13 ottobre 2017
pubblicato da Il Ponte

Cosa fa il Consiglio Superiore della Magistratura?

John Woodcockdi Ferdinando Imposimato

Secondo un apice del Csm, i giudici non possono andare in tv. Davigo non può parlare della corruzione che costa all’Italia 70 miliardi l’anno. Altri 150 miliardi si volatilizzano per esportazione di capitali ed evasione, mentre i governi violano per inerzia la convenzione europea contro la corruzione. I soldi servirebbero a operai, docenti, forze dell’ordine, pensionati.

Il governo Renzi ha creato un’inutile autorità anticorruzione che non serve. Basterebbe attuare la Convenzione eliminando la prescrizione, l’amnistia per i corrotti e stabilendo pene adeguate. Oggi le pene sono ridicole rispetto ai furti. Qualche esempio: la corruzione in atti d’ufficio (art. 318) è punita fino a tre anni; per il furto con destrezza aggravato (art. 624 bis) la pena è da 3 a 10 anni. L’effetto: la corruzione si prescrive sempre, il furto mai. I ladri vanno in galera, i corrotti restano fuori.

Berlusconi ridusse la pena per il falso in bilancio, strumentale alla corruzione. Il Csm farebbe bene a denunziare tali storture chiedendo di attuare le riforme delle Commissioni Pagliaro e Nordio che invece giacciono al ministero della Giustizia perché non convengono né alla destra, né alla sinistra, né al centro.

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21 agosto 2017
pubblicato da Lanfranco Binni

Senza confini

Luigi Pintordi Lanfranco Binni

A presente memoria, è utile rileggere oggi l’ultimo articolo pubblicato da Luigi Pintor su «il manifesto» del 24 aprile 2003, sul «quotidiano comunista» che proprio in questi giorni ha espulso dalle sue colonne (in silenzio, senza un minimo accenno di dibattito) la voce della sua migliore esperta di America latina, Geraldina Colotti, colpevole di sottrarsi, da «comunista non pentita», alla criminalizzazione della rivoluzione chavista (con tutte le sue complesse criticità) e ai tentativi di applicazione del modello Siria alla società venezuelana. L’articolo di Pintor aveva come titolo Senza confini: un pressante appello, dall’interno della sinistra eretica del comunismo italiano, a cambiare radicalmente visioni e pratiche di lotta politica. Lo riproduco integralmente dal volume postumo di scritti di Luigi Pintor, Punto e a capo (Roma, il manifesto-manifesto libri, 2004).

La sinistra italiana che conosciamo è morta. Non lo ammettiamo perché si apre un vuoto che la vita politica quotidiana non ammette. Possiamo sempre consolarci con elezioni parziali o con una manifestazione rumorosa. Ma la sinistra rappresentativa, quercia rotta e margherita secca e ulivo senza tronco, è fuori scena. Non sono una opposizione e una alternativa e neppure una alternanza, per usare questo gergo. Hanno raggiunto un grado di subalternità e soggezione non solo alle politiche della destra ma al suo punto di vista e alla sua mentalità nel quadro internazionale e interno.

Non credo che lo facciano per opportunismo e che sia imputabile a singoli dirigenti. Dall’89 hanno perso la loro collocazione storica e i loro riferimenti e sono passati dall’altra parte. Con qualche sfumatura. Vogliono tornare al governo senza alcuna probabilità e pensano che questo dipenda dalle relazioni con i gruppi dominanti e con l’opinione maggioritaria moderata e di destra. Considerano il loro terzo di elettorato un intralcio più che l’unica risorsa disponibile.

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2 febbraio 2017
pubblicato da Il Ponte

Terremoti capitali

Donald Trumpdi Lanfranco Binni

Il 27 gennaio, nel «giorno della memoria», il presidente degli Stati Uniti d’America ha firmato il suo editto contro i musulmani; ricordo che «musulmani» erano chiamati nei lager i deportati, per i loro corpi scavati dalla fame, dal gelo e dalle malattie. Pochi giorni prima Donald Trump aveva ricevuto l’entusiastico sostegno del premier israeliano Netanyahu al suo progetto di estendere il muro al confine con il Messico: «Il presidente Trump ha ragione. Ho costruito un muro lungo il confine meridionale di Israele e si è fermata tutta l’immigrazione clandestina. Grande successo. Grande idea». Rivedo i muri intorno ai ghetti ebraici, oggi riservati dagli israeliani ai palestinesi, per segregarli e rapinarne i territori. Nella crisi globale del capitalismo tutto si tiene, in cortocircuito: dalle guerre economiche tra Stati e continenti, ai conflitti militari sul campo, alle campagne terroristiche, alle concentrazioni oligarchiche e autocratiche dei poteri, al passato che non passa mai.

