30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Valeria Turra

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato]

Voterò no al referendum costituzionale perché ritengo che la riforma comprima gravemente la rappresentanza dei cittadini. La mia convinzione nasce dal confronto fra il testo della Costituzione vigente e quello della riforma, come vorrei qui brevemente dimostrare.

L’art. 67 recita nel testo vigente: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato»; nel testo modificato: «I membri del Parlamento esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato»; nella modifica viene cioè a cadere quale sia il soggetto rappresentato dal Parlamento, cioè la Nazione. La caduta si spiega con il nuovo art. 55 co. 3: solo la Camera dei deputati rappresenta la Nazione, non più il Senato. Sorge spontanea la domanda: chi sarebbe rappresentato, dunque, dal nuovo Senato? Vorrebbe rispondere l’esordio dello stesso art. 55 modificato, co. 5: «Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali». Il meglio che si possa dire è che questa risposta è generica: un qualunque cittadino italiano – che la Costituzione deve rappresentare e a cui quindi si rivolge – è portato a pensare che la riforma miri ad attuare un Senato federale; se questo cittadino prosegue però nella lettura, deve avvedersi di un primo punto critico (art. 57 co. 1): oltre ai 95 senatori «rappresentativi delle istituzioni territoriali» ce ne saranno 5 nominati dal presidente della Repubblica (i quali ovviamente non avranno alcuna rappresentatività territoriale). Non si tratta che del preludio alle criticità maggiori che i commi successivi contengono: sono i consiglieri regionali che in numero variabile – insieme a un sindaco per regione – diventeranno senatori, e non i presidenti di regione.

Ora, io non so se la difficoltà palese di poter conciliare professioni tanto impegnative come quelle di senatore e di presidente di regione abbia indotto i relatori a rifugiarsi nella figura dei consiglieri, pur che fermo restasse che i cittadini non votino direttamente i senatori. Di certo, se si tratta del ramo legislativo della rappresentanza regionale, è evidente che tali consiglieri saranno espressione del loro partito, e non delle regioni in quanto entità territoriali; allora, se si capisce con questo il perdurare dell’assenza di vincolo di mandato (art. 67 sia attuale che modificato), non si può però né presumere che rappresentatività delle regioni in quanto territori ci sia (occorrerebbe per questo il vincolo di mandato) né d’altro canto condividere l’assenza di eleggibilità diretta dei senatori da parte dei cittadini, visto che i senatori continueranno a svolgere funzione di legislatori (art. 70 sia attuale che modificato: «La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere») sia pure con differenze procedurali rispetto a ora (come recita il prosieguo dell’art. 70 modificato, già famigerato per le complicanze di testo e di contenuto che introduce nel dettato costituzionale). L’art. 57 modificato, infatti, pur articolandosi in 6 commi, non affronta una questione capitale: premesso che il numero minimo di senatori per regione è due, di cui però uno è un sindaco, quale rappresentanza avranno i cittadini distribuiti per regioni in quanto tali, se i senatori, privi di vincolo di mandato, non avranno il vincolo di rappresentarli a prescindere dal partito di appartenenza, continuando a svolgere un ruolo legislativo e non esecutivo di tipo federale? Ovvero: chi potrà garantire che nella distribuzione dei senatori per regione, tutto l’arco politico dei consigli regionali di cui i senatori sono espressione verrà rappresentato coerentemente in Senato? Ovviamente nessuno, data la scarsa rappresentatività numerica di ciascuna regione nel computo dei seggi (quelli attribuiti ai consiglieri saranno 73-74 in tutto), anche a prescindere dalla volontà dei singoli consigli, tutti comunque più o meno “alterati” nella rappresentatività dei cittadini da premi di maggioranza che nessun comma specifica in quale modo influiranno nell’elezione dei senatori.

Passeremo cioè presumibilmente da un Senato rappresentativo di maggioranza e opposizioni a un Senato delle maggioranze regionali, quindi probabilmente della maggioranza tout court (nessun comma pone vincoli di merito): un Senato della maggioranza che, lo ribadisco, svolgerebbe ancora la funzione legislativa oggi svolta da un Senato che rappresenta però tutti gli elettori, non solo quelli che si riconoscono nella maggioranza espressa dai consigli regionali. Se aggiungiamo infine che la revisione costituzionale (art. 117 co. 4) prevede una clausola di “supremazia” statale per cui il governo potrà decidere di intervenire anche nelle materie di potestà regionale, capiremo che al centro della revisione non è stata posta la rappresentanza dei cittadini. Di chi e di quali poteri aumenti la rappresentanza – dunque il potere – la compressione della rappresentanza – dunque dei diritti – dei cittadini elettori, lascio all’immaginazione del lettore giunto fin qui: perché dire no alla revisione costituzionale sarà dire no alle nuove oligarchie.

30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Angelo Tonnellato

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore SettisValeria Turra]

Al referendum sulla riforma costituzionale voterò no. Voterò no innanzitutto per una pregiudiziale etico-politica. Il parlamento in carica è stato a suo tempo eletto con una normativa colpita in punti nevralgici da una declaratoria di illegittimità pronunciata dalla Corte costituzionale. Esso non aveva e non ha, e mai potrà avere finché rimarrà attivo, titolo politico per poter decentemente mettere mano a una revisione della Carta.

Vorrei ricordare che alla pronuncia della Consulta del 2014 si pervenne non per vie oblique, ma maestre, grazie all’azione promossa da un cittadino elettore che riteneva – e la Consulta gli ha dato ragione – di aver dovuto col suo voto concorrere a un processo elettorale gravemente distorto da una legge elettorale posta ad agire – cito dall’esposizione della causa petendi fatta dalla sentenza – «in senso contrario ai principi costituzionali del voto “personale ed eguale, libero e segreto” (art. 48, secondo comma, Cost.) e “a suffragio universale e diretto” (artt. 56, primo comma e 58, primo comma, Cost.)».

Che un’assemblea sortita per effetto di una tale legge elettorale potesse non sentirsi tenuta alle dimissioni è questione che pone l’Italia al livello di una qualsiasi repubblica delle banane.

Nel merito, la riforma disegna una sorta di regime del capo del governo e, in accodamento, dei capi dei partiti. Ne traccia, per così dire, la sinopia, riempita poi dall’Italicum, che della revisione è la vera cartina al tornasole, checché ne dicano i sostenitori del impegnati a negare l’effetto di combinato disposto dei due complessi normativi invero con un argomento pateticamente formalistico, un mero espediente verbale, quello secondo cui i due piani vanno tenuti distinti perché si vota sulla riforma della Carta e non sulla legge elettorale.

La riforma Renzi-Boschi, a parte il cattivo italiano in cui è scritta, non solo non si pone in alcun modo il problema di rimediare al costante degrado della rappresentanza – che è poi il problema della partecipazione e quindi l’essenza della democrazia – ma lo aggrava ulteriormente. Disegna un Senato che o si ridurrà a luogo psico-terapeutico per consiglieri regionali frustrati o diventerà un conflittuale e (nella imperscrutabile e continua variabilità della sua composizione) produttore di instabilità.

Sarebbe tuttavia ingiusto caricare sulle spalle di Renzi e Boschi più di quanto hanno in proprio la responsabilità di portare. Questa riforma nasce nella scia dei governi del presidente che hanno caratterizzato gli ultimi anni di Napolitano al Colle. E su cui siamo rimasti timidamente impacciati e reticenti. Nella storia delle prassi costituzionali, di cui sono largamente fatte le storie costituzionali, quelle iniziative si inscrivono come una turbativa dell’equilibrio dei poteri. Quale che fosse la bontà delle intenzioni. Perché, a ben guardare, esse sono state certamente un effetto della debolezza del parlamento e dei partiti; ma anche la causa di una ulteriore dilatazione di quella debolezza. La storia dei “saggi” riuniti al Quirinale per scrivere – indirettamente, certo, e ad adiuvandum – uno o più pezzi del programma di governo è una pagina opaca della nostra storia recente. Occorre quindi interrompere la risacca. Una buona ragione per votare no.

30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Salvatore Settis

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo ScarpariAngelo Tonnellato, Valeria Turra]

Ritengo necessario pronunciare un energico no alla riforma costituzionale Renzi-Boschi, per considerazioni specifiche che ho meglio articolato nel mio recente libro Einaudi Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla.

