17 aprile 2017
pubblicato da Rino Genovese

Postilla a “Il fenomeno Mélenchon”

Chantal Mouffedi Rino Genovese

In Le monde datato 16-17 aprile, si può leggere un intervento di Chantal Mouffe a favore del “riformista radicale” Jean-Luc Mélenchon. La filosofa belga con connessioni argentine (suo marito e sodale è stato Ernesto Laclau, teorico del peronismo oggi scomparso) cerca di spiegare la differenza tra un populismo di destra, come quello di Marine Le Pen, che vuole restringere la democrazia ai soli francesi, e il populismo di sinistra di Mélenchon, che intenderebbe al contrario estenderla, costruendo e federando un “popolo” attorno a un progetto di révolution citoyenne. Non la distinzione destra/sinistra sarebbe costitutiva della politica democratica, quanto piuttosto quella di un “basso” contro un “alto”, cioè di un popolo contro un’oligarchia.

La declinazione peronista della nozione di “sovranità popolare” – è l’aspetto interessante della cosa – appare abbastanza esplicitamente richiamata. Secondo Mouffe l’attuale situazione  europea d’impoverimento delle classi medie sotto un’egemonia neoliberale, avvicinerebbe di fatto la politica del vecchio continente a quella dell’America latina. La ricetta proposta non si discosta allora da quella del Perón del 1945, che costruì un popolo e una nazione attorno a una lotta contro l’oligarchia.

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13 aprile 2017
pubblicato da Rino Genovese

Il fenomeno Mélenchon

Jean-Luc Mélenchondi Rino Genovese

Jean-Luc Mélenchon non è simpatico. Se vogliamo, è un idiota in senso etimologico – uno che pensa solo a se stesso e al proprio tornaconto elettorale. Hollande, alludendo qualche giorno fa a lui, lo ha definito un tribuno; potrei aggiungere anche un demagogo, per averlo visto durante la campagna elettorale del 2012 in un comizio: un insieme di frasi fatte che andavano dalla “rivoluzione cittadina” (nel senso dei “cittadini” della Rivoluzione francese) alla proclamazione di una sesta repubblica (come se non ce ne fossero state già in numero sufficiente nella storia di Francia). La sua posizione sull’Europa è ambigua, con una strizzatina d’occhio all’elettorato lepenista: in sintesi, “o la cambiamo o ce ne andiamo”. Sulla prima parte dell’alternativa, perfettamente d’accordo: l’Europa attuale va profondamente trasformata, e uno dei grandi demeriti di Hollande è stato quello di essersi fatto eleggere su un programma che prevedeva una rinegoziazione del patto di stabilità europeo (leggi: dell’austerità in chiave tedesca) ma di non averne poi fatto nulla. Sulla seconda parte dell’alternativa, invece, c’è da nutrire seri dubbi: che cosa vorrebbe dire andarsene via dall’Europa, per un paese come la Francia, se non aprire al nazionalismo e al protezionismo? Dal processo di costruzione europea, per quanto sia nell’impasse o forse proprio per questo, oggi si può uscire solo da destra, dando la stura, volontariamente o involontariamente, a tutti i peggiori sentimenti regressivi e alle paure incontrollate del cosiddetto popolo.

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9 aprile 2017
pubblicato da Rino Genovese

Implosione francese

Benoît Hamondi Rino Genovese

Dalla Francia arriva una conferma: le “primarie” (che seguito a scrivere con le virgolette per segnalare come in Europa siano una cattiva imitazione di quelle americane organizzate con l’iscrizione degli elettori con largo anticipo, e perciò una cosa relativamente più seria) sono una burletta che facilita la deformazione della democrazia rappresentativa. La candidatura alle elezioni presidenziali di Benoît Hamon (un frondeur che avrebbe potuto riscattare il socialismo francese dal pessimo quinquennato di Hollande), nonostante sia risultata vincente alle “primarie” a larga maggioranza, non decolla e perde pezzi: lo sconfitto Valls – secondo alle “primarie” ed ex premier del governo di Hollande – non la sosterrà, e così nemmeno l’ex sindaco di Parigi Bertrand Delanoë.

