14 marzo 2017
pubblicato da Il Ponte

Pd in sfascio: apparenza e sostanza

Pd in sfasciodi Mario Monforte

In tempi “normali” e in partiti “usuali” (ossia nei calmi avvicendamenti alla gestione statuale fra partiti posizionati a sinistra e a destra), un segretario, responsabile della linea politica di un partito e operazioni conseguenti – e tanto piú se ricopre il ruolo istituzionale di capo del governo –, se subisce sconfitte elettorali rilevanti che ne mettono in discussione la politica, si presenta dimissionario al partito e organi dirigenti, magari rimanendo capo del governo, parimenti dimissionario, per sbrigare gli affari fino alle elezioni politiche. Renzi si è trovato in tale posizione e, con il suo partito, ha perso le ultime elezioni amministrative (disastro completo evitato per un soffio con il risicato esito positivo a Milano) ed è tracollato al referendum costituzionale (su cui era imperniato il complesso dell’azione governativa, dalle varie misure alla legge elettorale). E Renzi ha annunciato le dimissioni in caso di tale sconfitta, profilando il ritiro a vita privata – era un modo per galvanizzare i sostenitori, non una vera intenzione. Del resto, non siamo in tempi “normali” e, in tale contesto, il Pd – derivato dalla fusione fra Ds, già Pds, in cui era confluita la parte maggiore del Pci, con un pezzo della vecchia Dc, la Margherita e qualche apporto sparso –, passato a direzione e maggioranza renziane, non è un partito “usuale”: le sconfitte non danno esiti scontati.

Ma si è entrati in contorsioni e convulsioni: Renzi, dimessosi da presidente del Consiglio ma fattosi proseguire (esplicitamente) da Gentiloni, con qualche cambio di posto di ministri e qualche new entry, e dilatata la già elefantiaca direzione del Pd (13 febbraio) a un migliaio di persone – per cui: niente dibattito e solo rassegna di posizioni –, ha proferito in tono severo, da segretario in piena carica (a sottolineare che la direzione è sempre sua), «un ciclo è finito». Però ha ribadito «ho portato il Pd al 40% alle europee», “dimenticando” ogni seria considerazione su amministrative e dêbacle al referendum. E ha sfidato le opposizioni interne: se volete la scissione, “fatevi sotto con le idee”. Le dimissioni le ha date all’assemblea del Pd (19 febbraio, assise sempre plebiscitaria), ma affermando di aver fatto tutto per il meglio, perciò “avanti cosí”. E ha indicato la tabella di marcia: congresso e primarie alla svelta, elezioni in tempi rapidi, però ri-proclamando il sostegno al governo Gentiloni. Il tutto approvato a pieni voti dall’assemblea piddina, a cui gli oppositori, riunitisi il giorno prima (18 febbraio), non hanno partecipato.

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20 febbraio 2017
pubblicato da Rino Genovese

E in Italia?

Sinistra italianadi Rino Genovese

Nel precedente articolo dicevo che in Italia a sinistra nulla si muove, e poteva sembrare un’affermazione temeraria a pochi giorni da una probabile scissione del Pd e dal congresso costitutivo di una formazione politica che si chiama Sinistra italiana. Ma, a proposito di una separazione che era nelle cose da tempo (e che perfino oggi, mentre scrivo, ancora non è stata formalizzata), qualcosa si sarebbe potuto muovere se fosse stata fatta nel momento giusto, quando il governo Renzi imponeva il suo jobs act, mentre adesso appare piuttosto una scissione dei gruppi dirigenti. Quali i contenuti, infatti, se i protagonisti della stessa non hanno il coraggio di mettere anzitutto in questione, in maniera apertamente autocritica, le scelte del passato che li videro artefici di un progetto del tutto inconsistente come quello del Pd?

Tra i promotori della scissione solo Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana, ha parlato di socialismo: lui sembra essersi accorto che senza un riferimento ideale forte, senza un aggancio alla storia del movimento operaio – che certo non si può riproporre in maniera nostalgica o come una sorta di vangelo – oggi non può esserci alcuna battaglia politica neppure semplicemente democratica. Il capitalismo neoliberista, negli scorsi decenni, ha profondamente alterato gli equilibri democratici costituiti nel dopoguerra; ed è venuto in chiaro, in particolare dopo l’ultima crisi, che nessun progresso può esserci  – nessuna forma di emancipazione collegata, per esempio, a un uso collettivamente liberante della tecnologia – senza una critica degli squilibri anche ambientali prodotti da un modello di sviluppo ingiusto e sbagliato.

