30 novembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Tre cerchi e un segmento: una mostra fiorentina per Piero Calamandrei

Piero Calamandreidi Giulio Conticelli

Al termine del sessantesimo anno dalla scomparsa di Piero Calamandrei e all’approssimarsi del settantesimo dell’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, la Commissione cultura del Consiglio comunale di Firenze e l’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea (Isrt) hanno, in sinergia con il proprio patrimonio archivistico, promosso nell’Archivio storico comunale di Firenze la mostra Piero Calamandrei intellettuale democratico nella Firenze del dopoguerra, che rimane aperta sino al 13 dicembre 2017.

Dinanzi a un’esposizione di documenti storici, il criterio di analisi opportuno sembra individuarsi in “ciò che manca”, cioè nei vuoti espositivi per permettere di far risaltare quanto c’è di “pieno”, perché la superficie espositiva sia più espressiva della forma che intende trasmettere con i materiali archivistici.

L’Isrt conserva l’Archivio di Piero Calamandrei donato dalla vedova di Piero, Ada Cocci: questo ha permesso dai primi anni sessanta anche la conservazione di un peculiare materiale documentario sulla preparazione dei fascicoli del «Ponte», dal 1945 al 1956, con l’intreccio nell’amplissimo epistolario di lettere per l’attività editoriale con la più estesa attività culturale e giuridica di Calamandrei.

Continua a leggere →

2 febbraio 2017
pubblicato da Il Ponte

Terremoti capitali

Donald Trumpdi Lanfranco Binni

Il 27 gennaio, nel «giorno della memoria», il presidente degli Stati Uniti d’America ha firmato il suo editto contro i musulmani; ricordo che «musulmani» erano chiamati nei lager i deportati, per i loro corpi scavati dalla fame, dal gelo e dalle malattie. Pochi giorni prima Donald Trump aveva ricevuto l’entusiastico sostegno del premier israeliano Netanyahu al suo progetto di estendere il muro al confine con il Messico: «Il presidente Trump ha ragione. Ho costruito un muro lungo il confine meridionale di Israele e si è fermata tutta l’immigrazione clandestina. Grande successo. Grande idea». Rivedo i muri intorno ai ghetti ebraici, oggi riservati dagli israeliani ai palestinesi, per segregarli e rapinarne i territori. Nella crisi globale del capitalismo tutto si tiene, in cortocircuito: dalle guerre economiche tra Stati e continenti, ai conflitti militari sul campo, alle campagne terroristiche, alle concentrazioni oligarchiche e autocratiche dei poteri, al passato che non passa mai.

Quanto sta accadendo all’interno degli Stati Uniti d’America e nei rapporti tra gli Usa. e il mondo non permette letture di superficie. L’elezione di un neonazista alla presidenza del più forte impero occidentale non è un incidente della Storia, e Trump non è una macchietta mediatica; il cosiddetto «protezionismo» del sistema politico statunitense non è un ritorno al passato, e del resto il capitalismo statunitense non è mai stato autarchico e protezionista. Sono altri i ragionamenti da fare: quel fenomeno di concentrazione dei poteri che caratterizza la fase attuale del capitalismo internazionale, che trasforma gli Stati in fortezze per scontri globali, conclusa la fase di un progresso economico espansivo in presenza di mercati sempre più ridotti, e di catastrofi in atto (dai cambiamenti climatici in corso al prossimo esaurimento del petrolio), ha il suo epicentro profondo nel tempio del capitalismo imperialistico. La parola d’ordine America first non è soltanto un appello populista alla pancia razzista e violenta della «supremazia bianca» (certo, è anche questo), e non è una dichiarazione di rinuncia alle politiche imperialistiche: è anzi il rilancio, da posizioni rafforzate, da retrovie sicure e presidiate, di un capitalismo totalitario che si fa direttamente Stato per governare rigidamente l’economia, la società, i rapporti con il mondo.

Continua a leggere →

20 marzo 2016
pubblicato da Il Ponte

Lavoro, identità: riflessioni tra letteratura e diritto

Lavorodi Angela Condello e Tiziano Toracca

Qual è la cosa che detesti di più, del tuo lavoro?
Il fatto di non essere considerato una persona.
A. Nove, Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese

Il lavoro rappresenta ab illo tempore una categoria antropologica e un aspetto essenziale nella vita dell’uomo1. Così come lo conosciamo oggi tuttavia – e cioè come perno della vita associata e come situazione giuridicamente tutelata – è «un’invenzione della modernità»2. Nella storia della letteratura occidentale, l’affermarsi del romanzo moderno – legato com’è all’ascesa della classe borghese – mostra bene la centralità simbolica assunta dal lavoro (e dalla famiglia) nella rappresentazione dell’esistenza quotidiana delle persone3.