Secondo Piero Calamandrei, «quando il Parlamento discuterà pubblicamente la Costituzione, i banchi del governo dovranno esser vuoti; estraneo del pari deve rimanere il governo alla formulazione del progetto, se si vuole che questo scaturisca interamente dalla libera determinazione dell’assemblea sovrana». Questo galateo istituzionale è stato violato brutalmente dal governo Renzi.

Questa e altre (numerose) improprietà e forzature nella procedura non basterebbero da sole a giustificare un pieno no, che solo il merito della riforma può, anzi deve, innescare. Lo giustificano, invece, altre ragioni, per esempio:

  1.  con scelta politica quanto mai impropria, la proposta di riforma si è intrecciata a una nuova legge elettorale (detta Italicum), che pur essendo stata fatta dopo la sentenza della Corte costituzionale che condannava il Porcellum bollandone la «illimitata compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare, incompatibile con i principî costituzionali», ha ribadito, truccandoli, i due motivi di incostituzionalità di quella legge, un irragionevole premio di maggioranza (di fatto assegnabile, al secondo turno, anche a una minoranza, poniamo del 20%), e un meccanismo che favorisce i nominati e limita le scelte degli elettori;
  2.  confuse campagne di disinformazione hanno oscurato la vera natura della riforma, presentandola come «la fine del monocameralismo», mentre il Senato sopravvive, in un intrico di competenze dello sterminato art. 70, che non meno di 11 ex presidenti della Corte costituzionale hanno denunciato come fonte di conflitti di competenze e ritardi nelle procedure;
  3.  l’abolizione dei Consigli provinciali (elettivi), lasciando le Province presidiate dai prefetti, che dipendono dal governo, si congiunge a un Senato di nominati dalla politica, a una Camera per oltre il 50% condizionata dalle nomine dei “capi” dei partiti; cioè corrisponde a una forte diminuzione della democrazia;
  4.  il meccanismo di elezione del presidente della Repubblica (art. 83), che dal settimo scrutinio prevede una maggioranza dei 3/5 non dei componenti il collegio elettorale, ma dei votanti, comporta una violenta delegittimazione della più alta carica dello Stato;
  5.  con la modifica dell’art. 67 i membri del Senato non rappresenteranno piú la Nazione eppure del Senato faranno parte di diritto gli ex presidenti della Repubblica, derubricati a rappresentanti delle autonomie locali: ulteriore delegittimazione della figura del capo dello Stato e della sua funzione.

Queste sono solo alcune delle storture di una pessima riforma, che non affronta i veri problemi del paese, dalla corruzione all’evasione fiscale, dalla disoccupazione alla decrescita infelice della produzione. Una riforma voluta da un governo che intanto nulla fa per attuare gli articoli della Costituzione fino a oggi rimasti lettera morta (per citare un solo esempio, l’art. 3 sul diritto al lavoro).

30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Giancarlo Scarpari

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello RossiSalvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Quando Berlusconi scese in campo nel ’94, costruì in due mesi un partito e sbaragliò gli avversari alle elezioni, un vento nuovo investì, inquietante, anche l’assetto istituzionale del paese; e l’ideologo della Lega Nord, Gianfranco Miglio, lo tradusse in linguaggio comprensibile a tutti: «è sbagliato dire che una costituzione deve essere voluta da tutto il popolo; una costituzione è un patto che i vincitori impongono ai vinti. […] Basta la metà più uno dei voti del Parlamento; poi si tratta di mantenere l’ordine nelle piazze». L’intervista fece scalpore per la brutalità dei toni usati, ma  pochi avvertirono che quelle parole innanzitutto sconfessavano i principi del moderno costituzionalismo, su cui era stata costruita la nuova Carta repubblicana.

Per i “nuovi riformatori” la Costituzione del ’48 cessava di essere un patto stilato da soggetti o partiti caratterizzati da differenti ideologie, ma decisi a scrivere insieme le regole della civile convivenza anche per le generazioni future; cessava cioè di essere la norma base dell’ordinamento, ai cui principi le altre dovevano uniformarsi, per essere invece ridotta quasi al rango di una legge ordinaria, che una qualsiasi maggioranza parlamentare poteva scardinare e usare per sconfiggere l’avversario.

Così, nel 2001, gli apprendisti stregoni del centrosinistra, nel tentativo di sottrarre voti alla Lega, votarono a maggioranza, alla fine della legislatura, la riforma del Titolo V della Costituzione: una soluzione pasticciata, che non evitò la sconfitta alle elezioni, ma che costituì un solido precedente per le ben più vaste revisioni future.

Il governo di centrodestra nel 2005, infatti, fece di più e di peggio: votò, con maggioranze blindate, una legge costituzionale, che introduceva un «bicameralismo differenziato», con un Senato federale eletto su base regionale, con un premier “assoluto”, che doveva chiedere la fiducia alla sola Camera dei deputati e con un’opposizione parlamentare chiaramente irrilevante; inoltre perfezionò il tutto con una nuova legge elettorale, che attribuiva ai leader di partito il potere di nominare i candidati per le elezioni e che assegnava alla coalizione vincente un premio di maggioranza di 340 seggi.

Dopo la sconfitta elettorale della destra nel 2006, un referendum ha poi cancellato la riforma costituzionale; parlamenti e governi successivi hanno invece gelosamente conservato la legge elettorale.

Il centrosinistra ha poi prodotto Renzi; e  questi ha subito dimostrato di avere appreso la lezione del nuovo costituzionalismo.

Solo grazie ai 340 seggi ereditati alla Camera (senza quel premio, nel 2013, il Pd ne avrebbe ottenuto solo 170-180), il presidente del Consiglio ha infatti potuto intestarsi la revisione della seconda parte della Costituzione, revisione che ha cancellato o modificato 47 articoli della Carta: questa riforma non è stata perciò decisa, se non formalmente, dal Parlamento e neppure dal governo, ma da un uomo solo al comando, che ha persino sostituito in Commissione, al Senato, due componenti che non erano in linea con le sue decisioni: se una costituzione è  un patto che stabilisce regole per limitare il potere, qui, al contrario, è stato il potere che ha unilateralmente modificato nel proprio interesse quelle regole e quel patto. Ma non basta.

Memore dell’insegnamento di Calderoli, Renzi ha poi coniugato la revisione costituzionale con una nuova legge elettorale, che ha riprodotto, con talune varianti, quella già censurata dalla Corte per ciò che riguarda i capilista nominati e che ha confermato, soprattutto, il premio abnorme di 340 seggi riservato alla lista vincente al ballottaggio, previsto senza l’indicazione di alcuna ragionevole soglia di accesso.

Orbene, sottolineare le forzature che si sono rese necessarie per raggiungere questi obiettivi – i “canguri”, le “tagliole”, il “supercanguro”, ecc. – è certo utile e doveroso, perché quelle torsioni bene evidenziano l’arroganza che ha accompagnato l’azione di questo “potere costituente”; così come è importante elencarne le soluzioni pasticciate (10 diverse procedure sono previste per varare le leggi!) o incongrue (un Senato di sindaci e consiglieri regionali non vota le leggi ordinarie, ma sì invece quelle costituzionali!), perché manifestano la qualità della cultura istituzionale di questi novelli riformatori.

Ma più importante ancora è leggere insieme le due normative, perché, grazie alla rappresentanza drogata prevista anche dalla nuova legge elettorale, verrà consentito al capo di un unico partito di scegliere il presidente della Repubblica dopo il settimo scrutino ( quando, nelle Camere riunite, per eleggerlo, sarà sufficiente la maggioranza dei 3/5 dei presenti, e cioè circa 400 voti), nonché 1/3 dei consiglieri del Csm (quando, al quarto scrutinio, sarà necessaria la medesima percentuale di votanti); senza dimenticare che sarà poi quel presidente a nominare un terzo dei componenti della Corte costituzionale, in aggiunta a quelli eletti dalla Camera, dal Senato e dalle supreme magistrature. Anche sugli organi di controllo perciò si estenderà, sia pure indirettamente e con incidenze diverse, il potere diffuso del capo del partito di maggioranza; il complesso equilibrio di pesi e contrappesi necessario per configurare una costituzione liberale e democratica risulterà in tal modo menomato e definitivamente compromesso.

Il precedente del 2005, con le sue evidenti assonanze (oggi, non a caso, dimenticate dai proponenti), ci dice verso quale direzione e sbocco politico marci l’articolato progetto di Renzi.

