10 dicembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Questo pareggio di bilancio è una trappola

pareggio di bilancio

di Il Ponte

[A marzo del 2012, mentre si metteva mano a modifiche antipopolari della Costituzione, «Il Ponte» pubblicò un appello. In quel clima di messa tra parentesi dello spirito critico, i firmatari furono davvero pochi. Ma è bene rileggere quel testo, adesso che, nell’anniversario della vittoria del No al referendum costituzionale, sul pareggio di bilancio si sta riaprendo la discussione, e il Coordinamento per la democrazia costituzionale ha lanciato una raccolta di firme per una legge che sciolga da quel vincolo troppo rigorista, introdotto allora con più fretta che senno.]

Il pareggio di bilancio nella Costituzione, già approvato in prima lettura dal Parlamento, soprattutto con la modifica dell’articolo 81 preoccupa tutti noi giuristi, economisti, intellettuali, cittadini.

L’iniziativa è accompagnata da un clima punitivo, e rovescia sul popolo le responsabilità di un intero ceto dirigente, imprenditoriale, politico e amministrativo.

Sinora il tema è stato circondato dalla peggiore censura: quella dei mezzi silenzi e dell’ovvietà. Negli sbrigativi lavori parlamentari, si è vista una maggioranza inconsueta nella storia repubblicana, e usuale invece in altri regimi. Se anche in seconda lettura la modifica passerà coi due terzi, sarà impossibile un referendum.

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15 giugno 2017
pubblicato da Il Ponte

Stragi e deportazioni: la Germania non vuole pagare

Villa Vigonidi Luca Baiada

La Germania continua a non pagare il debito per i crimini in Italia dal 1943 al 1945, e su questo l’informazione è inadeguata. Scriveva Piero Calamandrei: «Ormai, a quello che furono capaci di fare i nazisti in Italia e in Europa, è meglio non pensarci più. È uno di quegli argomenti che nella buona società non è educazione toccare: è questione di galateo, di buon gusto».

A maggio si sono svolti due convegni: La responsabilità economica tedesca per stragi e deportazioni in Italia: il risarcimento e la memoria, e Remedies against Immunity? Reconciling international and domestic law after the Italian Constitutional Court’s Sentenza 238/2014. Il primo a Pistoia, a cura dell’Istituto storico della Resistenza, una onlus che vive di contributi dei cittadini e di spiccioli dagli enti locali; l’altro a Como, al Centro italo-tedesco di Villa Vigoni, col denaro della Fondazione Fritz Thyssen, intitolata a un industriale nazista. Il primo è stato pubblico e gratuito, hanno partecipato i familiari delle vittime e se n’è interessata Rai Tre; l’altro a scomparti: alcune fasi per gli invitati, o a pagamento, con ammissione o esclusione a discrezione degli organizzatori, e solo l’ultima parte messa su Internet.

Per la pubblicazione degli atti ci vuole tempo, e quelli di Como non potranno essere completi, visto che ci si riprometteva «the necessary confidentiality». Ma dalla guerra di tempo ne è passato già troppo, va detto qualcosa subito.

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3 gennaio 2017
pubblicato da Il Ponte

La strage, gli innocenti, il resto

La stragedi Luca Baiada

La racconta solo Matteo, il pubblicano. Un esattore: gente dal denaro facile, da prendere e da spendere. Ceto di rapaci al servizio di ogni potenza occupante, molto diversi dai tecnici della finanza in tempi di valuta unica europea. Nel suo Vangelo scrive pornai, puttane: pubblicani e puttane vi precedono nel regno di Dio. Sta parlando del suo ambiente. Se sta fabbricando la sua innocenza, attenzione: forse altri lo accompagnano, in questa salita, insospettabili.

