27 giugno 2017
pubblicato da Il Ponte

Stefano Rodotà garante della Costituzione e ricercatore di verità

Stefano Rodotàdi Ferdinando Imposimato

«Virtù viva sprezziam, lodiam estinta», disse Giacomo Leopardi. E questo è stato il destino di Stefano Rodotà, uomo spesso solo nelle sue battaglie, isolato da quelli che di lui avevano invidia e lo temevano come persona indipendente e non manovrabile, e oggi esaltato come statista.

Certamente il contributo di Rodotà è stato enorme, specie nella difesa della democrazia e della Costituzione repubblicana, giungendo spesso a criticare la stessa Corte costituzionale per le sue sentenze che non erano aderenti ai principi costituzionali. Egli disse che «la Corte costituzionale non ha manipolato la Costituzione, ma l’ha addirittura modificata» nel riconoscere un contenuto essenziale del diritto di proprietà privata come un diritto fondamentale, nonostante l’art. 2 Cost. abbia escluso dai diritti fondamentali il diritto di proprietà privata.

Io vagliai il suo spessore culturale e la sua grandezza morale, ma anche la sua capacità di ricerca della verità, nell’indagine che egli svolse nella «Commissione Moro». Egli fu il primo a distogliere lo sguardo dalle Brigate rosse come sole responsabili della maggiore tragedia italiana dalla nascita della Repubblica, e a occuparsi di un organismo anomalo voluto dal ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, due mesi prima dell’agguato di via Fani. L’organismo che servì a Cossiga a gestire il sequestro e la prigionia di Aldo Moro era l’Ucigos, Ufficio centrale per le investigazioni generali e le operazioni speciali del ministero dell’Interno. Accertai l’esistenza di quell’ufficio poco tempo dopo avere scoperto, senza essermene reso conto, la prigione di Aldo Moro, a Roma in via Montalcini n. 8, interno 1, dopo l’arresto di Anna Laura Braghetti, carceriera del presidente della Democrazia cristiana, che in quella casa aveva abitato per un anno assieme ai brigatisti Prospero Gallinari e Germano Maccari.

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23 giugno 2017
pubblicato da Rino Genovese

La sinistra italiana e il socialismo europeo

socialismo europeodi Rino Genovese

Anzitutto una precisazione: non intendo riferirmi al piccolo partito denominato Sinistra italiana, quanto alla sinistra politica nel suo insieme, in Italia particolarmente frammentata. Quale la caratteristica della congerie di sigle che si agita al di fuori del Pd – considerando che questo sia un partito di centrosinistra, come si autodefinisce, o semplicemente di centro come sarebbe più corretto definirlo? È la mancanza di una caratterizzazione ideologica il tratto dominante, e a suo modo unificante, della sinistra italiana oggi – un’area che pure varrebbe il 10% circa dell’elettorato. Si va da alcuni residui del vecchio Partito socialista craxiano, che da tempo non si capisce più che cosa siano, fino a una manciata di partiti comunisti, tra cui spicca la ormai usurata Rifondazione. In mezzo, naturalmente, i fuoriusciti dal Pd, con il nome piuttosto anodino di “Articolo 1 – Movimento democratico progressista”, e quelli di Sinistra italiana con la maiuscola, che di recente hanno conquistato il record di un congresso costitutivo che ha dato vita a un’immediata scissione.

Nessuno di questi gruppi e movimenti politici sembra avere un’idea di quale sarebbe la sua finalità ultima – se si escludono le sigle comuniste che, da parte loro, hanno la presunzione di essere tutte le meglio piazzate per promuovere l’avvento del comunismo sulla terra. Ci si divide, e ci si logora, sul modo di presentarsi alle prossime elezioni (che, a questo punto si è capito, si terranno nei primi mesi del 2018), con non si sa ancora quale legge elettorale. Se dovesse restare nella sostanza quella uscita dagli interventi della Corte costituzionale, sarebbe sufficiente il 3% dei voti per ottenere una rappresentanza alla Camera; per quella al Senato, ci vorrebbe invece l’8%, che appare un miraggio ai più, ma eventualmente soltanto il 3% se ci si coalizza in un’alleanza elettorale che arrivi almeno al 20%. È sufficiente questa possibilità per far pensare a qualcuno che sia necessario un accordo, magari puramente elettorale, con il Pd di Renzi. Già, ma per fare che cosa? Si potrebbe ipotizzare semplicemente questo: per diventare centrali in parlamento, ottenere un piccolo potere di coalizione, impedendo le “larghe intese” e spostando la situazione a sinistra… Potrebbe anche essere una tattica, se non una strategia, ma poi – ancora – per fare che cosa?