Sostenere che questa riforma non tocchi la prima parte della Costituzione, come ripetono a gran voce i suoi sostenitori, significa ignorare volutamente che tutta la “governabilità”che si invoca ha oggi la funzione di rendere più veloci e meno contrastate soprattutto le sgradevoli decisioni «richieste dall’Europa» in materia di salute (art. 32), di lavoro (artt. 35-37), di previdenza (art. 38), richieste che fungono da pietra tombale su quanto previsto dall’art. 3 capoverso; del resto l’avvenuta modifica dell’art. 81, con la sua diretta e disastrosa incidenza sull’effettività dei diritti previsti nella prima parte, sta lì a ricordarcelo.

Giustificare infine la riduzione del numero dei senatori con il risparmio di spesa è poi l’avvilente argomento di chi, ormai succube dell’ideologia anticasta oggi imperante, ritiene che sia giunta l’ora di svendere anche i principi costituzionali per l’ennesimo piatto di lenticchie.

30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Pier Paolo Poggio

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario PezzellaMarcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Non so se andrò a votare al referendum costituzionale, se lo farò voterò no, per alcuni motivi anche estranei ai contenuti sottoposti al vaglio dei cittadini elettori. Il primo motivo è di natura estetica, ma non per questo futile: trovo intollerabile che si ammassino in un referendum onnicompresivo elementi eterogenei, secondo lo stile invalso nelle cosiddette leggi di stabilità, in cui si può trovare di tutto e il suo contrario. Qui gli elettori debbono pronunciarsi sull’abolizione del Senato, che però non verrà abolito, sulle regioni, che, rovesciando la precedente riforma costituzionale, verranno severamente punite, ma non quelle a statuto speciale che conservano intatti i loro privilegi, sull’abolizione del Cnel, di cui da tempo si erano perse le tracce, e così via.

Il secondo motivo attiene all’insoddisfazione in quanto consumatore obbligato della comunicazione politica, a cui è impossibile sottrarsi se non abbandonando il consesso civile, scelta forse salutare ma non alla mia portata. Il cittadino consumatore è insoddisfatto perché l’attuale governo e leadership, dopo aver puntato tutto sul referendum come una sorta di giudizio di Dio che doveva consacrare definitivamente una leggittimità incerta, stanno cambiando continuamente posizione e atteggiamento, ne stanno procrastinando il più possibile l’effettuazione, negano di aver mai promesso di andarsene in caso di sconfitta del sì.

Suscita poi profonda irritazione lo schieramento totalitario per il sì dei grandi mezzi di comunicazione, della grande (?) industria, delle grandi banche, così come la recente presa di posizione dell’ambasciatore statunitense, voglioso di rinverdire la settantennale politica di ingerenza dei suoi predecessori.

È infine decisamente grottesco il terrorismo mediatico sulle conseguenze funeste per il bene del paese che avrebbe un eventuale successo del no, con conseguente fuga di capitali all’estero e perdita di succose occasioni di affari con la finanza mondiale. In tal modo lo stile di governo, incarnato dal suo capo, che così ampio consenso ha incontrato negli ambienti imprenditoriali, si sta rovesciando nel suo contrario, non più decisione, rapidità, chiarezza di enunciati, slogan incisivi, tirando dritto verso l’obiettivo, ma all’opposto un andamento ciclotimico dall’esaltazione della vittoria sicura alla lamentela per il moltiplicarsi degli avversari, e con unica coerenza: evitare di far capire agli elettori su cosa effettivamente saranno chiamati a votare, al momento non si sa ancora quando.

Un ulteriore motivo di opposizione alla riforma costituzionale voluta dal governo non riguarda direttamente il merito del megaquesito sottoposto agli elettori ma la cultura politica che ne ha guidato la formulazione e ancor più le motivazioni e i valori di fondo. Tutto questo è riassumibile in un unico obiettivo che, si dice, verrà sicuramente raggiunto se vinceranno i sì. Si tratta di mettere la politica e le istituzioni al passo con la velocità dei cambiamenti che con moto accelerato investono la società, sospinti dall’innovazione tecnologica. Si tratta di correre, scattare, accantonare vecchi riti e formalismi, proiettarsi nella rete, decidere in tempo reale a colpi di tweet. Su questo terreno, apparentemente, il governo non ha oppositori seri: o arrancano sulle stesse traiettorie denotando una evidente subalternità, o, come nel caso della maggiore forza di opposizione, un post-partito senza eguali al mondo, propongono di scavalcare la prefigurata democrazia del capo con una inedita democrazia virtuale istantanea, cioè con il massimo di aderenza alla tecnosfera digitale.

La proiezione sul futuro, in realtà un futuro presente che si consuma nell’immediatezza, non è certo nuova, anzi è la più vecchia delle retoriche della modernità novecentesca, che proprio in Italia ha avuto il suo epicentro con il futurismo, battistrada ideologico, grazie alla guerra, del fascismo. Eppure tutto questo correre non solo non porta da nessuna parte ma non riesce neppure a coinvolgere gli elettori che stanno defezionando in massa non solo dai partiti ma anche dalle elezioni. È possibile, o almeno augurabile, che essi abbiano bisogno di una politica molto diversa da quella in campo, che non a caso viene unanimemente considerata scadente (e le prove empiriche davvero non mancano). Una politica che abbia una visione prospettica del futuro; ma a questo fine non serve rincorrere la corrente o cercare di restare sulla cresta dell’onda; molto più importante è riconquistare il rapporto con il proprio passato, con la propria storia.

Gli italiani sono invece un popolo di smemorati, e le giovani generazioni, per responsabilità di quelle adulte e anziane, lo sono in sommo grado. Se così non fosse il governo, questo governo così convintamente e esteticamente giovanilista, non avrebbe commesso l’errore di camuffare il referendum da plebiscito, quasi provocatoriamente rievocando i sì totalitari del sempre verde ventennio nero. Ma su questo terreno può stare tranquillo la memoria in Italia viene concordemente mummificata sia dai cultori che dai detrattori. L’inertizzazione della memoria mina alla radice la forza vitale degli individui e dei popoli perché «nella memoria c’è una forza di resurrezione, la memoria vuol vincere la morte» (N. Berdjaev). Non chiediamo tanto, solo sperare che per una volta gli italiani ricordino alcune tappe cruciali della loro storia recente e non ripetano gli errori del passato, rimediando anche all’errore che di sicuro ha già commesso il governo dividendo il paese, usando le riforme costituzionali a fini impropri di autopotenziamento, forse senza nemmeno riuscirci.

30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Mario Pezzella

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso MontanariPier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Spero che decidano per il no al referendum anche coloro che di solito non votano: o perché considerano truccato il gioco delle istituzioni o perché ritengono la politica un puro spettacolo irrilevante o perché temono di trovarsi in cattiva compagnia. Condivido in buona parte la loro diffidenza: tuttavia penso che stavolta si debba votare, sia pure con motivazioni diverse da chi intende puramente e semplicemente difendere la Costituzione vigente.

La crisi del regime democratico-parlamentare che ci ha governato fino all’inizio di questo secolo è sotto gli occhi di tutti ed è probabilmente irreversibile: stiamo assistendo non a un semplice mutamento di governo nell’ambito di regole comunque valide e neanche a una pura ridistribuzione dei rapporti di forza, ma a un cambiamento più sostanziale di forma della politica. Che si debba cambiare la Costituzione è perfino ovvio: solo, in senso opposto a quello che intende seguire la riforma proposta dall’attuale capo del governo.

Del populismo si parla spesso in modo generico e giornalistico: questo impedisce di coglierne l’interesse e la specificità e anche – per quanto riguarda l’Europa – il forte legame con la tradizione della destra del Novecento. L’analisi migliore di questa forma politica è stata realizzata da Ernesto Laclau, che – per altro – ne è in fondo un sostenitore. Perché il populismo possa sorgere – egli sostiene – occorre una condizione negativa e tre condizioni positive. La prima è la crisi dell’ordine simbolico e politico precedente e dunque, nel nostro caso, della democrazia rappresentativa parlamentare. Le altre sono: l’identificazione di massa con l’Io ideale incarnato dal Capo, la costituzione di un “altro”, come nemico esterno o interno del popolo, la capacità di comporre almeno provvisoriamente in unità domande e critiche apparentemente incompatibili. La sostanza comune di queste operazioni è la riduzione a unità politica immaginaria di una molteplicità altrimenti disseminata e potenzialmente critica per l’ordine esistente.