Solo lui, dunque, racconta la strage erodiana. Lui, che fa l’esattore contro il suo popolo, racconta che Gesù è un resto. Dei coetanei maschi di Gesù, quelli di Betlemme e dintorni sono uccisi, non li conoscerà mai. I suoi compagni di giochi, di crescita, di strada e di apprendistato, non saranno nati a Betlemme o non saranno coetanei. Lui sarà quello nato a Betlemme e svezzato in Egitto. Uno scampato. Per tutta la vita, non potersi mai specchiare negli occhi di un coetaneo maschio nato nello stesso villaggio. E non poter essere guardato dai genitori dei nati a Betlemme in quell’arco di tempo, senza il senso di sospetto che accompagna i superstiti, questi inspiegabili mostriciattoli: chissà perché, tu sei ancora vivo.

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30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Luca Baiada

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo BagnoliFrancesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Il ce lo chiede l’Europa? Forse, ma certo l’America. L’ambasciatore Usa a Roma prevede riduzioni degli investimenti, se non passa la riforma costituzionale, come alle elezioni del 1948 bisognava votare Dc altrimenti non arrivavano i dollari. Subito dopo l’ambasciatore, la cancelliera tedesca dichiara il suo appoggio al governo di Roma.

Ma di votare no, l’avevo deciso prima, e non per le promesse da toccasana della propaganda, e neppure per i toni da cinegiornale d’epoca con cui si nasconde la crisi economica.

Questo parlamento, frutto di una legge elettorale incostituzionale, doveva solo metter mano a poca ordinaria amministrazione, fare presto una legge elettorale legittima e andarsene; invece ne ha approvata una peggiore di quella che l’ha eletto, e ora sciupa la Costituzione. Come se un condannato giudicasse il suo tribunale. E tutto questo, anche coi voti di parlamentari pronti a cambiare casacca.

Il diritto di voto si rattrappisce, con una sola Camera elettiva e l’altra autonominata. Il partitismo aumenta, la partecipazione popolare è mortificata. Persino nel referendum che sta per svolgersi, il diritto di voto è incrinato. La nuova norma sul Senato è oscura, non indica in che modo saranno eletti i consiglieri-senatori e rinvia a una legge ordinaria: chi vota , accetta un salto nel buio.

I costi della politica non si riducono, aumentano, perché la concentrazione di potere favorisce la corruzione e il sottogoverno.

Invece, il bicameralismo è una garanzia, in un paese di applausi e di zelanti. E poi via, quando si vuole, le leggi passano in un batter d’occhio. Il disgraziato pareggio di bilancio è stato approvato a tempo di record, ed era una legge costituzionale. Già, ma lì lo volevano i padroni del vapore, soprattutto la Germania. In realtà, col bicameralismo monolocale, le procedure legislative sono così farraginose che già ora i giuristi non concordano neppure su quante ce ne sarebbero.

Insomma, lo sbilanciamento dei contrappesi, unito alla pessima legge elettorale, scava un abisso pericoloso fra potere e popolo. La cittadinanza ne esce a pezzi.

Tutto ciò, in un clima di menzogna e di giochi di parole, come quando il bicameralismo perfetto lo chiamano paritario. Attenzione, alle parole. Persino la Dc – il partito del padre di Matteo Renzi – si chiamava partito di maggioranza relativa, ma il Pd finge di avere la maggioranza popolare mentre quattro italiani su cinque non lo votano. La vera maggioranza la stanno semplicemente regalando all’astensionismo. Il divieto di revisione della forma repubblicana (art. 139 della Costituzione), non significa solo divieto di monarchia, ma divieto di spezzare il patto fondante repubblicano, la partecipazione alla vita pubblica (art. 3). Su questo è calato l’oblio.