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30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Lanfranco Binni

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco BiagiGian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Maledetto referendum: «Forse c’è anche da riflettere se fu giusto prevedere nell’apposita mozione parlamentare, con l’accordo del governo Letta/Quagliariello, la facoltà di sottoporre comunque a referendum il testo di riforma che fosse stato approvato» (G. Napolitano, intervista a «la Repubblica», 10.09.2016). Ma certo, non bastava il voto di fiducia con cui la maggioranza di governo aveva «portato a casa» la madre di tutte le riforme? E poi, lo stesso istituto del referendum, così obsoleto e improprio quando sono in gioco decisioni importanti per le sorti della Nazione, che i comuni cittadini non possono capire, non è forse da riformare, limitandone il ricorso, come opportunamente prevede la «riforma» costituzionale? E poi, questa riforma addebitata al governo, non l’hanno forse voluta gli «italiani»? Non è stata votata dal loro parlamento? Quindi, basta con la «guerra» tra no e , «abbassiamo i toni» e si voti : giù la testa, populisti! L’intervista di Napolitano sull’house organ del governo, il tappetino del salotto buono (si fa per dire) della finanza «progressista», è il punto di arrivo di tutta una tradizione di odio profondo per il “democraticismo” della Costituzione del 1948, e di tatticismo politicista nella peggiore tradizione del Pci: dallo stalinismo al “migliorismo”, al neoliberismo antidemocratico, un bel percorso che nel Pd si è intrecciato con la tradizione democristiana e con il piduismo berlusconiano. La spallata renziana non funziona? La legge elettorale ultramaggioritaria rischia di consegnare il paese al Movimento 5 Stelle? L’economia è a pezzi e le mance elettorali non bastano a creare consenso, anzi aggravano paurosamente il deficit? «Qual è il problema?», annaspa il furbastro di Rignano: si corregge la legge elettorale; si finge di aprire alla cosiddetta sinistra interna per averne i voti in cambio di seggi, e allora il “Capo” corre da Ventotene (lasciamo perdere) ad Atene a farsi fotografare con un frastornato Tsipras, e poi di nuovo in Italia a tagliar nastri di opere altrui e promettere bonus, a nascondere le proprie responsabilità sulla «riforma», non più plebiscito sul Capo (senza di me il diluvio) ma riducendone l’importanza in caso di sconfitta («tanto non me ne vado»).

Nei primi mesi di quest’anno il deficit dell’Italia è aumentato di 80 miliardi; entro la fine dell’anno saranno 160. La banda del buco, con il sostegno della finanza statunitense ed europea, lavora sul debito pubblico. Privatizza i profitti e socializza i debiti, che saranno i cittadini a pagare. «Ma qual è il problema?». Ci pensano le «magnifiche sorti e progressive» della comunicazione di regime a nascondere la realtà del lavoro distrutto, della scuola pubblica a pezzi, della pubblica amministrazione devastata, della crescente povertà delle generazioni giovani e vecchie. «Ma qual è il problema?». Il futuro è nostro, chi ci attacca è un populista. La gente non va più a votare? Ottimo, è un segno di modernità. Ci votano contro? Sono contro «l’Italia». Nessuno, tranne i cittadini, pagherà.

