27 dicembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Due postille di fine anno

Gomorra 3di Mario Pezzella

Postilla su Gomorra 3

Ho visto anche le ultime puntate della serie, di cui ho parlato nel mio articolo del primo dicembre scorso. L’identificazione dello spettatore con l’eroe criminale, se possibile, si intensifica fin quasi all’irresistibile. Tutto il passato di tradimenti e omicidi di Ciro, uno dei due protagonisti, diventa irrilevante di fronte alla sua esaltazione finale: non è solo un eroe, è un santo, che si sacrifica per l’amico, una specie di Humphrey Bogart in stile Casablanca e in salsa di Scampia. Non c’è traccia di pentimento, è solo un gesto di gratuito eccesso; così che lo spettatore non può non ammirarne l’amoralità sublime. Difficile dire se questo possa portare a un’imitazione nei fatti, come sostiene il sindaco di Napoli De Magistris (sembra che le stese aumentino di numero e di intensità dopo le puntate di Gomorra). Certo è che non vedo traccia di torsione critica nella presentazione del personaggio: l’idea che sia mille volte meglio essere un Padrino, uno Scarface, un Ciro piuttosto che un grigio disoccupato umiliato e impaurito affiora irresistibile nella mente, ma soprattutto nel cuore, dello spettatore. Non c’è traccia nella serie di quella che chiamavo – nel mio articolo – l’indomabile stupidità e banalità del male, che è l’unica vera critica interna alla sua rappresentazione. I protagonisti della serie possono essere sconfitti, crudeli, traditori o eroi: ma non sono mai banali. Si muovono nell’atmosfera rarefatta di una tragedia senza catarsi. Lo spettacolo di Gomorra 3 – anche se di buon livello, lo confermo – non diventa mai critico di se stesso e dei suoi archetipi.

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