14 marzo 2017
pubblicato da Il Ponte

Pd in sfascio: apparenza e sostanza

Pd in sfasciodi Mario Monforte

In tempi “normali” e in partiti “usuali” (ossia nei calmi avvicendamenti alla gestione statuale fra partiti posizionati a sinistra e a destra), un segretario, responsabile della linea politica di un partito e operazioni conseguenti – e tanto piú se ricopre il ruolo istituzionale di capo del governo –, se subisce sconfitte elettorali rilevanti che ne mettono in discussione la politica, si presenta dimissionario al partito e organi dirigenti, magari rimanendo capo del governo, parimenti dimissionario, per sbrigare gli affari fino alle elezioni politiche. Renzi si è trovato in tale posizione e, con il suo partito, ha perso le ultime elezioni amministrative (disastro completo evitato per un soffio con il risicato esito positivo a Milano) ed è tracollato al referendum costituzionale (su cui era imperniato il complesso dell’azione governativa, dalle varie misure alla legge elettorale). E Renzi ha annunciato le dimissioni in caso di tale sconfitta, profilando il ritiro a vita privata – era un modo per galvanizzare i sostenitori, non una vera intenzione. Del resto, non siamo in tempi “normali” e, in tale contesto, il Pd – derivato dalla fusione fra Ds, già Pds, in cui era confluita la parte maggiore del Pci, con un pezzo della vecchia Dc, la Margherita e qualche apporto sparso –, passato a direzione e maggioranza renziane, non è un partito “usuale”: le sconfitte non danno esiti scontati.

Ma si è entrati in contorsioni e convulsioni: Renzi, dimessosi da presidente del Consiglio ma fattosi proseguire (esplicitamente) da Gentiloni, con qualche cambio di posto di ministri e qualche new entry, e dilatata la già elefantiaca direzione del Pd (13 febbraio) a un migliaio di persone – per cui: niente dibattito e solo rassegna di posizioni –, ha proferito in tono severo, da segretario in piena carica (a sottolineare che la direzione è sempre sua), «un ciclo è finito». Però ha ribadito «ho portato il Pd al 40% alle europee», “dimenticando” ogni seria considerazione su amministrative e dêbacle al referendum. E ha sfidato le opposizioni interne: se volete la scissione, “fatevi sotto con le idee”. Le dimissioni le ha date all’assemblea del Pd (19 febbraio, assise sempre plebiscitaria), ma affermando di aver fatto tutto per il meglio, perciò “avanti cosí”. E ha indicato la tabella di marcia: congresso e primarie alla svelta, elezioni in tempi rapidi, però ri-proclamando il sostegno al governo Gentiloni. Il tutto approvato a pieni voti dall’assemblea piddina, a cui gli oppositori, riunitisi il giorno prima (18 febbraio), non hanno partecipato.

Continua a leggere →

26 febbraio 2015
pubblicato da Il Ponte

La scesa in campo di Landini e la sinistra italiana

Landinidi Fabio Vander

L’intervento di Maurizio Landini in forma di intervista al «Fatto quotidiano» di domenica 22 febbraio, è importante, ma richiede da subito approfondimenti e precisazioni.

Importante che si muova qualcosa a sinistra. Era il segnale che molti aspettavano. Dopo aver passato autunno e inverno con mobilitazioni di piazza (manifestazione del 25 ottobre, sciopero Cgil-Uil, sciopero “sociale”, mobilitazioni pro-Grecia di Tsipras, ecc.), era evidente che mancava il precipitato politico di tutto ciò. Non si riusciva mai ad arrivare al punto. L’assenza della sinistra sulla scena politica italiana si è fatta sempre più grave. L’intero panorama politico del Paese ne ha risentito e ne risente. Il successo di Renzi è anche se non soprattutto conseguenza di questo. Cioè del combinato disposto del fallimento della sinistra interna al PD, quella di Bersani, che nel 2013 ha perso l’ennesima sfida elettorale, come della inesistenza della sinistra radicale, per colpa di Vendola e Ferrero, di Sel e di Rc.

Come prevedibile non era con le manifestazioni di piazza che si poteva surrogare alla mancanza della sinistra. Né con iniziative “dal basso” come la raccolta di firme per un referendum contro la legge Fornero sulle pensioni. Anche qui puntualmente fallita. La cosa è passata anzi sotto silenzio. Non sarebbe invece il caso di parlarne? La lezione andrebbe imparata. E invece si sente dalla Camusso ventilare la proposta di raccolta di firme contro lo Jobs Act ed eventualmente un altro referendum.