La riforma della Costituzione voluta da Renzi permette la costituzione di un esecutivo capace di riassumere in sé queste funzioni. Non dico che Renzi personalmente voglia o sia in grado di porsi come capo di un movimento nazional-populista, questo si vedrà: tuttavia il quadro istituzionale proposto conduce a un rafforzamento unilaterale del potere esecutivo tale da permetterne la futura costituzione, con leader e comportamenti politici che potrebbero essere infinitamente peggiori di quelli attuali. Qualcuno potrebbe obiettare: ma che ci importa di questa o di altra forma politica? Tanto non è sempre comunque la Banca centrale europea a comandare e i poteri economici forti?

In effetti la riforma – che si dice «voluta dall’Europa» – si propone in prima istanza di modificare la natura dello Stato in modo tale da renderlo rapidamente adeguato al comando delle potenze economiche dominanti, liberandolo dai lacci (tali sono oggi considerati) del parlamentarismo. L’esecutivo – sottratto sostanzialmente a ogni controllo dopo l’elezione – diverrebbe così soprattutto un esecutore; ma è possibile anche una sorta di eterogenesi dei fini, come quella che pare divenire possibile in Francia: e cioè che di un esecutivo di questo tipo si impadronisca un movimento populista di destra, raccogliendo in chiave sciovinista e razzista la protesta contro la crisi e le forze economiche che l’hanno prodotta. Può accadere che si trovino dunque a competere una destra tecnocratica e una destra – più o meno larvatamente – nazionalista (o perfino neofascista).

Entrambe queste soluzioni, consentite e stimolate dall’attuale proposta di riforma, sono a nostro avviso distruttive per ogni volontà politica che voglia invece dirigersi verso una democrazia insorgente, sociale e partecipata. E che richiede sì, modifiche alla Costituzione, ma di ben altro segno: federalismo, mandato imperativo, controllo diretto e continuo dei rappresentanti sui propri eletti. Una costituzione di questo tipo sarebbe il riflesso politico di una richiesta di eguaglianza e di giustizia economica, che sembra lontanissima dalla mentalità degli attuali patrigni costituenti.

Temo che la frase possa suonare retorica, ma la voglio pronunciare ugualmente: è quella di Rosa Luxemburg: O socialismo o barbarie; perché se per un momento riusciamo a toglierci dagli occhi la benda dello spettacolo con cui ci annebbiano la ragione, dovremo riconoscere che questa e non altra è l’alternativa che si sta delineando per il prossimo futuro. Votiamo no perché resti ancora possibile uno spazio di conflitto in questa direzione.

30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Tomaso Montanari

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Gli italiani sono chiamati a votare su una riforma costituzionale approvata a colpi di maggioranza politica, sotto l’abusiva pressione dell’Esecutivo, in un Parlamento rimasto in carica solo per il principio di continuità dello Stato dopo che una sentenza della Corte costituzionale ha dichiarato «rotto» il rapporto che lega il corpo elettorale e i suoi rappresentanti. Il potere che ha disposto e ottenuto tutto questo non va cercato nella esangue politica italiana, nello sfilacciato partito di maggioranza, nelle incresciose figure dei presidenti della Repubblica che a tutto ciò si sono prestati. No: il mandante è il mercato finanziario globale. E il progetto è molto chiaro: sostituire alla sovranità popolare la sovranità dei mercati; sostituire all’altissimo obiettivo del pieno sviluppo della persona umana, attuato attraverso la partecipazione alla democrazia, una nostra definitiva mutazione in consumatori silenziosi, governati da una intangibile oligarchia.

La relazione introduttiva al disegno di legge costituzionale lo dice senza infingimenti: la Costituzione si cambia per sostenere le «sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale». Era, questa, l’esplicita richiesta della più grande banca d’affari del mondo, la J. P. Morgan, che nel giugno del 2013 ha scritto: «Le Costituzioni e i sistemi politici dei Paesi della periferia meridionale dell’Europa […] tendono a mostrare una forte influenza socialista, che riflette la forza politica che le sinistre conquistarono dopo la sconfitta del fascismo. Questi sistemi politici periferici mostrano, in genere, le seguenti caratteristiche: governi deboli; Stati centrali deboli rispetto alle regioni; tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori; […] e il diritto di protestare se cambiamenti sgraditi arrivano a turbare lo status quo. […] Ma qualcosa sta cambiando: il test chiave avverrà l’anno prossimo in Italia, dove il nuovo governo ha chiaramente l’opportunità di impegnarsi in importanti riforme politiche». Il nesso tra le richieste della banca e la riforma della Carta è stato platealmente ammesso dal «Corriere della sera», nell’aprile 2014: «Basterebbe rileggersi il rapporto stilato dalla J. P. Morgan il 28 maggio 2013, là dove indica nella “debolezza dei governi rispetto al Parlamento” e nelle “proteste contro ogni cambiamento” alcuni vizi congeniti del sistema italiano. Ecco una sfida decisiva della missione di Renzi. La velocità impressa dal premier, quindi, a Napolitano non dispiace». La Costituzione va cambiata perché lo chiede il mercato. E non solo la Costituzione: tutto il sistema democratico va smantellato. E allora si capisce perché la ministra dell’Istruzione del governo Renzi abbia affermato che «l’Italia paga un’impostazione eccessivamente teorica del sistema d’istruzione, legata alle nostre radici classiche. Sapere non significa necessariamente saper fare. Per formare persone altamente qualificate come il mercato richiede è necessario imprimere un’impronta più pratica all’istruzione italiana, svincolandola dai limiti che possono derivare da un’impostazione classica e troppo teorica».

Quando, nel settembre 1944, il rettore Piero Calamandrei riaprì l’Università di Firenze invitò gli studenti a tirar su dalle macerie, e a spolverare alla meglio, i libri di Galileo, Beccaria, Mazzini: «con questi libri possiamo rimetterci con fede al lavoro: ed esser certi che in questa nuova Europa che si annuncia dal sangue e dal dolore, l’Italia ha ancora qualcosa da dire». Anche oggi, nel 2016, l’Italia ha qualcosa da dire: dire no a questa svolta oligarchica è il primo passo per costruire un futuro diverso.

30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Mario Monforte

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo JasonniTomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Andando al referendum sulla modifica renziana della Costituzione, per ben comprenderlo è utile ricordare, in questo “paese di smemorandia”, che non ne è questa la prima modifica formale (mettendo da parte quelle attuate in pratica). La prima fu quella del Titolo V, con risicati voti parlamentari del centrosinistra, fatta passare nel referendum del 7 ottobre 2001 come «autonomie delle Regioni» – fu presto chiaro che erano carrozzoni mangia-fondi e piazza-politici: una “deforma” da riformare, il che resta tuttora in sospeso (le effettive autonomie sono “problematiche” per il potere statuale centrale).

La seconda fu la “deforma” di Berlusconi, che diminuiva deputati e senatori, ma in funzione del premierato, con caduta del governo del premier solo a «sfiducia costruttiva», del maggior controllo politico della magistratura, della riduzione del presidente della Repubblica a ruolo notarile – puntando a interconnettersi a una legge elettorale con grosso premio di maggioranza. L’operazione berlusconiana fu sostenuta con minore virulenza dell’attuale, ma l’allora Ds, con associazioni collaterali e fronte di sinistra – nell’allarme: «attentato alla Costituzione, democrazia in pericolo» –, l’affossò nel referendum del 25-26 giugno 2006.