Oltre al solito regolamento di conti interno, oltre alle differenze di linea politica tra il “sinistro” Hamon e la destra del partito, si assiste nell’elettorato a una rincorsa al “voto utile” che indubbiamente una sua logica ce l’ha, anche se va in direzione contraria allo spirito del doppio turno elettorale alla francese. Che sarebbe questo: anzitutto si vota  per il proprio candidato, in seconda battuta, al ballottaggio, per quello meno sgradito. Ma la politica francese sta implodendo, per non dire che è già implosa: lo stesso ritiro di un presidente in carica dalla corsa alla rielezione, in terribile deficit nei sondaggi, è qualcosa di mai visto; l’uscita dal governo del ministro dell’economia Emmanuel Macron, un “tecnico” originariamente vicino a Hollande, che ha dato vita a un suo movimento, nulla di più che un comitato elettorale, ha disorientato il Partito socialista, che ha dovuto scegliere tra una sinistra e una destra interne, mentre un elemento di quest’ultima, su posizioni dichiaratamente centriste liberali, si sfilava dalla contesa delle “primarie” e si presentava alle elezioni presidenziali per proprio conto.

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10 febbraio 2017
pubblicato da Rino Genovese

A sinistra qualcosa si muove

Benoît Hamondi Rino Genovese

Non in Italia, paese ancora politicamente soffocato tra Renzi e Grillo, ma in Europa qualcosa a sinistra si muove. Non mi riferisco tanto all’Inghilterra di Corbyn, il cui pur positivo successo presso la base labour è limitato dalla sua posizione isolazionista euroscettica, quanto piuttosto alla Francia e perfino alla Germania, paese in cui il primato di Merkel è insidiato oggi non soltanto a destra ma anche a sinistra – per quanto incredibile possa sembrare – dall’ex presidente del parlamento europeo Martin Schulz. La possibilità che l’Europa cambi musica è inevitabilmente appesa al filo di un mutamento di rotta dei partiti socialisti e socialdemocratici, in collegamento con le formazioni anti-austerità emerse negli ultimi anni. L’esempio è dato dal “modello portoghese”, se così vogliamo chiamarlo, in cui un governo socialista si regge su una maggioranza parlamentare formata dai vecchi comunisti, dagli ecologisti e dalla nuova sinistra. Anche se sappiamo bene che in Germania un accordo di programma tra i socialdemocratici e die Linke (la  sinistra cosiddetta radicale) è di là da venire, e che lo schieramento delle candidature post-Hollande in Francia è decisamente frammentato, ciò nondimeno qualche indizio di vitalità, o almeno di non rassegnazione a morire neoliberisti, sta arrivando dalla sinistra europea.

Vediamo più in particolare il caso francese, in cui, com’è noto, tutte le previsioni danno Marine Le Pen già al secondo turno delle elezioni presidenziali che si terranno in maggio. Il problema è quello dell’altro candidato al ballottaggio: il che significa poi, per questo secondo, la quasi certezza di vittoria, considerando che vale ancora in Francia la opzione “repubblicana” che spinge l’elettorato democratico a sbarrare la strada all’estrema destra. Chi potrà essere allora il prossimo presidente francese? Fino a qualche settimana fa come baluardo anti-Le Pen tutti avrebbero scommesso su Fillon, esponente di una destra tradizionale e neoliberale: un personaggio, questo, peraltro molto indigesto all’elettorato di sinistra. Ma oggi, dopo lo scandalo in cui è incappato (avrebbe elargito circa un milione di denaro pubblico ai propri familiari per incarichi inesistenti), ben pochi scommetterebbero su di lui. Pressoché altrettanto di destra – ma, a differenza di Fillon, aperto su questioni come il “matrimonio per tutti” – è  Macron, ex ministro dell’economia di Hollande, che al momento si prospetta come la probabile alternativa allo scivolone lepenista della Francia. Ma è davvero così sicuro che, al primo turno, un elettorato socialista deluso da Hollande sceglierà un candidato addirittura più a destra del presidente in carica?

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1 settembre 2016
pubblicato da Rino Genovese

Ancora sull’Europa

brexitdi Rino Genovese

Marcello Rossi, nella sua risposta del 23 agosto su questo sito, m’invita a “fare le pulci” all’articolo Fuori dall’Europa, apparso con la firma Il Ponte, sul numero di luglio della rivista cartacea. È quanto mi accingo a fare, non senza avere prima confermato al nostro direttore stima e affetto, accogliendo la proposta di un ritorno alla sua direzione unica. Del resto Il Ponte è una proprietà – nominale e di fatto – di Marcello: è bene che sia lui solo a prendersi la responsabilità di quanto si sostiene, e si potrà ancora sostenere in futuro, negli articoli cucinati in redazione.