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18 giugno 2017
pubblicato da Il Ponte

Lo sfascio del processo penale

processo penaledi Massimo Jasonni

Si parla di approvazione, e tanto in effetti vi è stato alla Camera, della riforma del processo penale. In verità, manca una riforma effettiva, nel senso proprio e caratteristico del termine, e, quel che è peggio, manca una visione globale del processo penale. Più semplicemente questo nostro disgraziato mondo politico è ricorso al solito metro di «un colpo al cerchio e uno alla botte», inseguendo la pancia degli elettori. Da un lato, appaiono aggravate le pene per taluni reati; dall’altro, vi sono sconti di pena per alleggerire la prospettiva del carcere. Ma il tutto in assenza di un disegno legislativo complessivo e con “privilegio” offerto a taluni reati contro il patrimonio – il furto in abitazione e la rapina semplice, per esempio –, rispetto ad altri, senza alcun supporto o motivazione di ordine culturale. Cosicché quando il presidente del Consiglio ha affermato che «ora vi è più equilibrio e più garanzia nelle procedure, e pene severe per i reati più odiosi», non si è capito su quali basi fondasse l’idea dell’odiosità di un reato e quale concetto avesse dell’equilibrio nei rapporti sociali. Perché fossero più ripugnanti quei reati, rispetto ad altri, forse è dipeso dalla crescente attenzione di Paolo Gentiloni per l’elettorato leghista. Anche sotto questo profilo la sedicente riforma si allinea al buio che ha già caratterizzato la modifica dell’istituto della legittima difesa.

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15 giugno 2017
pubblicato da Il Ponte

Stragi e deportazioni: la Germania non vuole pagare

Villa Vigonidi Luca Baiada

La Germania continua a non pagare il debito per i crimini in Italia dal 1943 al 1945, e su questo l’informazione è inadeguata. Scriveva Piero Calamandrei: «Ormai, a quello che furono capaci di fare i nazisti in Italia e in Europa, è meglio non pensarci più. È uno di quegli argomenti che nella buona società non è educazione toccare: è questione di galateo, di buon gusto».

A maggio si sono svolti due convegni: La responsabilità economica tedesca per stragi e deportazioni in Italia: il risarcimento e la memoria, e Remedies against Immunity? Reconciling international and domestic law after the Italian Constitutional Court’s Sentenza 238/2014. Il primo a Pistoia, a cura dell’Istituto storico della Resistenza, una onlus che vive di contributi dei cittadini e di spiccioli dagli enti locali; l’altro a Como, al Centro italo-tedesco di Villa Vigoni, col denaro della Fondazione Fritz Thyssen, intitolata a un industriale nazista. Il primo è stato pubblico e gratuito, hanno partecipato i familiari delle vittime e se n’è interessata Rai Tre; l’altro a scomparti: alcune fasi per gli invitati, o a pagamento, con ammissione o esclusione a discrezione degli organizzatori, e solo l’ultima parte messa su Internet.

Per la pubblicazione degli atti ci vuole tempo, e quelli di Como non potranno essere completi, visto che ci si riprometteva «the necessary confidentiality». Ma dalla guerra di tempo ne è passato già troppo, va detto qualcosa subito.

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4 giugno 2017
pubblicato da Rino Genovese

Da dove l’impasse politica italiana?

