22 novembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Di Maio & M5S: Parigi val bene una messa?

Luigi Di Maiodi Mario Monforte

La frase è rimasta famosa, e viene usata per indicare giravolte politiche, anche di 180 gradi, a fini (ritenuti) piú importanti delle posizioni sostenute in precedenza. Non è inutile ricordare che è attribuita a colui che, il 25 luglio 1593, divenne re di Francia come Enrico IV (detto poi «il Grande»), che, da protestante («ugonotto»), per ascendere al trono “si fece” cattolico. La posta in gioco (Parigi, capitale del regno di Francia) valeva il rinnegamento del protestantesimo per il cattolicesimo.

Non è questo anche il caso di Di Maio & M5S? Di Maio è andato negli Usa a rassicurare il “grosso” alleato (per modo di dire) del nostro paese sugli intenti “tranquilli” di un futuro (eventuale) governo M5S (ma già con l’ambasciata Usa in Italia c’erano stati rapporti, con lo stesso Grillo), riconoscendo il “valore” della Nato; si è incontrato con esponenti della Chiesa, chiaramente dando “garanzie” su nessun “torbido” con la Chiesa stessa, in caso di futuro governo M5S; da tempo ha affermato che non c’era nessun contrasto con l’Ue in quanto tale, semmai con “alcune” sue politiche, e ora un esponente M5S ha conseguito un posto nella Commissione difesa dell’Ue. Inoltre Di Maio prende tutte le distanze dai partiti (detti) «euroscettici», mentre nel movimento ogni polemica con l’euro, nei fatti, è stata messa da parte, e nemmeno si criticano piú le sanzioni alla Russia, ma si dubita della loro «efficacia». E Di Maio afferma che adotterà la “politica di Trump” di forti tagli di tasse alle imprese.

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4 giugno 2017
pubblicato da Rino Genovese

Da dove l’impasse politica italiana?

Achille Occhettodi Rino Genovese

Senza risalire fino al Rinascimento, alle famose analisi di Machiavelli e Guicciardini, sarebbe sufficiente ritornare a circa trent’anni fa, a quel 1989 in cui alle elezioni europee di giugno – come ho avuto modo di ricordare sfogliando il recente volume che raccoglie gli scritti di Marcello Rossi sul Ponte (Socialismo libertario e dintorni, Firenze, Il Ponte Editore, 2017) – il Pci di Occhetto ottenne ancora il 27,5% dei voti. Questo risultato – che dimostrava la capacità di resilienza del maggior partito della sinistra italiana – si ebbe a pochi giorni dalla repressione di Tienanmen, nel pieno di una crisi che, due anni dopo, porterà alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Alla fine, dentro quel marasma internazionale di cui non riuscirà ad avvantaggiarsi il Psi di Craxi, scoppierà il bubbone Tangentopoli degli anni novanta, facendo saltare gli equilibri italiani della guerra fredda. Il craxismo ne uscirà distrutto, ma in un certo senso ne farà le spese anche Occhetto, tagliato fuori dal qualunquismo montante – di cui beneficiario sarà il “nuovo” berlusconismo aziendal-politico, prosecuzione di un affarismo targato Caf (che era la sigla dell’alleanza di potere tra Craxi, Andreotti e Forlani).

Il paese non si è mai più risollevato da quegli avvenimenti che segnarono la morte sia del comunismo sia del socialismo italiani, e che in parte furono tragici e in parte tragicomici, se si considera che il lungo periodo berlusconiano è stato caratterizzato da un immobilismo agitato, come di chi gesticoli senza concludere granché – a parte difendere i propri interessi privati –, e che tuttavia rese possibile la continuità di un generale sistema di potere, rimasto intatto nelle sue basi sociali sotto i mutamenti di facciata.