Quanto sta accadendo all’interno degli Stati Uniti d’America e nei rapporti tra gli Usa. e il mondo non permette letture di superficie. L’elezione di un neonazista alla presidenza del più forte impero occidentale non è un incidente della Storia, e Trump non è una macchietta mediatica; il cosiddetto «protezionismo» del sistema politico statunitense non è un ritorno al passato, e del resto il capitalismo statunitense non è mai stato autarchico e protezionista. Sono altri i ragionamenti da fare: quel fenomeno di concentrazione dei poteri che caratterizza la fase attuale del capitalismo internazionale, che trasforma gli Stati in fortezze per scontri globali, conclusa la fase di un progresso economico espansivo in presenza di mercati sempre più ridotti, e di catastrofi in atto (dai cambiamenti climatici in corso al prossimo esaurimento del petrolio), ha il suo epicentro profondo nel tempio del capitalismo imperialistico. La parola d’ordine America first non è soltanto un appello populista alla pancia razzista e violenta della «supremazia bianca» (certo, è anche questo), e non è una dichiarazione di rinuncia alle politiche imperialistiche: è anzi il rilancio, da posizioni rafforzate, da retrovie sicure e presidiate, di un capitalismo totalitario che si fa direttamente Stato per governare rigidamente l’economia, la società, i rapporti con il mondo.

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30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Angelo Tonnellato

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore SettisValeria Turra]

Al referendum sulla riforma costituzionale voterò no. Voterò no innanzitutto per una pregiudiziale etico-politica. Il parlamento in carica è stato a suo tempo eletto con una normativa colpita in punti nevralgici da una declaratoria di illegittimità pronunciata dalla Corte costituzionale. Esso non aveva e non ha, e mai potrà avere finché rimarrà attivo, titolo politico per poter decentemente mettere mano a una revisione della Carta.

Vorrei ricordare che alla pronuncia della Consulta del 2014 si pervenne non per vie oblique, ma maestre, grazie all’azione promossa da un cittadino elettore che riteneva – e la Consulta gli ha dato ragione – di aver dovuto col suo voto concorrere a un processo elettorale gravemente distorto da una legge elettorale posta ad agire – cito dall’esposizione della causa petendi fatta dalla sentenza – «in senso contrario ai principi costituzionali del voto “personale ed eguale, libero e segreto” (art. 48, secondo comma, Cost.) e “a suffragio universale e diretto” (artt. 56, primo comma e 58, primo comma, Cost.)».

Che un’assemblea sortita per effetto di una tale legge elettorale potesse non sentirsi tenuta alle dimissioni è questione che pone l’Italia al livello di una qualsiasi repubblica delle banane.

Nel merito, la riforma disegna una sorta di regime del capo del governo e, in accodamento, dei capi dei partiti. Ne traccia, per così dire, la sinopia, riempita poi dall’Italicum, che della revisione è la vera cartina al tornasole, checché ne dicano i sostenitori del impegnati a negare l’effetto di combinato disposto dei due complessi normativi invero con un argomento pateticamente formalistico, un mero espediente verbale, quello secondo cui i due piani vanno tenuti distinti perché si vota sulla riforma della Carta e non sulla legge elettorale.

La riforma Renzi-Boschi, a parte il cattivo italiano in cui è scritta, non solo non si pone in alcun modo il problema di rimediare al costante degrado della rappresentanza – che è poi il problema della partecipazione e quindi l’essenza della democrazia – ma lo aggrava ulteriormente. Disegna un Senato che o si ridurrà a luogo psico-terapeutico per consiglieri regionali frustrati o diventerà un conflittuale e (nella imperscrutabile e continua variabilità della sua composizione) produttore di instabilità.

Sarebbe tuttavia ingiusto caricare sulle spalle di Renzi e Boschi più di quanto hanno in proprio la responsabilità di portare. Questa riforma nasce nella scia dei governi del presidente che hanno caratterizzato gli ultimi anni di Napolitano al Colle. E su cui siamo rimasti timidamente impacciati e reticenti. Nella storia delle prassi costituzionali, di cui sono largamente fatte le storie costituzionali, quelle iniziative si inscrivono come una turbativa dell’equilibrio dei poteri. Quale che fosse la bontà delle intenzioni. Perché, a ben guardare, esse sono state certamente un effetto della debolezza del parlamento e dei partiti; ma anche la causa di una ulteriore dilatazione di quella debolezza. La storia dei “saggi” riuniti al Quirinale per scrivere – indirettamente, certo, e ad adiuvandum – uno o più pezzi del programma di governo è una pagina opaca della nostra storia recente. Occorre quindi interrompere la risacca. Una buona ragione per votare no.

30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Tomaso Montanari

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Gli italiani sono chiamati a votare su una riforma costituzionale approvata a colpi di maggioranza politica, sotto l’abusiva pressione dell’Esecutivo, in un Parlamento rimasto in carica solo per il principio di continuità dello Stato dopo che una sentenza della Corte costituzionale ha dichiarato «rotto» il rapporto che lega il corpo elettorale e i suoi rappresentanti. Il potere che ha disposto e ottenuto tutto questo non va cercato nella esangue politica italiana, nello sfilacciato partito di maggioranza, nelle incresciose figure dei presidenti della Repubblica che a tutto ciò si sono prestati. No: il mandante è il mercato finanziario globale. E il progetto è molto chiaro: sostituire alla sovranità popolare la sovranità dei mercati; sostituire all’altissimo obiettivo del pieno sviluppo della persona umana, attuato attraverso la partecipazione alla democrazia, una nostra definitiva mutazione in consumatori silenziosi, governati da una intangibile oligarchia.

