24 agosto 2017
pubblicato da Il Ponte

Corea del Nord e Usa. Trump e le guerre preventive

Corea del Norddi Ferdinando Imposimato

Donald Trump ha impostato la sua campagna elettorale su posizioni populiste, conservatrici e nazionaliste. Si è presentato come novità nella politica Usa, fiero avversario del sistema politico americano, sia democratico sia repubblicano, basato sulle due grandi famiglie Bush e Clinton. In tale prospettiva non ha esitato ad attaccare avversari e giornalisti che gli facevano domande scomode su precedenti sgradevoli anche a sfondo sessista. Rifiutando la globalizzazione, ha improntato i propri programmi ai principi della destra nazionalista bianca, che faceva capo ai neofascisti, ai neonazisti, ai razzisti e al Ku Klux Klan, e ha affermato di voler difendere a tutti i costi gli interessi americani. Ha gridato «Make America Great Again» (rifacciamo grande l’America), con forme di protezionismo, contro l’aggressività commerciale cinese.

Hillary Clinton ha impostato invece la campagna elettorale sfruttando l’“estremismo” di Trump. Contava, oltre che sul proprio elettorato, su quello moderato repubblicano, puntando a costruire una maggioranza democratica bipartisan, stabile e duratura. Trump, contrariamente alla Clinton, si proponeva all’apparenza di guidare l’enorme folla del ceto medio bianco impoverito, vittima della recessione economica, per il quale negli ultimi decenni il “sogno americano” di lavoro e prosperità era tramontato. In realtà, ben altro ispirava la politica di Trump: la difesa dei bianchi e l’odio per i neri e i colorati.

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2 aprile 2016
pubblicato da Il Ponte

Guerra terrorismo e diritti umani. La nascita dello Stato islamico

terrorismodi Ferdinando Imposimato

Negli ultimi decenni un governo mondiale invisibile, ma reale e concreto, muove le fila dei governi nazionali, dei centri di potere economico e militare, e, con media subalterni, alimenta il terrorismo. E lo fa per giustificare nuove guerre per un nuovo ordine planetario contro Stati detentori di risorse energetiche, per stravolgere le costituzioni e giustificare interventi militari di grandi potenze in aree strategiche del pianeta. Emblematica è stata la guerra all’Iraq del 2003 di Usa, Gran Bretagna e Francia: non fu guerra contro il terrorismo di Saddam Hussein, ma di conquista. Non fu effetto dell’11 settembre 2001 in quanto fu decisa prima dell’attacco alle torri gemelle. Ed è stata proprio quella guerra la causa della crisi e del dilagare del terrorismo nel mondo1.

L’attacco all’Iraq per una lotta al terrorismo fu smentito dopo decenni sia dall’ex presidente George Bush sia da Tony Blair, che hanno ammesso «l’errore». Il 2 dicembre 2008, Bush, in un’intervista alla rete tv ABC, ammise l’errore della guerra all’Iraq, «viziata da informazioni di servizi di intelligence infondate» sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq.

Oggi sappiamo con certezza che sono stati ammazzati in Iraq più di un milione di civili, è stato bruciato più di un trilione di dollari e la crisi economica che sconvolge il mondo intero è la tragica conseguenza di una guerra ingiusta spacciata per lotta al terrorismo. In Iraq non c’erano armi di distruzione di massa.

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16 dicembre 2015
pubblicato da Il Ponte

Il naufragio della «modernità» del capitalismo

naufragiodi Lanfranco Binni

Ormai siamo ai bollettini di guerra, di una guerra postmoderna in cui implode il cortocircuito tra «antico» e «moderno», tra mezzi convenzionali (i bombardamenti, il terrorismo, le rappresaglie, la propaganda, la disinformazione) e nuove tecnologie di distruzione (le campagne di comunicazione, i nuovi armamenti hi-tech). Dietro la «strategia del caos», della guerra di tutti contro tutti (dalla geopolitica all’esercizio quotidiano del dominio di potere sulle singole esistenze), un lucido e «antico» disegno di natura esclusivamente economica: la tenace resistenza del modo di produzione capitalistico alla crisi del suo insostenibile «modello di sviluppo» che sta devastando il pianeta. Le devastazioni strutturali, in nome delle necessità dei mercati finanziari (l’«uovo del serpente»), procedono in stretto rapporto con devastazioni politico-culturali sempre più rabbiose: la supremazia indiscutibile (da non mettere in discussione) della «civiltà» dell’imperialismo occidentale, lo svuotamento della democrazia formale a cui contrapporre i «valori» della predazione economica e del consumo forzato di merci, del malthusianesimo, della xenofobia, la divisione profonda tra le vittime della guerra economica e militare, schierate come complici subalterni e «rifiuti» da schiacciare.

