14 settembre 2017
pubblicato da Il Ponte

La svolta populista delle élites

Emmanuel Macrondi Mario Pezzella

Sta emergendo una nuova figura politica del populismo, ormai diverso da quello descritto da Laclau e assai lontano da ogni ipotesi di “populismo di sinistra”. Possiamo chiamarlo almeno provvisoriamente populismo tecnocratico. L’esempio più evidente è il movimento di Macron in Francia, ma anche in Italia Salvini e Di Maio si stanno muovendo velocemente in questa direzione. Macron che sfila solitario al Louvre, accompagnato dala note dell’Inno alla gioia, e pronuncia il suo discorso di insediamento di fronte alla piramide massonica di vetro voluta da Mitterrand, con le telecamere che inquadrano il suo volto poco al di sotto del vertice del monumento, quasi a suggerire che tutte le linee portano al leader e sopra di lui c’è solo un triangolo divino, è l’immagine simbolica di questa trasformazione.

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9 settembre 2017
pubblicato da Rino Genovese

Maduro, quasi un autogolpe


di Rino Genovese

L’articolo precedente, a firma di Juan Carlos Monedero, può essere portato a esempio di una notevole confusione d’idee a sinistra. Non c’è alcuna prova del fatto che l’attuale opposizione venezuelana – un variopinto cartello di forze, in cui certo sono comprese anche frange estremiste – sia di tipo golpista; e del resto l’esercito, l’organismo che di solito organizza i colpi di Stato, nella sua stragrande maggioranza è schierato con il potere chavista. Lo si è visto di recente, con un tentativo di rivolta militare immediatamente rientrato, e lo si vide nel 2002 quando un golpe attuato da un gruppo minoritario di ufficiali fallì anche a seguito della pressione popolare. Chávez, piuttosto, era un militare che, lasciandosi un passato golpista alle spalle (era stato in carcere per questo), nel 1998 si presentò alle elezioni vincendole con un programma di cambiamento della costituzione, che realizzò, per rivincerle ancora successivamente.

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17 aprile 2017
pubblicato da Rino Genovese

Postilla a “Il fenomeno Mélenchon”

Chantal Mouffedi Rino Genovese

In Le monde datato 16-17 aprile, si può leggere un intervento di Chantal Mouffe a favore del “riformista radicale” Jean-Luc Mélenchon. La filosofa belga con connessioni argentine (suo marito e sodale è stato Ernesto Laclau, teorico del peronismo oggi scomparso) cerca di spiegare la differenza tra un populismo di destra, come quello di Marine Le Pen, che vuole restringere la democrazia ai soli francesi, e il populismo di sinistra di Mélenchon, che intenderebbe al contrario estenderla, costruendo e federando un “popolo” attorno a un progetto di révolution citoyenne. Non la distinzione destra/sinistra sarebbe costitutiva della politica democratica, quanto piuttosto quella di un “basso” contro un “alto”, cioè di un popolo contro un’oligarchia.

La declinazione peronista della nozione di “sovranità popolare” – è l’aspetto interessante della cosa – appare abbastanza esplicitamente richiamata. Secondo Mouffe l’attuale situazione  europea d’impoverimento delle classi medie sotto un’egemonia neoliberale, avvicinerebbe di fatto la politica del vecchio continente a quella dell’America latina. La ricetta proposta non si discosta allora da quella del Perón del 1945, che costruì un popolo e una nazione attorno a una lotta contro l’oligarchia.

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27 marzo 2017
pubblicato da Rino Genovese

Trump e l’America

Trumpdi Rino Genovese

C’è un modo non superficiale di occuparsi del fenomeno Trump negli Stati Uniti, ed è quello di collocarlo nella storia di quel paese non come un fungo spuntato all’improvviso ma all’interno di una “lunga durata” i cui inizi risalgono ai coloni che, a partire dal Seicento, presero possesso di quelle terre sconfinate: i cosiddetti Pilgrim Fathers.

È quanto fanno con acume Emiliano Ilardi e Fabio Tarzia nel volumetto della collana “In breve” di Manifestolibri (2017), Trump un “puritano” alla Casa Bianca. Gli stessi, del resto, sono autori di un lavoro ben più corposo, apparso da Manifestolibri nel 2015, con il titolo Spazi (s)confinati: puritanesimo e frontiera nell’immaginario americano, in cui, come traspare già dal gioco della “s” tra parentesi, la tesi è la  seguente: gli Stati Uniti sono fondati sulla fascinazione degli spazi vuoti da conquistare e, al tempo stesso, sulla volontà d’introdurre confini in questi spazi (il mito della “frontiera”, che servì tra l’altro da carburante ideologico per lo sterminio dei pellirosse). È l’horror vacui il motore della storia americana, un fortissimo elemento immaginario che, a seconda dei casi, vede davanti a sé un mondo da costruire – il sogno americano – o un’immensa distruzione da sconfiggere (come nel 2001 con l’attacco alle Torri gemelle, che ebbe come conseguenze la legislazione di eccezione del Patriot Act, i prigionieri di Guantanamo posti al di fuori di qualsiasi diritto, e un bel po’ di guerre in Medio Oriente).

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30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Mario Pezzella

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso MontanariPier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Spero che decidano per il no al referendum anche coloro che di solito non votano: o perché considerano truccato il gioco delle istituzioni o perché ritengono la politica un puro spettacolo irrilevante o perché temono di trovarsi in cattiva compagnia. Condivido in buona parte la loro diffidenza: tuttavia penso che stavolta si debba votare, sia pure con motivazioni diverse da chi intende puramente e semplicemente difendere la Costituzione vigente.