Achille Occhettodi Rino Genovese

Senza risalire fino al Rinascimento, alle famose analisi di Machiavelli e Guicciardini, sarebbe sufficiente ritornare a circa trent’anni fa, a quel 1989 in cui alle elezioni europee di giugno – come ho avuto modo di ricordare sfogliando il recente volume che raccoglie gli scritti di Marcello Rossi sul Ponte (Socialismo libertario e dintorni, Firenze, Il Ponte Editore, 2017) – il Pci di Occhetto ottenne ancora il 27,5% dei voti. Questo risultato – che dimostrava la capacità di resilienza del maggior partito della sinistra italiana – si ebbe a pochi giorni dalla repressione di Tienanmen, nel pieno di una crisi che, due anni dopo, porterà alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Alla fine, dentro quel marasma internazionale di cui non riuscirà ad avvantaggiarsi il Psi di Craxi, scoppierà il bubbone Tangentopoli degli anni novanta, facendo saltare gli equilibri italiani della guerra fredda. Il craxismo ne uscirà distrutto, ma in un certo senso ne farà le spese anche Occhetto, tagliato fuori dal qualunquismo montante – di cui beneficiario sarà il “nuovo” berlusconismo aziendal-politico, prosecuzione di un affarismo targato Caf (che era la sigla dell’alleanza di potere tra Craxi, Andreotti e Forlani).

Il paese non si è mai più risollevato da quegli avvenimenti che segnarono la morte sia del comunismo sia del socialismo italiani, e che in parte furono tragici e in parte tragicomici, se si considera che il lungo periodo berlusconiano è stato caratterizzato da un immobilismo agitato, come di chi gesticoli senza concludere granché – a parte difendere i propri interessi privati –, e che tuttavia rese possibile la continuità di un generale sistema di potere, rimasto intatto nelle sue basi sociali sotto i mutamenti di facciata.

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23 maggio 2017
pubblicato da Rino Genovese

Adelante Pedro!

Pedro Sanchezdi Rino Genovese

Con una consultazione tra i militanti e gli iscritti – non, quindi, con la sceneggiata tipicamente italiana delle “primarie” aperte –, Pedro Sánchez è stato rieletto segretario del Psoe. Sebbene avesse contro di sé la maggior parte dell’apparato, si è imposto su una linea politica avversa alle larghe intese con il partito di Rajoy. Una buona notizia, la conferma che si può riformare il socialismo europeo dall’interno in una prospettiva di sinistra. E un monito per Podemos, la formazione della sinistra radicale che, un anno fa, aveva provocato l’impasse politica spagnola rifiutando di appoggiare dall’esterno un governo dello stesso Sánchez, spingendo per un ritorno alle urne nella vana speranza di superare il Partito socialista, e consegnando così alla destra di Rajoy il primato e la possibilità di rifare il governo. Ora – dopo la lezione dei fatti – è proprio da un’intesa tra il Psoe e la nuova sinistra, nel frattempo alleatasi con la vecchia di Izquierda unida, che potrebbe nascere una maggioranza alternativa.

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21 maggio 2017
pubblicato da Rino Genovese

Che cosa significa Macron

Operettadi Rino Genovese

L’operetta fu una delle invenzioni del Secondo Impero. Alle campagne militari, al predominio della finanza, alle “grandi opere” come la costruzione delle ferrovie e la ristrutturazione urbanistica di Parigi secondo modalità atte a prevenire le insurrezioni future, faceva riscontro la frivolezza di un genere musicale e teatrale che fu uno dei momenti attraverso cui  Napoleone il piccolo celebrò i suoi fasti. La data d’inizio di una politica populistica – spettacolarizzata, carismatico-plebiscitaria – d’inclusione repressiva delle masse popolari (a quei tempi se ne poteva parlare come di un blocco sociale tutto sommato abbastanza omogeneo, comprendente i contadini e gli operai) mediante l’attivazione di un consenso verso l’imperatore e le classi dominanti che avesse il significato di una “servitù volontaria”, di un’adesione toto corde all’oppressione, può essere fatta risalire a quel periodo. Ha quindi radici ottocentesche, come molti dei fenomeni nuovi, o apparentemente tali, che ci troviamo a vivere.

A Parigi oggi si respira un’aria da operetta. Alle voci da mezzo soprano, in falsetto, che cantano il mirabile ragazzo che ha sposato la professoressa di quasi venticinque anni più anziana (dimenticando che questa donna molto tradizionale si è totalmente dedicata alla carriera del giovane marito) fa da pendant la tonalità baritonale di uno come Bayrou, il politico di provincia cattolico-centrista infine arrivato a un posto di ministro dopo svariate candidature alle presidenziali e scarsi risultati in numero di seggi.