Se è vero che la letteratura italiana ha affrontato più o meno esplicitamente questo tema in passato4, la mole di narrazioni contemporanee incentrate sul lavoro evidenzia tuttavia una netta discontinuità. È indiscutibile: a partire dalla metà degli anni novanta e in particolare in seguito al triennio “generazionale”5 dei movimenti (Genova 2001- Melfi 2004), la letteratura italiana ha dimostrato un rinnovato interesse per il tema del lavoro: ne è prova la quantità di testi pubblicati in questo periodo da decine di scrittori di diversa generazione. Anche la critica letteraria per parte sua ha contribuito a creare un discreto dibattito intorno a questo fenomeno attraverso alcuni recenti interventi meritevoli di attenzione6.

Continua a leggere →

14 ottobre 2015
pubblicato da Il Ponte

Persistenze della teoria letteraria

teoria letterariadi Marco Gatto

1. A cosa serve la teoria della letteratura? In un mondo di teorici e di “discorsi teoretici” (secondo la formula di Fredric Jameson), a poco o a nulla: la famosa legge della saturazione regna sovrana anche nel campo, per costituzione ibrido e dinamico, della teoria letteraria. Ma la superfetazione di metodi, prima, e teorie, poi – gli uni, figli minori della sbornia strutturalista degli anni sessanta e settanta; gli altri, nipoti sparsi della decostruzione americana e di un marxismo spoglio di pretese totalizzanti –, se segnala un’esigenza, dimostra altresì di riflettere un disorientamento collettivo, un’errabonda incapacità di darsi punti fermi e di calibrare in modo non troppo superficiale il lavoro teorico. Che, d’altro canto, non è un lavoro da specialisti – e in ciò si potrebbe rintracciare la sua natura oppositiva e non-conciliativa, la sua distanza dall’accademismo –, ma un lavoro che pur necessita della padronanza – Edward W. Said direbbe “dilettantesca”, ossia non ideologicamente professionistica – di ampi spazi di sapere. E, allora, la proliferazione di teorie non può spiegarsi semplicemente con il motivo ricorrente della scomparsa dell’umanesimo o delle lyotardiane grandi narrazioni: piuttosto, essa oggi è l’esito, spesso inconsapevole, di un qualche frattura più profonda, le cui ragioni storiche non possono essere negate o sorvolate con superficialità. L’esplosione frammentaria di correnti teorico-politiche, di metodologie di lettura le più disparate, di un marxismo che rincorre il suo stesso fantasma, di aree di approfondimento culturale contrassegnate dalle mode della differenza e dell’autonomia, riconsegna l’immagine di una teoria che, snaturandosi, è diventata essa stessa un genere, un comparto specialistico del sapere, una formula di comodo, o forse, semplicemente, una disciplina sottomessa al diktat della specializzazione. E ciò è avvenuto perché la teoria, reificandosi nella costruzione di un armamentario concettuale astruso e autoreferenziale, ha perso il ben noto contatto con la realtà, con lo spazio della politica: ha perso, per dirla in breve, quella capacità di immaginazione sociologica che non solo le dava una dignità culturale, ma la candidava a essere la protagonista di un lavoro culturale che potesse dirsi militante e costruttivo.

Continua a leggere →

5 agosto 2015
pubblicato da Rino Genovese

La critica letteraria oggi e l‘Asor Rosa di cinquant’anni fa

Alberto Asor Rosadi Marco Gatto

1. Grazie a Cesare Segre, e persino al di là delle sue intenzioni, ci eravamo chiesti dove andasse a parare la critica letteraria, che per questo studioso, è bene ricordarlo, più che un discorso sull’esistente a partire dai testi, era semplicemente un sinonimo di indagine filologica e stilistica1. Il termine “crisi” – ben prima che venisse investito, in anni recentissimi, di significati più strettamente economici o finanz-capitalistici – funzionava già da passepartout per definire una situazione di irreversibile atrofia del discorso critico: gli intellettuali non avevano più una funzione civile, erano privi di pubblico e di destinatario; l’interrogazione del mondo attraverso i testi aveva subito contraccolpi laceranti; il dibattito languiva, anche a causa degli scontri tra interpreti e analisti, impegnati e tecnici, insomma, tra chi intendeva la letteratura come occasione di intervento sociale o politico e chi la intendeva come corpo autonomo di regole, meccanismi, strutture, come scrigno di una qualche essenza irriducibile.