La relazione introduttiva al disegno di legge costituzionale lo dice senza infingimenti: la Costituzione si cambia per sostenere le «sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale». Era, questa, l’esplicita richiesta della più grande banca d’affari del mondo, la J. P. Morgan, che nel giugno del 2013 ha scritto: «Le Costituzioni e i sistemi politici dei Paesi della periferia meridionale dell’Europa […] tendono a mostrare una forte influenza socialista, che riflette la forza politica che le sinistre conquistarono dopo la sconfitta del fascismo. Questi sistemi politici periferici mostrano, in genere, le seguenti caratteristiche: governi deboli; Stati centrali deboli rispetto alle regioni; tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori; […] e il diritto di protestare se cambiamenti sgraditi arrivano a turbare lo status quo. […] Ma qualcosa sta cambiando: il test chiave avverrà l’anno prossimo in Italia, dove il nuovo governo ha chiaramente l’opportunità di impegnarsi in importanti riforme politiche». Il nesso tra le richieste della banca e la riforma della Carta è stato platealmente ammesso dal «Corriere della sera», nell’aprile 2014: «Basterebbe rileggersi il rapporto stilato dalla J. P. Morgan il 28 maggio 2013, là dove indica nella “debolezza dei governi rispetto al Parlamento” e nelle “proteste contro ogni cambiamento” alcuni vizi congeniti del sistema italiano. Ecco una sfida decisiva della missione di Renzi. La velocità impressa dal premier, quindi, a Napolitano non dispiace». La Costituzione va cambiata perché lo chiede il mercato. E non solo la Costituzione: tutto il sistema democratico va smantellato. E allora si capisce perché la ministra dell’Istruzione del governo Renzi abbia affermato che «l’Italia paga un’impostazione eccessivamente teorica del sistema d’istruzione, legata alle nostre radici classiche. Sapere non significa necessariamente saper fare. Per formare persone altamente qualificate come il mercato richiede è necessario imprimere un’impronta più pratica all’istruzione italiana, svincolandola dai limiti che possono derivare da un’impostazione classica e troppo teorica».

Quando, nel settembre 1944, il rettore Piero Calamandrei riaprì l’Università di Firenze invitò gli studenti a tirar su dalle macerie, e a spolverare alla meglio, i libri di Galileo, Beccaria, Mazzini: «con questi libri possiamo rimetterci con fede al lavoro: ed esser certi che in questa nuova Europa che si annuncia dal sangue e dal dolore, l’Italia ha ancora qualcosa da dire». Anche oggi, nel 2016, l’Italia ha qualcosa da dire: dire no a questa svolta oligarchica è il primo passo per costruire un futuro diverso.

30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Mario Monforte

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo JasonniTomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Andando al referendum sulla modifica renziana della Costituzione, per ben comprenderlo è utile ricordare, in questo “paese di smemorandia”, che non ne è questa la prima modifica formale (mettendo da parte quelle attuate in pratica). La prima fu quella del Titolo V, con risicati voti parlamentari del centrosinistra, fatta passare nel referendum del 7 ottobre 2001 come «autonomie delle Regioni» – fu presto chiaro che erano carrozzoni mangia-fondi e piazza-politici: una “deforma” da riformare, il che resta tuttora in sospeso (le effettive autonomie sono “problematiche” per il potere statuale centrale).

La seconda fu la “deforma” di Berlusconi, che diminuiva deputati e senatori, ma in funzione del premierato, con caduta del governo del premier solo a «sfiducia costruttiva», del maggior controllo politico della magistratura, della riduzione del presidente della Repubblica a ruolo notarile – puntando a interconnettersi a una legge elettorale con grosso premio di maggioranza. L’operazione berlusconiana fu sostenuta con minore virulenza dell’attuale, ma l’allora Ds, con associazioni collaterali e fronte di sinistra – nell’allarme: «attentato alla Costituzione, democrazia in pericolo» –, l’affossò nel referendum del 25-26 giugno 2006.