La sedicente «riforma» della Costituzione, con il suo unico obiettivo di rafforzare l’esecutivo, è un colpo di Stato, postmoderno e postdemocratico, fascistoide e mediatico, che ha due cause principali: l’implosione in corso di un sistema politico corrotto (in alto e in basso), e il ruolo geopolitico dell’Italia nelle strategie atlantiche. All’implosione del sistema politico si tenta disperatamente di reagire concentrando il potere, verticalizzando e occultando le catene di comando, eliminando i corpi intermedi, liberando la “politica” dai “lacci e lacciuoli” del sistema parlamentare, scatenando contro gli oppositori (non certo la destra con cui si traffica, ma l’opposizione parlamentare del Movimento 5 Stelle e i movimenti di opposizione sociale) campagne di comunicazione affidate a un esercito di sbirri dell’informazione più esperti di guerra psicologica di massa e di deformazione dei fatti che di giornalismo. Giornali e televisioni sono mobilitati e assolvono in maniera clamorosamente indecente alla disinformazione di una popolazione incoraggiata all’analfabetismo e alla pratica della paura, da sempre l’arma principale del potere; paura economica dei lavoratori ricattati e precarizzati (la dilagante occupazione dei voucher) e paura sociale (dai fantasmi del terrorismo agli inevitabili timori nei ceti popolari per le questioni irrisolte, lasciate a marcire, dell’immigrazione, che generano ignoranza, razzismo e xenofobia).

Ai compiti assegnati all’Italia dalla Germania e dagli Stati Uniti nella guerra a Est e a Sud, dall’Ucraina all’Iraq alla Libia, si risponde con la svendita della sovranità nazionale, con la partecipazione da servi alle operazioni militari della Nato, con la propaganda militarista in nome di presunti interessi nazionali da difendere; l’ultima furbizia è l’invio in Libia di un ospedale da campo con la scorta di 200 parà della Folgore addestrati a uccidere, che vanno ad aggiungersi agli agenti italiani già presenti in Libia da molti mesi. La «riforma» della Costituzione, da attuare in fretta, serve anche a dare una copertura formale al ruolo militare che il governo si è già preso accentrando sul presidente del Consiglio processi decisionali e operazioni occulte.

Votare no al referendum contribuisce ad accelerare la crisi di un sistema politico oligarchico di cui dobbiamo liberarci e a ostacolarne le politiche di guerra. Certo, non basta un voto per sviluppare processi di altra “democrazia”, di altra socialità, di altra economia, di reale alternativa alla crisi strutturale del capitalismo e alla sua devastante agonia. E nell’Italia che dovremo ricostruire sulle macerie di una storia in pezzi su scala mondiale non solo si voterà molto nelle pratiche di democrazia diretta e di democrazia delegata, di federalismo istituzionale italiano ed europeo, dal basso in alto e non viceversa, ma sarà una nuova socialità il terreno principale di una politica liberata dalle pratiche oligarchiche. Solo allora in questo paese si potrà procedere a un aggiornamento della Costituzione del 1948, attuandone i contenuti avanzati e inattuati, superandone gli aspetti compromissori tra liberalproprietari e lavoratori, tra Stato e Chiesa cattolica, ridisegnando l’intera architettura istituzionale su principi e pratiche di democrazia integrale, di massimo socialismo e massima libertà.

30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Paolo Bagnoli

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Il referendum sulla riforma della Costituzione segna il punto di arrivo della lunga, tormentata, irrisolta lunga crisi che travaglia il paese dall’inizio degli anni novanta. Il renzismo – un fenomeno politico di cui dobbiamo ringraziare il Partito democratico –, al di là dei proclami, è l’epifenomeno della crisi della democrazia italiana e non la sua possibile soluzione, visto anche che è geneticamente impossibilitato a essere un soggetto politico compiuto. Dopo le stagioni dell’Ulivo – che, in verità, non si è mai capito cosa fosse o dovesse essere – e del berlusconismo – che invece si è capito bene che cos’era, e cioè la zattera politica di Mediaset – che hanno marcato il cosiddetto «bipolarismo di coalizione», si è passati al «partito a vocazione maggioritaria», il Pd appunto, il quale, dopo la parentesi scandalosa del governo Monti e quella post-democristiana di Letta, mira, da maggioritario (e governante grazie ad Alfano), a divenire il soggetto unico che guida il paese.