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10 febbraio 2017
pubblicato da Rino Genovese

A sinistra qualcosa si muove

Benoît Hamondi Rino Genovese

Non in Italia, paese ancora politicamente soffocato tra Renzi e Grillo, ma in Europa qualcosa a sinistra si muove. Non mi riferisco tanto all’Inghilterra di Corbyn, il cui pur positivo successo presso la base labour è limitato dalla sua posizione isolazionista euroscettica, quanto piuttosto alla Francia e perfino alla Germania, paese in cui il primato di Merkel è insidiato oggi non soltanto a destra ma anche a sinistra – per quanto incredibile possa sembrare – dall’ex presidente del parlamento europeo Martin Schulz. La possibilità che l’Europa cambi musica è inevitabilmente appesa al filo di un mutamento di rotta dei partiti socialisti e socialdemocratici, in collegamento con le formazioni anti-austerità emerse negli ultimi anni. L’esempio è dato dal “modello portoghese”, se così vogliamo chiamarlo, in cui un governo socialista si regge su una maggioranza parlamentare formata dai vecchi comunisti, dagli ecologisti e dalla nuova sinistra. Anche se sappiamo bene che in Germania un accordo di programma tra i socialdemocratici e die Linke (la  sinistra cosiddetta radicale) è di là da venire, e che lo schieramento delle candidature post-Hollande in Francia è decisamente frammentato, ciò nondimeno qualche indizio di vitalità, o almeno di non rassegnazione a morire neoliberisti, sta arrivando dalla sinistra europea.

Vediamo più in particolare il caso francese, in cui, com’è noto, tutte le previsioni danno Marine Le Pen già al secondo turno delle elezioni presidenziali che si terranno in maggio. Il problema è quello dell’altro candidato al ballottaggio: il che significa poi, per questo secondo, la quasi certezza di vittoria, considerando che vale ancora in Francia la opzione “repubblicana” che spinge l’elettorato democratico a sbarrare la strada all’estrema destra. Chi potrà essere allora il prossimo presidente francese? Fino a qualche settimana fa come baluardo anti-Le Pen tutti avrebbero scommesso su Fillon, esponente di una destra tradizionale e neoliberale: un personaggio, questo, peraltro molto indigesto all’elettorato di sinistra. Ma oggi, dopo lo scandalo in cui è incappato (avrebbe elargito circa un milione di denaro pubblico ai propri familiari per incarichi inesistenti), ben pochi scommetterebbero su di lui. Pressoché altrettanto di destra – ma, a differenza di Fillon, aperto su questioni come il “matrimonio per tutti” – è  Macron, ex ministro dell’economia di Hollande, che al momento si prospetta come la probabile alternativa allo scivolone lepenista della Francia. Ma è davvero così sicuro che, al primo turno, un elettorato socialista deluso da Hollande sceglierà un candidato addirittura più a destra del presidente in carica?

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4 febbraio 2017
pubblicato da Il Ponte

Prossime elezioni comunque e Movimento cinque stelle

Movimento cinque stelledi Mario Monforte

Manovre politiche: voto subito, voto no per ora, dopo settembre, al termine naturale della legislatura. E Renzi, convinto di quanto Lotti dixit, «40% alle europee, 40% al referendum», mira «al 40%» e punta alle elezioni quanto prima – occultando il colpo delle elezioni amministrative e il disastro del referendum. I suoi lo confermano leader Pd alle elezioni, e, grazie all’attuale composizione della Consulta, ha ricevuto un paio di “aiutini” non da poco: castrato del quesito sul Jobs Act il referendum della Cgil (lo avrebbe senza dubbio cassato) e legittimato il premio di maggioranza (per cui era stato giudicato illegittimo il Porcellum) per la lista che consegua (appunto!) il 40% dei voti validi. Ma pur se “avanti a tutta protervia”, le cose non cambiano: la “botta” del 4 dicembre è devastante per Renzi e “tutto” il Pd, e il prosequio di Renzi con il governo Gentiloni non ne migliora le sorti, anzi le logora ancora. E il Pd è a pezzi: l’opposizione interna, pur sempre à la “re tentenna”, è rafforzata; D’Alema organizza le forze e agita la scissione per un’altra formazione (data dal 10 al 14% di consensi); Emiliano minaccia ricorsi alla magistratura (senza congresso prima delle elezioni), altri affilano le armi. L’idea di Renzi di tenere in pugno il partito con le ravvicinate elezioni, dando a intendere di vincerle, è infondata. Ma Renzi, con i suoi, non è stolido a tal punto: mira (e mirano) a restare in sella nonostante i disastri, con esito elettorale su cui contrattare per il governo.