Continua a leggere →

29 giugno 2015
pubblicato da Il Ponte

Maltrattamenti, torture e uso improprio delle armi. Una vecchia storia

torturadi Giovanni Palombarini

[Questo articolo è stato pubblicato nel numero 5-6 de Il Ponte (maggio-giugno 2015). Numero speciale interamente dedicato alla giustizia e curato da Livio Pepino]

1. La tortura non esiste. Non esiste come figura di reato nell’ordinamento italiano, nonostante gli impegni solennemente presi in sede internazionale (la convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984 è stata ratificata dal nostro paese nel 1988). Non esiste, per le autorità di pubblica sicurezza, come tormento inflitto a un arrestato per sadismo o per vendetta o per ottenere una confessione, perché viene nascosta o negata. E nascondendo o negando, l’autore o gli autori dei tormenti si avvalgono di una rete protettiva fatta di sforzi di comprensione, o di indulgenza, o di indifferenza; o, a volte, di una sostanziale solidarietà da parte di chi dovrebbe chiamarli a rispondere dei reati commessi.

Così come non esiste un uso improprio delle armi neppure secondo l’opinione pubblica, visto che l’ideologia dominante, a parole sensibile al rispetto dei diritti della persona, nei casi concreti è portata di volta in volta a privilegiare le ragioni della difesa dell’ordine pubblico ovvero ipotetici stati di necessità in cui vengono a trovarsi coloro che alle armi fanno ricorso.

Continua a leggere →

4 giugno 2015
pubblicato da Il Ponte

Rimarrebbe pur sempre Spartaco

Spartacodi Antonio Tricomi

Quella scattata da Guido Mazzoni con I destini generali (Laterza, Roma-Bari 2015, pp. 115, € 14,00) è una fotografia della nostra epoca, e in special modo della società occidentale, autenticamente spietata perché intellettualmente onesta. Il merito principale del saggista lo potremmo infatti riassumere così: ricavare tale impietosa diagnosi in primo luogo dalla propria esperienza di scacco non già conoscitivo, ma etico-politico o, in altri termini, dalla consapevolezza di non essere legittimato a considerarsi in una qualche misura estraneo alla bancarotta della civiltà che caratterizza il presente solo perché almeno in parte formatosi sui principi – da tempo decaduti – della tradizione umanistica. Mazzoni muove cioè da un’addolorata ammissione di fisiologica correità emotiva – e, per paradosso non proprio estremo, anche culturale – con le mitologie perlopiù regressive che dominano l’età contemporanea. A parer suo, quel letterato, quel filosofo, quello storico che, in nome dell’ormai solo presunta eterodossia della propria educazione, immagini di potersi porre al di sopra o semplicemente al di fuori dell’oggi, e di riuscire a decifrarlo e magari a contrastarne le peggiori retoriche impiegando saperi o richiamandosi a valori che si ostina a credere strutturalmente irriducibili a quelli egemoni, finisce infatti col prodursi in uno sterile, tutt’al più moralistico esercizio di falsa coscienza, che gli vieta di misurarsi con un reale il cui ordito non si lascia più né cogliere criticamente, né lacerare in chiave utopistica da interpretazioni di tal genere.

Continua a leggere →

9 dicembre 2014
pubblicato da Il Ponte

I nostri «Classici»

di Lanfranco Binni e Marcello Rossi

I nostri ClassiciAllegato al numero di gennaio 2015  della rivista gli abbonati troveranno il primo volume di una nuova collana dedicata ai classici del pensiero politico e della letteratura: autori e testi legati alla lunga e complessa attenzione politica e culturale del «Ponte» di ieri e di oggi, dall’antichità classica all’umanesimo rinascimentale, all’illuminismo, al socialismo, all’anarchismo e al comunismo, su una linea di pensiero che ha sempre scelto e continua a scegliersi i propri autori di riferimento, di riflessione e di studio. I volumi dei «Classici», pubblicati in coedizione tra il Ponte Editore e il Fondo Walter Binni, usciranno con una cadenza sostanzialmente bimestrale allegati alla rivista; saranno inoltre distribuiti in libreria separatamente, e liberamente scaricabili in pdf dai siti www.ilponterivista.com e www.fondowalterbinni.it. per assicurarci la loro più ampia e libera diffusione.