A proposito di ricordare. Alla fine del confronto fra Renzi e il presidente dell’Anpi, a Bologna il 15 settembre, il presidente del Consiglio ha calato l’asso di cuori: «Questo governo è orgoglioso di aver messo più soldi di qualsiasi altro governo degli ultimi trent’anni per la tutela e la difesa della nostra memoria. […] Nel mio cuore c’è il settantesimo, vissuto a Marzabotto, con Ferruccio e gli altri eredi di quella battaglia, perché voglio garantire che…». A parte la stretta veduta di considerare la memoria una questione di denaro, a Marzabotto non ci fu nessuna battaglia, ma una strage di inermi, la più grave nell’Europa occidentale durante la Seconda guerra mondiale. Se l’oblio lo chiamano memoria, la Costituzione può diventare monarchica anche senza il re.

19 febbraio 2016
pubblicato da Il Ponte

Il labirinto del silenzio: memoria senza i titoli di coda

Il labirinto del silenziodi Luca Baiada

Arriva con un po’ di ritardo, nelle sale italiane, Il labirinto del silenzio di Giulio Ricciarelli. È dedicato ai processi di Francoforte, celebrati a partire dal 1963, poco dopo il processo Eichmann di Gerusalemme. Anche a Francoforte furono giudicati criminali nazisti, e si giunse a condanne severe, a condanne miti e a qualche assoluzione.

Nel film, un giovane pubblico ministero è sconvolto dall’emergere della verità sui Lager, in particolare su Auschwitz, e dalle dimensioni della rete di complicità morale e di indifferenza, anche nel suo ambiente di lavoro. Superando incertezze e diffidenze, osteggiato da alcuni colleghi, sostenuto da altri, riuscirà a far celebrare un dibattimento di importanza eccezionale. Dalle pieghe della ricostruzione processuale emergeranno fatti e sentimenti inattesi, si apriranno crepe sconcertanti.

La cifra interessante del film sta proprio nello sguardo sul passato e sul presente, attraverso l’indagine sul vissuto unita al vissuto dell’indagine. È una chiave di lettura che arricchisce il discorso: forse la memoria del processo, con la messa in chiaro dell’attività investigativa, è una buona strada per le narrazioni dei nati dopo, un utensile contro l’oblio.

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28 ottobre 2015
pubblicato da Il Ponte

La carne e la memoria

La carne e la memoriadi Luca Baiada

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 1 de Il Ponte – gennaio 2015]

La stagione dei settantesimi anniversari delle piú gravi stragi nazifasciste – furono compiute nel 1944 – è chiusa, ed è tempo di qualche nota. Prendo spunto soprattutto dalla strage del Padule di Fucecchio del 23 agosto, di 174 morti, perché è delle piú gravi e meno conosciute, ma le mie considerazioni valgono anche per le altre.

I caduti. In Italia sono almeno quindicimila, di cui cinquemila in Toscana. E questo considerando solo i morti civili, esclusi i partigiani uccisi in combattimento, ed esclusi anche i militari uccisi dopo l’8 settembre 1943, o deportati e uccisi, o deportati e tornati stremati, per una breve sopravvivenza.

I castighi. Pochi ufficiali tedeschi sono condannati, subito dopo la guerra, e già negli anni cinquanta in Italia restano in carcere solo Kappler e Reder, colpevoli l’uno delle Ardeatine, e l’altro di un fascio di massacri. Figure intermedie, un colonnello e un maggiore: non troppo in basso, per non infierire sul sano popolo tedesco, e non troppo in alto per non disturbare gli alti comandi. Uno lo fanno fuggire nel 1977, l’altro nel 1985 si finge pentito e lo lasciano andare in Austria, dove subito chiarisce di non essersi pentito per niente. Dopo la fine della guerra fredda si celebrano altri processi, ma solo le condanne di Erich Priebke e Michael Seifert hanno esecuzione. Il primo lo consegna l’Argentina, il secondo il Canada. Tutti gli altri restano in Germania, anche da condannati.

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28 maggio 2015
pubblicato da Il Ponte

25 Aprile: che cos’è una liberazione?

25-apriledi Luca Baiada

A settant’anni dalla Liberazione e a cento dall’entrata dell’Italia nella Grande guerra, la Germania è forte e detta legge a un continente. E poi dice che il crimine non paga.

