24 aprile 2017
pubblicato da Il Ponte

Nella tua breve esistenza

Ada Gobettidi Silvia Calamandrei

Ottima idea quella di rendere di nuovo disponibile questa preziosa corrispondenza (Piero e Ada Gobetti, Nella tua breve esistenza. Lettere 1918-1926, Torino, Einaudi, 2017), riveduta e integrata da Ersilia Alessandrone Perona, con una postfazione che ne spiega le novità e le ragioni. In primis la forte richiesta di un pubblico, non specialista, appassionatosi alle figure dei due protagonisti di questo eccezionale amore e sodalizio, troncato dalla scomparsa di Piero giovanissimo. Letture pubbliche, spettacoli teatrali, trasmissioni e romanzi come quello di Paolo Di Paolo, Mandami tanta vita, ne hanno fatto oggetto di culto, ed è bene che i documenti originali siano a disposizione nella loro integralità per afferrarne tutto il significato e per consentirne una lettura più meditata.

Solo pochi passi delle lettere di Piero vennero resi pubblici subito dopo la sua morte, e poi fu Ada a pubblicarle sopprimendo la propria parte dell’epistolario, rinvenuta dopo la sua scomparsa nel 1968. Ci è voluto del tempo perché si passasse dalla concentrazione sulla figura di Piero, esaltata e curata dalla stessa Ada, alla consapevolezza di un sistema Ada-Piero (definizione di Ersilia Alessandrone Perona), presentato pubblicando nel 1991 il carteggio integrale e aprendo all’esame della dialettica del rapporto tra i due corrispondenti.

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24 dicembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Appena fuori. Diario cinematografico (III)

La pazza gioiadi Antonio Tricomi

 

Paolo Virzì, «La pazza gioia» (20 maggio 2016)

Solo a una condizione mi sembra lecito affermare, come in genere si fa, che Virzì è l’erede – l’unico, per talento e studio, che oggi realmente ci sia – della commedia all’italiana. A patto, cioè, di riconoscere, alla radice del suo cinema, il desiderio di riappropriarsi di quella lezione per ribaltarne tuttavia di segno lo sguardo etico-civile sul mondo.

Già alle origini, ossia negli anni cinquanta, e non di meno nel decennio seguente, mi pare insomma che gli esiti migliori di quel filone cinematografico puntassero a dissacrare le facili retoriche progressive, solidaristiche, emancipative del loro tempo scrutandole e – in vari casi – respingendole facendo proprio un esibito cinismo. Che, anche quando scaturiva da una cultura di stampo rigorosamente conservatore, non tradiva comunque mai un lucido progetto intellettuale: demistificare i processi di modernizzazione in atto nel Paese, denunciarne il fondo oscuro o le incoerenze, i ricatti o le false promesse, gli inganni o l’inclinazione al compromesso con le ataviche tendenze di segno opposto.

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1 novembre 2016
pubblicato da Rino Genovese

Lavoro gratuito? No grazie

Lavoro gratuitodi Rino Genovese

Nella nuova collana “In breve” di Manifestolibri è disponibile Al mercato delle illusioni. Lo sfruttamento del lavoro gratuito: un volumetto di Marco Bascetta che, con la sua prosa concettualmente densa e insieme pungente, interviene sul fenomeno del lavoro ottenuto a costo zero o quasi zero, in cambio di una promessa di assunzione futura, o nella ricerca di uno status da parte di giovani e meno giovani condannati al “welfare familiare” – espressione truffaldina dietro cui si cela il semplice essere mantenuti (per quanto tempo ancora?) dalla famiglia. Oggi in Italia interi comparti, come l’università e l’editoria, non si reggerebbero senza l’erogazione di prestazioni gratuite, che per la loro specificità – non ultima quella di collocarsi dentro una feroce ideologia meritocratica e competitiva – rendono molto difficile qualsiasi forma di lotta da parte della forza lavoro.

Nei suoi caratteri generali il fenomeno è ascrivibile alla inesorabile perdita di centralità del luogo fisico della fabbrica, in cui il lavoro salariato può organizzarsi nel rapporto conflittuale con il capitale a partire da una sindacalizzazione basata sulla vicinanza e la solidarietà tra i lavoratori. La prospettiva di uno “sciopero sociale” del lavoro gratuito e precario, cioè di una forma di lotta messa in campo da soggetti tra loro divisi e dispersi sul territorio, sarebbe oggi piuttosto la conquista di una consapevolezza immediatamente utopica riguardo alla intollerabilità delle condizioni di vita in un mondo che, ormai da tempo, è avviato sulla via di uno sviluppo tecnologico in grado di liberare dalla fatica mentre, al contrario, riproduce l’asservimento. In un tipico gioco dell’oca, direi, l’ultramodernità contemporanea risospinge verso la casella dell’utopia, quella che Marx aveva pensato di lasciarsi alle spalle.