Da tale idea prende forma un disegno sovvertitore dell’assetto democratico repubblicano che si incentra su due cardini: il cambio di 47 articoli della Carta cui va aggiunta, in accoppiata, una riforma elettorale che, tra deputati nominati e aberrante premio di maggioranza, dovrebbe regalare al Pd e al suo segretario-presidente il dominio incontrastato del governo dell’Italia. Il tutto favorito dall’abolizione del Senato elettivo, trasformato in un vero e proprio aborto istituzionale. Le due riforme – da osservare che in ciò l’Italia conquista il primato negativo di voler cambiare, contestualmente, Costituzione e legge elettorale, un qualcosa mai avvenuto in nessuna democrazia – mirano a trasformare la democrazia parlamentare in “democrazia verticale”, adottando argomenti speciosi, propri del renzismo, ispirati alla metafisica della velocità – addirittura un ritorno al futurismo – e della rottamazione, ossia di una nuova “giovinezza” della politica; un tema – questo della giovinezza – che evoca miti di un nefasto passato. Il tutto condito con il tema del risparmio sui costi della politica, visto il seppellimento del Senato per intercettare il sentimento antipolitico che, al pari di uno tsunami,viaggia a mille in un paese soffocato dalle tasse, dalla corruzione e da un pessimo rapporto tra Stato e cittadini.

Quello dei costi del Senato, che è la cifra motivante l’anticasta e che ha ingrassato solo il grillismo, è un motivo veramente specioso se si pensa che il vecchio commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, calcolò che esso ammonta allo 0,06 delle spese dello Stato!

Il pacchetto Boschi-Renzi non sarebbe stato possibile senza l’avallo di Giorgio Napolitano che si definisce un «socialdemocratico europeo», ma non mi risulta che, per quanto la socialdemocrazia europea si dibatta in aspre difficoltà, qualcuno dei suoi esponenti abbia mai proposto una così cocente umiliazione della democrazia parlamentare. Mi sia permesso di pensare che, se al posto di Napolitano ci fosse stato Giorgio Amendola, uno scenario del genere non si sarebbe mai verificato.

Ecco perché le ragioni del no non sono conservative, ma sono di difesa della legalità repubblicana e di una concezione della democrazia che si difende allargandola e non mutilandola.

22 giugno 2016
pubblicato da Il Ponte

Elezioni 5 e 19 giugno: aperture importanti, scontri irrisolti, nodo di fondo

Elezionidi Mario Monforte

È mancata solo la sconfitta di Sala-Pd a Milano – però Sala ce l’ha fatta con un ridotto scarto rispetto a Parisi del centrodestra -, altrimenti, con la (prevista) “botta” a Roma, dove la Raggi & 5S hanno stracciato Giachetti & Pd, e la secca e dura sconfitta (non prevista) a Torino – senza dire del pieno trionfo di De Magistris a Napoli e la sostanziale evaporazione della renziana Valente e del Pd nella città -, la débâcle di Renzi & soci & Pd renziano sarebbe stata completa. E non compensata da successi come a Bologna, dove Merola del Pd è stato riconfermato, pur con una consistente avanzata della Bergonzoni (della Lega,con il centrodestra), ma il sindaco ha criticato “a caldo” la conduzione politica di Renzi; e neanche come a Varese (benché qui la vittoria sia di qualche rilevanza: contro la Lega) e da poche altre parti: cosí a Rimini, cosí a Cagliari, ma Zedda, sindaco riconfermato, è di Sel; cosí a Salerno, ma qui si tratta di “quelli di De Luca”, anche se del Pd.

È rilevante che anche in Toscana le “cose piddine” vadano male (nell’avanzata della Lega e, pur qui in misura minore, dei 5S: vedi Grosseto, Cascina, e altrove), tanto che perfino in un centro organico alla conurbazione del tessuto urbano fiorentino, alle porte di Firenze, Sesto fiorentino, il candidato piddino-renziano ha stra-perso di fronte al candidato della coalizione fra Sinistra italiana, Pd non-renziano, sinistri vari, grazie all’appoggio dei comitati (impegnati nella lunga e sacrosanta battaglia contro l’assurdo nuovo inceneritore e l’ulteriore ampliamento del già insensato aeroporto di Peretola, a danno di abitanti e ambiente della Piana, da Firenze a Prato – che cosa poi il neosindaco farà effettivamente in proposito, resta da vedere). È da notare, inoltre, come i destri alleati ufficiali di Renzi (oltre ad Alfano e Ncd, Verdini e i suoi) abbiano raccolto percentuali del tipo della proclamata (e presunta) «crescita» in Italia …

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5 settembre 2015
pubblicato da Il Ponte

Riforme e magistratura

Riforme e magistraturadi Giancarlo Scarpari

Per alcuni lustri un presidente del Consiglio si è rivolto alla magistratura ordinaria con insulti d’ogni genere e ha accusato quella costituzionale di essere comunista; ha parlato di una guerra di vent’anni e una stampa, quasi al completo egemonizzata, volendo apparire indipendente, ha sostenuto che sì i toni in alcuni casi potevano essere eccessivi, ma che in effetti in questi anni era sorto effettivamente un contrasto tra magistratura e politica (e non viceversa, come in realtà era avvenuto).