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19 maggio 2017
pubblicato da Il Ponte

Il populismo delle classi dominanti e l’elezione di Macron

Fmidi Pier Giovanni Pelfer

Le oligarchie economiche e finanziarie sono le classi dominanti in Europa e controllano la politica europea attraverso l’establishment, rappresentato da Bce, Ue e Fmi, oltre che da associazioni (Bilderberg), centri di ricerca e università, attraverso i quali si impone il pensiero unico ultraliberista. Tali oligarchie hanno inoltre il controllo dei media (tv, giornali, case editrici, ecc.) che esercitano con intelligenza e spregiudicatezza, ma non con minor decisione. L’unico medium che sfugge al loro controllo totale è per ora il web. Farsi un’opinione di quanto stia realmente accadendo a livello locale e globale è veramente difficile. E questo è sempre stato vero: le idee dominanti sono sempre state le idee delle classi dominanti.

Da un po’ di anni però la situazione è cambiata. L’enorme potere finanziario e mediatico accumulato nelle mani di queste oligarchie ha permesso loro di saltare ogni mediazione politica e di attaccare, per distruggerli, i corpi sociali intermedi: i partiti, i sindacati, le associazioni di cittadini che permettevano di mediare gli interessi diversi e di dare loro una certa rappresentanza.

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14 maggio 2017
pubblicato da Rino Genovese

Come prima, anche peggio

di Rino Genovese

La Francia ha scelto (con uno scarto di voti nettamente maggiore del previsto) di essere governata dalla perdita di autonomia della politica tramite il denaro, ben simboleggiata dal giovane ex ministro dell’economia Emmanuel Macron, anziché dalla sua pseudo-riqualificazione nazionalistico-etnicizzante espressa da Marine Le Pen. Si può tirare un sospiro di sollievo, ma bisogna sapere che il male minore è comunque un male, come diceva Hannah Arendt, e che il “meno peggio” è pur sempre un “peggio”. Nulla, nella postura di Macron, nel suo sguardo allucinato dell’uomo proteso verso la conquista del potere, che  abbia mai fatto pensare a un cambio di passo dell’Europa attuale. Il vecchio continente resterà quindi sotto l’ondata neoliberista, quella che lo sommerge da decenni, e non c’è neppure nulla che lasci intravedere la ricerca di una maggiore integrazione europea. “En marche!”, il comitato elettorale macronista che si sta tramutando nella “République en marche” per le prossime elezioni generali, nella spasmodica attesa di una maggioranza presidenziale, è un movimento della cosiddetta società civile (e di riciclo di una classe politica di destra e di sinistra spaventata dall’implosione elettorale cui sta assistendo) che non ha niente di europeistico. È un fenomeno tutt’interno alla crisi politica della Francia – che la farà assomigliare un po’ di più all’Italia, in virtù della dissoluzione in corso dei suoi partiti storici –, ma che non proietta quel paese verso un ruolo di rilievo a livello europeo. L’Europa, dopo questa elezione presidenziale francese, resterà tedesca.

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6 maggio 2017
pubblicato da Il Ponte

Illegittima difesa

Illegittima difesadi Massimo Jasonni

La riforma dell’istituto della legittima difesa, approvata alla Camera dei deputati e rimessa al vaglio del Senato, ci esporrà alla derisione della comunità internazionale per la sua vergognosa inconsistenza penalistica. La nuova fattispecie appare, già a prima vista, inapplicabile e suscettibile di vari rilievi di ordine costituzionale: oltre a tutto questo, essa stravolge, come se niente fosse, un percorso plurisecolare di civiltà.

L’idea della possibile giustificazione dell’autodifesa è antica: risale ai primordi della latinitas, per poi trovare conforto nella lezione dei grandi giureconsulti romani che le attribuirono fondamento giuridico sistematico nella naturalis ratio, in certi casi, e, in altri casi, nel principio dell’universale riconoscimento1. Cicerone interviene da par suo sul punto, aprendo a orizzonti stoici:

Est haec non scripta, sed nata lex, quam non didicimus, accepimus, legimus, verum ex natura ipsa arripuimus, hausimus, expressimus, ad quam non docti, sed facti non instituti, sed imbuti sumus; ut si vita nostra in aliquas insidias, si in vim et tela aut latronum aut inimicorum incidisset, omnis honesta ratio esset expediendae salutis2.

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