4 agosto 2017
pubblicato da Il Ponte

Libertà e proprietà

flat taxdi Giancarlo Scarpari

La parabola del partito tendenzialmente maggioritario, il progetto ideato dal Pd di Veltroni e rilanciato dal Pd di Renzi, sembra effettivamente giunto alla sua logica conclusione.

Per poter decollare aveva avuto bisogno di iniettare nel partito, a uso e consumo soprattutto del nuovo elettorato da attrarre, una robusta iniezione di propaganda “anticomunista”, ricalcata sui modelli berlusconiani e tradottasi nella “rottamazione” di quel che restava della sua tradizione socialdemocratica, nella guerriglia mediatica condotta contro i dirigenti che la rappresentavano e nello scontro frontale praticato nei confronti del lavoro dipendente.

Il balzo del Pd registrato alle europee col 40% dei voti aveva convinto Renzi a proseguire con decisione per il sentiero tracciato.

Col miraggio di sempre nuove vittorie, la maggioranza del partito, messi da parte o archiviati principi e valori “del passato”, ha seguito il comandante e il cerchio magico che lo applaudiva; la minoranza ha subito per mesi le scelte del capo, sempre incerta sul da farsi, mentre sul carro del vincitore, dopo le giravolte e le retromarce del Cavaliere, erano nel frattempo saliti i “diversamente berlusconiani”.

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25 settembre 2015
pubblicato da Il Ponte

Le tante facce e i molti equivoci di un’emergenza

profughidi Gian Paolo Calchi Novati

Se e quando il flusso migratorio verso l’Europa finirà o almeno si normalizzerà, si potrà valutare meglio la maggiore o minore eccezionalità del fenomeno che è dilagato negli ultimi mesi e soprattutto nelle ultime settimane. La storia registra processi migratori che hanno di fatto cambiato il mondo plasmando e riplasmando la geografia e la demografia dei continenti. Le Americhe, l’Australia, il Sud Africa ma anche la Turchia e Israele sono il prodotto di spostamenti massicci di popolazioni. Non sempre i nuovi insediamenti sono avvenuti nel vuoto. Le terre senza popolo per popoli senza terra sono più spesso una pia illusione o una pura e semplice ipocrisia per nascondere travasi o sostituzioni di massa con la forza. L’ultimo spostamento di milioni di persone in Europa è avvenuto a seguito della Seconda guerra mondiale come effetto dello slittamento verso ovest dei confini e della reazione alla “sovietizzazione”. La normativa internazionale sul diritto d’asilo ha avuto come spunto contingente proprio gli eventi in Europa degli anni quaranta.

Se si sta ai numeri, i profughi che approdano in Europa sono una quota minima rispetto ai profughi che si muovono all’interno delle stesse aree che soffrono le conseguenze di guerre, carestie, calamità naturali, persecuzioni e regimi autoritari. La grande maggioranza degli uomini e delle donne che in Africa – il continente che consideriamo il nostro continente di riferimento – lasciano i loro paesi d’origine per emergenze di varia natura, ma anche alla ricerca di lavoro o promozione sociale, lascia un paese africano per un altro paese africano. I profughi africani che restano in Africa si contano a milioni, non a decine o, tutt’al più, centinaia di migliaia come per le esperienze recenti di immigrazione da Sud a Nord. Pur ammettendo che è più “facile” integrare o integrarsi in contesti o spazi territoriali informali che non nei nostri Stati ultra-formalizzati, resta tuttavia una bella differenza fra Africa (ma anche Medio Oriente) e Europa. La percentuale media di stranieri nei paesi dell’Unione europea è dell’11%, nel solo Libano è del 25%.

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5 settembre 2015
pubblicato da Il Ponte

Riforme e magistratura

Riforme e magistraturadi Giancarlo Scarpari

Per alcuni lustri un presidente del Consiglio si è rivolto alla magistratura ordinaria con insulti d’ogni genere e ha accusato quella costituzionale di essere comunista; ha parlato di una guerra di vent’anni e una stampa, quasi al completo egemonizzata, volendo apparire indipendente, ha sostenuto che sì i toni in alcuni casi potevano essere eccessivi, ma che in effetti in questi anni era sorto effettivamente un contrasto tra magistratura e politica (e non viceversa, come in realtà era avvenuto).

