5 luglio 2017
pubblicato da Il Ponte

Le inderogabili leggi del mercato

Mercatodi Marcello Rossi

«È un errore ed un pregiudizio credere che il basso salario giovi ai progressi dell’industria; salari bassi significano cattiva nutrizione, e l’operaio mal nutrito è debole fisicamente ed intellettualmente, ed i paesi ad alti salari sono alla testa del progresso industriale. Si lodava […] come una virtú la frugalità eccessiva dei nostri contadini: anche quella lode è un pregiudizio: chi non consuma non produce. […]

Quando il Governo […] interveniva per tenere bassi i salari, commetteva una ingiustizia, e piú ancora un errore economico ed un errore politico. Una ingiustizia, perché mancava al suo dovere di assoluta imparzialità fra i cittadini, prendendo parte alla lotta contro una classe in favore di un’altra. Un errore economico, perché turbava il funzionamento della classe economica della domanda e dell’offerta, la quale è la sola legittima regolatrice della misura dei salari come del prezzo di qualsiasi altra merce. Ed infine un errore politico, perché rendeva nemiche dello Stato quelle classi che costituiscono la grande maggioranza del paese»[1].

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15 giugno 2015
pubblicato da Il Ponte

Giustizia e magistrati nel nuovo millennio

Magistratura democraticadi Livio Pepino

[Questo articolo è stato pubblicato nel numero 5-6 de Il Ponte (maggio-giugno 2015). Numero speciale interamente dedicato alla giustizia e curato da Livio Pepino]

1. Quarantacinque anni fa, nel febbraio 1970, usciva il primo fascicolo di «Qualegiustizia»1, rivista radicalmente nuova nel panorama giuridico, destinata a essere, per tutto il decennio successivo2, strumento fondamentale e punto di riferimento per un modo diverso di rendere giustizia3. Fu subito chiaro che si trattava di una rivista eretica, una rivista contro, seppur in una prospettiva di costruzione di un modello alternativo. Contro una collocazione e un ruolo della giurisdizione pesantemente influenzati da un formalismo acritico, da un diffuso conformismo filogovernativo e da una forte volontà di conservazione politica (nonostante il vento del Sessantotto e le lotte operaie del ’69). In quasi mezzo secolo si sono sovrapposte e sostituite generazioni di magistrati. La situazione politica, sociale, culturale del paese è, come ovvio, profondamente mutata. Ed è cambiata la collocazione dei giudici e della giurisdizione nel sistema politico. Da qui la domanda: ha senso, oggi, riproporre l’interrogativo su quale giustizia o si tratta di un amarcord inutile e un po’ patetico? Come sempre, la risposta dipende dal modo in cui si affronta la questione. È certamente inutile e fuori tempo riproporre modelli legati a un’epoca che (nel bene e nel male) non c’è più; è, con pari certezza, utile – anzi necessario – riflettere sui valori e i princìpi sottostati a quei modelli, spesso frettolosamente accantonati da un pensiero dominante che vorrebbe diventare unico.

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