Quella renziana è la terza. E i baldi difensori diessini della Costituzione, anche loro smemorati? (Forse un “danno collaterale” per il “travaso” del 2007 nel Pd …). Il “grosso” del partito ora sostiene l’opposto, con i suoi parlamentari, che hanno legittimato un parlamento uscito da una legge elettorale, il Porcellum di Calderoli, incostituzionale (come sancito dalla Consulta), e quindi i suoi provvedimenti – in compagnia dell’opposizione: sia quella mezza-e-mezza di Forza Italia, sia quella piú decisa, a sinistra, a destra, a “né di destra né di sinistra”, hanno accettato, perciò riconosciuto, questo parlamento, operando in esso. In tale quadro sono state accolte “forzature” istituzionali – tre governi nominati da Napolitano, sua seconda rielezione alla presidenza della Repubblica (in effetti, una suite di «golpe bianchi») – e decise una serie di misure nocive per il paese e la sua popolazione (ma negli interessi della dominante oligarchia economica, sociale, politica, culturale, mediatica), compresa l’eliminazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Di piú: il “grosso” dei parlamentari del Pd a direzione renziana sono arrivati, perfino in un parlamento del genere, ad approvare da soli (con pochi altri per assicurare la maggioranza: quelli di Monti, quelli di Alfano e Verdini, già del centrodestra) il massacro della II parte della Costituzione – lasciando la I sospesa, come da sempre, nel vuoto retorico (verso il crescente oblio). Gli aspetti piú palesi sono l’eliminazione del Senato – sostituito da un “papocchio senatorio” di nominati in seconda istanza (pescati dai Consigli regionali), marginale per la gestione (governo) dello Stato -, connessa alla nuova legge elettorale, detta (chissà perché) Italicum – simile all’altra: premio di maggioranza assurdo a chi arrivi al 40% dei voti validi, ossia il 25% al massimo dei votanti effettivi, con immediata «fiducia di mandato» al leader vincitore, e assunzione di tutte le cariche istituzionali da parte sua e dei suoi.

La propaganda a favore è piú proterva, ma non molto diversa dalla precedente berlusconiana: «assicurare la governabilità», «ridurre le spese della politica», «basta con il bicameralismo perfetto» – ed «è settant’anni che ce lo chiede il paese» -, «stop alle lungaggini parlamentari» per «fare presto e bene» – e il cambiamento è valido, e la modernizzazione è indispensabile.

Una serie di balle, «notizie false e tendenziose atte a …» ingannare la popolazione. La governabilità? Ma è assicurata, e da sempre, in Italia, al di là e anzi proprio attraverso l’alternarsi delle gestioni (governi) dello Stato. Meno spese della politica? Ma dove, basta fare un po’ di conti veri. Eliminare il bicameralismo? Ma è servito, e serve, a un’ampia discussione e composizione degli atti di legge nel contesto delle frazioni e fazioni della classe politica, quindi delle componenti (dirette e indirette) dell’oligarchia di referenza, nonché delle modalità di ottenere un consenso o comunque un’accettazione da parte delle classi subalterne. Lo chiede il paese da settant’anni? Il «grido di dolore» non si è mai sentito, e non siamo fra sordi. Le lungaggini? Ma sono dovute ai problemi di accordo o meno fra frazioni e fazioni, altrimenti non vi sono, com’è accaduto e accade in molti casi. E il «cambiamento» – parola d’ordine connessa a quanto è posto come mirabile: l’innovazione costante dei prodotti e ancor piú dei programmi di software – è una vox media: si muta in meglio o in peggio (come in questo caso). Variante del «cambiamento» come valido in sé è la «modernizzazione» da agognare come tale. E «presto e bene» è … il motto delle pompe funebri.

È evidente a chi non faccia parte delle cordate di interessi e interessati, o non sia un “tifoso” di Pd e soci, e non voglia farsi ingannare, che si tratta di un rinnovato disegno di accentramento dirigistico e autoritario della gestione (governo) statuale, assicurandola in una gabbia d’acciaio, sotto il «premierato» (non dichiarato, ma nei fatti) del leader impostosi e dei suoi nominati, senza contrasti significativi, almeno per ogni legislatura. Il che implica lo stravolgimento della Costituzione nei suoi caratteri di rappresentanza, di attività legislativa parlamentare, di bilanciamento dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario), nello scatenamento del leaderismo.

Per il referendum, fissato (pare) il 4 dicembre (per darsi tempo), Renzi & Co. muovono tutte le forze possibili, vanno in giro per il paese, hanno formato i «Comitati per il Sí» e imposto “privilegi” pro in tv. Né mancano gli appoggi: oltre a Marchionne, quelli di Confindustria, dei Giovani industriali, della grande stampa, di cólti che passano per studiosi “esperti”, di personaggi mediatici come Benigni, nonché altri, capaci di influenzare la “gente”. Anche dall’estero sono venuti quelli che, nel vezzo (pernicioso) dell’anglicismo, i media chiamano endorsement: l’ambasciatore Usa, John Phillips, ha detto «passi la riforma, è giusta, se no sarà una catastrofe», con supporto dell’agenzia Usa Fitch Ratings, che ha profetizzato la caduta degli investimenti esteri in Italia, se non si afferma il ; e a favore «cosí parlò …» Frau Angela Merkel. Al che Mattarella ha proclamato l’ovvio: «all’estero hanno diritto di interessarsi dell’Italia, ma la sovranità spetta al popolo» – però né Phillips, né l’agenzia Fitch, né la Merkel lo negano, danno solo “consigli” … forse, non molto utili a Renzi & Co., per reattività di orgoglio nazionale – almeno come il tifo per la nazionale di calcio (e infatti quasi tutti i media hanno lodato la risposta di Mattarella e archiviato subito la faccenda).

È un paradosso – addirittura divertente, prendendo distanze abissali, il che è arduo per chi vive nel nostro paese. Il “grosso” di coloro che hanno combattuto la “deforma” di Berlusconi & Co. ora è pro “deforma” di Renzi & Co., e viceversa: cambio di ruolo. Ogni paradosso è una contraddizione non spiegata, e va sciolta. Berlusconi con i suoi tentò questo accentramento per gestire l’avanzata del liberalismo interno insieme a un pur sgangherato “sgomitamento” per una maggiore, benché parziale, autonomia in politica estera (economica e non solo): in base a comparti dell’oligarchia che lo sostenevano, una qualche continuazione della vecchia politica Dc. E, in un contesto che, se già segnato da ripetute “esplosioni di criticità”, non era ancora quello della crisi globale – scoppiata nel 2007 e generalizzata dal 2008 -, Berlusconi pensò di riuscirci (in fondo, la modifica del Titolo V era passata). Avrebbe lasciato ai posteri questa modalità di accentramento, ma intanto si sarebbe rafforzato, e a lungo, con un successo referendario.

Cosí non fu. Attacco dall’interno: il Ds non intendeva permettere questa assunzione di maggior forza gestionale da parte di Berlusconi e centrodestra. E dall’estero: gli Usa già avevano concorso alla caduta di Dc, Psi & Co. (sostegno a «Mani pulite»), che conducevano quella politica, e non volevano la riuscita del tentativo berlusconiano; l’Ue, Germania in primis, vi si accodò. Senza dimenticare l’intreccio interno-estero: l’italico trasversale “partito amerikano” e “filo-Ue”, operante in maniera multiforme – all’interno delle stesse fila berlusconiane. E Berlusconi è infine caduto del tutto (2011), insieme ai conati di politica di “sgomitamento” di settori dell’oligarchia.

Il tentativo di accentramento è ripreso da Renzi & Co. e Pd e soci, con grossi appoggi esteri e dell’oligarchia interna: la politica renziana non prevede nessun “sgomitamento” ed è consona alle linee di Usa e Ue; l’oligarchia italica ha accolto la subordinazione ed è sempre piú in fusione con quella estera; le (attuali) critiche di Renzi a Germania e Francia, e all’Ue, sono in sé inconcludenti (sull’Ue) e servono ad agganciare, per fini elettorali, le tendenze (ancora) prevalenti in Italia del «sí all’Ue, ma cambiandola». E tale politica pro-oligarchica (pro capitale nel suo complesso, dal versante finanziario e bancario alla produzione e distribuzione, e capitale non solo interno, ma anche estero), per cui è già stato fatto molto proprio da questa sinistra (la destra non avrebbe potuto: si pensi alle sollevazioni popolari che sarebbero state promosse, o sostenute), mentre non fuoriesce dalla crisi (che è organica alla stessa «crescita», nome suadente, che significa solo accumulazione del capitale), genera costanti contraddizioni, contrasti e conflitti. Perciò è utile, per perpetuare e gestire lo stato di cose dato, un accentramento dirigistico e autoritario della gestione statuale, che anche Renzi lascerebbe al dopo, ma intanto potrebbe utilizzare appieno, con successo nel referendum.

