26 novembre 2017
pubblicato da Rino Genovese

Più che Grasso Boldrini

Laura Boldrinidi Rino Genovese

Non si deprecherà mai abbastanza il metodo di occuparsi prima del leader e poi dei contenuti programmatici di una coalizione, né mai sufficientemente si condanneranno le “primarie”, che hanno permesso a un piccolo avventuriero d’impadronirsi con stile plebiscitario dell’unico partito italiano ancora esistente, trasformandolo in un comitato elettorale al suo servizio. E tuttavia neppure si può negare che, la personalizzazione della politica essendo un fatto (ahi tempi in cui mio padre, votando socialista mi diceva: “si votano le idee non le persone”!), una sua importanza la leadership di una coalizione ce l’abbia, se non altro come sineddoche di un’intenzione più generale. Allora non si comprende perché la lista unitaria di sinistra in formazione (che nei fatti è un cartello elettorale fra tre sigle) dovrebbe presentare come bandiera il presidente del Senato Pietro Grasso, ammesso che questi accetti l’investitura, e non piuttosto la presidente della Camera Laura Boldrini.

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17 novembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Il vuoto della politica

Giuliano Pisapiadi Paolo Bagnoli

Dopo la direzione del Pd è ancora più chiaro quello che nemmeno prima appariva scuro. Si riteneva, non a torto, che il risultato delle elezioni siciliane determinasse qualcosa di nuovo nei rapporti tra tutti coloro che dicono di volere la costituzione di un centrosinistra – di cosa, poi, politicamente si tratti è tutto da vedere –, ma la situazione è rimasta al palo. Si è mossa solo la schermaglia del politichese, di una bassa furberia. Insomma, uno spettacolo penoso. Se si trattasse di una compagnia di spettacolo, il ruolo di capo comico – anche se c’è ben poco da ridere – spetterebbe a Matteo Renzi che da tempo ha fatto capire di non volere alleanze. Figuriamoci poi se queste dovessero implicare la rimessa in discussione della sua figura e dei risultati del governo da lui presieduto! Renzi non vuole intese strategiche, ma nemmeno Pierluigi Bersani e il suo movimento, che pur dichiarano il contrario e si ostinano a sostenere che l’intesa si può fare a patto che ci sia discontinuità con Renzi. Ognuna delle parti vuole poter dichiarare l’altra colpevole della sconfitta. Nel mezzo c’è il “signor tentenna”, Giuliano Pisapia, i cosiddetti movimenti che, non considerati interlocutori da nessuno, non avrebbero voce nella spartizione dei seggi e i due presidenti delle Camere che, fino a quando ricoprono quei ruoli, forse farebbero bene a stare fuori dall’inconcludente contingenza. A ciascuno dei due un seggio e un ruolo, alla fine, sarà sicuramente riservato. Per quanto riguarda l’ala sinistra di tutto lo schieramento, il dato ideologico vero ci sembra essere il confusionismo.

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14 novembre 2017
pubblicato da Rino Genovese

L’Italia verso le larghissime intese?