Terminato il ciclo di Berlusconi statista, con il suo licenziamento disposto dalla Bce, accompagnato dai sorrisi di compatimento del duo che guidava l’Europa e ratificato da ultimo dal presidente della Repubblica italiana, le cose non sono sostanzialmente cambiate: la lunga agonia del suo regime si è infatti dipanata nel tempo, attraverso i governi Monti, Letta e Renzi, che hanno evidenziato, sia pure in forme diverse, il reticolo di complicità e connivenze che quella lunga egemonia aveva generato e che tuttora persistono. Così Berlusconi, recuperato dalle “grandi intese” volute da Napolitano, condannato poi in via definitiva per frodi fiscali pluriennali, è riuscito a far ruotare ancora una volta il dibattito politico attorno alla sua persona: prima ha legato la permanenza al governo del suo partito alla concessione della grazia (oggetto persino di un inedito, ma non per questo meno anomalo, patteggiamento col presidente della Repubblica), poi, finito per uno scatto d’ira all’opposizione, ha ugualmente ottenuto la piena “agibilità politica”, pur essendo ai servizi sociali e continuando a essere inquisito per gravissimi reati, questa volta legati direttamente alle pubbliche funzioni da lui esercitate (compravendita di senatori e concussione del capo di gabinetto della questura di Milano).

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18 settembre 2014
pubblicato da Lanfranco Binni

Nell’occhio del ciclone

occhio del ciclonedi Lanfranco Binni

Se perfino il più alto pastore della chiesa cattolica parla di terza guerra mondiale in corso, «a pezzi», non ancora globale, e allerta il suo gregge contro i lupi della guerra, gli spacciatori di armi, gli speculatori finanziari, i politicanti corrotti, e cerca di svegliare le sue pecore dal torpore servile e connivente, la situazione del mondo è davvero grave. Non bastano i disastri ambientali del «progresso» capitalistico che stanno distruggendo il pianeta, non bastano le tragedie delle migrazioni forzate di terra in terra in ogni direzione, non bastano le mutazioni antropologiche indotte dal «mercato», a trasformare in scimmie pseudotecnologiche gli esseri umani, a farne macchine per il consumo; tutto questo non basta, servono guerre e grandi devastazioni, per impadronirsi delle risorse energetiche e contenere la sovrappopolazione. E bisogna fare in fretta.

Il quadro geopolitico è drammaticamente chiaro: alla crisi strutturale del capitalismo finanziario, che da tempo ha superato i suoi limiti di «sviluppo sostenibile», l’Occidente statunitense ed europeo (ne fa parte anche Israele) risponde con strategie di aggressione e dominio, disgregando stati, disarticolando assetti istituzionali, intervenendo militarmente (direttamente o per procura) e attraverso le armi delle campagne mediatiche: la distruzione dell’Iraq, le «primavere» arabe per distruggere la Libia e la Siria, per normalizzare l’Egitto, la «primavera» ucraina per allargare ad est la Nato e l’area di «libero mercato» del trattato transatlantico, il massacro di Gaza per fiaccare la resistenza all’occupazione, prevenire gli accordi tra il governo palestinese e la Cina e sabotare l’istituzione di uno stato palestinese. Bisogna «fare in fretta» perché il terrorismo occidentale sta incontrando crescenti reazioni, e la strategia del caos, figlia del pragmatismo statunitense e ispirata al vecchio adagio divide et impera declinato da un’oligarchia incolta e senza storia, ha il respiro corto e rivela facilmente i suoi congegni: esemplare la vicenda dell’Isis, organizzato e finanziato dagli Stati uniti contro la Siria nel disegno di disgregare ogni assetto statuale nell’area Iraq-Siria-Iran e di eliminare una retrovia storica dei palestinesi; oggi l’Isis, con il suo sedicente stato islamico, è presentato dai media occidentali come la più feroce minaccia all’Occidente, ma è davvero così? Con il pretesto di salvare l’umanità dai crimini dell’Isis, nel suo ultimo discorso alla nazione il premio Nobel per la pace Obama si è riservato una guerra di lunga durata, a partire dai bombardamenti del territorio siriano e dal sostegno agli «islamici moderati» contro l’esercito siriano. Anche i combattenti dell’Isis erano stati definiti «moderati» all’inizio della campagna americana contro la Siria, e la decisione di bombardare l’esercito siriano era già stata presa da Obama nel 2013, costretto a rinviarla per le reazioni internazionali. Ancora pretesti: l’assassinio dei tre giovani israeliani in Cisgiordania fu immediatamente attribuito ad Hamas e innescò l’attacco al ghetto di Gaza (2000 morti, di cui 500 bambini); quel delitto, al quale Hamas si è sempre dichiarata estranea, si è rivelato un ottimo investimento per il governo israeliano, che notoriamente infiltra propri agenti provocatori nella galassia delle formazioni palestinesi.