Il fronte del centrodestra invoca la necessità della propria unità, sempre con il feticcio del 40%, ma è spaccato, su linee profondamente diverse: Berlusconi, con il “grosso” di Forza Italia, disponibile, nonostante le dichiarazioni pre-elettorali, a un rinnovato governo da Grosse Koalition, magari non con Renzi, e perciò tende a procrastinare le elezioni, per avere un Pd piú ridotto e un Renzi piú screditato (oltre ad attendere una sentenza liberatoria per la sua candidatura dalla Corte europea); Salvini, con la Meloni, e anche qualcuno di Forza Italia, è contro ogni accordo con il Pd e piú affine a quanto si muove in Francia (il Front National della Le Pen) e altrove (Germania, Austria, Olanda, la Gran Bretagna con la Brexit e seguenti, per non dire del successo di Trump negli Usa), e perciò richiede elezioni subito, per utilizzare l’ondata anti-Renzi & Pd e le spinte che vengono dall’estero.

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2 dicembre 2016
pubblicato da Rino Genovese

La posta in gioco

La posta in giocodi Rino Genovese

Quelli che non votano, ignavi più che astensionisti, amici e compagni che domenica non si recheranno al seggio per deporre nell’urna il loro no, devono sapere qual è la posta in gioco di questa difficile partita. Niente di più e niente di meno che la sopravvivenza della repubblica parlamentare. È vero (come bene illustrato da Adalgiso Amendola nel suo libretto edito da Manifestolibri con il titolo Costituzioni precarie) che la costituzione “materiale” del nostro paese è già cambiata nel corso degli scorsi decenni; è vero che nella Carta sono state inserite delle norme, come quella riguardo al pareggio di bilancio, che l’hanno già travisata; ed è altresì vero che perfino il nostro Lelio Basso, uno dei padri costituenti, sosteneva che una costituzione la si cambia quando non corrisponde più al compromesso che è stato depositato lì dentro; ma è altrettanto vero che tenere in piedi l’impianto “formale” di una costituzione, sia pure datata, non è affatto superfluo. Mai come in questo caso la forma è sostanza. Se, come voluto da Renzi e dalla sua combriccola, si fa del Senato una pura e semplice camera del nulla, con senatori scelti tra le file dei consigli regionali e comunali, rendendo la Camera dei deputati, al tempo stesso, con un ampio premio di maggioranza, la cassa di risonanza di un leader; se, contemporaneamente, si mettono la presidenza della Repubblica e quella della Corte costituzionale nella disponibilità della maggioranza politica di turno, beh, tutto ciò non è poca cosa: è la fine della repubblica parlamentare come l’abbiamo conosciuta finora. È il rafforzamento di fatto dei poteri dell’esecutivo.

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9 novembre 2016
pubblicato da Rino Genovese

Quando il complesso militare-industriale diventa una risorsa

Trumpdi Rino Genovese

Naturalmente ci sono già, nel populismo che si agita dalle nostre parti (e che esito ancora a definire “di sinistra” postulando che il populismo, alla fine, sia sempre di destra), quelli che si compiacciono della vittoria di Trump. Beppe Grillo, del resto, ha esultato e ha già detto la sua, vomitando il solito cumulo di contumelie, in particolare contro gli intellettuali rei di non avere capito nulla.

Invece alcuni di noi, pur non volendoci credere fino in fondo per una sorta d’intemerata speranza, l’avevano messa nel conto una vittoria di Trump. La ragione è semplice: Clinton era una candidata che non andava, piena di debolezze (da ultimo anche fisiche), un prodotto dell’establishment; laddove ci sarebbe voluto, avrebbe avuto maggiore capacità di contrasto, il più limpido Sanders, in grado di raccogliere gli umori popolari senza lasciarli scadere in torva demagogia. Ma tant’è: Clinton è stato il risultato delle “primarie”, predilette da molti come modello di scelta da parte dell’elettorato, e però una modalità di costruzione della candidatura in cui chi ha più mezzi finanziari, o ha già le mani in pasta, ha pressoché la vittoria in tasca.