Continua a leggere →

17 ottobre 2014
pubblicato da Il Ponte

Crisi della sinistra, crisi della democrazia

Crisi della sinistradi Fabio Vander

Il primo week-end di ottobre ha presentato alcune novità nel dibattito a sinistra che meritano se non altro di essere segnalate.

Mentre il governo Renzi procede su una strada che è quella dell’attacco alle conquiste sindacali, ai diritti sociali, quando non alla rappresentanza del lavoro in quanto tale, le voci dall’opposizione non sono adeguate alla sfida e alle necessità.

Di certo non si può fare affidamento su una “sinistra” Pd allo sbando politico, ma ormai anche culturale e generazionale. Il Bersani che lunedì in direzione vota no allo Jobs Act e martedì assicura che la minoranza voterà comunque sì allo stesso, dà la cifra dello stato di un’intera classe dirigente. Ancor meno si può fare affidamento sui vendoliani. La manifestazione di sabato a piazza S. Apostoli è stata nulla di partecipazione e di idee. Pare di capire si contrappongano due proposte: quella di Vendola di una «coalizione dei diritti e del lavoro» e quella di Airaudo e Marcon (sul «manifesto» di sabato 4) di una “convenzione” che dovrebbe portare a «un campo nuovo della sinistra senza aggettivi».

Insomma, o “coalizione” o “convenzione”. Come dire se non è zuppa è pan bagnato.

Continua a leggere →

7 ottobre 2014
pubblicato da Rino Genovese

Quelli della palude

quelli della paludedi Rino Genovese

La fiducia non andava messa. Punto. Su una materia delicata come quella del jobs act con annesso articolo 18, e considerando che si tratta di una legge delega con i decreti attuativi che poi saranno fatti dal governo, è come se quest’ultimo chiedesse una delega in bianco o una doppia fiducia. Ma lo sappiamo: si tratta di un ricatto per piegare la minoranza Pd, di una pura esibizione muscolare da parte del presidente del Consiglio. Proprio per questo i dissidenti avrebbero dovuto dirlo chiaro e tondo: “Caro Renzi, se ti azzardi a porre la questione di fiducia al Senato, non soltanto cade il tuo governo ma salta lo stesso Pd”. Invece niente. La minoranza, con l’esclusione di Civati, ha dimostrato ancora una volta di essere nata per soffrire, credendo di fare politica.

Sul jobs act si sarebbe dovuti arrivare al braccio di ferro. Sembra che il compagno D’Attorre abbia tirato in ballo Togliatti e la “guerra di posizione” per distinguersi dalla “guerra di movimento” di Civati. Ma, a parte il paragone del tutto irriverente (Civati non è Rosa Luxemburg), la “guerra di posizione” in Gramsci e perfino in Togliatti – sebbene in questi con un pizzico di malafede, dato che nel frattempo il mondo era stato chiuso in blocchi e qualsiasi trasformazione radicale in Italia sarebbe risultata impossibile – era una strategia di lunga lena per la transizione al socialismo; in D’attorre, invece, consiste in un rapido calarsi le brache. Esercizio in cui pare vada specializzandosi la minoranza Pd, incapace di fare altro, terrorizzata com’è dalla prospettiva delle elezioni anticipate.

Continua a leggere →

2 ottobre 2014
pubblicato da Rino Genovese

Quando finirà il Pd?

Quando finirà il Pddi Rino Genovese

L’ultimo psicodramma intorno al jobs act e alla prospettiva di un’ulteriore sterilizzazione dell’articolo 18, dopo quella già attuata dal governo Monti, lo ha dimostrato: una parte del Pd – sarà per risentimento, sarà per intima convinzione – resiste alla prospettiva di vedere il partito trasformarsi in ciò che ormai è già: un comitato elettorale, la pura cassa di risonanza di un leader dal tratto marcatamente berlusconiano. Ma, per un residuo di lealtà nei confronti della “ditta” come la chiama Bersani, o più probabilmente perché spaventata dall’idea di dover ricominciare da capo facendo cadere un governo nell’immediato senza alternativa che non sia una qualche forma di eterodirezione da parte di Bruxelles, la minoranza del partito rilutta a trarre tutte le conseguenze dal suo atteggiamento politico. Del resto che cosa ci si potrebbe aspettare da chi, tenendo in piedi il governo Monti al di là di ogni ragionevole durata, ha compromesso irrimediabilmente il risultato elettorale successivo?