Quella renziana è la terza. E i baldi difensori diessini della Costituzione, anche loro smemorati? (Forse un “danno collaterale” per il “travaso” del 2007 nel Pd …). Il “grosso” del partito ora sostiene l’opposto, con i suoi parlamentari, che hanno legittimato un parlamento uscito da una legge elettorale, il Porcellum di Calderoli, incostituzionale (come sancito dalla Consulta), e quindi i suoi provvedimenti – in compagnia dell’opposizione: sia quella mezza-e-mezza di Forza Italia, sia quella piú decisa, a sinistra, a destra, a “né di destra né di sinistra”, hanno accettato, perciò riconosciuto, questo parlamento, operando in esso. In tale quadro sono state accolte “forzature” istituzionali – tre governi nominati da Napolitano, sua seconda rielezione alla presidenza della Repubblica (in effetti, una suite di «golpe bianchi») – e decise una serie di misure nocive per il paese e la sua popolazione (ma negli interessi della dominante oligarchia economica, sociale, politica, culturale, mediatica), compresa l’eliminazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Di piú: il “grosso” dei parlamentari del Pd a direzione renziana sono arrivati, perfino in un parlamento del genere, ad approvare da soli (con pochi altri per assicurare la maggioranza: quelli di Monti, quelli di Alfano e Verdini, già del centrodestra) il massacro della II parte della Costituzione – lasciando la I sospesa, come da sempre, nel vuoto retorico (verso il crescente oblio). Gli aspetti piú palesi sono l’eliminazione del Senato – sostituito da un “papocchio senatorio” di nominati in seconda istanza (pescati dai Consigli regionali), marginale per la gestione (governo) dello Stato -, connessa alla nuova legge elettorale, detta (chissà perché) Italicum – simile all’altra: premio di maggioranza assurdo a chi arrivi al 40% dei voti validi, ossia il 25% al massimo dei votanti effettivi, con immediata «fiducia di mandato» al leader vincitore, e assunzione di tutte le cariche istituzionali da parte sua e dei suoi.

La propaganda a favore è piú proterva, ma non molto diversa dalla precedente berlusconiana: «assicurare la governabilità», «ridurre le spese della politica», «basta con il bicameralismo perfetto» – ed «è settant’anni che ce lo chiede il paese» -, «stop alle lungaggini parlamentari» per «fare presto e bene» – e il cambiamento è valido, e la modernizzazione è indispensabile.

Una serie di balle, «notizie false e tendenziose atte a …» ingannare la popolazione. La governabilità? Ma è assicurata, e da sempre, in Italia, al di là e anzi proprio attraverso l’alternarsi delle gestioni (governi) dello Stato. Meno spese della politica? Ma dove, basta fare un po’ di conti veri. Eliminare il bicameralismo? Ma è servito, e serve, a un’ampia discussione e composizione degli atti di legge nel contesto delle frazioni e fazioni della classe politica, quindi delle componenti (dirette e indirette) dell’oligarchia di referenza, nonché delle modalità di ottenere un consenso o comunque un’accettazione da parte delle classi subalterne. Lo chiede il paese da settant’anni? Il «grido di dolore» non si è mai sentito, e non siamo fra sordi. Le lungaggini? Ma sono dovute ai problemi di accordo o meno fra frazioni e fazioni, altrimenti non vi sono, com’è accaduto e accade in molti casi. E il «cambiamento» – parola d’ordine connessa a quanto è posto come mirabile: l’innovazione costante dei prodotti e ancor piú dei programmi di software – è una vox media: si muta in meglio o in peggio (come in questo caso). Variante del «cambiamento» come valido in sé è la «modernizzazione» da agognare come tale. E «presto e bene» è … il motto delle pompe funebri.

È evidente a chi non faccia parte delle cordate di interessi e interessati, o non sia un “tifoso” di Pd e soci, e non voglia farsi ingannare, che si tratta di un rinnovato disegno di accentramento dirigistico e autoritario della gestione (governo) statuale, assicurandola in una gabbia d’acciaio, sotto il «premierato» (non dichiarato, ma nei fatti) del leader impostosi e dei suoi nominati, senza contrasti significativi, almeno per ogni legislatura. Il che implica lo stravolgimento della Costituzione nei suoi caratteri di rappresentanza, di attività legislativa parlamentare, di bilanciamento dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario), nello scatenamento del leaderismo.

Per il referendum, fissato (pare) il 4 dicembre (per darsi tempo), Renzi & Co. muovono tutte le forze possibili, vanno in giro per il paese, hanno formato i «Comitati per il Sí» e imposto “privilegi” pro in tv. Né mancano gli appoggi: oltre a Marchionne, quelli di Confindustria, dei Giovani industriali, della grande stampa, di cólti che passano per studiosi “esperti”, di personaggi mediatici come Benigni, nonché altri, capaci di influenzare la “gente”. Anche dall’estero sono venuti quelli che, nel vezzo (pernicioso) dell’anglicismo, i media chiamano endorsement: l’ambasciatore Usa, John Phillips, ha detto «passi la riforma, è giusta, se no sarà una catastrofe», con supporto dell’agenzia Usa Fitch Ratings, che ha profetizzato la caduta degli investimenti esteri in Italia, se non si afferma il ; e a favore «cosí parlò …» Frau Angela Merkel. Al che Mattarella ha proclamato l’ovvio: «all’estero hanno diritto di interessarsi dell’Italia, ma la sovranità spetta al popolo» – però né Phillips, né l’agenzia Fitch, né la Merkel lo negano, danno solo “consigli” … forse, non molto utili a Renzi & Co., per reattività di orgoglio nazionale – almeno come il tifo per la nazionale di calcio (e infatti quasi tutti i media hanno lodato la risposta di Mattarella e archiviato subito la faccenda).