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9 luglio 2014
pubblicato da Rino Genovese

I due volti di Renzi

due volti di Renzidi Rino Genovese

Ci sono due Renzi, uno europeo e uno italiano. Se il primo – bisogna riconoscerlo – si muove con un dinamismo sconosciuto alle cariatidi del socialismo europeo al punto da essere diventato il leader della sinistra che vuole, se non altro, maggiore flessibilità nei vincoli imposti dal patto di stabilità, il secondo mostra il volto di un berlusconismo sotto la specie del Pd, con una capacità di manovra che, agitando il bastone e la carota, riduce a pura testimonianza la volontà di “fronda” di una parte dei suoi stessi gruppi parlamentari, specialmente al Senato. Certo, la partita che si gioca intorno alla sostanziale abolizione della Camera alta è lungi dall’essere conclusa. E continuo a pensare che ci saranno delle sorprese in aula, nonostante Renzi in commissione si sia assicurato un’ampia maggioranza perfezionando l’accordo con il partito berlusconiano. Ma le sorprese verranno più da una comprensibile scarsa volontà, da parte dei senatori, di fare la fine dei capponi che s’infilano nel forno da soli che da una capacità di resistenza organizzata. La minoranza del Pd, rinunciando a essere una corrente e presentandosi come un insieme di personalità risentite (i Letta, i Bersani, i D’Alema), ha di fatto lasciato il dissenso nelle mani dei Chiti e dei Mineo, che conducono una battaglia rispettabile ma a titolo personale.

Ma come? verrebbe da dire: non c’è oggi nel Pd renziano un’opposizione che sappia levarsi per dire che si può benissimo tagliare il numero complessivo dei parlamentari senza manomettere un impianto costituzionale diffamato come “bicameralismo perfetto” quando è invece semplicemente quello di una repubblica parlamentare? La “stranezza” di una camera che fa lo stesso lavoro dell’altra non è affatto tale: bisogna insistere su questo punto, a dispetto di un’opinione oggi corrente. In una repubblica in cui le maggioranze si formano nelle aule parlamentari – e non sulla base di una presunta sovranità popolare che si eserciterebbe nelle forme di un “direttismo” di marca bonapartista, o almeno presidenzialista –, in una repubblica siffatta, il doppio lavoro delle camere è garanzia per il cittadino che le leggi non siano votate assecondando umori passeggeri o interessi parziali, ma sulle più solide fondamenta di maggioranze nei due rami del parlamento e mediante un esame attento delle proposte di legge.

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1 aprile 2014
pubblicato da Lanfranco Binni

I cecchini della libertà

di Lanfranco Binni

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 4 de Il Ponte – aprile 2014]

I cecchini della libertàArriva la tempesta. Alla vigilia della prossima crisi finanziaria globale, preannunciata dalla crisi del 2008, la guerra in corso tra poteri finanziari e politici per il controllo delle aree di influenza e di dominio sta accelerando strategie attive di posizionamento degli attori principali su tutti gli scenari. L’iniziativa è agli Stati Uniti e all’Unione europea. Ci sono società da disintegrare, mercati da «liberare», processi «democratici» da imporre con la forza delle armi e con le armi della comunicazione. Il percorso è tracciato dagli anni novanta del secolo scorso: Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, «primavere arabe», Libia, Iran, Siria, Grecia, oggi Ucraina e Venezuela, prossimamente Russia e Cina. Sono soltanto gli scenari principali, ai quali si aggiungono le numerose guerre locali, più o meno “coperte”, in tutto il mondo.