Ciò che contesto in maniera radicale nel testo in questione è il trionfalismo riguardo alla cosiddetta Brexit – una valutazione errata di ciò che è accaduto e sta accadendo in Gran Bretagna – e il compiacimento per una prospettiva (d’altronde irrealistica nell’immediato) di disgregazione dell’Unione europea. Sul primo punto, c’è da registrare oggi, con il nuovo governo conservatore di Theresa May, una completa incertezza riguardo al prossimo futuro: ci sono ministri che vorrebbero davvero una rottura con l’Europa – cioè l’uscita dal mercato unico, che implicherebbe, nell’ipotesi di un nuovo trattato, anche la libera circolazione delle persone (da notare questo, perché è proprio da un riflesso anti-immigrati che nasce in gran parte il voto favorevole all’out) – e ci sono altri ministri che invece vorrebbero dire: “Abbiamo scherzato: rifacciamo un trattato con l’Europa molto simile al precedente” (che di fatto già concedeva una certa autonomia alla Gran Bretagna, paese, ricordiamolo, mai entrato nella moneta unica).

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3 luglio 2016
pubblicato da Rino Genovese

Bruttissima situazione

populismodi Rino Genovese

Intoniamo pure il nostro “avanti popoli”, se questo può rincuorarci, ma resta il fatto che la situazione generale è bruttissima. La Gran Bretagna esce dall’Europa grazie a una manovra e a un calcolo del suo governo conservatore, che ha indetto un referendum al fine di risolvere le proprie beghe interne, e nemmeno ci riesce (pensate, del resto, che un’Europa in conclamata crisi politica non abbia la capacità di ricontrattare con i britannici, dal punto di vista economico-finanziario, all’incirca le stesse condizioni che sussistevano in precedenza?). In Italia avanza nei sondaggi una nebulosa neoqualunquistica che, a conti fatti, oggi ha tutto l’interesse a sostenere le epocali riforme renziane, prima tra tutte quella elettorale di tipo plebiscitario. In Spagna l’azzardo di Podemos (che non è una forza populistica, ma una formazione che nasce da un movimento sociale ed è in grado di costruire alleanze politiche) finisce nel nulla, anzi con un rafforzamento della destra di Rajoy che, con un pugno di deputati in più, può ora affermare di essere legittimato a governare. Soltanto in Francia i Valls e gli Hollande si sono trovati davanti un’ondata di scioperi e manifestazioni di notevole portata, con in testa la Cgt e altre sei sigle sindacali capaci di dialogare con gli studenti e i precari – a dimostrazione del fatto che una cosa è il conflitto sociale aperto, dispiegato, che può smuovere la stessa politica ufficiale, un’altra il vicolo cieco della protesta antipolitica, inquinata da pulsioni xenofobe (la questione dell’immigrazione è stata al centro del referendum britannico, come dell’elezione presidenziale in Austria, ahinoi da ripetere).

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2 aprile 2016
pubblicato da Il Ponte

Guerra terrorismo e diritti umani. La nascita dello Stato islamico

terrorismodi Ferdinando Imposimato

Negli ultimi decenni un governo mondiale invisibile, ma reale e concreto, muove le fila dei governi nazionali, dei centri di potere economico e militare, e, con media subalterni, alimenta il terrorismo. E lo fa per giustificare nuove guerre per un nuovo ordine planetario contro Stati detentori di risorse energetiche, per stravolgere le costituzioni e giustificare interventi militari di grandi potenze in aree strategiche del pianeta. Emblematica è stata la guerra all’Iraq del 2003 di Usa, Gran Bretagna e Francia: non fu guerra contro il terrorismo di Saddam Hussein, ma di conquista. Non fu effetto dell’11 settembre 2001 in quanto fu decisa prima dell’attacco alle torri gemelle. Ed è stata proprio quella guerra la causa della crisi e del dilagare del terrorismo nel mondo1.

L’attacco all’Iraq per una lotta al terrorismo fu smentito dopo decenni sia dall’ex presidente George Bush sia da Tony Blair, che hanno ammesso «l’errore». Il 2 dicembre 2008, Bush, in un’intervista alla rete tv ABC, ammise l’errore della guerra all’Iraq, «viziata da informazioni di servizi di intelligence infondate» sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq.

Oggi sappiamo con certezza che sono stati ammazzati in Iraq più di un milione di civili, è stato bruciato più di un trilione di dollari e la crisi economica che sconvolge il mondo intero è la tragica conseguenza di una guerra ingiusta spacciata per lotta al terrorismo. In Iraq non c’erano armi di distruzione di massa.