È un paradosso – addirittura divertente, prendendo distanze abissali, il che è arduo per chi vive nel nostro paese. Il “grosso” di coloro che hanno combattuto la “deforma” di Berlusconi & Co. ora è pro “deforma” di Renzi & Co., e viceversa: cambio di ruolo. Ogni paradosso è una contraddizione non spiegata, e va sciolta. Berlusconi con i suoi tentò questo accentramento per gestire l’avanzata del liberalismo interno insieme a un pur sgangherato “sgomitamento” per una maggiore, benché parziale, autonomia in politica estera (economica e non solo): in base a comparti dell’oligarchia che lo sostenevano, una qualche continuazione della vecchia politica Dc. E, in un contesto che, se già segnato da ripetute “esplosioni di criticità”, non era ancora quello della crisi globale – scoppiata nel 2007 e generalizzata dal 2008 -, Berlusconi pensò di riuscirci (in fondo, la modifica del Titolo V era passata). Avrebbe lasciato ai posteri questa modalità di accentramento, ma intanto si sarebbe rafforzato, e a lungo, con un successo referendario.

Cosí non fu. Attacco dall’interno: il Ds non intendeva permettere questa assunzione di maggior forza gestionale da parte di Berlusconi e centrodestra. E dall’estero: gli Usa già avevano concorso alla caduta di Dc, Psi & Co. (sostegno a «Mani pulite»), che conducevano quella politica, e non volevano la riuscita del tentativo berlusconiano; l’Ue, Germania in primis, vi si accodò. Senza dimenticare l’intreccio interno-estero: l’italico trasversale “partito amerikano” e “filo-Ue”, operante in maniera multiforme – all’interno delle stesse fila berlusconiane. E Berlusconi è infine caduto del tutto (2011), insieme ai conati di politica di “sgomitamento” di settori dell’oligarchia.

Il tentativo di accentramento è ripreso da Renzi & Co. e Pd e soci, con grossi appoggi esteri e dell’oligarchia interna: la politica renziana non prevede nessun “sgomitamento” ed è consona alle linee di Usa e Ue; l’oligarchia italica ha accolto la subordinazione ed è sempre piú in fusione con quella estera; le (attuali) critiche di Renzi a Germania e Francia, e all’Ue, sono in sé inconcludenti (sull’Ue) e servono ad agganciare, per fini elettorali, le tendenze (ancora) prevalenti in Italia del «sí all’Ue, ma cambiandola». E tale politica pro-oligarchica (pro capitale nel suo complesso, dal versante finanziario e bancario alla produzione e distribuzione, e capitale non solo interno, ma anche estero), per cui è già stato fatto molto proprio da questa sinistra (la destra non avrebbe potuto: si pensi alle sollevazioni popolari che sarebbero state promosse, o sostenute), mentre non fuoriesce dalla crisi (che è organica alla stessa «crescita», nome suadente, che significa solo accumulazione del capitale), genera costanti contraddizioni, contrasti e conflitti. Perciò è utile, per perpetuare e gestire lo stato di cose dato, un accentramento dirigistico e autoritario della gestione statuale, che anche Renzi lascerebbe al dopo, ma intanto potrebbe utilizzare appieno, con successo nel referendum.

Questo è il “nodo”. Mutano quadro e contesto. Il fronte del no si è in gran parte rovesciato. Comprende solo settori minori della sinistra: quella “interna” al Pd, da tempo tipo “re tentenna” (è chiaro: aderisce anch’essa al liberalismo-capitalismo, esemplificato dal bersaniano «le liberalizzazioni sono di sinistra», e infatti sono da sinistra liberale), che dice ni, connettendo il no alla mancata riforma dell’Italicum (il resto può andare?); decisi i fuoriusciti dal Pd, con i resti di Sel e di Rifondazione, ma di ridotto bacino elettorale; decisa, ora come allora, l’Anpi (assumendo la Costituzione come frutto della Resistenza); anche la Cgil dice no (quanti iscritti lo seguiranno?) e cosí ovviamente i sindacati di base. Per il resto, il fronte comprende il M5S, a sé stante, ma deciso (onestà e legalità costituzionale sono per esso la democrazia); Forza Italia, che però va in ordine sparso (riconosce come reale quanto affrontato da Renzi & Co., ma si attesta contro la “riforma sbagliata”, quindi: via aperta a tornare poi sul “nodo” e a cogestire il governo), dai piú decisi, come Brunetta, ai piú possibilisti, fino chi è per il ; netto il no della destra (Salvini-Lega e Meloni-FdI, ostili comunque a Renzi). Minori i sostegni “potenti”; molti i costituzionalisti per il no, che, tuttavia, sostengono l’“aggiornamento” della Costituzione, però non nel modo renziano.

