23 luglio 2016
pubblicato da Il Ponte

Nuove tribù metropolitane. I nativi digitali

nativi digitalidi Rosamaria Alibrandi

It is amazing to me how in all the hoopla and debate these days about the decline of education in the US we ignore the most fundamental of its causes. Our students have changed radically. Today’s students are no longer the people our educational system was designed to teach. Marc Prensky

Non si tratta di neonati geneticamente modificati, con pollici e indici delle tenere manine tremendamente sviluppati, come E. T. Né, come recitava una sigla degli anni ottanta, di ufo-robot che mangiano libri di cibernetica e insalate di matematica. Sono le nuove generazioni, quelle informatizzate in utero, che bevono latte materno e bites e si nutrono di pappa e web.

La rivoluzione operata da Internet è così imponente e invasiva che anche chi ha dovuto adeguarsi forzatamente non ricorda più come si viveva prima. Tuttavia, c’è una bella differenza fra chi stenta a orientarsi e si riconverte a fatica e i piccoli e disinvolti internauti; la stessa differenza che, nonostante anni di studio e buona volontà, rimane, e per sempre rimarrà, tra un soggetto che ha appreso una lingua straniera e il madrelingua, il nativo, appunto.

Anche se il lemma evoca etnie semiestinte come i pellerossa americani o i maori del nuovissimo mondo, la grande e globale tribù dei nativi digitali è destinata a crescere in modo limitato solo dalla natura, ovvero dalla natalità, in decrescita nel mondo bianco occidentale. Bimbetti ancora in fase di lallazione, sono tuttavia in grado di aprire una finestra sull’iPhone della mamma. E, seguendo questo trend, i giochi digitali, prima riservati ai più grandi, ora vengono prodotti per fasce di età a partire dai due anni.

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