Continua a leggere →

8 dicembre 2014
pubblicato da Il Ponte

Franco Fortini: vent’anni dopo

Franco Fortini: vent'anni dopodi Luca Lenzini

[Per il ventesimo anniversario della scomparsa di Franco Fortini (28 novembre 2014) «Il Ponte» dedica al ricordo dello scrittore l’intera sezione di «Imbarco immediato» nel numero di gennaio 2015, con contributi di Antonio Allegra (L’allegoria del comunismo. Appunti su Fortini e Lukács), Gabriele Fichera (Macerie che dovremmo riconoscere. L’ultimo Fortini e la “figura”), Alessandra Reccia (A scuola con Fortini. Educazione digitale: sistemi produttivi e modelli cognitivi) e Luca Lenzini (L’impermeabile scuro. Ricordando Fortini a vent’anni dalla scomparsa). Anticipiamo il contributo di quest’ultimo.
Luca Lenzini ha curato l’edizione di Tutte le poesie di Franco Fortini, nella collana degli «Oscar» Mondadori. Sulla presenza di Fortini nel «Ponte» si veda Tomaso Cavallo, Franco Fortini e Il Ponte, con una Postilla di Giuseppe Favati, Atti del convegno «Cinquant’anni del Ponte», Pisa, 20 gennaio 1995, «Il Ponte», nn. 11-12, novembre-dicembre 1998.]

1. Nel dicembre 1994, pochi giorni dopo la morte di Franco Fortini, il Premio Pozzale-Luigi Russo per la poesia fu assegnato a Composita solvantur, l’ultima raccolta del poeta, pubblicata quello stesso anno. In occasione della cerimonia, Cesare Garboli lesse e commentò a braccio, da par suo, alcune poesie del libro, e tra queste Quella che…, dalla sezione Elegie brevi:

Quella che.
È ritornata questa notte in sogno.

Uno dei miei compivo ultimi anni.
«Sono, – le chiesi, – vicino a morire?»
Sorrise come allora.
«Di te so, – mi rispose, – tutto. Lascia
quel brutto impermeabile scuro.

Ritornerai com’eri».

Nel commentare a braccio i versi conclusivi Garboli ebbe a osservare, en passant: «Fortini portava dei brutti impermeabili scuri. Bisogna sapere questo. Si vestiva come un uomo di oltrecortina, per una sorta di misterioso sadomasochismo». L’osservazione è nello stile di Garboli, che era solito indugiare su aspetti particolari o secondari di un autore, per poi orchestrare con sapienza e penetrazione interventi di più largo respiro, in cui singoli spunti di quest’ordine, in apparenza estemporanei e di superficie, s’intrecciavano in profondità con l’interpretazione di opere e personalità complesse, amate o disamate.

Continua a leggere →

30 novembre 2014
pubblicato da Rino Genovese

Il nostro Leopardi

Leopardidi Rino Genovese

Il recente film di Mario Martone (in fin dei conti né brutto né bello, perché la notevole interpretazione di Elio Germano controbilancia le scene kitsch che il regista non ha saputo evitare nel suo lavoro) ha riportato in auge la figura del più grande poeta italiano moderno. A partire dall’alta retorica alfieriana, e con l’apporto delle molteplici esperienze provenientigli dagli studi di filologia classica, Leopardi si era creato una forma che può essere detta sperimentale ante litteram, con una poesia a trecentossessanta gradi, dall’idillio alla “polemica in versi” (per usare una formula di Pasolini), che mentre anticava la lingua, lamentando nella contemporaneità la perdita del bello stile passato, al tempo stesso la forzava verso sonorità e costruzioni sintattiche tra le più ardite, con un verso che si faceva “libero” in una lotta con la metrica: a riprova del fatto che la modernità letteraria è molto più una rottura nella tradizione che con la tradizione. Una posizione, la sua, destinata a confliggere con l’estetica della intuizione-espressione (basti pensare alla banale circostanza che esistono i testi preparatorî in prosa di molti dei suoi componimenti apparentemente dettati dal puro empito lirico), come pure, ed è arcinoto, con qualsiasi liberal-progressismo di stampo risorgimentale, essendo il filosofo Leopardi una sorta di Sade italiano – al netto, tuttavia, dell’opzione in favore della crudeltà – nel considerare la natura come indifferente ai mali degli esseri umani e addirittura, in un rovesciamento della concezione rousseauiana, la vera fonte di ogni malvagità.

Continua a leggere →