2 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Ancora una risposta

rispostadi Marcello Rossi

Non voglio riaprire una polemica con Rino Genovese prima di tutto perché sono stato proprio io a invitarlo a «fare le pulci» all’articolo che lui non condivideva, e poi perché bisognerà finalmente porre fine a questa pur simpatica diatriba.

Tuttavia quello che voglio puntualizzare è che io non ho mai pensato a un ritorno ai nazionalismi, neppure a quelli che non sono «nazional-populismi o localismi estremizzati, in senso xenofobo». Pensavo che questa mia posizione venisse fuori chiaramente nell’articolo presente proprio nel numero di luglio (7/16) in cui compare l’editoriale dello “scandalo” e che non a caso è intitolato Autonomie locali e Costituzione e ancor più nell’antologia La Libertà da me curata nel 2015.

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1 settembre 2016
pubblicato da Rino Genovese

Ancora sull’Europa

brexitdi Rino Genovese

Marcello Rossi, nella sua risposta del 23 agosto su questo sito, m’invita a “fare le pulci” all’articolo Fuori dall’Europa, apparso con la firma Il Ponte, sul numero di luglio della rivista cartacea. È quanto mi accingo a fare, non senza avere prima confermato al nostro direttore stima e affetto, accogliendo la proposta di un ritorno alla sua direzione unica. Del resto Il Ponte è una proprietà – nominale e di fatto – di Marcello: è bene che sia lui solo a prendersi la responsabilità di quanto si sostiene, e si potrà ancora sostenere in futuro, negli articoli cucinati in redazione.

Ciò che contesto in maniera radicale nel testo in questione è il trionfalismo riguardo alla cosiddetta Brexit – una valutazione errata di ciò che è accaduto e sta accadendo in Gran Bretagna – e il compiacimento per una prospettiva (d’altronde irrealistica nell’immediato) di disgregazione dell’Unione europea. Sul primo punto, c’è da registrare oggi, con il nuovo governo conservatore di Theresa May, una completa incertezza riguardo al prossimo futuro: ci sono ministri che vorrebbero davvero una rottura con l’Europa – cioè l’uscita dal mercato unico, che implicherebbe, nell’ipotesi di un nuovo trattato, anche la libera circolazione delle persone (da notare questo, perché è proprio da un riflesso anti-immigrati che nasce in gran parte il voto favorevole all’out) – e ci sono altri ministri che invece vorrebbero dire: “Abbiamo scherzato: rifacciamo un trattato con l’Europa molto simile al precedente” (che di fatto già concedeva una certa autonomia alla Gran Bretagna, paese, ricordiamolo, mai entrato nella moneta unica).

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25 agosto 2016
pubblicato da Il Ponte

Dal peggio non nasce il meglio

Le Pendi Mario Pezzella

Sul populismo, e sulle sue articolazioni e motivazioni politiche, ho scritto un saggio che uscirà nel prossimo numero speciale del «Ponte» e dunque non voglio ripetere qui le considerazioni che si potranno leggere tra poco in quella sede. Mi limito a un commento di cronaca politica e ad alcune osservazioni, dopo la lettura dell’editoriale del numero di luglio e la polemica che ne è seguita: più enunciazioni di stati d’animo che ragionamento.

