12 luglio 2017
pubblicato da Il Ponte

Psicopatologia delle elezioni americane. Perché vale la pena rileggere Canetti oggi

Elias Canettidi Leonard Mazzone

Dopo il fallimento epocale di quei regimi politici che nel corso del Novecento avevano tentato di raccogliere l’invito marxiano a superare la filosofia attraverso la prassi rivoluzionaria, il XXI secolo si è aperto all’insegna di un nuovo proclama ideologico, che annunciava la fine della storia e, con essa, delle grandi narrazioni che avevano movimentato la modernità politica. Precocemente confutati dalla più ideologica delle tesi neoliberali – la fine delle ideologie – e dall’urgenza di tornare ad «apprendere il proprio tempo col pensiero», questi prematuri annunci funebri celebrano il ritorno spettrale di una metafora filosofica speculare al mito platonico della caverna: se nel libro VII della Repubblica Platone inaugura la storia della filosofia politica all’insegna di una metafora visiva che contrappone l’idea solare del bene all’oscurità di un’opprimente ignoranza, l’immagine hegeliana della nottola di Minerva e della talpa configura i rapporti tra filosofia e storia all’insegna di una messa a fuoco senza fine, più che di un finale da contemplare.

Dall’incontro fra la lungimiranza crepuscolare e lassista della filosofia e l’operosità cieca e sotterranea della storia sorge la nozione di «spirito del tempo», impossibile da cogliere quando un’epoca è ormai giunta al suo tramonto per l’insolubilità dei conflitti che la dilaniano. D’altra parte, la necessità di cogliere lo spirito del proprio tempo si fa tanto più impellente quanto meno una certa epoca si lascia immediatamente decifrare dai suoi contemporanei: lungi dal rappresentare la fine della Storia, infatti, il tramonto di un’epoca coincide anzitutto con l’alba di quella successiva.

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13 luglio 2016
pubblicato da Il Ponte

Socialismo come limite conflittuale del capitalismo

L’idea di socialismodi Nicolò Bellanca

Il recente libro del filosofo francofortese Axel Honneth, intitolato L’idea di socialismo, è un’occasione per chiederci se e quanto resti in piedi di una delle grandi impostazioni teoriche, e di uno dei maggiori progetti politici, della modernità.1 L’impianto teorico del volume è scontato e nell’insieme abbastanza condivisibile: «al determinismo storico, alla centralità del proletariato e alla rigidità dell’economia pianificata centralizzata, si sostituisce un deciso sperimentalismo storico, aperto sia riguardo alle forme economiche sia riguardo agli attori in gioco. Alla cecità giuridica e politica del socialismo tradizionale è contrapposto un progetto radicalmente democratico, giocato sulla discussione pubblica e sull’ampliamento dei partecipanti a essa».2 In termini costruttivi, al cuore della proposta di Honneth vi è non già il valore dell’uguaglianza – come in tanti altri contributi sul tema del concetto di sinistra e/o di socialismo3 –, bensì l’idea della libertà sociale: accanto alla libertà negativa come non-interferenza e a quella positiva come autodeterminazione, quella sociale si acquisisce soltanto in relazione con gli altri. Più esattamente, l’ideale della libertà sociale si realizza non nel rapporto dell’uno-con-l’altro (intersezione), bensì in quello dell’uno-per-l’altro (interconnessione) e, secondo Honneth, coincide, tra i principi normativi introdotti dalla Rivoluzione francese, con la fraternité o reciprocità solidale.

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12 maggio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Fondazione per la critica sociale

Socialismodi Rino Genovese

Il Ponte sta entrando in una nuova fase della sua lunga vita. Con la costituzione di una Fondazione per la critica sociale (per iniziativa del sottoscritto, in quanto direttore della collana “La critica sociale” presso l’editore Rosenberg&Sellier, e del direttore e proprietario della rivista Marcello Rossi) Il Ponte non soltanto si pone finanziariamente al riparo per i prossimi anni, ma intende sviluppare le proprie iniziative sia mediante un potenziamento del sito on line sia attraverso la pubblicazione, peraltro già in corso, di volumi che rientrino nell’ambito della sua tradizione politico-culturale. A me il compito di spiegare brevemente il senso, diciamo così, filosofico della Fondazione, che si avvale di un Consiglio di amministrazione e di un Comitato di indirizzo oggi entrambi in carica e operativi.

Perché critica sociale? Il richiamo alla storica rivista che fu di Filippo Turati è voluto. Non certo perché il padre nobile del riformismo italiano sia un punto di riferimento privilegiato nella storia del Ponte; al contrario, come i nostri lettori più anziani sanno perfettamente, l’idea socialdemocratica e statalista è stata, nella storia della rivista, più un punto di partenza da mettere in discussione nella direzione di un socialismo libertario, basato sul decentramento dei poteri, che il centro di un programma politico. Avendo tuttavia ai nostri tempi la parola “riformismo” mutato di significato nel lessico politico corrente, non è affatto scontato ricordare che appunto la critica sociale, e la prospettiva di un superamento graduale del capitalismo, erano il cuore del progetto riformista originario.

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29 gennaio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Disavventure dell’universalismo

Universalismodi Rino Genovese

La caratteristica del mondo contemporaneo non sta nella sua sussunzione sotto un unico principio di dominio – che lo si chiami “forma merce”, “astrazione monetaria”, “capitale finanziario” etc. – ma nella pluralità delle forme di potere: cosicché si deve parlare di una indecidibilità dei punti d’attacco delle risposte possibili da parte degli oppressi, che fino a una trentina d’anni fa potevano ancora ritenere, dalla Cina all’Angola passando per i movimenti di opposizione nei paesi occidentali, di essere parte di un’unica lotta a molte facce contro l’imperialismo. L’emergere delle culture, il ritorno alle identità collettive inventate o reinventate, non è un effetto di trompe-l’œil. Al contrario, è il segno della crisi irreversibile di un modello di lettura del mondo sostanzialmente economicistico, in quanto tale subalterno, nell’uso degli strumenti analitici, a quel capitale globalizzato che vorrebbe denunciare. I massimi esaltatori del capitalismo sono oggi proprio i critici affascinati dalla sua pura potenza.

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