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28 novembre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Che cosa sarebbe una politica di pace

terrorismodi Rino Genovese

Si può dire ciò che si vuole sull’orrore del terrorismo jihadista, ma resta il fatto che si tratta di un terrorismo come un altro – la cui essenza non sta nella pura e semplice violenza, ma nel messaggio che si intende trasmettere attraverso il dispiegamento della violenza. Questo è anzitutto rivolto a  galvanizzare il proprio campo: e nel caso specifico vuol dire dimostrare che, nonostante tutta la potenza dell’Occidente, la partita non è chiusa, che si può mettere in scacco una delle sue capitali, facendosi beffe di qualsiasi controllo e diffondendo il panico. Questo tipo di violenza, per l’organizzazione che dispiega (e che può essere anche “fatta in casa”, come oggi appare chiaro per quanto riguarda l’attacco parigino del gennaio scorso contro la sede di un giornale satirico e contro un supermercato), è diverso da quello della sommossa. Rispetto alla rivolta delle banlieues – di dieci anni fa, esattamente, con le auto in fiamme nelle notti francesi – c’è un salto di qualità. Se quella violenza restava apparentemente muta (nessuno infatti rivendicava alcunché), nel caso del terrorismo si assiste al passaggio a una vera e propria politica, con tanto di rivendicazione da parte del jihadismo internazionale e della sua centrale autodenominatasi Stato islamico. Si tratta quindi di un problema politico interno con un suo retroterra sociale, se si pensa alla rabbia giovanile delle periferie, ma con risvolti internazionali importanti.

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9 giugno 2015
pubblicato da Il Ponte

Finale di sistema

Elezioni regionalidi Lanfranco Binni

La crisi del sistema politico italiano è entrata in una nuova fase di implosione. Sono decisamente interessanti i dati delle elezioni regionali del 31 maggio. Il primo dato in ordine di importanza è quello del non voto (48%): un cittadino su due non ha votato, e l’astensione ha colpito (passivamente e in buona misura attivamente) l’area politica della destra e della sinistra di sistema. Alle tradizionali ragioni dell’astensione (sono tutti ladri, sono tutti uguali) si sono aggiunte nuove ragioni di profondo dissenso politico, di dichiarata non partecipazione al gioco truccato di una democrazia rappresentativa infetta, dell’uso della cosiddetta volontà popolare da parte del partito unico della “nazione” che unisce destra e sinistra. Questa tendenza di astensionismo politico, già clamorosamente evidente nelle elezioni regionali del 2014 in Emilia Romagna, si è accentuata nelle regioni “rosse” (Liguria, Toscana, Umbria, Marche) mentre l’astensionismo non è aumentato in Campania e in Puglia. Il secondo dato è la salutare flessione del Pd, abbandonato da due milioni di elettori, in parte di antica tradizione Pci (rifluiti nell’astensionismo, nelle formazioni della “sinistra radicale”, nel Movimento 5 Stelle o nel populismo razzista della Lega) e in parte di destra (rifluiti nell’astensionismo o nella Lega). Il terzo dato è la forte affermazione del M5S, che prosegue, nonostante tutte le campagne dei media al servizio del sistema politico, la sua positiva crescita all’esterno del sistema, dentro e contro, su una linea di tenace autonomia che si dimostra vincente. Anche il M5S ha perso voti rispetto alle elezioni politiche del 2013, ma si va estendendo e qualificando il suo radicamento territoriale. Il quarto dato è la dispersione della destra berlusconiana, che non sembra trovare una via d’uscita nella “plebe” della Lega: i fiduciari della finanza internazionale sono nel Pd renziano. Il quinto dato è la sopravvivenza di sacche di resistenza testimoniale della “sinistra radicale”, spesso ridotte a un ruolo di ruota di scorta del Pd.

