flessibilità per un maxisconto sulle tasse di tipo neoberlusconiano, come riguardo all’abolizione dell’imposta sulla prima casa che favorisce i ricchi e rottama la progressività scritta nella Costituzione, o, al contrario, si può derogare ai vincoli europei al fine di realizzare un piano d’investimenti pubblici. Di questi neppure l’ombra nella recente manovra finanziaria del governo. In sostanza, dovremmo andare allo scontro in Europa e con la signora Merkel, tenace guardiana dei conti pubblici di tutti i paesi dell’Unione, soltanto per favorire la demagogia di Renzi e poi consentirgli di vincere il referendum sulla riforma della Costituzione da lui voluta? No, grazie. Di una rottura così non sappiamo che farcene, arriviamo a dire che preferiamo tenerci l’austerità.

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25 agosto 2015
pubblicato da Il Ponte

Il tallone di ferro dei banchieri europei

tallone di ferrodi Vincenzo Accattatis

«Un movimento giovanile pieno di energie intendeva […] risvegliare il Vecchio Continente. L’Europa e il Fondo monetario internazionale hanno schiacciato la speranza» (Serge Halimi, L’Europe dont nous ne voulons plus, «Le Monde Diplomatique», agosto 2015). Parliamo anche noi, approfonditamente, dell’Europe dont nous ne voulons plus, dei trattati dell’Unione europea e della loro violazione da parte dei burocrati di Bruxelles.

Dalla vicenda greca Halimi ricava tre insegnamenti. Il primo: emerge la sua natura sempre più autoritaria, antidemocratica e antisociale. La socialità dell’Unione europea è solo enunciata, non praticata. In Europa impera il neoliberismo. Il secondo: diventa sempre più evidente la falsa promessa di pace e di progresso. L’Unione europea è impegnata a punire con spietatezza «i cattivi debitori», ad assicurare la restituzione dei soldi ai créanciers. Infine: chiaro emerge il suo cesarismo antidemocratico.

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8 giugno 2014
pubblicato da Rino Genovese

Lo spettro della deflazione

deflazionedi Rino Genovese

Mario Draghi, tra grandi applausi, si è deciso infine a intervenire contro lo spettro che minaccia la zona euro. Ha abbassato il costo del denaro e ha portato a un tasso negativo gli interessi delle banche per il denaro depositato presso la Bce. L’inflazione si aggira ormai in Europa intorno allo 0,5% mentre dovrebbe essere sul 2%, e si tratterebbe già di una soglia molto bassa, quella che in tutti questi anni ci hanno fatto difendere con lacrime e sangue dicendo che altrimenti, stante la crisi in corso, si sarebbe finiti come la Germania di Weimar. Bene, a Weimar non siamo arrivati, ma l’Europa – in paesi come la Spagna per esempio, volendo tacere dell’Italia – sembra diventata un’enorme agenzia di collocamento per disoccupati che un lavoro non lo trovano. Non è un bel vedere. E intanto – poiché la deflazione che si profila è uno spettro minaccioso almeno quanto quello di un’inflazione fuori controllo – perfino la Germania della impassibile signora Merkel, o meglio del suo omologo della Bundesbank, si è allineata alla decisione di Draghi volta a immettere liquidità nel sistema e a favorire il credito alle imprese.

Questa misura andava presa, certamente, ma di per sé non è risolutiva. Anche ammettendo, infatti, che le banche si convincano ad allentare i cordoni della borsa ricominciando a finanziare le imprese, un intervento del genere è comunque ancora dal lato dell’offerta. È come se si dicesse: “Avanti, investite in attività produttive!” Ossia: smettetela di speculare sull’alto costo del denaro e sui titoli di Stato dei paesi più deboli, che infatti hanno visto immediatamente diminuire lo spread e quindi gli interessi sul loro debito pubblico, e riprendete a fare quello che – in quanto capitalisti – dovreste saper fare, cioè rischiare il vostro denaro.

Questo tipo di meritoria esortazione non può tenere conto di una cosa: che nella zona euro non c’è offerta, o c’è un netto rallentamento della produzione, perché non c’è domanda. In altre parole, la gente tira la cinghia per via della disoccupazione e del precariato (in Italia fenomeni in parte attutiti grazie all’evasione fiscale diffusa e all’intervento delle famiglie nel sostentamento dei giovani). Come rilanciare la crescita rilanciando i consumi, cioè la domanda, se non attraverso un piano – che non riguarderebbe la Bce in quanto tale ma l’intera costruzione europea, ammesso che se ne dia una – di investimenti pubblici miranti a riassorbire la disoccupazione?

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16 maggio 2014
pubblicato da Rino Genovese

Prendere sul serio la crisi

Europadi Rino Genovese

L’Italia è ancora in recessione. Se la parola fa paura chiamatela stagnazione, ma il risultato non cambia. Il paese è fermo, depresso, bloccato nel risentimento e nel qualunquismo diffusi, che sono il portato peggiore della corruzione e il sintomo di una crisi che dura da tempo immemorabile. L’ultimo numero della rivista “Outlet”, distribuita dalla Manifestolibri, traccia una mappa impietosa della situazione emotiva del paese: ne viene fuori un piccolo mondo più o meno antico – quello della piccola e media impresa soprattutto – che potrebbe affidarsi a qualsiasi deriva antidemocratica ma, in realtà, è soltanto rassegnato.

In questo quadro Renzi è piovuto come un deus ex machina per coloro che non volevano altro se non un po’ di dinamismo giovanile. Renzi è stato la convalescenza incertissima da quella malattia grave e prolungata che si chiama berlusconismo. Comunque andranno, alla fine, le elezioni europee del 25 maggio, rifletteranno questo dato: l’Italia di destra – con le sue radici da sempre antidemocratiche – in larga misura sceglierà Renzi: e ciò per la semplice ragione che in lui risuona il canto della giovinezza. Non c’è che questo nell’ex sindaco di Firenze, la capacità di dare corpo all’illusione di un dinamismo legato all’età.

Ma la malattia, lungi dall’essere risolta, perdura. Si pensa che affidandosi a qualcuno che fa promesse di cambiamento possa arrivare il cambiamento; non ci si chiede – in che senso? L’Italia non ha affatto un problema di strutture costituzionali vetuste (come cercano di farci credere da una ventina d’anni), non di questo soffre il paese quanto piuttosto della mancanza di politiche di sviluppo e sociali adeguate a una crisi che si trascina nella mancanza d’innovazione in tutti i campi.

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