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15 agosto 2016
pubblicato da Rino Genovese

Due o tre cose che so di Gramsci

Gramsci

di Rino Genovese

Nella pigra quiete della città estiva si può leggere il nuovo libro del nostro amico, alacre collaboratore della rivista, Marco Gatto, Nonostante Gramsci. Marxismo e critica letteraria nell’Italia del Novecento (Quodlibet, Macerata, 2016). Il volume offre un’utile ricapitolazione di un dibattito dimenticato, ma che c’interessò da giovani, intorno alla possibilità di trarre dal corpo del lascito gramsciano una definita posizione teorica di critica della cultura, in particolare della letteratura.

Dico subito che, mentre Gramsci appare fortissimo nell’analisi storica della formazione dello Stato italiano e delle sue classi dirigenti (il concetto di “rivoluzione passiva” da lui rielaborato, applicato all’Italia e non solo, è ancora oggi imprescindibile), sul piano estetico la dipendenza da alcuni stereotipi dell’epoca finisce, a mio avviso, col rendere sostanzialmente inutilizzabili le sue sparse proposte. L’idea di una letteratura nazionale-popolare, che non fosse appannaggio di pochi privilegiati ma si rivolgesse alle masse per educarle, non era forse – già allora, quando fu formulata nel chiuso di un carcere – in patetica controtendenza con le punte più alte della ricerca letteraria e artistica che, rompendo il linguaggio in vari modi e in diversa misura, si opponevano a una fruibilità immediata?

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3 giugno 2016
pubblicato da Rino Genovese

L’idea di socialismo rivisitata

L’idea di socialismodi Rino Genovese

È vero: il socialismo storico è rimasto in sostanza economicistico: questa una delle tesi condivisibili espresse da Axel Honneth nel suo L’idea di socialismo (di cui si veda qua sotto la recensione di Marco Solinas). Ma ciò dipende, come vuole Honneth, dal suo non avere avuto consapevolezza della differenziazione funzionale della società (segnalo ai non esperti che il riferimento è alla teoria sociologica circa gli ambiti differenziati in cui si svolge la vita sociale moderna: secondo cui, per esempio, la sfera del diritto non è la stessa della politica, e quella amorosa è diversa sia dall’una sia dall’altra), o non piuttosto dal fattore esattamente opposto: di avere dovuto affrontare, ai suoi inizi, la questione della miseria delle condizioni di lavoro del proletariato industriale dell’epoca, dell’intrusione pervasiva della sfera della produzione di merci in ogni settore della vita sociale, il tutto nel senso di un processo di segno contrario alla presunta differenziazione dispiegata delle funzioni sociali? È sulla base di questa de-differenziazione a partire dal prepotere dell’economia – qualcosa che si combina maledettamente bene con il compromesso e la commistione con le tradizioni culturali più retrive: si pensi al connubio storico realizzato dal capitalismo, in particolare sul continente americano,  con il modo di produzione schiavistico – che si misura lo sforzo del socialismo trascorso di proporre una de-differenziazione alternativa che, per forza di cose, non poteva non svolgersi sul terreno imposto dalle forze dominanti. Ne sono però scaturite grandi conquiste, che nel corso del tempo hanno contribuito a dissolvere i termini stessi della “questione sociale” di matrice ottocentesca. Si pensi all’invenzione dello Stato sociale – inizialmente bismarckiana, nata in chiave antisocialista, ma nelle sue successive realizzazioni socialdemocratiche ciò che ha tolto dalla tirannia del bisogno e dell’incertezza riguardo alla propria vita milioni di lavoratori. Da un punto di vista teorico generale, tuttavia, nient’altro che una forma di de-differenziazione in chiave politica della sfera economica liberale: un esempio di che cosa voglia dire, pur prendendo le mosse da un economicismo di fondo, arrivare a incidere nella politica “borghese” e statale.

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23 maggio 2016
pubblicato da Il Ponte

Sull’idea di socialismo di Axel Honneth

axel honnerthdi Marco Solinas

Bisognerebbe pur ricominciare a sperare in un’alternativa al capitalismo contemporaneo,  reincanalando e riattivando politicamente il sordo malessere e la cieca indignazione che attraversano la società occidentale, passando dalla disperazione alla lotta: una speranza che ancora una volta dev’essere chiamata socialista. È l’obiettivo di fondo che si prefigge l’ultimo, coraggioso lavoro del filosofo tedesco Axel Honneth, intitolato appunto L’idea di socialismo (Milano, Feltrinelli, 2016). Certo, la fisionomia del socialismo proposta in questo libro è talmente differente da quella tradizionale che i suoi padri fondatori – da Proudhon a Marx – avrebbero non poche difficoltà a riconoscere in Honneth un loro discendente diretto. E tuttavia risiede proprio in questa radicalità la forza del nuovo progetto.