L’Europa attuale, dominata dal capitale finanziario e dalla burocrazia di Bruxelles, non piace neanche a me; tuttavia starei attento a concentrare la critica sulle grandi banche, distinguendo da esse una “oligarchia” capitalista produttiva, nazionalista e alleata potenziale della protesta popolare (come esisterebbe in Inghilterra e in occasione della Brexit). È questo appunto che distingue una critica socialista – o se volete marxista – dell’economia da quella populista. Per il socialismo il capitale finanziario è un’articolazione necessaria nata in seno al capitale produttivo: può esserne una degenerazione, ma il potenziamento abnorme degli strumenti creditizi nasce per sopperire alla crisi di sovrapproduzione e consumo, che è caratteristica del movimento del capitale in generale. Pound – per esempio – poteva criticare duramente ed efficacemente le banche, ma allo stesso tempo era assolutamente incapace di vedere il nesso tra l’“usura”, l’“interesse” – e la necessità di stimolare l’inerzia della produzione, in una fase di crisi. In una fase di crisi noi stiamo vivendo, senza che neppure si intravveda la ripresa di un ciclo espansivo: questa crisi deriva però da quella di sovrapproduzione e sovraconsumo degli anni ottanta e novanta del Novecento, per compensare e occultare la quale si è potenziato in modo distorto la leva del credito (ricordo che fu Clinton a togliere ogni freno di controllo alle banche e a liberalizzare interamente la circolazione dei capitali). Questo è dunque il momento adatto – anche se intempestivo – per una critica della produzione astratta e della contraddittorietà strutturale del capitale (critica marxista) più che per una rivolta contro il suo solo aspetto finanziario (critica populista).

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23 agosto 2016
pubblicato da Il Ponte

Risposta a “dissenso sull’Europa”

Dissenso

di Marcello Rossi

Caro Rino,

rispondo alla tua filippica contro di me che ho “osato” firmare “Il Ponte” un articolo – scritto in verità a più mani, ma a tua insaputa – che ti ha trovato assolutamente dissenziente. Sul fatto che la firma “Il Ponte” richieda l’assenso di tutti i componenti la “Direzione e Redazione” non posso che essere pienamente d’accordo e pertanto non mi resta che scusarmi dell’accaduto, ma – se ben ricordo – mi ero già scusato per telefono. Evidentemente tu ti sei sentito così offeso da ritenere insufficienti delle giustificazioni telefoniche e questo mi porta a rinnovare nuovamente – e questa volta per scritto – le mie scuse. Forse, per evitare che si ripetano situazioni del genere, occorrerà che la “Direzione e Redazione” della rivista rientri nel più grande “Comitato direttivo” e io solo faccia il direttore. D’altronde per uniformarsi a questo tempo di leaders e liderismi vari un direttore unico vale più di un Comitato di direzione. Non ci credo, ma mi adeguo.

Quanto al contenuto dell’articolo, che tu critichi con sarcasmo e tacci di stupido grillismo, non sono assolutamente d’accordo con le tue conclusioni. Il Ponte è europeista fin dai tempi di Calamandrei e di Enriques Agnoletti, ma questo non significa che l’attuale Unione europea ci soddisfi e rifletta le nostre posizioni. Anzi, io credo che questa Unione vada distrutta (e l’operazione non sarà indolore e potrebbe passare anche – per nostra disgrazia – per la Le Pen) e che restare all’interno di questo “obbrobrio” che è l’attuale Unione non può che aggravare la situazione. Questo era – o voleva essere – il succo dell’articolo.

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22 agosto 2016
pubblicato da Rino Genovese

Dissenso sull’Europa

Europa
di Rino Genovese

Mi tocca prendere la parola per “fatto personale”, come si dice, e la cosa mi riesce piuttosto dura. Leggo sul numero di luglio della rivista un articolo di apertura in corsivo, firmato semplicemente Il Ponte, che è un piccolo catalogo poco ragionato di tutte le sciocchezze grilline, neoqualunquistiche o neoperoniste (fate voi a piacere), che girano sul conto dell’Unione europea. Il titolo è un programma, Fuori dall’Europa. Per andare dove? Si prende spunto dalla recente uscita della Gran Bretagna dalla Unione europea – con un referendum voluto dai conservatori, passato solo per una reazione di chiusura e di paura nei confronti del flusso di migranti, e che, all’atto pratico, darà solo la stura a un nuovo accordo rinegoziato al ribasso – per prospettare come positivo uno sgretolamento della pur difettosa costruzione europea, che a mio avviso, invece, sarebbe un regresso storico e darebbe corda a tutti i nazionalismi e localismi xenofobi: una situazione di cui si gioverebbero le destre, anche estreme, non certo i movimenti e le formazioni politiche che in questi anni, dalla Spagna alla Grecia (purtroppo non in Italia, dove si è affermata una nebulosa neoqualunquistica), si sono battuti contro l’Europa dell’ingiustizia sociale. Resta vero che, quando si è imbottigliati, l’unica è tentare di andare avanti, non fare marcia indietro: fuor di metafora, poiché gli Stati nazionali sono pressoché un residuo del passato, si tratterebbe di avanzare verso una maggiore integrazione europea, che sarebbe se non altro un terreno di lotta più avanzato.