La debolezza del fronte del no sta nel fatto che il messaggio agli elettori non risulta univoco, chiaro. Si centrerà infine sulla “difesa della democrazia”, ma con diverse voci, sfumature, distinguo. E si baserà sul discredito crescente e diffuso del renzismo: benché Renzi abbia cercato di correggere la personalizzazione del referendum, questo sarà un o no a lui & Co.

E perciò bisogna votare no: va respinto il “papocchio senatorio” e quanto annesso e connesso, respingendo cosí, indirettamente, anche l’Italicum (su cui la Consulta si pronuncerà dopo il referendum). Va battuto il governo renziano, con il Pd di supporto, che ha proseguito ed esteso il degrado, su tutti i piani, del nostro paese e grande maggioranza della popolazione, e l’infeudamento all’estero – riavviando una dialettica politica, pur incerta nelle prospettive, ma con aperture e potenzialità. Va sconfitta la riproposizione dell’accentramento dirigistico e autoritario, con lo stravolgimento della Costituzione e la riduzione dei diritti politici dei cittadini – il che, se non comporta di per sé la riduzione dei diritti civili, vi apre maggiori possibilità, all’occasione.

È la difesa della democrazia? È la difesa di spazi per capire e cominciare a indirizzarsi alla democrazia in senso vero. Che è ben diverso da quello corrente (liberale): l’esistente “sistema” elettorale-rappresentativo, pur respinta la gabbia dell’accentramento, applica per definizione il principio della delega alla gestione (governo) «ai pochi», con «uno» in testa (dal livello centrale a quello locale; com’è nei C. d. a. e negli altri campi), nel gioco delle fazioni politiche (partiti) – è quindi un principio oligarchico (corrispondente all’esistenza dell’oligarchia dominante in Italia). La democrazia come effettivo «potere del popolo, per il popolo, esercitato dal popolo», vuole autonomia (e reale indipendenza), autogoverno (articolato dal “basso” al “centro”), rotazione di scelti (di volta in volta) e collegialità (delle cariche). Il principio democratico, sola via di fuoriuscita dalla situazione tanto ossificata e stratificata, quanto sempre piú affondata in un vicolo cieco, del nostro paese, va ripreso, ripensato, fatto comprendere e proposto. È questo l’impegno di fondo, che comprende come momento fondante anche il no alla “deforma” di Renzi, e di tutti i suoi sostenitori.

30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Lanfranco Binni

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco BiagiGian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Maledetto referendum: «Forse c’è anche da riflettere se fu giusto prevedere nell’apposita mozione parlamentare, con l’accordo del governo Letta/Quagliariello, la facoltà di sottoporre comunque a referendum il testo di riforma che fosse stato approvato» (G. Napolitano, intervista a «la Repubblica», 10.09.2016). Ma certo, non bastava il voto di fiducia con cui la maggioranza di governo aveva «portato a casa» la madre di tutte le riforme? E poi, lo stesso istituto del referendum, così obsoleto e improprio quando sono in gioco decisioni importanti per le sorti della Nazione, che i comuni cittadini non possono capire, non è forse da riformare, limitandone il ricorso, come opportunamente prevede la «riforma» costituzionale? E poi, questa riforma addebitata al governo, non l’hanno forse voluta gli «italiani»? Non è stata votata dal loro parlamento? Quindi, basta con la «guerra» tra no e , «abbassiamo i toni» e si voti : giù la testa, populisti! L’intervista di Napolitano sull’house organ del governo, il tappetino del salotto buono (si fa per dire) della finanza «progressista», è il punto di arrivo di tutta una tradizione di odio profondo per il “democraticismo” della Costituzione del 1948, e di tatticismo politicista nella peggiore tradizione del Pci: dallo stalinismo al “migliorismo”, al neoliberismo antidemocratico, un bel percorso che nel Pd si è intrecciato con la tradizione democristiana e con il piduismo berlusconiano. La spallata renziana non funziona? La legge elettorale ultramaggioritaria rischia di consegnare il paese al Movimento 5 Stelle? L’economia è a pezzi e le mance elettorali non bastano a creare consenso, anzi aggravano paurosamente il deficit? «Qual è il problema?», annaspa il furbastro di Rignano: si corregge la legge elettorale; si finge di aprire alla cosiddetta sinistra interna per averne i voti in cambio di seggi, e allora il “Capo” corre da Ventotene (lasciamo perdere) ad Atene a farsi fotografare con un frastornato Tsipras, e poi di nuovo in Italia a tagliar nastri di opere altrui e promettere bonus, a nascondere le proprie responsabilità sulla «riforma», non più plebiscito sul Capo (senza di me il diluvio) ma riducendone l’importanza in caso di sconfitta («tanto non me ne vado»).