Larghe intesedi Rino Genovese

Il problema con cui la politica nostrana dovrà misurarsi nel 2018, dopo le elezioni, sarà probabilmente una volta di più quello di una “dinamica conservazione politica”, come la chiamerebbe Gianfranco Borrelli stando al suo ultimo libro (Machiavelli, ragion di Stato, polizia cristiana: genealogie 1, Napoli, Cronopio, 2017). In altre parole: come mettere insieme una maggioranza “creativa” berlusconiano-renziana attraverso una delle solite operazioni di trasformismo parlamentare compiute in nome della stabilità? La prima soluzione consisterebbe nell’attingere al ventre molle grillino, convincendo o comprando (tra le due cose non c’è affatto di mezzo il mare) un po’ dei numerosi eletti e neoeletti di quella parte politica. Una seconda soluzione – dipenderà dalla concreta distribuzione dei seggi, ovviamente – potrebbe consistere nell’imbarcare i postfascisti di Giorgia Meloni in un governo magari presieduto dall’attuale ministro degli interni, Minniti, che di quelli è diventato il beniamino, specie da quando si è saputo che per un periodo ha lavorato su una scrivania che era stata di Mussolini. Un’altra starebbe nel cercare di racimolare una maggioranza a sinistra con una parte dei pur sparuti gruppi parlamentari che sortiranno dal cartello elettorale formato da Mdp, Sinistra italiana e Possibile. In ciascuna di queste tre prospettive, decisivo sarà comunque il blocco centrale berlusconiano-renziano che – al netto degli accenti leaderistici e populistici oggi in voga – si profilerà come una nuova Democrazia cristiana. Un approdo pressoché scontato di conservazione dinamica.

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26 ottobre 2017
pubblicato da Il Ponte

Volti senz’anima

Renzi e Berlusconidi Massimo Jasonni

Ciò che accomuna il Pd, cosí come ora si presenta nell’immagine dell’attuale segretario, e Forza Italia, come si ripropone nella fotografia di un Berlusconi che sfida la vecchiaia, temiamo non sia solo una momentanea e fugace ipotesi di accordo preelettorale, ma nasconda ragioni di intesa ben piú salde e profonde. Come dire? Nozze d’amore, o se si vuole stare all’idea di solidità del vincolo di Schopenhauer, nozze per interesse. E quale interesse, e con quale forza dettato dal dominio dell’economia.

Certo nel rinnovato dialogo tra Renzi e Berlusconi ci sono anche obiettivi superficialmente strumentali, non ultimo quello dell’accorparsi per cercare di contenere l’assalto dei 5S, divenuti prima forza politica italiana e destinati, nonostante l’ostilità delle fonti di informazione, a crescere di numero. Tuttavia, non è questo che determina la perversa comunanza di intenti; ma un qualcosa che merita un attimo di cura nella riflessione, giacché parliamo di un comune programma di radicale mutamento dell’assetto costituzionale del Paese.

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6 ottobre 2017
pubblicato da Rino Genovese

Secondo piccolo ragionamento in favore del “cartello”

Pisapiadi Rino Genovese

D’accordo, non si capisce che cosa stia combinando Pisapia (con Tabacci e gli altri suoi amici), perché, se anche si volesse soltanto riprendere il discorso dell’Ulivo – se questo non fosse un ricordo del passato –, si dovrebbe comunque cercare di avere un minimo successo elettorale per potere condizionare il Pd, mentre così niente da fare, tra incertezze e tentennamenti si perdono voti anziché guadagnarne. D’accordo, sul versante opposto Montanari e quelli di Sinistra italiana spingono per una di quelle liste “dal basso” che  più che altro, nella loro purezza, alla fin fine sono una finzione, mentre c’è il rischio di arrivare alle elezioni divisi al punto da non avere – con qualsiasi legge elettorale – nemmeno un parlamentare. Unica soluzione realistica è allora quella di un cartello di sigle. Non sarà l’optimum – ma è qualcosa, se non si vuole fare un regalo a Renzi, consegnandogli, all’indomani del voto, un parlamento senza neppure l’ombra di una sinistra.

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26 settembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Ancora un assurdo Rosatellum

Rosatellumdi Ferdinando Imposimato

Signor Presidente della Repubblica, la legge elettorale cosiddetta Rosatellum, proposta dal Partito democratico e condivisa da Forza Italia è una vergogna. È illegittima e contro l’alternanza. Tende a mantenere al potere le minoranze che, divenute ingiustamente maggioranza (vedi sentenza n. 1 del 2014), ci hanno mal governato con leggi ingiuste sulla scuola, sul lavoro e sulla banche e ci hanno portato sul punto di ruinare.