Questo è il “nodo”. Mutano quadro e contesto. Il fronte del no si è in gran parte rovesciato. Comprende solo settori minori della sinistra: quella “interna” al Pd, da tempo tipo “re tentenna” (è chiaro: aderisce anch’essa al liberalismo-capitalismo, esemplificato dal bersaniano «le liberalizzazioni sono di sinistra», e infatti sono da sinistra liberale), che dice ni, connettendo il no alla mancata riforma dell’Italicum (il resto può andare?); decisi i fuoriusciti dal Pd, con i resti di Sel e di Rifondazione, ma di ridotto bacino elettorale; decisa, ora come allora, l’Anpi (assumendo la Costituzione come frutto della Resistenza); anche la Cgil dice no (quanti iscritti lo seguiranno?) e cosí ovviamente i sindacati di base. Per il resto, il fronte comprende il M5S, a sé stante, ma deciso (onestà e legalità costituzionale sono per esso la democrazia); Forza Italia, che però va in ordine sparso (riconosce come reale quanto affrontato da Renzi & Co., ma si attesta contro la “riforma sbagliata”, quindi: via aperta a tornare poi sul “nodo” e a cogestire il governo), dai piú decisi, come Brunetta, ai piú possibilisti, fino chi è per il ; netto il no della destra (Salvini-Lega e Meloni-FdI, ostili comunque a Renzi). Minori i sostegni “potenti”; molti i costituzionalisti per il no, che, tuttavia, sostengono l’“aggiornamento” della Costituzione, però non nel modo renziano.

La debolezza del fronte del no sta nel fatto che il messaggio agli elettori non risulta univoco, chiaro. Si centrerà infine sulla “difesa della democrazia”, ma con diverse voci, sfumature, distinguo. E si baserà sul discredito crescente e diffuso del renzismo: benché Renzi abbia cercato di correggere la personalizzazione del referendum, questo sarà un o no a lui & Co.

E perciò bisogna votare no: va respinto il “papocchio senatorio” e quanto annesso e connesso, respingendo cosí, indirettamente, anche l’Italicum (su cui la Consulta si pronuncerà dopo il referendum). Va battuto il governo renziano, con il Pd di supporto, che ha proseguito ed esteso il degrado, su tutti i piani, del nostro paese e grande maggioranza della popolazione, e l’infeudamento all’estero – riavviando una dialettica politica, pur incerta nelle prospettive, ma con aperture e potenzialità. Va sconfitta la riproposizione dell’accentramento dirigistico e autoritario, con lo stravolgimento della Costituzione e la riduzione dei diritti politici dei cittadini – il che, se non comporta di per sé la riduzione dei diritti civili, vi apre maggiori possibilità, all’occasione.

È la difesa della democrazia? È la difesa di spazi per capire e cominciare a indirizzarsi alla democrazia in senso vero. Che è ben diverso da quello corrente (liberale): l’esistente “sistema” elettorale-rappresentativo, pur respinta la gabbia dell’accentramento, applica per definizione il principio della delega alla gestione (governo) «ai pochi», con «uno» in testa (dal livello centrale a quello locale; com’è nei C. d. a. e negli altri campi), nel gioco delle fazioni politiche (partiti) – è quindi un principio oligarchico (corrispondente all’esistenza dell’oligarchia dominante in Italia). La democrazia come effettivo «potere del popolo, per il popolo, esercitato dal popolo», vuole autonomia (e reale indipendenza), autogoverno (articolato dal “basso” al “centro”), rotazione di scelti (di volta in volta) e collegialità (delle cariche). Il principio democratico, sola via di fuoriuscita dalla situazione tanto ossificata e stratificata, quanto sempre piú affondata in un vicolo cieco, del nostro paese, va ripreso, ripensato, fatto comprendere e proposto. È questo l’impegno di fondo, che comprende come momento fondante anche il no alla “deforma” di Renzi, e di tutti i suoi sostenitori.

30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Massimo Jasonni

Le ragioni di un no[Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando ImposimatoMario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

La nostra Costituzione repubblicana non è né “da amare”, né da cestinare, o “rottamare”, come qua e là si pretende sull’onda lunga dell’enfasi mediatica, ma rappresenta più semplicemente una normativa da comprendere nella sua essenza e da analizzare alla luce del retroscena etico-politico che la sorresse. Resta aperto, come sempre al cospetto di un testo di legge, tanto più se con settant’anni di vita sulle spalle, ogni possibile rilievo critico e ogni possibile progetto di riforma.

La Carta si pose orgogliosamente nel suo stesso definirsi «rigida»: rigida per l’intransigenza che le veniva da una lotta di popolo e per la coscienza, comune alle forze riformatrici presenti in aula, che si imponeva una frattura radicale con il fascismo, se si ambiva a un paese finalmente affacciato all’Europa. Tanto alti erano i propositi, quanto gravi i problemi da risolvere e agguerrite le opposizioni: perché il fascismo continuava a rappresentare l’autobiografia della nazione, non un incidente risolto, e perché gli angloamericani condizionavano gli aiuti economici, indispensabili per la ripresa, all’adesione al blocco atlantico. Certo non favorirono il buon esito della battaglia contro le destre la divisione creatasi a sinistra con la svolta di Salerno e una conclamata aspirazione del Pci a presentarsi alle elezioni come forza di governo.

Le resistenze interne si fecero già in allora valere: ebbero la meglio con il mancato inserimento dei Cln nell’esecutivo, richiesto a viva voce dal Partito d’Azione, e con l’approvazione dell’art. 7, frutto di un compromesso tra i popolari e i comunisti che indusse i laici allo sdegno. Tuttavia l’anima riformatrice prevalse e impresse un marchio indelebile alla Carta. Vinsero le spinte etico-religiose – si pensi a Dossetti –, in uno con la fedeltà culturale – si pensi a Calamandrei e a Salvemini – allo spirito della Resistenza.

Dossetti:

occorre dare veramente un volto nuovo al nostro Stato che assicuri a tutti gli italiani una democrazia effettiva, integrale, non solo apparente e formale, ma sostanziale, una democrazia finalmente umana […]. Non è per indulgere a una convenienza retorica che io qui voglio ricordare, fra i tanti nostri morti, un morto a me particolarmente vicino. Quasi due anni fa, il giorno di Pasqua del 1945, sull’Appennino reggiano, prima delle prime luci dell’alba, venivamo svegliati dall’annuncio che truppe […] naziste e fasciste avevano rotto parte del nostro schieramento […], incominciava così una giornata di Pasqua che fu giornata di duri combattimenti […]. Verso sera il nemico fu ricacciato. La vittoria. Ma la sera fu triste. Proprio una delle ultime fucilate aveva colpito Elio, il nostro vice comandante di brigata […]. Era ferito mortalmente ma ancora non se ne rendeva conto e sperava nell’intervento chirurgico di un nostro amico; ma l’amico, oggi qui tra noi, non poté che annunziarci che la morte era ormai imminente. E allora qualcuno dovette assumersi il compito di far sì che quel sacrificio, iniziato con tanta generosità, conoscesse anche la suprema generosità: quella di consumarsi consapevolmente. Credetti così di dovergli dire che la vita era ormai finita per lui e di dovergli chiedere che egli consapevolmente la offrisse per noi: perché tutti diventassimo più buoni, più fedeli alla bandiera che servivamo, più disposti a immolarci come lui per il rinnovamento d’Italia. Bastarono poche parole perché egli comprendesse e assentisse, e con gli ultimi esili sforzi della voce confermasse ciò che gli avevo chiesto. E noi presenti giurammo allora, di fronte a un sacrificio così grande e così consapevole, che avremmo sempre sentito e osservato l’impegno che esso importava per noi. Questo è l’impegno con il quale oggi vi parlo[1].

E Salvemini:

In Italia i militari di professione non hanno l’intelligenza neanche dei militari francesi, che non è molta. Non riescono a perdonare i partigiani italiani che hanno fatto quanto i loro generali non riuscirono a fare né in Grecia, né nell’Africa orientale, né nell’Africa settentrionale, né in Russia, né nella stessa Italia settentrionale, al tempo della Repubblica di Salò e del loro Graziani. In Italia, lo “Stato” – cioè l’alta burocrazia civile e militare, più i politicanti influenti, che per nove decimi sono quello che sono – lo “Stato” non intende far conoscere agli italiani e ai non italiani quello che fu la resistenza dell’Italia antifascista con tutte le sue ombre (che dire delle ombre che accompagnano nella guerra gli eserciti regolari?). Furono le Cinque Giornate di Milano, che durarono mesi e mesi, non in una sola città, ma in tutta l’Italia del Centro e del Nord. Per la prima volta, i contadini parteciparono attivamente alla storia della nazione non più come forze reazionarie. Infatti stettero con quei partigiani che facevano la guerra ai loro polli, e non con quegli ufficiali delle forze regolari che non facevano niente, e meno che mai con le bande nere, col Principe Borghese, coi tedeschi e coi mongoli. Fra i due mali…[2].