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15 ottobre 2014
pubblicato da Il Ponte

Il mondo va pazzo per il Medio Oriente

Medio Orientedi Gian Paolo Calchi Novati

In occasione del centenario della Grande guerra i potenti della Terra pronunciarono pressoché all’unanimità un mea culpa postumo. Anche a costo, come lamentarono alcuni storici, di rimuovere o sminuire le cause profonde del conflitto, i disegni e gli interessi degli Stati, persino i sentimenti spontanei o indotti dei popoli (che alla fine pagarono il prezzo piú alto). Passarono solo poche settimane e si poté verificare che era stato solo uno sfoggio di retorica. La guerra resta la sola “arma” – è proprio il caso di usare questo termine – a cui pensano i governi e di cui apparentemente dispone la diplomazia. Nel suo insieme, l’intervento dell’Occidente nell’area Medio Oriente-Nordafrica di questi anni ha contribuito soprattutto ad attizzare un’inarrestabile escalation di violenza e destabilizzazione. Eppure Barack Obama, un democratico in fama di liberal, il piú “terzomondiale” dei presidenti americani per nascita ed esperienze di vita, non fa altro che ordinare di accendere i motori. La stampa finge di ragionare ma gli opinion leaders arrivano alle stesse conclusioni. Solo la Chiesa cattolica ha mantenuto una sostanziale coerenza lungo la traiettoria interpretativa dell’«inutile strage». Non per niente papa Francesco, da Piazza San Pietro, ha evocato l’immagine di una terza guerra mondiale e a Redipuglia ha definito la guerra «una follia».

I fronti caldi sono disseminati in un teatro che si estende su tre continenti dall’Europa orientale all’Asia passando per le Afriche. I soggetti coinvolti e i motivi del contendere sono diversi e non necessariamente legati fra di loro. Nessuno dei molti focolai attivi mina di per sé l’ordine internazionale. Ma ognuno di essi è la manifestazione di tendenze profonde e di lungo periodo che incidono sul sistema internazionale nel suo complesso. Dopo la fine del bipolarismo non esiste un antagonismo precisabile a livello globale, sebbene gli Stati Uniti abbiano creduto di veder riprodotto uno schema duale, piú congeniale alla strategia di una nazione “indispensabile” votata al ruolo di potenza egemone e di gendarme, identificandolo, a seconda delle circostanze e dell’evoluzione degli eventi, nella sfida del terrorismo internazionale o nelle ambizioni imperiali della Russia. L’ineluttabile confronto con il gigantismo della Cina è lasciato sullo sfondo. Il Medio Oriente, sempre piú nella variante di Grande Medio Oriente, occupa una posizione centrale non solo per ragioni di geopolitica – al crocevia com’è di tre continenti – ma perché con esso si connettono in un senso o nell’altro le varie cause globali (il jihadismo, l’energia, il riarmo nucleare).

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18 settembre 2014
pubblicato da Lanfranco Binni

Nell’occhio del ciclone

occhio del ciclonedi Lanfranco Binni

Se perfino il più alto pastore della chiesa cattolica parla di terza guerra mondiale in corso, «a pezzi», non ancora globale, e allerta il suo gregge contro i lupi della guerra, gli spacciatori di armi, gli speculatori finanziari, i politicanti corrotti, e cerca di svegliare le sue pecore dal torpore servile e connivente, la situazione del mondo è davvero grave. Non bastano i disastri ambientali del «progresso» capitalistico che stanno distruggendo il pianeta, non bastano le tragedie delle migrazioni forzate di terra in terra in ogni direzione, non bastano le mutazioni antropologiche indotte dal «mercato», a trasformare in scimmie pseudotecnologiche gli esseri umani, a farne macchine per il consumo; tutto questo non basta, servono guerre e grandi devastazioni, per impadronirsi delle risorse energetiche e contenere la sovrappopolazione. E bisogna fare in fretta.