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17 novembre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Il fallimento di Hollande nella decolonizzazione andata a male

decolonizzazionedi Rino Genovese

Con il trascorrere delle ore, si precisano i contorni della terribile notte parigina di venerdì 13 novembre. E sono i soliti: gli attentatori, i jihadisti disposti a farsi saltare in aria, sono giovani europei, francesi e belgi, usciti dalla immigrazione post-coloniale. Figli, a tutti gli effetti, di quella République con cui a Parigi ci si sciacqua la bocca, ma che ha allevato una generazione di paria.

Andate nelle banlieues, toccherete con mano che cos’è l’odio nei confronti del razzismo strisciante che pervade la Francia, e che sarebbe riduttivo riassumere con il nome di Marine Le Pen. Non sono solamente i dati statistici a dirlo (la disoccupazione giovanile, il fallimento scolastico: chi è nato e vissuto nelle periferie francesi ha il doppio delle possibilità di non terminare gli studi, e parliamo della scuola dell’obbligo); sono soprattutto i cappucci delle felpe perennemente alzati, gli sguardi torvi. Là c’è una numerosa schiera di arrabbiati, alcuni dei quali disposti a diventare dei kamikaze e a fare un macello.

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13 settembre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Primavera socialista labour

Labourdi Rino Genovese

Dunque è ormai chiaro: c’è un’ampia fetta di elettorato di sinistra che non ne può più della solita minestra centrista-neoliberista soft. L’elezione di Jeremy Corbyn alla testa del Labour (uno dei partiti storici del socialismo europeo), con quasi il 60% dei voti, su un programma contrario all’austerità e a favore di una ripresa della spesa pubblica, all’interno di una ventata culturale – vorrei dire perfino prepolitica – socialista, è il segnale che si aspettava. Senza una riforma dall’interno dei vecchi partiti, con un semplice movimentismo gruppettaro o con coalizioni tra spezzoni di ceto politico (come ha dimostrato di essere anche Syriza), non può essere sviluppata la lotta contro l’austerità europea, che è oggi la premessa per qualsiasi passo successivo. In fondo la battuta di arresto di Tsipras è stata determinata da questo: il leader greco è stato lasciato solo: né gli Hollande né i Gabriel si sono spostati nemmeno di un millimetro dalle loro posizioni nient’affatto socialdemocratiche ma semplicemente social-liberali.

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16 luglio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Grecia, la partita non è chiusa

Tsiprasdi Rino Genovese

Si poteva ottenere un risultato migliore? In astratto sì; nelle condizioni date, no. Con la socialdemocrazia tedesca allineata alle posizioni della Merkel, con un Hollande che solo da ultimo si è un po’ svegliato, con un Renzi che – da buon democristiano italiano – prima si è collocato dalla parte della Germania e poi ha seguito il presidente francese nella mediazione, con uno schieramento di Stati minori pronti a decretare l’uscita punitiva della Grecia dalla zona euro, beh, in queste dannate condizioni – che altro non sono se non il neoliberismo come cultura e pensiero pressoché unico del nostro tempo –, in queste dannate condizioni il compromesso che Tsipras ha portato a casa è onorevole seppure insoddisfacente.

Ma – si dice – c’era stato un referendum che aveva detto no al 61%… Il referendum, rafforzando Tsipras all’interno, si è rivelato a conti fatti uno strumento che ha fatto venir fuori tutto il livore contro la piccola Grecia per il coraggio dimostrato nel dare ragione a un partito di sinistra cosiddetta radicale, ma è servito a togliere dal tavolo l’opzione che prevedeva un cambio di governo ad Atene. Il governo greco, con le successive dimissioni del troppo rigido Varoufakis, ha mostrato di esserci, di voler restare, e al tempo stesso di volere ricercare un compromesso europeo. La possibilità – di cui cianciano alcuni – di un’uscita dall’euro in quattro e quattr’otto (magari con gli aiuti “umanitari” europei) era una non-possibilità con un’economia ridotta in quello stato, con una difficoltà di approvvigionamento di denaro che già oggi pesa sulla vita quotidiana della popolazione, con una dracma che, reintrodotta, varrebbe un po’ come i soldi del Monòpoli, con un prevedibile doppio corso della moneta che avrebbe spinto i cittadini greci all’accaparramento degli ultimi spiccioli di euro in uno scenario da incubo finanziario. Del resto il referendum non era stato sulla permanenza o meno della Grecia nella zona euro; era stato immaginato per rimanere al suo interno con un di più di legittimità democratica.

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