Nei primi mesi di quest’anno il deficit dell’Italia è aumentato di 80 miliardi; entro la fine dell’anno saranno 160. La banda del buco, con il sostegno della finanza statunitense ed europea, lavora sul debito pubblico. Privatizza i profitti e socializza i debiti, che saranno i cittadini a pagare. «Ma qual è il problema?». Ci pensano le «magnifiche sorti e progressive» della comunicazione di regime a nascondere la realtà del lavoro distrutto, della scuola pubblica a pezzi, della pubblica amministrazione devastata, della crescente povertà delle generazioni giovani e vecchie. «Ma qual è il problema?». Il futuro è nostro, chi ci attacca è un populista. La gente non va più a votare? Ottimo, è un segno di modernità. Ci votano contro? Sono contro «l’Italia». Nessuno, tranne i cittadini, pagherà.

La sedicente «riforma» della Costituzione, con il suo unico obiettivo di rafforzare l’esecutivo, è un colpo di Stato, postmoderno e postdemocratico, fascistoide e mediatico, che ha due cause principali: l’implosione in corso di un sistema politico corrotto (in alto e in basso), e il ruolo geopolitico dell’Italia nelle strategie atlantiche. All’implosione del sistema politico si tenta disperatamente di reagire concentrando il potere, verticalizzando e occultando le catene di comando, eliminando i corpi intermedi, liberando la “politica” dai “lacci e lacciuoli” del sistema parlamentare, scatenando contro gli oppositori (non certo la destra con cui si traffica, ma l’opposizione parlamentare del Movimento 5 Stelle e i movimenti di opposizione sociale) campagne di comunicazione affidate a un esercito di sbirri dell’informazione più esperti di guerra psicologica di massa e di deformazione dei fatti che di giornalismo. Giornali e televisioni sono mobilitati e assolvono in maniera clamorosamente indecente alla disinformazione di una popolazione incoraggiata all’analfabetismo e alla pratica della paura, da sempre l’arma principale del potere; paura economica dei lavoratori ricattati e precarizzati (la dilagante occupazione dei voucher) e paura sociale (dai fantasmi del terrorismo agli inevitabili timori nei ceti popolari per le questioni irrisolte, lasciate a marcire, dell’immigrazione, che generano ignoranza, razzismo e xenofobia).

Ai compiti assegnati all’Italia dalla Germania e dagli Stati Uniti nella guerra a Est e a Sud, dall’Ucraina all’Iraq alla Libia, si risponde con la svendita della sovranità nazionale, con la partecipazione da servi alle operazioni militari della Nato, con la propaganda militarista in nome di presunti interessi nazionali da difendere; l’ultima furbizia è l’invio in Libia di un ospedale da campo con la scorta di 200 parà della Folgore addestrati a uccidere, che vanno ad aggiungersi agli agenti italiani già presenti in Libia da molti mesi. La «riforma» della Costituzione, da attuare in fretta, serve anche a dare una copertura formale al ruolo militare che il governo si è già preso accentrando sul presidente del Consiglio processi decisionali e operazioni occulte.

Votare no al referendum contribuisce ad accelerare la crisi di un sistema politico oligarchico di cui dobbiamo liberarci e a ostacolarne le politiche di guerra. Certo, non basta un voto per sviluppare processi di altra “democrazia”, di altra socialità, di altra economia, di reale alternativa alla crisi strutturale del capitalismo e alla sua devastante agonia. E nell’Italia che dovremo ricostruire sulle macerie di una storia in pezzi su scala mondiale non solo si voterà molto nelle pratiche di democrazia diretta e di democrazia delegata, di federalismo istituzionale italiano ed europeo, dal basso in alto e non viceversa, ma sarà una nuova socialità il terreno principale di una politica liberata dalle pratiche oligarchiche. Solo allora in questo paese si potrà procedere a un aggiornamento della Costituzione del 1948, attuandone i contenuti avanzati e inattuati, superandone gli aspetti compromissori tra liberalproprietari e lavoratori, tra Stato e Chiesa cattolica, ridisegnando l’intera architettura istituzionale su principi e pratiche di democrazia integrale, di massimo socialismo e massima libertà.

30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Paolo Bagnoli

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Il referendum sulla riforma della Costituzione segna il punto di arrivo della lunga, tormentata, irrisolta lunga crisi che travaglia il paese dall’inizio degli anni novanta. Il renzismo – un fenomeno politico di cui dobbiamo ringraziare il Partito democratico –, al di là dei proclami, è l’epifenomeno della crisi della democrazia italiana e non la sua possibile soluzione, visto anche che è geneticamente impossibilitato a essere un soggetto politico compiuto. Dopo le stagioni dell’Ulivo – che, in verità, non si è mai capito cosa fosse o dovesse essere – e del berlusconismo – che invece si è capito bene che cos’era, e cioè la zattera politica di Mediaset – che hanno marcato il cosiddetto «bipolarismo di coalizione», si è passati al «partito a vocazione maggioritaria», il Pd appunto, il quale, dopo la parentesi scandalosa del governo Monti e quella post-democristiana di Letta, mira, da maggioritario (e governante grazie ad Alfano), a divenire il soggetto unico che guida il paese.