Terminato il ciclo di Berlusconi statista, con il suo licenziamento disposto dalla Bce, accompagnato dai sorrisi di compatimento del duo che guidava l’Europa e ratificato da ultimo dal presidente della Repubblica italiana, le cose non sono sostanzialmente cambiate: la lunga agonia del suo regime si è infatti dipanata nel tempo, attraverso i governi Monti, Letta e Renzi, che hanno evidenziato, sia pure in forme diverse, il reticolo di complicità e connivenze che quella lunga egemonia aveva generato e che tuttora persistono. Così Berlusconi, recuperato dalle “grandi intese” volute da Napolitano, condannato poi in via definitiva per frodi fiscali pluriennali, è riuscito a far ruotare ancora una volta il dibattito politico attorno alla sua persona: prima ha legato la permanenza al governo del suo partito alla concessione della grazia (oggetto persino di un inedito, ma non per questo meno anomalo, patteggiamento col presidente della Repubblica), poi, finito per uno scatto d’ira all’opposizione, ha ugualmente ottenuto la piena “agibilità politica”, pur essendo ai servizi sociali e continuando a essere inquisito per gravissimi reati, questa volta legati direttamente alle pubbliche funzioni da lui esercitate (compravendita di senatori e concussione del capo di gabinetto della questura di Milano).

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13 marzo 2014
pubblicato da Il Ponte

La veloce marcia dentro le istituzioni

di Giancarlo Scarpari

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 3 de Il Ponte – marzo 2014]

veloce marcia dentro le istituzioniIl 10.12.2013, commentando sul «Corriere» Il trionfo di Matteo Renzi, Angelo Panebianco poteva tirare un sospiro di sollievo ed esclamare convinto: «oggi il Pci è davvero finito»; poi, con una punta di rammarico, aggiungeva che il processo non era però ancora concluso visto «l’insperato regalo» fatto dalla Corte costituzionale ai proporzionalisti di quel partito; avvertiva poi il neosegretario di stare bene attento ai «suoi nemici interni», quelli dell’«apparato», consigliandolo di sollevare la questione cruciale dell’«oro del Pci», messo «al sicuro in qualche Fondazione» e che invece doveva essere messo a sua disposizione a sostegno del nuovo corso impresso al partito. E Ostellino, su quelle stesse pagine, alcune settimane dopo, evocando Stalin per ben tre volte in poche righe, identificava quei «nemici» interni nella «sinistra massimalista del Pd», animata da una «vocazione totalitaria», tuttora legata alla «parola d’ordine cominformista: nessun nemico a sinistra» («Corriere della sera», del 28.01.2014).

Articoli del genere, per il linguaggio usato e per le immagini evocate, avrebbero forse trovato collocazione piú appropriata sulle pagine di «Libero» o del «Giornale», ma proprio per questo sono doppiamente interessanti: innanzitutto perché evidenziano come l’egemonia culturale della destra berlusconiana abbia lavorato in profondità, condizionando idee e linguaggio dei “liberali moderati”, trasformando l’ideologia anticomunista in senso comune e promuovendo cosí una radicalizzazione nel paese che alcuni scambiano oggi per un salutare bipolarismo; ma soprattutto perché, depurate dai fumi di quella ideologia, le frasi alludono a un processo reale, alla conclusione di un percorso che non riguarda certo il Pci, un partito morto e sepolto da un quarto di secolo, ma, semmai, il Pd, un partito ibrido sorto dai resti di varie formazioni della sinistra e che mirava a convogliarne le eredità nell’ambito di un piú vasto raggruppamento politico genericamente riformista.

In realtà, già al tempo dei Ds e della Margherita, le rispettive identità erano andate diluendosi, per l’assenza di qualsiasi programma conseguente in grado di renderle concrete; questo vuoto progressivo era stato via via riempito dalla ricerca di nuove ricette, che prescindevano da analisi approfondite e da verifiche empiriche, ma che, offerte con particolare insistenza dal mercato mediatico, venivano recepite acriticamente, talvolta addirittura con entusiasmo.
La flessibilità del lavoro, per esempio, era stata introdotta da Treu al tempo dei governi dell’«Ulivo» ed era diventata precarietà generalizzata sotto quelli di Berlusconi; ma entrambe, pur nella loro diversità, erano però il frutto della stessa logica, già allora dominante, che considerava prioritari gli interessi dell’impresa rispetto ai diritti dei lavoratori e che, contestata a parole, era stata in realtà accolta di fatto all’interno dei maggiori partiti della sinistra.

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