C’era stata, è vero, l’eccezione di Obama, che aveva saputo conquistarsi il consenso poco a poco, e proprio contro una Clinton allora perfino più in forma; ma l’America profonda ha reagito a questo suo presidente nero: le numerose uccisioni di giovani di colore, spesso freddati dalla polizia senza un perché, vanno ascritte al razzismo sotterraneo e di superficie che da sempre percorre l’America (stavo per scrivere le Americhe). Sia onore a Obama, comunque, uno dei migliori presidenti della storia degli Stati Uniti – di cui, nel momento della sconfitta finale, non vogliamo ricordare i piccoli grandi misfatti (come gli “omicidi mirati” che non risolvono nulla e acuiscono gli odi), ma le grandi aperture interne ed esterne, il tentativo di mettere su una sanità pubblica degna del nome, il processo di distensione con l’Iran, da ultimo il viaggio a Cuba (che di certo non avrà giovato alla campagna elettorale democratica, visto il risultato della Florida, uno Stato pieno di esuli anticastristi).

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30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Francesco Biagi

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca BaiadaLanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Il susseguirsi delle vicende politiche italiane perpetua la realizzazione di un ciclo sempre uguale, dove alla “tragedia” segue la “farsa”. L’orizzonte politico descritto nel Gattopardo da Giuseppe Tomasi di Lampedusa pare non essere molto mutato, in Italia infatti i cambiamenti, le rivoluzioni, rimangono quasi sempre delle «rivoluzioni-restaurazioni» o «rivoluzioni passive» direbbe Gramsci riprendendo Vincenzo Cuoco. Brandelli di sapere critico e insorgente vengono compresi fra le tecnologie di dominio, dopo aver subìto una distorsione del loro significato originario, per venire ripartiti nella legittimazione di altri contesti opposti. È così che Renzi e il suo governo hanno portato avanti la riforma costituzionale: si sono camuffati da innovatori, da rivoluzionari, snaturando tuttavia, in chiave ancor più autoritaria, il progetto di Stato e di Repubblica parlamentare contenuto nella Carta del ’48.

In Italia, nell’arco degli ultimi anni, è stato cancellato l’opaco ricordo di un possibile immaginario di uguaglianza e libertà che avesse l’occasione di inscriversi nelle istituzioni democratiche. Non potremmo leggere altrimenti lo smantellamento dello Statuto dei lavoratori, del Welfare e di quei valori che avevano fondato il contratto sociale postbellico nel 1948. È per questo che la categoria schmittiana di «dittatura commissaria» torna quindi a essere più che mai attuale. Sono stati sospesi gli strumenti che hanno regolato storicamente la democrazia parlamentare in Italia, preferendo personalità che realizzino direttamente la volontà dell’economia globale (sostanzialmente questa fase è iniziata con la caduta del governo Berlusconi e l’ascesa di Mario Monti)[1]. La sovranità si è declinata nella decisione diretta di assumere lo stato di eccezione come occasione per governare la crisi. Una volontà che si declina quale unica via possibile e simultaneamente super partes come la detentrice (per eccellenza) dell’interesse generale. La facoltà di governare è consegnata al capo, subalterno a quella visione economica che ha prodotto l’attuale stato di crisi europea. Anche i pochi e ultimi rituali della democrazia sono percepiti con fastidio. Matteo Renzi è un capo diverso da Berlusconi, da Monti, da Salvini o da Grillo, incarna un populismo che si pretende «innovatore»[2].

Scriveva così Piero Calamandrei in una raccolta di saggi del 1955 circa il senso profondo della nostra Costituzione: «Per compensare le forze di sinistra di una rivoluzione mancata, le forze di destra non si opposero ad accogliere nella Costituzione una rivoluzione promessa»[3]. La Resistenza è qui concepita come una rivoluzione mancata, transitata poi nella Costituzione come una promessa di una sua prossima realizzazione. La Costituzione quindi come iscrizione di un quadro rivoluzionario da realizzare, e fintanto che rimarrà solo sulla carta stampata essa sarà solamente un’illusione.

Al giorno d’oggi pare che ormai si voglia definitivamente cancellare anche proprio quel quadro costituzionale a cavallo fra promesse rivoluzionarie e illusione di un’autentica repubblica democratica, infatti la riforma costituzionale Renzi-Boschi fra i più grossi limiti ha la rottura del bicameralismo perfetto, ovvero la volontà di sbilanciare fortemente l’equilibrio dei poteri fra quello esecutivo e il legislativo. Il riassetto del Senato e le ulteriori modifiche che attaccano l’iter di formazione di una legge sono tutti strumenti che permettono la legalizzazione di grandi poteri al “Capo” e al suo esecutivo. È questo il più grave sfregio di tutta la riforma, su cui siamo chiamati a votare, alla cornice costituzionale del 1948.