Da tale idea prende forma un disegno sovvertitore dell’assetto democratico repubblicano che si incentra su due cardini: il cambio di 47 articoli della Carta cui va aggiunta, in accoppiata, una riforma elettorale che, tra deputati nominati e aberrante premio di maggioranza, dovrebbe regalare al Pd e al suo segretario-presidente il dominio incontrastato del governo dell’Italia. Il tutto favorito dall’abolizione del Senato elettivo, trasformato in un vero e proprio aborto istituzionale. Le due riforme – da osservare che in ciò l’Italia conquista il primato negativo di voler cambiare, contestualmente, Costituzione e legge elettorale, un qualcosa mai avvenuto in nessuna democrazia – mirano a trasformare la democrazia parlamentare in “democrazia verticale”, adottando argomenti speciosi, propri del renzismo, ispirati alla metafisica della velocità – addirittura un ritorno al futurismo – e della rottamazione, ossia di una nuova “giovinezza” della politica; un tema – questo della giovinezza – che evoca miti di un nefasto passato. Il tutto condito con il tema del risparmio sui costi della politica, visto il seppellimento del Senato per intercettare il sentimento antipolitico che, al pari di uno tsunami,viaggia a mille in un paese soffocato dalle tasse, dalla corruzione e da un pessimo rapporto tra Stato e cittadini.

Quello dei costi del Senato, che è la cifra motivante l’anticasta e che ha ingrassato solo il grillismo, è un motivo veramente specioso se si pensa che il vecchio commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, calcolò che esso ammonta allo 0,06 delle spese dello Stato!

Il pacchetto Boschi-Renzi non sarebbe stato possibile senza l’avallo di Giorgio Napolitano che si definisce un «socialdemocratico europeo», ma non mi risulta che, per quanto la socialdemocrazia europea si dibatta in aspre difficoltà, qualcuno dei suoi esponenti abbia mai proposto una così cocente umiliazione della democrazia parlamentare. Mi sia permesso di pensare che, se al posto di Napolitano ci fosse stato Giorgio Amendola, uno scenario del genere non si sarebbe mai verificato.

Ecco perché le ragioni del no non sono conservative, ma sono di difesa della legalità repubblicana e di una concezione della democrazia che si difende allargandola e non mutilandola.

12 maggio 2016
pubblicato da Il Ponte

L’attacco a Piercamillo Davigo e l’indipendenza della magistratura

Piercamillo Davigodi Ferdinando Imposimato

Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Piercamillo Davigo, moderato illuminato, ha messo il dito sulla piaga purulenta che da anni affligge l’Italia e alimenta le gravi ingiustizie sociali a scapito di lavoratori, giovani, disoccupati, insegnanti e pensionati: la corruzione politica, che è causa dell’espansione della criminalità organizzata di stampo mafioso e del degrado della vita civile. L’Italia è al 72° posto (su 182 paesi) nella lotta alla corruzione, insieme al Ghana e alla Macedonia e prima della Bulgaria. La corruzione pubblica e privata costa ai cittadini 70 miliardi di euro all’anno, con una tendenza all’aumento. Anziché dare piena attuazione alla convenzione di Strasburgo contro la corruzione del 27 gennaio 1999, ratificata dall’Italia, la legge Severino del novembre 2012 ridusse le pene per la concussione fraudolenta, facendo prescrivere decine di processi contro i grandi ladri di Stato.

Il succo della denunzia di Davigo è chiaro. Occorre non solo correggere la ex Cirielli, la legge mannaia dei processi di corruzione varata da Berlusconi e ancora vigente, ma anche ripristinare la pena per il delitto di concussione (ridimensionata dal ministro della Giustizia Severino), la cui modifica ha provocato – come si è detto – l’estinzione di molti processi, un enorme sperpero del denaro pubblico, un aumento delle tasse per i cittadini e la fuga dall’Italia di migliaia di investitori stranieri.

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29 aprile 2016
pubblicato da Il Ponte

Sovranità limitata

Sovranità limitatadi Giancarlo Scarpari

Oggi da più parti si celebrano i funerali dello Stato-nazione e sorgono lamenti circa la perdita di sovranità subita dall’Italia nel contesto dell’Unione europea. Fino a qualche anno fa queste sembravano essere questioni prevalentemente giuridiche, riservate agli specialisti, ma la crisi economica ne ha evidenziato invece tutto lo spessore  politico, viste le ricadute sociali che i vincoli imposti hanno determinato nel paese. La limitazione della sovranità dello Stato, così percepita di recente, non è però una novità di questi anni, avendo invece alle spalle una lunga storia ed essendo stata addirittura prevista dalla Costituzione

L’art. 11, infatti, non solo afferma che l’Italia «ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», ma aggiunge che «consente, in condizioni di parità con altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni». Dunque, la perdita di porzioni di sovranità era ritenuta ben possibile, ma solo in vista di superiori esigenze di pace e sicurezza, poiché i costituenti ritenevano che i benefici in tal modo conseguiti avrebbero ampiamente compensato le eventuali autolimitazioni adottate.

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