Alla lunga però il Pd non potrà che implodere (nella peggiore delle ipotesi) o scindersi (nella migliore): perché la sua stessa nascita come riflesso speculare del berlusconismo, nell’incapacità della sinistra di costruire una coalizione serbando un’identità al suo interno, fu un parto mostruoso, un’operazione alla Frankenstein che solo in un paese scombinato come l’Italia poteva essere pensata, e che ha aperto la strada – insieme con la bancarotta della Rifondazione bertinottiana – al fenomeno qualunquistico grillino, che tanta parte dell’elettorato di sinistra è riuscito a raccogliere intorno a sé. Senza capacità di farsi carico delle sofferenze sociali, sempre più votato alla gestione anziché al governo, avvitato in una mimesi che ebbe il suo apice con Veltroni (difatti il meno rottamato dei rottamandi) nei confronti dell’avversario berlusconiano (Michele Salvati arrivò a parlare di una Forza Italia di sinistra), smarrita ogni autonoma radice socialista con l’emulazione di un liberalismo solo vagamente sociale come quello di Blair (non è stato il rottamatore Renzi il primo blairiano… ma, incredibile dictu, proprio il rottamando D’Alema…), in breve genericamente assumendo il nome di Partito democratico (con un richiamo perfino troppo lusinghiero all’omonimo partito americano, capace se non altro di sostenere i diritti civili perché privo di una componente democristiana), espressione fuori tempo di una tarda strategia da “compromesso storico”, lo strano aggregato politico sorto per governare il paese al posto di una destra populista ha concluso il suo non brillante cammino firmando le grandi e le piccole intese con questa stessa destra. Dopo di ciò, il fallimento è conclamato e non ci sarebbe altro da fare se non mettere mano alla costruzione di qualcosa di diverso.

Continua a leggere →

16 marzo 2014
pubblicato da Rino Genovese

Boccata di ossigeno

di Rino Genovese

Boccata di ossigenoQuando si sbaglia si sbaglia, non si può far altro che ammetterlo. Nonostante la nostra antipatia per Renzi – che viene dal personaggio, dallo scoutismo originario fino all’approdo arrivistico-rottamatorio, oltre che dallo stile della sua comunicazione ricalcato su Berlusconi ma perfezionato dall’uso dei nuovi media –, e nonostante il giudizio del tutto negativo sulla proposta di legge elettorale approvata alla Camera, alcune delle scelte di politica economica annunciate dal presidente del consiglio, in particolare quelle riguardo alla riduzione dell’Irpef e all’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, vanno nella direzione giusta. C’è una discontinuità nei confronti dei governi Monti e Letta che non ci saremmo aspettati di vedere. Diamo atto a Renzi di averci sorpreso (per quello che contiamo, cioè zero), e siamo contenti di esserci sbagliati su questo punto. Tutto lasciava pensare che, nella sostanza, avrebbe sottostato all’austerità europea. Invece Renzi si sta muovendo nel senso di un allentamento dei vincoli e in quello di una revisione del patto di stabilità.

Per essere chiari, se anche le sue mosse fossero dettate da un’intenzione in fin dei conti elettoralistica (non dimentichiamo che il governo ha davanti a sé, come prova del fuoco, le prossime elezioni europee), ciò non toglie che dare più soldi in busta paga ai lavoratori, al punto a cui sono arrivate le cose, è una boccata di ossigeno non solo per gli stessi lavoratori ma per l’economia in generale, che soffre di una paurosa restrizione della domanda. È una sfida moderatamente progressista, quella lanciata da Renzi, cui fanno da contrappeso alcuni aspetti del Jobs act che, al contrario, non ci piacciono per niente, perché sembrano proporre non un’inversione di tendenza ma un rafforzamento della precarietà del lavoro.

Si ritorna qui al punto di partenza, e cioè al blairismo di Renzi. Ci sono oggi i margini per realizzare una politica di liberismo progressivo, in una situazione di crisi innescata alcuni anni fa da processi non di poco momento di finanziarizzazione dell’economia, con le loro annesse bolle speculative? È possibile confidare nel mercato, o nei mercati, per una ripresa? O non ci sarebbe bisogno, invece, di un nuovo intervento statale ad ampio raggio (per intenderci, non soltanto per salvare le banche in difficoltà, com’è stato fatto), da sostenere non a partire dai singoli Stati sovrani (dov’è oggi la “sovranità nazionale”?) ma da politiche messe in campo a livello europeo e nell’ottica, quasi utopica, di entità statali sovranazionali?

Questa, a nostro avviso, l’autentica sfida. Intanto però non possiamo non dirci contenti di una riduzione dell’Irpef.