La crisi del regime democratico-parlamentare che ci ha governato fino all’inizio di questo secolo è sotto gli occhi di tutti ed è probabilmente irreversibile: stiamo assistendo non a un semplice mutamento di governo nell’ambito di regole comunque valide e neanche a una pura ridistribuzione dei rapporti di forza, ma a un cambiamento più sostanziale di forma della politica. Che si debba cambiare la Costituzione è perfino ovvio: solo, in senso opposto a quello che intende seguire la riforma proposta dall’attuale capo del governo.

Del populismo si parla spesso in modo generico e giornalistico: questo impedisce di coglierne l’interesse e la specificità e anche – per quanto riguarda l’Europa – il forte legame con la tradizione della destra del Novecento. L’analisi migliore di questa forma politica è stata realizzata da Ernesto Laclau, che – per altro – ne è in fondo un sostenitore. Perché il populismo possa sorgere – egli sostiene – occorre una condizione negativa e tre condizioni positive. La prima è la crisi dell’ordine simbolico e politico precedente e dunque, nel nostro caso, della democrazia rappresentativa parlamentare. Le altre sono: l’identificazione di massa con l’Io ideale incarnato dal Capo, la costituzione di un “altro”, come nemico esterno o interno del popolo, la capacità di comporre almeno provvisoriamente in unità domande e critiche apparentemente incompatibili. La sostanza comune di queste operazioni è la riduzione a unità politica immaginaria di una molteplicità altrimenti disseminata e potenzialmente critica per l’ordine esistente.

La riforma della Costituzione voluta da Renzi permette la costituzione di un esecutivo capace di riassumere in sé queste funzioni. Non dico che Renzi personalmente voglia o sia in grado di porsi come capo di un movimento nazional-populista, questo si vedrà: tuttavia il quadro istituzionale proposto conduce a un rafforzamento unilaterale del potere esecutivo tale da permetterne la futura costituzione, con leader e comportamenti politici che potrebbero essere infinitamente peggiori di quelli attuali. Qualcuno potrebbe obiettare: ma che ci importa di questa o di altra forma politica? Tanto non è sempre comunque la Banca centrale europea a comandare e i poteri economici forti?

In effetti la riforma – che si dice «voluta dall’Europa» – si propone in prima istanza di modificare la natura dello Stato in modo tale da renderlo rapidamente adeguato al comando delle potenze economiche dominanti, liberandolo dai lacci (tali sono oggi considerati) del parlamentarismo. L’esecutivo – sottratto sostanzialmente a ogni controllo dopo l’elezione – diverrebbe così soprattutto un esecutore; ma è possibile anche una sorta di eterogenesi dei fini, come quella che pare divenire possibile in Francia: e cioè che di un esecutivo di questo tipo si impadronisca un movimento populista di destra, raccogliendo in chiave sciovinista e razzista la protesta contro la crisi e le forze economiche che l’hanno prodotta. Può accadere che si trovino dunque a competere una destra tecnocratica e una destra – più o meno larvatamente – nazionalista (o perfino neofascista).

Entrambe queste soluzioni, consentite e stimolate dall’attuale proposta di riforma, sono a nostro avviso distruttive per ogni volontà politica che voglia invece dirigersi verso una democrazia insorgente, sociale e partecipata. E che richiede sì, modifiche alla Costituzione, ma di ben altro segno: federalismo, mandato imperativo, controllo diretto e continuo dei rappresentanti sui propri eletti. Una costituzione di questo tipo sarebbe il riflesso politico di una richiesta di eguaglianza e di giustizia economica, che sembra lontanissima dalla mentalità degli attuali patrigni costituenti.

Temo che la frase possa suonare retorica, ma la voglio pronunciare ugualmente: è quella di Rosa Luxemburg: O socialismo o barbarie; perché se per un momento riusciamo a toglierci dagli occhi la benda dello spettacolo con cui ci annebbiano la ragione, dovremo riconoscere che questa e non altra è l’alternativa che si sta delineando per il prossimo futuro. Votiamo no perché resti ancora possibile uno spazio di conflitto in questa direzione.

3 luglio 2016
pubblicato da Rino Genovese

Bruttissima situazione

populismodi Rino Genovese

Intoniamo pure il nostro “avanti popoli”, se questo può rincuorarci, ma resta il fatto che la situazione generale è bruttissima. La Gran Bretagna esce dall’Europa grazie a una manovra e a un calcolo del suo governo conservatore, che ha indetto un referendum al fine di risolvere le proprie beghe interne, e nemmeno ci riesce (pensate, del resto, che un’Europa in conclamata crisi politica non abbia la capacità di ricontrattare con i britannici, dal punto di vista economico-finanziario, all’incirca le stesse condizioni che sussistevano in precedenza?). In Italia avanza nei sondaggi una nebulosa neoqualunquistica che, a conti fatti, oggi ha tutto l’interesse a sostenere le epocali riforme renziane, prima tra tutte quella elettorale di tipo plebiscitario. In Spagna l’azzardo di Podemos (che non è una forza populistica, ma una formazione che nasce da un movimento sociale ed è in grado di costruire alleanze politiche) finisce nel nulla, anzi con un rafforzamento della destra di Rajoy che, con un pugno di deputati in più, può ora affermare di essere legittimato a governare. Soltanto in Francia i Valls e gli Hollande si sono trovati davanti un’ondata di scioperi e manifestazioni di notevole portata, con in testa la Cgt e altre sei sigle sindacali capaci di dialogare con gli studenti e i precari – a dimostrazione del fatto che una cosa è il conflitto sociale aperto, dispiegato, che può smuovere la stessa politica ufficiale, un’altra il vicolo cieco della protesta antipolitica, inquinata da pulsioni xenofobe (la questione dell’immigrazione è stata al centro del referendum britannico, come dell’elezione presidenziale in Austria, ahinoi da ripetere).

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