Da questi ideali e da queste sensibilità storiche nasce l’inchiostro indelebile della formalizzazione di un assetto costituzionale fondativo, originario nell’accezione greca del termine. Con la Repubblica si erige, in realtà, un ordine nuovo, prende corpo un vero e proprio modello di ordinamento giuridico improntato ai principi della solidarietà e della sacertà del lavoro. Parliamo di una costituzione agonistica, che si batte contro il recente passato e si batte per un futuro più giusto: precettiva, ma per questo tesa anche a un’attuazione piena, se pur differita nel tempo. Calamandrei tenne sul punto conferenze memorabili: sarebbe stato compito non solo del futuro legislatore, ma delle nuove generazioni renderla concretamente operativa, con esclusione di ogni privilegio sociale e con rimozione degli ostacoli in qualunque modo limitativi della personalità.

Entro questa dimensione agonistica vanno ricordati quegli apporti dottrinari che lottarono, pur numericamente minoritari in tempi di Prima repubblica, contro tentativi accademici e giurisprudenziali di restaurazione. Si mirava a ridurre il portato costituzionale a mero strumento programmatico, da farsi valere in un non meglio identificato futuro. Furono Mortati e Crisafulli, per primi, a sostenere l’immediata precettività della Carta, offrendo, nel contempo, solide basi ermeneutiche alla tesi della prevalenza delle norme costituzionali, con buona pace dell’art. 7 Cost., sulle norme di derivazione pattizia. Sul tema ritorneremo poi, ma lo si anticipa per sottolineare come i padri costituenti e chi con loro si adoperò per l’affermazione dei valori costituzionali si resero da subito conto che era in atto un tradimento della Resistenza e che la politica cui il dettato costituzionale si affidava si traduceva in impegno militante. In linea con la lezione di Gramsci e di Gobetti e in concorrenza con un apporto di pensiero politico cattolico, quale quello di Dossetti, lontano anni luce dalla nascente Democrazia cristiana. Quel mandato politico veniva da lontano: era l’autonomia, la responsabilità e la solidarietà che aveva caratterizzato le idee e la vita di due grandi fiorentini: Dante, nell’ultimo Medioevo, e Machiavelli, nell’incipiente modernità.

La riforma costituzionale ora posta al vaglio delle urne va analizzata sulla scorta di questa premessa. Essa, nel suo stesso appalesarsi, oscilla tra due poli, in realtà tra di loro molto distanti: da un lato, strizza l’occhio alle oligarchie finanziarie e al dominio mediatico, non nascondendo un suo allineamento agli indirizzi di un’economia “globale” e sfrenatamente neoliberista; d’altro lato, si presenta come afflato “democratico” ed “europeo”, insistendo nel dire che lavoro e occupazione restano obiettivi principali del governo e che proprio a tal fine si deve andare a un contenimento delle spese e a uno scioglimento dei lacci burocratici che impediscono la governabilità.

Quanto al secondo profilo, siamo alla sfrontatezza. Perché il degrado delle condizioni del lavoro e, prima ancora, del diritto al lavoro è sotto gli occhi di tutti; perché non è dato capire cosa c’entri “Europa”, terra di affermazione del bicameralismo, con l’abolizione del Senato, e cosa c’entri “democrazia” con una vanificazione del controllo parlamentare sull’esecutivo, tal quale quella che aveva in mente Berlusconi. Anche i bambini sanno, poi, che costi e lacci burocratici si contengono con regolamenti o leggine, senza bisogno di ricorrere al referendum. Non bastava, per esempio, ridurre il numero e dimezzare lo stipendio di deputati e senatori?

Assai più interessante è il primo profilo, quello della pretesa necessità di adeguamento ai modelli di vita di un universo virtuale, arreso al dominio tecnocratico.

Parliamo allora di due mondi inconciliabili: a) nella Costituzione viene offerta cittadinanza a un paese ricco di autonomie e custode di tradizioni; la finanza internazionale disconosce tutto ciò e non ha alcun interesse, se non alla creazione di qualche feticcio, non certo alla tutela dei patrimoni culturali nazionali. Sorge legittimo il dubbio che più di uno, in quelle alte sedi, pensi a fare di noi un mercato per agenzie di viaggio, un cameriere per tavole altrove imbandite e gestite; b) la Costituzione affonda nella storia: si sono fatti i nomi di Dante e di Machiavelli, ma non sarà male ripensare alla rivisitazione dell’arte rinascimentale di Burckhardt; la tecnocrazia, viceversa, destina tutto all’attualità, vede l’approccio storiografico come disturbo arrecato da perditempo, o professori universitari fortunatamente prossimi alla pensione; c) la Costituzione si impernia sull’idea antica della nobiltà della politica e, quindi, sulla capacità della politica di controllare l’economia e di disciplinare, negli opportuni casi, le aspirazioni del mondo militare; alla tecnocrazia il pensiero politico e l’agire politico recano disturbo, ove da lei non condizionati. L’ideale è che Politica si traduca in un teatrino.

Contributo all’approfondimento di un contrasto così radicale e drammatico può forse apportare il ripensamento dell’art. 7.

L’art. 7 Cost., nella sua studiatissima e calibratissima (anche in Vaticano) formulazione, non poneva e non pone solo questioni di qualificazione giuridica dello Stato – se laico o confessionista –, ma anche problemi di possente valenza politica. In realtà con quell’articolo, che segnò un accordo cui giunsero fuori dall’Assemblea comunisti e popolari, entrava tra i fondamenti della Costituzione non un mero principio pattizio (il che già sarebbe stato grave, al cospetto dell’Europa di allora) ma un concordato in carne e ossa. I Patti lateranensi consentivano un rientro dalla finestra di ciò che si era voluto tenere fuori dalla porta, riattualizzavano l’éthos clerico-fascista nella sede stessa in cui contro quell’éthos si combatteva.

Come mai i governi che si sono da ultimi succeduti e, in particolare, ora il governo Renzi non sono andati al superamento della problematica? Né può dirsi che il nodo sia oggi sciolto dagli accordi di Villa Madama, atteso che questi accordi eliminano, per dirla con Jemolo, i rami secchi della precedente esperienza concordataria, ma non il principio concordatario, semmai alimentato da una maggiore diffusività.

Dell’art. 7 se ne è discusso tanto, forse troppo, vuoi in sede accademica vuoi nei giornali, ma per lo più con riferimento al problema della qualificazione dell’ordinamento statuale, se laico o confessionista. Uno Stato che consenta alla limitazione della sua sovranità, quale quella prevista dal primo comma dell’art. 7, può definirsi laico? Non è questo il terreno su cui qui ci si muove, palese essendo, in ogni caso, che uno Stato che cede in quel modo in sovranità e si consegna pregiudizialmente al rapporto concordatario con una chiesa, è uno Stato confessionista. Ciò che si vuole sottolineare è qualcosa di più grave, e istituzionalmente deleterio. Con l’art. 7 entra tra i fondamenti costituzionali non l’idea cavouriana della separazione fra Stato e Chiesa (come Roberto Benigni ebbe il coraggio di sostenere in una recente, infelice esibizione televisiva, guarda caso poi fatta oggetto di replica in attesa del referendum), ma l’ipotesi bellarminiana della potestas indirecta Ecclesiae in temporalibus. Con questo articolo rivive quanto di più buio e illiberale seppe contrapporre la Controriforma alle libertà dei moderni.

Gramsci parlò, e da par suo, di due stampelle: l’una offerta dalla Chiesa di Roma a un regime putrescente; l’altra offerta da Mussolini a un’istituzione religiosa incapace di dialogare con la modernità. Oggi è la Chiesa cattolica stessa, per prima e sua sponte, a essersi allontanata da una historia dolorum, qual è per definizione la storia dei concordati. Sin dal Concilio Vaticano II ha mostrato di volere aprirsi a un nuovo rapporto con la comunità politica che possa esimerla dalle infamie del passato e dal sospetto che essa con il regime pattizio continui ad ambire a condizioni privilegiarie.