Viviamo tempi in cui il potere finanziario  prova a modellare – riuscendoci – gli assetti democratici dei paesi. È in un quadro più complessivo che dobbiamo leggere questo tentativo di snaturare l’assetto della nostra Repubblica. Renzi e la ministra Boschi non fanno altro che tentare di concretizzare tendenze globali, presentandoci però tale riforma come un’innovazione della farraginosa burocrazia parlamentare. I tempi della politica e i tempi della democrazia sono considerati veri e propri freni per la locomotiva neoliberista. I ritmi del bicameralismo perfetto, capaci di favorire un ampio dibattito fra le forze politiche, sono troppo lunghi per l’economia, la quale ha bisogno di esecutivi forti e di primi ministri veloci a eseguire la volontà dei mercati. Non ci si può permettere troppi intoppi, troppe discussioni. Non ci possono essere crisi di governo, né governi che mettono in discussione i dettami ultra-liberisti europei. Infatti, durante le trattative fra il governo greco di Syriza e la Troika, il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble disse chiaramente all’ex ministro delle finanze greco, Yanis Varoufakis, che non era possibile cambiare i trattati economico-finanziari sovranazionali ogni cinque anni, ovvero ogni cambio di governo derivato dalle elezioni rappresentative. Questa dichiarazione evidenzia come oggi le regole democratiche interne degli Stati siano scalzate dall’autoritarismo del rigore finanziario neoliberista[4].

Molti sono i giuristi che, meglio di me, potrebbero descrivere in modo dettagliato la proposta di riforma mettendone in luce i limiti strutturali. Di fronte alle derive populiste e plebiscitarie, o peggio alle propaggini autoritarie in seno alle istituzioni democratiche, credo che abbiamo l’esigenza di custodire un quadro costituzionale il quale sia capace il più possibile di mantenere aperta la via dell’insorgenza democratica. Più spazi di dissenso, di critica e di conflitto vengono spazzati via, più sarà difficile in seguito per i movimenti sociali e per le reti di cittadinanza mettere in campo proposte politiche alternative all’austerità, alla dittatura commissaria dei mercati e a nuove forme autoritarie di governo. È opportuno impedire questa controriforma della Costituzione per avere un paese un po’ più libero di quello che immaginano Renzi e la Boschi. Oltre al «Partito della Nazione» con questa riforma si immagina un «Governo della Nazione», che omogenizza in un corpo solo il popolo e i poteri nel suo unico e indiscutibile capo.

Siamo ben coscienti dei grossi limiti che oggi ha la democrazia rappresentativa in Italia e nel resto d’Europa, siamo ben coscienti di come tanti dispositivi costituzionali siano stati svuotati di senso, di come tanti altri non siano mai stati applicati autenticamente e – infine – di come altrettanti possano essere riformulati per realizzare maggiormente i valori democratici, tuttavia in questa congiuntura storica è necessario opporsi alla riforma per non far scivolare ancora di più il paese nella legittimazione di progetti politici autoritari. Votare no e opporsi a queste proposte di modifica della Carta per avere perlomeno ancora un paese che mantiene un assetto parlamentare non esageratamente asservito al primo ministro o al partito che detiene l’esecutivo. Votare no per ostacolare il concentramento di poteri in un uomo-forte, in un capo e in un esecutivo che terrebbero in ostaggio il Parlamento.

[1] Nel giugno 2013 infatti, una delle più grandi banche statunitensi responsabile della crisi dei mutui subprime pubblicò un dossier dove sosteneva come le costituzioni antifasciste dei paesi del Sud Europa fossero un autentico ostacolo all’integrazione neoliberista dei mercati globali (Cfr.: https://culturaliberta.files.wordpress.com/2013/06/jpm-the-euro-area-adjustment-about-halfway-there.pdf).

[2] Accenniamo appena qui questo discorso sul populismo essendo già stato pubblicato un numero monografico del «Ponte» al riguardo e non potendoci soffermare oltre.