Il quadro geopolitico è drammaticamente chiaro: alla crisi strutturale del capitalismo finanziario, che da tempo ha superato i suoi limiti di «sviluppo sostenibile», l’Occidente statunitense ed europeo (ne fa parte anche Israele) risponde con strategie di aggressione e dominio, disgregando stati, disarticolando assetti istituzionali, intervenendo militarmente (direttamente o per procura) e attraverso le armi delle campagne mediatiche: la distruzione dell’Iraq, le «primavere» arabe per distruggere la Libia e la Siria, per normalizzare l’Egitto, la «primavera» ucraina per allargare ad est la Nato e l’area di «libero mercato» del trattato transatlantico, il massacro di Gaza per fiaccare la resistenza all’occupazione, prevenire gli accordi tra il governo palestinese e la Cina e sabotare l’istituzione di uno stato palestinese. Bisogna «fare in fretta» perché il terrorismo occidentale sta incontrando crescenti reazioni, e la strategia del caos, figlia del pragmatismo statunitense e ispirata al vecchio adagio divide et impera declinato da un’oligarchia incolta e senza storia, ha il respiro corto e rivela facilmente i suoi congegni: esemplare la vicenda dell’Isis, organizzato e finanziato dagli Stati uniti contro la Siria nel disegno di disgregare ogni assetto statuale nell’area Iraq-Siria-Iran e di eliminare una retrovia storica dei palestinesi; oggi l’Isis, con il suo sedicente stato islamico, è presentato dai media occidentali come la più feroce minaccia all’Occidente, ma è davvero così? Con il pretesto di salvare l’umanità dai crimini dell’Isis, nel suo ultimo discorso alla nazione il premio Nobel per la pace Obama si è riservato una guerra di lunga durata, a partire dai bombardamenti del territorio siriano e dal sostegno agli «islamici moderati» contro l’esercito siriano. Anche i combattenti dell’Isis erano stati definiti «moderati» all’inizio della campagna americana contro la Siria, e la decisione di bombardare l’esercito siriano era già stata presa da Obama nel 2013, costretto a rinviarla per le reazioni internazionali. Ancora pretesti: l’assassinio dei tre giovani israeliani in Cisgiordania fu immediatamente attribuito ad Hamas e innescò l’attacco al ghetto di Gaza (2000 morti, di cui 500 bambini); quel delitto, al quale Hamas si è sempre dichiarata estranea, si è rivelato un ottimo investimento per il governo israeliano, che notoriamente infiltra propri agenti provocatori nella galassia delle formazioni palestinesi.

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20 agosto 2014
pubblicato da Rino Genovese

Armi ai curdi? (2)

conflitto sirianodi Rino Genovese

In Siria c’è una guerra nella guerra. Mentre scrivo, probabilmente infuria la battaglia intorno al sobborgo di Marea, avamposto verso Aleppo, nel nord del paese ai confini con la Turchia. Ma non si tratta delle truppe lealiste (quelle fedeli al regime di Assad) contro i ribelli dell’Esercito siriano libero nato dalla spaccatura di qualche anno fa, ai tempi delle rivolte nei paesi arabi. Si tratta piuttosto della battaglia di questi stessi insorti contro gli uomini dell’autoproclamato califfo Ibrahim – al secolo Abu Bakr Al-Baghdadi – che, dopo essersi impadroniti di buona parte del nord dell’Iraq, sono ritornati in forze verso ovest, equipaggiati di tutto punto grazie alle moderne armi di fabbricazione americana strappate all’esercito regolare iracheno. Così si forma uno Stato islamico degno del nome, guerreggiando a oriente come a occidente.

Stati Uniti ed Europa (nonostante il parere di qualcuno, come il presidente francese Hollande) hanno fatto benissimo a tenersi finora fuori dal conflitto siriano. Con la sua trasformazione in una guerra civile di lunga durata – addirittura con tre contendenti, non due – la rivolta contro Assad è stata politicamente sconfitta sul campo, e oggi un macellaio come il dittatore siriano è oggettivamente l’unico rappresentante politico con qualche credibilità all’interno di questa guerra di tutti contro tutti. Altri elementi di relativa stabilità nell’area sono i curdi (sparsi tra i quattro Stati della zona, e cioè tra Siria, Turchia, Iraq e Iran). Sostenere questi ultimi, in particolare nel teatro iracheno, significa per l’Occidente entrare nel conflitto tramite interposta persona. Ciò è evidente, e non si potrà in seguito fare finta di nulla, ossia evitare l’obiettivo politico per il quale i curdi si battono da circa un secolo: la proclamazione di un loro Stato indipendente. Ormai le cose stanno così: o il califfato islamico con le orde jihadiste, o la soluzione della questione curda. Supporre di potere aggirare il problema, magari per far piacere all’alleato turco, vorrebbe dire per l’Occidente chiudere gli occhi davanti alla realtà.