Questa legge prevede alleanze al primo turno con premio di maggioranza, cosa assurda e intollerabile. Addirittura prevede alleanze a geometria variabile, in modo che a Milano ci si allea con Pisapia e a Palermo con Alfano. Un imbroglio colossale.

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4 giugno 2017
pubblicato da Rino Genovese

Da dove l’impasse politica italiana?

Achille Occhettodi Rino Genovese

Senza risalire fino al Rinascimento, alle famose analisi di Machiavelli e Guicciardini, sarebbe sufficiente ritornare a circa trent’anni fa, a quel 1989 in cui alle elezioni europee di giugno – come ho avuto modo di ricordare sfogliando il recente volume che raccoglie gli scritti di Marcello Rossi sul Ponte (Socialismo libertario e dintorni, Firenze, Il Ponte Editore, 2017) – il Pci di Occhetto ottenne ancora il 27,5% dei voti. Questo risultato – che dimostrava la capacità di resilienza del maggior partito della sinistra italiana – si ebbe a pochi giorni dalla repressione di Tienanmen, nel pieno di una crisi che, due anni dopo, porterà alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Alla fine, dentro quel marasma internazionale di cui non riuscirà ad avvantaggiarsi il Psi di Craxi, scoppierà il bubbone Tangentopoli degli anni novanta, facendo saltare gli equilibri italiani della guerra fredda. Il craxismo ne uscirà distrutto, ma in un certo senso ne farà le spese anche Occhetto, tagliato fuori dal qualunquismo montante – di cui beneficiario sarà il “nuovo” berlusconismo aziendal-politico, prosecuzione di un affarismo targato Caf (che era la sigla dell’alleanza di potere tra Craxi, Andreotti e Forlani).

Il paese non si è mai più risollevato da quegli avvenimenti che segnarono la morte sia del comunismo sia del socialismo italiani, e che in parte furono tragici e in parte tragicomici, se si considera che il lungo periodo berlusconiano è stato caratterizzato da un immobilismo agitato, come di chi gesticoli senza concludere granché – a parte difendere i propri interessi privati –, e che tuttavia rese possibile la continuità di un generale sistema di potere, rimasto intatto nelle sue basi sociali sotto i mutamenti di facciata.

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14 marzo 2017
pubblicato da Il Ponte

Pd in sfascio: apparenza e sostanza

Pd in sfasciodi Mario Monforte

In tempi “normali” e in partiti “usuali” (ossia nei calmi avvicendamenti alla gestione statuale fra partiti posizionati a sinistra e a destra), un segretario, responsabile della linea politica di un partito e operazioni conseguenti – e tanto piú se ricopre il ruolo istituzionale di capo del governo –, se subisce sconfitte elettorali rilevanti che ne mettono in discussione la politica, si presenta dimissionario al partito e organi dirigenti, magari rimanendo capo del governo, parimenti dimissionario, per sbrigare gli affari fino alle elezioni politiche. Renzi si è trovato in tale posizione e, con il suo partito, ha perso le ultime elezioni amministrative (disastro completo evitato per un soffio con il risicato esito positivo a Milano) ed è tracollato al referendum costituzionale (su cui era imperniato il complesso dell’azione governativa, dalle varie misure alla legge elettorale). E Renzi ha annunciato le dimissioni in caso di tale sconfitta, profilando il ritiro a vita privata – era un modo per galvanizzare i sostenitori, non una vera intenzione. Del resto, non siamo in tempi “normali” e, in tale contesto, il Pd – derivato dalla fusione fra Ds, già Pds, in cui era confluita la parte maggiore del Pci, con un pezzo della vecchia Dc, la Margherita e qualche apporto sparso –, passato a direzione e maggioranza renziane, non è un partito “usuale”: le sconfitte non danno esiti scontati.