Si pensi, con uno sguardo protratto dalle condizioni di ieri all’oggi, alla scuola, ovvero all’intollerabile disparità che i concordati hanno determinato e determinano tra scuola pubblica e scuola privata. La seconda, di élite, finanziata in larga parte dallo Stato e destinata alla promozione della coltura di una classe dirigente astuta e asservita al potere economico; la prima, abbandonata a se stessa, privata di fondi che le consentano anche solo un’esistenza dignitosa. Vi viene impartita, per forza di cose e tra continue umiliazioni dei docenti, un’educazione scadente e dogmatica, rivolta a ceti sociali subalterni e ora ai figli di un’immigrazione per lo più votata al lavoro nero, quando non all’abbrutimento della mercificazione dei corpi e dello spaccio di droga.

È forse il caso di concludere che la Costituzione attende di essere attuata, non di essere elusa in ossequio al giogo tecnocratico. La tecnocrazia è allergica a una politica che sorregga un diritto giusto e solidale, e tanto più a una politica energica e autonoma, agonisticamente protesa all’affermazione del socialismo. Interessante notare che la c.d. globalizzazione, con tutto ciò che comporta di umiliazione delle esistenze e di avvilimento della natura, non pare affatto disturbata dall’esistenza di un concordato ecclesiastico. L’istituto non contraddice, ma anzi fa il paio con l’eliminazione dei simboli religiosi dal luogo pubblico, a consacrazione della nietzschiana morte di dio o, per meglio dire, morte degli dèi su cui poetava Hölderlin. Ciò che preme e si impone non è Galileo, né la sconfitta del commercio delle indulgenze, ma la deellenizzazione.

[1] G. Dossetti, intervento del 21 marzo ’47.

[2] G. Salvemini, Per la storia della Resistenza, ottobre 1948, ora in Il nostro Salvemini. Scritti di Gaetano Salvemini su «Il Ponte», Firenze, Il Ponte Editore, 2012, p. 104.

30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Ferdinando Imposimato

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino GenoveseMassimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Sono nettamente contrario alla riforma, che è una minaccia grave alla nostra debole democrazia in quanto attribuisce enormi poteri al premier. Aristotele diceva: «mai dare troppi poteri a chi governa. È portato ad abusarne». Cosa che è già accaduta, pur con i poteri limitati concessi dalla Costituzione. Il governo nega questa svolta e sostiene che la riforma giova anzitutto al risparmio che, con il taglio dei senatori, sarà di 500 milioni. Falso: aumentano i privilegi economici dei burocrati di Camera e Senato. A fronte dei 57 milioni risparmiati con i 100 senatori, la spesa crescerà per stipendi di Camera e Senato introdotti dall’art. 40 della riforma. Si tratta di una norma posta in un angolo in fondo al testo. Sostiene Giampiero Buonamo, funzionario del Senato, che si parte dichiarando che la riforma vuole ridurre i costi della politica, e poi si fa il contrario. Mentre diminuiscono gli stipendi di insegnanti (da 30.338 euro a 29.130) e di corpi polizia (da 38.493 euro a 37.930), gli stipendi degli impiegati della Camera si moltiplicano (un consigliere da 64.000 euro a 240.000). Privilegi che si blindano con l’art. 40.

Il governo non riduce i 23 miliardi di euro per le migliaia di enti privati, fonte di corruzione e di distribuzione clientelare di posti ad amici e parenti, mentre i meritevoli sono esclusi dai concorsi. Inoltre invoca anche l’esigenza della governabilità.

In realtà il premier abusa del potere con leggi ingiuste. La legge sul Jobs act, approvata con voto di fiducia, umilia il lavoro trattandolo alla stregua di una merce. Il lavoro è la risorsa più grande del nostro popolo. Compito della Repubblica è non solo rendere effettivo questo diritto ma fare in modo che ogni lavoratore abbia una retribuzione che lo liberi dal bisogno e gli consenta di dedicarsi al proprio miglioramento spirituale per esercitare in modo cosciente i diritti politici.

La riforma consente inoltre al datore di lavoro libertà di licenziamento. L’occupazione è inferiore a quella che si ebbe nel peggiore anno di crisi. I 14 miliardi di incentivi pubblici alle imprese si sono risolti in un trasferimento di ricchezza al capitale, a danno del lavoro in generale e delle piccole e medie imprese in particolare. Questa riforma purtroppo ha portato alla legalizzazione del caporalato, che è sfruttamento del lavoro nero.

Altro mostro partorito dal governo è la legge sulla buona scuola, legge ingiusta e illegittima. Il governo destina all’istruzione le risorse più basse d’Europa e trasforma la scuola in azienda. La scuola è «organo costituzionale come parlamento, governo e magistratura, anzi ancora più importante poiché l’insegnante ha un compito più difficile: istruire e formare i giovani» (P. Calamandrei, Atti cost., rel. Moro, ott. 1946).

La corruzione ha fatto aumentare in Italia il costo delle grandi opere pubbliche, prive di utilità sociale. Nulla è destinato alle opere antisisma, sicché l’Italia è in preda ai dissesti idrogeologici.

La legge salva-banche tende a salvare le banche truffatrici e non i risparmiatori truffati. Negli Usa Obama ha citato le banche truffatrici, chiedendo un risarcimento danni per i risparmiatori. Da noi sono mancate leggi, a tutela di legalità ed eguaglianza, contro la corruzione che costa 70 miliardi di euro l’anno, mentre la prescrizione favorisce l’impunità. Carente è la lotta all’evasione fiscale che costa agli italiani 154 miliardi di euro l’anno, mentre il fisco potrebbe recuperare una somma pari a 100 miliardi di euro all’anno.

Non si possono dare maggiori poteri al presidente del Consiglio se non si risolve il bubbone del conflitto di interessi che invade ogni attività pubblica e ha portato l’informazione nelle mani del premier, mentre occorreva garantire il pluralismo (ex art. 21).

La riforma del Senato tende ad asservire i giudici ordinari amministrativi e contabili al premier. D’altronde sempre, chi governa, cerca di sottomettere i giudici al proprio potere. Così la maggioranza, controllando la Camera dei deputati grazie all’Italicum, sceglierà da sola i membri della Corte costituzionale. La Consulta, da giudice delle leggi che ha annullato tante leggi illegittime, diventerà organo della maggioranza e del premier. Il Csm, da organo di garanzia dei magistrati, diventerà ramo della maggioranza e sceglierà i vertici di procure, tribunali e cassazione, vertici che non saranno imparziali ma subalterni alla maggioranza. La legge che proroga il presidente della Cassazione è un indizio delle mire del governo sui giudici.

Il numero dei senatori è proporzionale alla popolazione (art. 57). A ogni regione sono assegnati almeno due senatori. Le province di Trento e di Bolzano ne avranno ciascuna due. I senatori di Trento e Bolzano si aggiungono a quelli del Trentino-Alto Adige. Altre province non avranno senatori. Altra assurdità: la Lombardia con oltre 10 milioni di abitanti supera gli abitanti di 9 regioni messe insieme: Calabria, 1.900.000; Sardegna, 1.663.000; Liguria, 1.583.000; Marche, 1.550.000; Umbria, 894.000; Basilicata, 576.000; Molise, 313.000; Val d’Aosta, 128.000; Trentino, 105.500. Le regioni piccole sono schiacciate dalle regioni grandi. Questo inciderà sulle riforme costituzionali che intaccano unità e indivisibilità dell’Italia (art. 4) e sulla distribuzione delle risorse.

L’immunità è garanzia prevista dai costituenti per gli eletti dal popolo per i voti espressi e le opinioni date nell’esercizio delle funzioni. Oggi sarebbe giusto mantenere solo l’insindacabilità delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle funzioni, e forse l’autorizzazione per l’arresto, che può incidere sugli equilibri politici dell’assemblea.

I riformatori hanno cambiato l’art. 78 per agevolare la dichiarazione di guerra da parte del premier, escludendo il Senato dal voto: ciò in vista delle nuove guerre che si preparano in Nord Africa e in Medio Oriente.

Tutto questo, e altro ancora che non cito per ragioni di spazio e di cui parleranno – ne sono sicuro – i collaboratori del Ponte, porta a un duro no a questa riforma liberticida.