«Sulle rive dei fiumi di Babilonia ci siamo seduti / e abbiamo pianto al ricordo di Sion». Cosí comincia il Salmo 137, uno dei piú celebri.

Ha perso la moglie e i figli, Giuseppe Verdi, ed è allo stremo delle forze. Ai moti rivoluzionari è seguita la repressione, è povero e solo, medita il suicidio. Il libretto del Nabucco, che gli hanno proposto di musicare, è aperto alla pagina di un coro ispirato a quel Salmo: «Va pensiero sull’ali dorate …». Con il cuore in subbuglio scrive e scrive, e presto l’opera è compiuta: la sua vita è salva, il Nabucco infiammerà i teatri e sarà monito. Non solo le bombe di Felice Orsini, anche quelle parole, «o mia patria sí bella e perduta», diranno all’Europa l’urgenza della questione italiana. Anche dopo l’8 settembre 1943 qualcuno giurerà di aver sentito quel coro: dalle voci dei soldati, chiusi nei carri in corsa verso il Brennero. A immaginare quei treni che salgono da Verona, quei serpenti di ferro che si arrampicano sulle Alpi pieni di uomini, vengono i brividi. Seicentomila, deportati come schiavi in Germania. Davvero cantavano quel coro, passando il confine? È nobilmente reale che sia stato udito, ma se i suoi rintocchi avessero abitato piú le orecchie di chi lo sentiva, che le bocche affamate di chi era trascinato via, sarebbe un cortocircuito percettivo formidabile.

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23 aprile 2014
pubblicato da Il Ponte

Fosse Ardeatine, guerra psicologica dal 1944

fosse ardeatinedi Luca Baiada

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 4 de Il Ponte – aprile 2014]

La casa nasconde ma non ruba, si dice. Dev’essere così anche per gli archivi. Il 24 marzo 1944, a Roma, alle Fosse Ardeatine furono massacrate almeno 335 persone[1]. Secondo una diceria, dopo l’attacco partigiano, quello del giorno precedente in via Rasella, e prima della strage, un comunicato aveva invitato i partigiani a consegnarsi ai tedeschi, per evitare il massacro. Questa leggenda è stata demistificata dai migliori studi e dichiarata falsa dalle sentenze[2].

È difficile stabilirne l’esatta origine, ma più fonti indicano una riunione dei fascisti romani, le loro iniziative e il federale Pizzirani. Vale la pena vedere il cinegiornale d’epoca che mostra questo gerarca al Teatro Adriano, insieme a un generale tedesco. Dalle carte del Partito fascista repubblicano a Roma è impossibile saperne di più: furono distrutte o perdute[3]. Però in un archivio c’è un documento, di cui era nota l’esistenza, ma per tracce confuse. Si tratta di questo:

PARTIGIANI VIGLIACCHI E ASSASSINI! ROMANI! In seguito al vile attentato costato la vita a 32 camerati germanici nel pomeriggio del 24 marzo scorso, la giusta e doverosa rappresaglia del Comando di Piazza dell’Esercito Tedesco ha visto la fucilazione di 320 comunisti badogliani detenuti nelle carceri perché condannati a morte per atti di terrorismo e sabotaggio. Ma i banditi comunisti dei gap avrebbero potuto evitare questa rappresaglia, pur prevista dalle leggi di guerra, se si fossero presentati alle autorità germaniche che avevano proclamato, via radio e con manifesti su tutti i muri di Roma, che la fucilazione degli ostaggi non sarebbe avvenuta se i colpevoli si fossero presentati per la giusta punizione. Questa è l’ennesima riprova della vigliaccheria di chi trama contro la Patria Italia al soldo dello straniero e del bolscevismo. Romani, sappiate giudicare! I FASCISTI REPUBBLICANI DELL’URBE[4].

Occupa circa metà di un foglio formato A4, quindi è verosimilmente un volantino, ma forse poteva anche essere affisso. È senza data.

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