Ma si è entrati in contorsioni e convulsioni: Renzi, dimessosi da presidente del Consiglio ma fattosi proseguire (esplicitamente) da Gentiloni, con qualche cambio di posto di ministri e qualche new entry, e dilatata la già elefantiaca direzione del Pd (13 febbraio) a un migliaio di persone – per cui: niente dibattito e solo rassegna di posizioni –, ha proferito in tono severo, da segretario in piena carica (a sottolineare che la direzione è sempre sua), «un ciclo è finito». Però ha ribadito «ho portato il Pd al 40% alle europee», “dimenticando” ogni seria considerazione su amministrative e dêbacle al referendum. E ha sfidato le opposizioni interne: se volete la scissione, “fatevi sotto con le idee”. Le dimissioni le ha date all’assemblea del Pd (19 febbraio, assise sempre plebiscitaria), ma affermando di aver fatto tutto per il meglio, perciò “avanti cosí”. E ha indicato la tabella di marcia: congresso e primarie alla svelta, elezioni in tempi rapidi, però ri-proclamando il sostegno al governo Gentiloni. Il tutto approvato a pieni voti dall’assemblea piddina, a cui gli oppositori, riunitisi il giorno prima (18 febbraio), non hanno partecipato.

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20 febbraio 2017
pubblicato da Rino Genovese

E in Italia?

Sinistra italianadi Rino Genovese

Nel precedente articolo dicevo che in Italia a sinistra nulla si muove, e poteva sembrare un’affermazione temeraria a pochi giorni da una probabile scissione del Pd e dal congresso costitutivo di una formazione politica che si chiama Sinistra italiana. Ma, a proposito di una separazione che era nelle cose da tempo (e che perfino oggi, mentre scrivo, ancora non è stata formalizzata), qualcosa si sarebbe potuto muovere se fosse stata fatta nel momento giusto, quando il governo Renzi imponeva il suo jobs act, mentre adesso appare piuttosto una scissione dei gruppi dirigenti. Quali i contenuti, infatti, se i protagonisti della stessa non hanno il coraggio di mettere anzitutto in questione, in maniera apertamente autocritica, le scelte del passato che li videro artefici di un progetto del tutto inconsistente come quello del Pd?

Tra i promotori della scissione solo Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana, ha parlato di socialismo: lui sembra essersi accorto che senza un riferimento ideale forte, senza un aggancio alla storia del movimento operaio – che certo non si può riproporre in maniera nostalgica o come una sorta di vangelo – oggi non può esserci alcuna battaglia politica neppure semplicemente democratica. Il capitalismo neoliberista, negli scorsi decenni, ha profondamente alterato gli equilibri democratici costituiti nel dopoguerra; ed è venuto in chiaro, in particolare dopo l’ultima crisi, che nessun progresso può esserci  – nessuna forma di emancipazione collegata, per esempio, a un uso collettivamente liberante della tecnologia – senza una critica degli squilibri anche ambientali prodotti da un modello di sviluppo ingiusto e sbagliato.

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11 settembre 2015
pubblicato da Il Ponte

L’autunno della sinistra

L'autunno della sinistradi Fabio Vander

È uscito un interessante articolo di Tommaso Fattori, consigliere regionale della sinistra toscana, su «il manifesto». Individua come obiettivo primario quello di «una nuova sinistra maggioritaria e di governo», dato che dopo la crisi del 2008 l’Italia è stato fra i grandi paesi l’unico in cui la sinistra non ha saputo né rilanciarsi né tantomeno promuovere «la costruzione di un progetto forte d’alternativa». Assenza di cui si sarebbe poi giovato il Movimento 5 stelle.

Già, ma perché questo? Esistono responsabilità soggettive. Di soggetti politici. Segnatamente direi di Sel (il caso comatoso di Rifondazione è a parte). Vendola si è sempre rifiutato di costruire un nuovo soggetto politico di sinistra adatto “al giorno e all’ora”. Si è sempre messo di traverso. Volutamente, scientemente. Anche perché lui governava in Puglia e certo con il Pd.

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