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17 agosto 2014
pubblicato da Rino Genovese

Armi ai curdi?

armi ai curdidi Rino Genovese

Questo pezzo non può cominciare se non con un antipatico: “L’avevamo detto!” Noi pacifisti che undici anni fa manifestammo contro la seconda guerra del Golfo, contro l’invasione dell’Iraq di Saddam da parte delle potenze occidentali (compresa, per quel che conta, l’Italia), avevamo la chiara percezione non solo dell’inganno statunitense (ricordiamo le menzogne di Colin Powell all’Onu) ma anche della totale insensatezza politica di una guerra che avrebbe messo a ferro e fuoco un paese per non ottenere nulla, neppure quella pax che regna in un deserto (riprendendo la famosa citazione da Tacito resa popolare ai tempi del Vietnam). Ciò che si è realizzato – in particolare dopo il ritiro delle truppe americane deciso da Obama – è un governo di coloro che in passato erano sotto (gli sciiti) ai danni di coloro che erano sopra (i sunniti) nell’eterno ritorno, a parti invertite, dell’eguale.

Certo, se nel frattempo non ci fosse stata la crisi del vicino regime siriano, con le sue prolungate e nefaste conseguenze, forse non saremmo stati colpiti dalle notizie dei massacri che arrivano oggi da quella parte del mondo – ma resta il fatto che in Iraq l’Occidente (sempre che abbia un senso quest’espressione), del resto proprio come in Afghanistan, si è lasciato invischiare in una guerra civile tra gruppi etnici e tendenze religiose differenti, dentro un neotribalismo di cui non è riuscito in alcun modo a venire a capo e che anzi ha aggravato.

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1 aprile 2014
pubblicato da Lanfranco Binni

I cecchini della libertà

di Lanfranco Binni

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 4 de Il Ponte – aprile 2014]

I cecchini della libertàArriva la tempesta. Alla vigilia della prossima crisi finanziaria globale, preannunciata dalla crisi del 2008, la guerra in corso tra poteri finanziari e politici per il controllo delle aree di influenza e di dominio sta accelerando strategie attive di posizionamento degli attori principali su tutti gli scenari. L’iniziativa è agli Stati Uniti e all’Unione europea. Ci sono società da disintegrare, mercati da «liberare», processi «democratici» da imporre con la forza delle armi e con le armi della comunicazione. Il percorso è tracciato dagli anni novanta del secolo scorso: Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, «primavere arabe», Libia, Iran, Siria, Grecia, oggi Ucraina e Venezuela, prossimamente Russia e Cina. Sono soltanto gli scenari principali, ai quali si aggiungono le numerose guerre locali, più o meno “coperte”, in tutto il mondo.

Dagli anni novanta, dopo la caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica, lo schema tattico politico-militare è sempre lo stesso, sperimentato e attuato dall’Unione europea a guida tedesca e dagli Stati Uniti nella disgregazione della Federazione jugoslava: in quel caso, il sostegno all’indipendenza della Croazia e della Slovenia, con politiche di divisione e pulizia “etnica” che avrebbero massacrato la multietnica Bosnia Erzegovina, fino all’indipendenza del Kosovo sancita da un referendum secessionista preparato dai bombardamenti della Nato. Le successive aggressioni americane all’Iraq e all’Afghanistan, con la partecipazione attiva dell’Unione europea e della Nato, introdussero il nuovo delitto internazionale delle «guerre umanitarie» a copertura degli interessi della “democrazia” occidentale: risorse energetiche e dominio su aree strategiche da un punto di vista geo-politico. Stati Uniti e Unione europea conducono un gioco di squadra, articolando gli strumenti tattici nel rispetto dei propri interessi economici, talvolta contraddittori.

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