[3] P. Calamandrei, «La Costituzione e le leggi per attuarla», in Dieci anni dopo. 1945-1955. Saggi sulla vita democratica italiana, Bari, Laterza, 1955.

[4] Cfr.: http://www.nuovatlantide.org/varoufakis-seppellito-valori-della-democrazia/

29 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

La sinistra e i grillini, odio e amore

grillinidi Aldo Garzia

L’Italia si incammina a passo spedito verso l’avventura di un governo a 5 Stelle? Il quesito è legittimo. A rendere possibile tale prospettiva ci pensa perfino la nuova legge elettorale che, se non verrà modificata, con il ballottaggio può dare la vittoria proprio a Beppe Grillo & company. I grillini hanno intanto il vento in poppa, nonostante l’impasse del sindaco Virginia Raggi a Roma e malgrado la confusione programmatica della loro recente kermesse nazionale a Palermo.
Non sono effimere le ragioni del successo grillino nelle recenti elezioni amministrative: affondano in una crisi del sistema politico che non trova assestamenti almeno dal 1992 in poi (Tangentopoli). E’ infatti cresciuta una incazzatura generalizzata contro i partiti e la politica che trova nei 5 Stelle una generica risposta, a volte seriamente motivata e a volte istintiva. Ciò avviene in un paese dove ormai più o meno il 40% degli elettori non vota, o vota bianca e nulla, e il restante 60 si orienta su motivazioni che ben poco hanno a che fare con ideologie e appartenenze. I grillini e il loro elettorato che oscilla intorno al 30% sono perciò il frutto dell’incapacità di rinnovare i partiti e riformare le istituzioni e i meccanismi della politica.

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8 novembre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Del povero Pd (e degli altri)

Sinistra italianadi Rino Genovese

Se fossero fino in fondo sinceri con se stessi, i Prodi e i Bersani avrebbero dovuto ammettere da tempo che dare vita al Partito democratico fu un errore. Per contrastare un blocco populistico di destra spesso spostato su posizioni estreme, e seguendo il miraggio di una democrazia dell’alternanza tra una formazione di centrodestra e una di centrosinistra, spinsero per la liquidazione dell’esperienza post-comunista dei Ds e post-democristiana della Margherita, per ottenere alla fine quale risultato? Il blocco populistico di destra c’è sempre ed è sempre più spostato a destra; inoltre – per partenogenesi, si potrebbe dire – è nato e si è rafforzato un neoqualunquismo uguale e contrario come quello grillino – stessa antipolitica, stesso leaderismo pseudocarismatico, che pesca in questo caso nelle acque tradizionali della sinistra.

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10 febbraio 2015
pubblicato da Rino Genovese

L’eterno compromesso storico

compromesso storicodi Rino Genovese

Neanche noi, che mai abbiamo nutrito particolare simpatia per i democristiani, potremmo dire male del nuovo presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Non sappiamo come riuscirà a interpretare il suo ruolo, ma la persona è senza dubbio, per la sua stessa biografia, la migliore nelle condizioni date. Se si pensa che abbiamo, una volta di più, scampato l’elezione di Giuliano Amato, il furbo compare di Bettino Craxi, possiamo dirci contenti per come sono andate le cose. Mattarella non ci dispiace perfino per la sua creatura, il famoso mattarellum: una legge elettorale che era un misto di maggioritario e di proporzionale e che, con il senno del poi, appare un compromesso di tutto rispetto: non ti concedo il doppio turno nei collegi uninominali (che avrebbe reso quella legge un maggioritario puro alla francese) ma t’invento la doppia scheda, con una correzione proporzionale, e in più, per rafforzare quest’ultima, ti ci metto il meccanismo barocco dello “scorporo”. Una legge, questa, che al netto del berlusconismo avrebbe dovuto impiantare nel paese un’alternanza tra forze progressiste più o meno moderate e un centro moderato tout court, senza negare il diritto “di tribuna” ai partiti politici che si fossero collocati alle estreme. Insomma, un tipico compromesso di scuola democristiana che, dopo una ventina d’anni di eccitazione plebiscitaria (oggi prolungatasi nel Pd, grazie alla figura del giovane fiorentino della provvidenza), appare l’eldorado di una possibilità mai veramente realizzatasi.

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