17 gennaio 2018
pubblicato da Il Ponte

La nitidezza e il gorgo. Sulla «Frantumaglia» di Elena Ferrante

frantumagliadi Mario Pezzella

1. La frantumaglia1 di E. Ferrante rientra in un particolare genere letterario, il “falso diario”2, che non è un’autobiografia ingannevole che si spaccia per autentica, ma in certo senso il suo esatto contrario. Il lettore di un falso diario non sa mai con certezza se il racconto è biografico, si riferisce a una realtà o a una finzione. La scrittura, senza cedere di un millimetro, resta in sospeso tra l’immaginario e il reale. Non è che il lettore sia ingannato: egli è infatti sempre e sottilmente avvertito di un’oscillazione tra il documento e la fiction. Tenuto in bilico, viene coinvolto in un vortice identitario in cui non distingue più tra realtà e visione, sogno e materia. Nel disgregarsi delle identità precostituite emerge una verità dello scrittore, che è indifferente alla distinzione tra oggettivo e soggettivo: è il suo fantasma o il suo carattere intelligibile, la fantasia originaria che dà forma al suo mondo e scintilla nel gioco specchiale delle identità.

Perciò Ferrante può affermare da un lato che «nella finzione letteraria è necessario essere sinceri fino all’insostenibile» (75); e d’altra parte, bisogna «orchestrare menzogne che dicono sempre rigorosamente, la verità» (70), dire «bugie vere»; perché dietro il velo e la maschera si può avere la forza di superare ogni freno e autocensura. La finzione permette che oltre gli eventi emerga il fantasma o l’imago primaria che li plasma o conforma, riattiva una memoria associativa e involontaria che dice di noi e della situazione in cui ci troviamo ad esistere molto più dei ricordi volontari e inquadrati dell’Io.

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19 ottobre 2017
pubblicato da Il Ponte

Perché Battisti?

Battistidi Mario Pezzella

Perché lo Stato italiano, a quarant’anni di distanza dai crimini di cui è accusato, desidera con tanto accanimento l’estradizione di Cesare Battisti? (Il quale, va detto, non fa proprio nulla per suscitare qualche simpatia nei suoi confronti, tra fughe, comparsate in spiaggia, dichiarazioni provocatorie e insipienze narcisistiche più adatte a una spy story che a un ragionamento politico). Si tratta di dimostrare qualcosa, affermare un principio, emanare un monito, in nome delle vittime del terrorismo o della giustizia universale? No, le motivazioni sono più contingenti e concrete: hanno a che a che fare con la memoria e la storia che si vuole imporre degli anni settanta. La richiesta di estradizione intende ribadire che le violenze accadute allora in Italia non hanno nulla di politico, si tratterebbe di singoli episodi criminali efferati, giudicabili come tali. Non avrebbe dunque senso parlare di amnistie o pacificazioni a livello collettivo, perché significherebbe ammettere la natura sociale e politica dei conflitti che hanno devastato l’Italia, e questo è ancora intollerabile per gli eredi dei partiti di governo allora esistenti. Un’ammissione simile, infatti, comporterebbe il riconoscimento che anche da parte delle istituzioni ci fu un progetto politico violento – il terrorismo di Stato, le torture in carcere, gli attentati fascisti guidati dai servizi deviati – e non semplicemente impazzimenti di gruppi ristretti ed efferatezze individuali, come si è cercato invano di dimostrare per Piazza Fontana o la strage di Bologna.

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