Si tratta di una costruzione dal carattere eminentemente teoretico, storicamente fluttuante sulle vicende del secolo scorso. L’autore intende delineare e superare diversi elementi cruciali del framework socialista tradizionale. La critica degli errori e delle tare del vecchio paradigma socialista e marxista risulta non soltanto puntuale e incisiva, ma anche particolarmente feconda.  La sua metodologia costituisce però la debolezza del lavoro: astraendo dalla storia politica del socialismo, Honneth incorre nel rischio di fraintendere alcuni degli snodi correlati a quei molteplici processi in cui l’idea, o meglio le differenti idee, di socialismo sono state interpretate da autori e movimenti politici in luoghi e momenti storici peculiari. Una deriva beffarda per l’autore di Il diritto della libertà, anch’esso recentemente tradotto in italiano (Torino, Codice, 2015): qui infatti veniva adottato un metodo analitico di tipo storico-ricostruttivo, il cui taglio rigorosamente immanente ha indotto perfino alcuni interpreti a criticare Honneth per essere slittato inavvertitamente nel flusso della destra hegeliana, perdendo l’afflato emancipatorio che ha innervato da sempre la teoria critica. Se L’idea di socialismo rappresenta una risposta nettissima a queste critiche – poiché in esso è delineato un ideale positivo, quasi utopico, a cui poter ancorare la teoria in modo propositivo –, la divaricazione metodologica tra i due testi trova tuttavia un punto di riequilibrio nella centralità attribuita al concetto di libertà sociale.

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27 aprile 2016
pubblicato da Il Ponte

Per una sinistra laica, ma non disincantata

Flores d’Arcaisdi Nicolò Bellanca

In questa nota discuto l’ultimo libro di Paolo Flores d’Arcais1. Non mi propongo di affrontare tutte le articolazioni del volume. In particolare, desidero trascurare le numerose e condivisibili pagine in cui l’autore svolge un’acuta schermaglia polemica contro i democratici dell’autocensura, gli illiberali neorazzisti e i religiosi oscurantisti di ogni risma. Voglio invece concentrami sull’idea teorica che il volume comunica ed elabora: una sinistra all’altezza dei tempi deve essere laica, egualitaria e libertaria; in una formula, deve propugnare l’isocrazia quale eguale sovranità dei cittadini. La sinistra abdica quando si rassegna allo svuotamento (anzitutto, mercatistico-finanziario) delle democrazie. Il suo fallimento favorisce, assieme alla delusione di molti, l’egemonia d’idee premoderne, tra le quali spiccano la presenza di autorità tradizionali e religiose nella sfera pubblica, la soggezione della vita collettiva a un ordine sacro trascendente che occorre rispettare e preservare, la rigida e intrinsecamente violenta opposizione tra Bene e Male. Secondo Flores, ciò che nell’informazione ufficiale è presentato come scontro tra Occidente e Islam, civiltà pacifica e terrorismo, residenti e migranti, libertà individuale e fanatismo, Noi e Loro, è in effetti lo scontro tra chi (in ogni parte del pianeta) desidera vivere in una comunità politica che riprenda e approfondisca i valori illuministi dell’autonomia, e coloro che di quella forma di società sono nemici irriducibili. Sul terreno politico-culturale, oggi la distinzione tra regresso e progresso, tra destra e sinistra, passa principalmente lungo questa linea.

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27 febbraio 2016
pubblicato da Il Ponte

Della vera buona scuola (purché laica)

