29 settembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Etica e franchismo

Savaterdi Mario Pezzella

Il filosofo etico Fernando Savater sembra aver riscoperto la bontà del franchismo (intervista al «Corriere della sera» del 22.09.17: «Madrid doveva mostrarsi più ferma. Un compromesso non è possibile»). Non solo approva le misure poliziesche decise da Madrid, ma le ritiene insufficienti. I catalani sono fondamentalisti che vantano un «inesistente diritto a decidere», «l’umiliazione dei secessionisti è un momento di pedagogia […] bisogna portarli in tribunale e in carcere». Savater conclude cupamente con una sorda minaccia: «Se c’è un atto di violenza, per qualcuno può finire male». Nel corso dell’articolo esprime inoltre un profondo fastidio perché i catalani (pensa un po’) si ostinano a parlare catalano nelle loro scuole. «Il governo è stato inerte», lamenta Savater: pensando forse che si dovrebbe mandare l’esercito, sparare agli studenti che cantano Bella ciao, affollare le carceri e i tribunali come ai tempi di Franco? Bisogna usare la mano dura come nei Paesi Baschi, pensa Savater (che è un basco pentito), trascurando il fatto che in Catalogna nessuno ha finora compiuto atti di violenza, e, se dovesse essercene qualcuno, la responsabilità ricadrebbe interamente sulla repressione ottusa praticata dal governo di Madrid. Ma visto che l’intervista è a un giornale italiano, Savater chiede solidarietà, e minaccia: guardate che la Catalogna potrebbe costituire un esempio per Veneto e Lombardia.

Continua a leggere →

29 aprile 2016
pubblicato da Il Ponte

Sovranità limitata

Sovranità limitatadi Giancarlo Scarpari

Oggi da più parti si celebrano i funerali dello Stato-nazione e sorgono lamenti circa la perdita di sovranità subita dall’Italia nel contesto dell’Unione europea. Fino a qualche anno fa queste sembravano essere questioni prevalentemente giuridiche, riservate agli specialisti, ma la crisi economica ne ha evidenziato invece tutto lo spessore  politico, viste le ricadute sociali che i vincoli imposti hanno determinato nel paese. La limitazione della sovranità dello Stato, così percepita di recente, non è però una novità di questi anni, avendo invece alle spalle una lunga storia ed essendo stata addirittura prevista dalla Costituzione

L’art. 11, infatti, non solo afferma che l’Italia «ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», ma aggiunge che «consente, in condizioni di parità con altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni». Dunque, la perdita di porzioni di sovranità era ritenuta ben possibile, ma solo in vista di superiori esigenze di pace e sicurezza, poiché i costituenti ritenevano che i benefici in tal modo conseguiti avrebbero ampiamente compensato le eventuali autolimitazioni adottate.

Continua a leggere →

21 agosto 2015
pubblicato da Il Ponte

Per l’abolizione del carcere

carceredi Luigi Manconi, Stefano Anastasia

“L’esistenza stessa di un sistema penale induce a trascurare la pensabilità di soluzioni alternative e a dimenticare che le istituzioni sono convenzioni sociali che non rispondono a un ordine naturale”1. Il primo mito da sfatare per chi voglia sostenere la ragionevole proposta dell’abolizione del carcere è quello secondo cui non se ne possa fare a meno perché è sempre esistito, perché – in qualche modo – connaturato all’animo umano e al modo di stare insieme delle sue contingenti incarnazioni. Non è così. Anzi. La storia del carcere come modalità punitiva è una storia relativamente recente, e ha a che fare con la modernità giuridica. Prima di allora, non che non esistessero luoghi di clausura, anche a fini di giustizia, ma avevano altri scopi, non quello di punire il condannato per un periodo di tempo più o meno lungo.

Nel nostro mondo, gli albori del diritto si è soliti farli risalire agli antichi romani, ai quali è possibile attribuire una prima compiuta sistemazione delle regole giuridiche e una complessa organizzazione giudiziaria. La cultura giuridica occidentale ancora non riesce a fare a meno di quanto pensarono, dissero e scrissero quegli uomini in toga. Secondo la raccolta delle opinioni dei più autorevoli giuristi romani che l’imperatore Giustiniano nel VI secolo dopo Cristo volle che fosse assemblata in quello che fu il primo codice del diritto occidentale, a Ulpiano – giureconsulto romano di tre secoli prima – dobbiamo la massima secondo cui il carcere nel diritto penale romano dovesse essere riservato esclusivamente a quella che oggi chiamiamo la custodia cautelare, e giammai essere applicato come punizione. Quando necessario, dunque, in attesa del giudizio o dell’esecuzione della sentenza, si poteva restare confinati, per un limitato periodo di tempo, in un “recinto” (questo il significato letterale della parola latina carcer), come quello di cui a Roma restano le vestigia, proprio sotto il Campidoglio: il Carcere Mamertino.

Continua a leggere →