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16 maggio 2016
pubblicato da Il Ponte

Vincenzo Accattatis

Vincenzo Accattatisdi Giovanni Palombarini

Vincenzo Accattatis, nato a Cosenza il 29 aprile 1930, è entrato in magistratura nel 1959. Ha svolto la sua attività negli uffici giudiziari di Pisa, fino a raggiungere l’incarico di giudice della Cassazione, dove ha contribuito a trasformare la Corte da organo conservatore a giurisdizione aperta ai principi costituzionali.

È stato un «magistrato scomodo». Così Carlo Galante Garrone definiva quei giudici che negli anni settanta operavano controcorrente, che leggevano le norme dei codici alla luce dei principi costituzionali e che per questo si scontravano spesso con la giurisprudenza allora dominante.

Accattatis, quale magistrato di sorveglianza di Pisa, rimise al giudizio della Corte la questione della legittimità costituzionale di talune misure di sicurezza varate da Alfredo Rocco e mai riviste dal legislatore repubblicano; e, nel frattempo, interpretando la legge esistente in modo liberale («visto e disapplicato l’ordinamento penitenziario» era una formula che caratterizzava alcuni suoi provvedimenti), iniziò a concedere licenze ai condannati alla casa di lavoro (dove questo mancava) perché, anziché oziare in carcere, potessero svolgere un’attività esterna. Per questo si attirò le ire del ministro Gonella, del Procuratore generale Calamari, del Csm, allora monopolizzato da togati e laici di centrodestra, che ne decisero il trasferimento ad altro incarico. Ma, dopo pochi anni, proprio seguendo quella logica e sviluppando quelle innovazioni, sarebbe intervenuta la riforma dell’intero sistema carcerario.

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12 maggio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Fondazione per la critica sociale

Socialismodi Rino Genovese

Il Ponte sta entrando in una nuova fase della sua lunga vita. Con la costituzione di una Fondazione per la critica sociale (per iniziativa del sottoscritto, in quanto direttore della collana “La critica sociale” presso l’editore Rosenberg&Sellier, e del direttore e proprietario della rivista Marcello Rossi) Il Ponte non soltanto si pone finanziariamente al riparo per i prossimi anni, ma intende sviluppare le proprie iniziative sia mediante un potenziamento del sito on line sia attraverso la pubblicazione, peraltro già in corso, di volumi che rientrino nell’ambito della sua tradizione politico-culturale. A me il compito di spiegare brevemente il senso, diciamo così, filosofico della Fondazione, che si avvale di un Consiglio di amministrazione e di un Comitato di indirizzo oggi entrambi in carica e operativi.

Perché critica sociale? Il richiamo alla storica rivista che fu di Filippo Turati è voluto. Non certo perché il padre nobile del riformismo italiano sia un punto di riferimento privilegiato nella storia del Ponte; al contrario, come i nostri lettori più anziani sanno perfettamente, l’idea socialdemocratica e statalista è stata, nella storia della rivista, più un punto di partenza da mettere in discussione nella direzione di un socialismo libertario, basato sul decentramento dei poteri, che il centro di un programma politico. Avendo tuttavia ai nostri tempi la parola “riformismo” mutato di significato nel lessico politico corrente, non è affatto scontato ricordare che appunto la critica sociale, e la prospettiva di un superamento graduale del capitalismo, erano il cuore del progetto riformista originario.

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