don Milanidi Antonio Tricomi

Suddiviso in dieci capitoli – «composti in seconda persona» e che ambiscono, ripercorrendo «i luoghi più rappresentativi» della sua esistenza, a ricostruire genesi e principi della lezione lasciataci in eredità dal sacerdote fiorentino – e in altrettante «risonanze» che l’autore recupera dai propri «diari di viaggio intorno al mondo» – così da scoprire dove e in quali forme risulti oggi lecito scovare tangenze magari indirette, o persino sorprendenti, con tale magistero –, L’uomo del futuro. Sulle strade di don Lorenzo Milani (Mondadori, Milano 2016, pp. 177, € 18,00) trae anzitutto origine da una spinta etico-culturale, comune a ogni libro di Eraldo Affinati, che – per intenderci – potremmo approssimativamente ricondurre a una sorta di filosofia anti-novecentesca della vita. Agli occhi dello scrittore, il “secolo breve” conosce infatti due derive, al tempo stesso, morali e politiche – la legittimazione sociale del più gretto individualismo di matrice libertaria e la convalida di ideologizzate narrazioni identitarie a vocazione totalitaria – che egli in sostanza giudica fenomeni intimamente connessi, e anzi reversibili l’uno nell’altro, giacché facce di una sola medaglia, vale a dire forme complementari di quell’ossessione nichilistica a parer suo connaturata a chiunque sia figlio del Novecento e dovrebbe perciò assumersi la responsabilità quantomeno di provare a reprimere in sé tale pulsione. Concepire l’attività letteraria come una prosecuzione del proprio lavoro di insegnante – e quindi scorgere l’unica possibile incarnazione odierna del vecchio intellettuale civile nella figura del pedagogo sempre preoccupato di rivolgersi a precisi interlocutori con i quali condividere e rielaborare specifiche forme di sapere per dar vita, tutti assieme, a un’operosa comunità di individui realmente liberi e dunque solidali tra loro – è la maniera appunto scelta da Affinati per vincere qualsiasi tentazione nichilistica. Una maniera che non stupisce abbia sentito addirittura l’obbligo di misurarsi con il modello educativo sperimentato da don Milani.

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19 febbraio 2016
pubblicato da Il Ponte

Il labirinto del silenzio: memoria senza i titoli di coda

Il labirinto del silenziodi Luca Baiada

Arriva con un po’ di ritardo, nelle sale italiane, Il labirinto del silenzio di Giulio Ricciarelli. È dedicato ai processi di Francoforte, celebrati a partire dal 1963, poco dopo il processo Eichmann di Gerusalemme. Anche a Francoforte furono giudicati criminali nazisti, e si giunse a condanne severe, a condanne miti e a qualche assoluzione.

Nel film, un giovane pubblico ministero è sconvolto dall’emergere della verità sui Lager, in particolare su Auschwitz, e dalle dimensioni della rete di complicità morale e di indifferenza, anche nel suo ambiente di lavoro. Superando incertezze e diffidenze, osteggiato da alcuni colleghi, sostenuto da altri, riuscirà a far celebrare un dibattimento di importanza eccezionale. Dalle pieghe della ricostruzione processuale emergeranno fatti e sentimenti inattesi, si apriranno crepe sconcertanti.

La cifra interessante del film sta proprio nello sguardo sul passato e sul presente, attraverso l’indagine sul vissuto unita al vissuto dell’indagine. È una chiave di lettura che arricchisce il discorso: forse la memoria del processo, con la messa in chiaro dell’attività investigativa, è una buona strada per le narrazioni dei nati dopo, un utensile contro l’oblio.

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8 febbraio 2016
pubblicato da Il Ponte

L’intramontabile storia di Luigini e Contadini

mezzogiorno padanodi Antonio Tricomi

A chiarirlo è Vito Teti nella prefazione al volume: Mezzogiorno padano (manifestolibri, Roma 2015, pp. 127, € 14,00) è «un unico romanzo», inequivocabilmente corale, «sul dolore del nostro tempo presente». Si rivela assai presto un’organica epopea dei già rassegnati e degli ancora combattenti che scaturisce non dal mero accostamento, ma dalla sempre ponderata, credibile intersecazione di «storie apparentemente separate», e «fatte di scarti e di frammenti», tutte in egual misura pronte ad offrici «le vicende eroiche e drammatiche della normalità, di un mondo di sradicati, di persone in fuga per arrivare in nessun luogo». Lancinanti cronache tenute assieme dall’«io narrante del racconto di apertura», che è «quasi certamente un alter ego» dell’autore e si fa quindi carico del progetto, squisitamente intellettuale, di costui. Sandro Abruzzese desidera cioè riflettere su una crescente «meridionalizzazione» dell’Italia da intendersi anche come processo per effetto del quale «la criminalità sembra avere ancora i piedi in certe aree del Sud e la testa, la mente, gli interessi al Nord», ma soprattutto da ritenersi la cartina al tornasole del «fallimento collettivo, storico», di un’intera idea di nazione, se quanti oggi popolano il Bel Paese affollano, in verità, un’indifferenziata «distesa di non luoghi, di vuoti o di pieni» che saldano il Meridione al Settentrione cancellando ogni residua distanza tra le due metà della penisola appunto per creare, mercé l’ibridazione degli originari «tratti negativi» di tali zone, un indistinto, soffocante Mezzogiorno padano. In cui – è allora immediatamente necessario aggiungere – le sole tracce di decoro, sia civile sia culturale, vanno reperite nelle «minute forme di resistenza che vedono come protagonisti piccoli eroi dolenti e dignitosi ancora capaci di pietas, di amore e di bisogno di abitare», non nei disegni di «gruppi dirigenti sempre uguali a se stessi» e che appare dunque inevitabile considerare i principali responsabili del degrado nazionale.

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