Dagli anni novanta, dopo la caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica, lo schema tattico politico-militare è sempre lo stesso, sperimentato e attuato dall’Unione europea a guida tedesca e dagli Stati Uniti nella disgregazione della Federazione jugoslava: in quel caso, il sostegno all’indipendenza della Croazia e della Slovenia, con politiche di divisione e pulizia “etnica” che avrebbero massacrato la multietnica Bosnia Erzegovina, fino all’indipendenza del Kosovo sancita da un referendum secessionista preparato dai bombardamenti della Nato. Le successive aggressioni americane all’Iraq e all’Afghanistan, con la partecipazione attiva dell’Unione europea e della Nato, introdussero il nuovo delitto internazionale delle «guerre umanitarie» a copertura degli interessi della “democrazia” occidentale: risorse energetiche e dominio su aree strategiche da un punto di vista geo-politico. Stati Uniti e Unione europea conducono un gioco di squadra, articolando gli strumenti tattici nel rispetto dei propri interessi economici, talvolta contraddittori.

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16 marzo 2014
pubblicato da Rino Genovese

Boccata di ossigeno

di Rino Genovese

Boccata di ossigenoQuando si sbaglia si sbaglia, non si può far altro che ammetterlo. Nonostante la nostra antipatia per Renzi – che viene dal personaggio, dallo scoutismo originario fino all’approdo arrivistico-rottamatorio, oltre che dallo stile della sua comunicazione ricalcato su Berlusconi ma perfezionato dall’uso dei nuovi media –, e nonostante il giudizio del tutto negativo sulla proposta di legge elettorale approvata alla Camera, alcune delle scelte di politica economica annunciate dal presidente del consiglio, in particolare quelle riguardo alla riduzione dell’Irpef e all’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, vanno nella direzione giusta. C’è una discontinuità nei confronti dei governi Monti e Letta che non ci saremmo aspettati di vedere. Diamo atto a Renzi di averci sorpreso (per quello che contiamo, cioè zero), e siamo contenti di esserci sbagliati su questo punto. Tutto lasciava pensare che, nella sostanza, avrebbe sottostato all’austerità europea. Invece Renzi si sta muovendo nel senso di un allentamento dei vincoli e in quello di una revisione del patto di stabilità.

Per essere chiari, se anche le sue mosse fossero dettate da un’intenzione in fin dei conti elettoralistica (non dimentichiamo che il governo ha davanti a sé, come prova del fuoco, le prossime elezioni europee), ciò non toglie che dare più soldi in busta paga ai lavoratori, al punto a cui sono arrivate le cose, è una boccata di ossigeno non solo per gli stessi lavoratori ma per l’economia in generale, che soffre di una paurosa restrizione della domanda. È una sfida moderatamente progressista, quella lanciata da Renzi, cui fanno da contrappeso alcuni aspetti del Jobs act che, al contrario, non ci piacciono per niente, perché sembrano proporre non un’inversione di tendenza ma un rafforzamento della precarietà del lavoro.

Si ritorna qui al punto di partenza, e cioè al blairismo di Renzi. Ci sono oggi i margini per realizzare una politica di liberismo progressivo, in una situazione di crisi innescata alcuni anni fa da processi non di poco momento di finanziarizzazione dell’economia, con le loro annesse bolle speculative? È possibile confidare nel mercato, o nei mercati, per una ripresa? O non ci sarebbe bisogno, invece, di un nuovo intervento statale ad ampio raggio (per intenderci, non soltanto per salvare le banche in difficoltà, com’è stato fatto), da sostenere non a partire dai singoli Stati sovrani (dov’è oggi la “sovranità nazionale”?) ma da politiche messe in campo a livello europeo e nell’ottica, quasi utopica, di entità statali sovranazionali?

Questa, a nostro avviso, l’autentica sfida. Intanto però non possiamo non dirci contenti di una riduzione dell’Irpef.