22 novembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Di Maio & M5S: Parigi val bene una messa?

Luigi Di Maiodi Mario Monforte

La frase è rimasta famosa, e viene usata per indicare giravolte politiche, anche di 180 gradi, a fini (ritenuti) piú importanti delle posizioni sostenute in precedenza. Non è inutile ricordare che è attribuita a colui che, il 25 luglio 1593, divenne re di Francia come Enrico IV (detto poi «il Grande»), che, da protestante («ugonotto»), per ascendere al trono “si fece” cattolico. La posta in gioco (Parigi, capitale del regno di Francia) valeva il rinnegamento del protestantesimo per il cattolicesimo.

Non è questo anche il caso di Di Maio & M5S? Di Maio è andato negli Usa a rassicurare il “grosso” alleato (per modo di dire) del nostro paese sugli intenti “tranquilli” di un futuro (eventuale) governo M5S (ma già con l’ambasciata Usa in Italia c’erano stati rapporti, con lo stesso Grillo), riconoscendo il “valore” della Nato; si è incontrato con esponenti della Chiesa, chiaramente dando “garanzie” su nessun “torbido” con la Chiesa stessa, in caso di futuro governo M5S; da tempo ha affermato che non c’era nessun contrasto con l’Ue in quanto tale, semmai con “alcune” sue politiche, e ora un esponente M5S ha conseguito un posto nella Commissione difesa dell’Ue. Inoltre Di Maio prende tutte le distanze dai partiti (detti) «euroscettici», mentre nel movimento ogni polemica con l’euro, nei fatti, è stata messa da parte, e nemmeno si criticano piú le sanzioni alla Russia, ma si dubita della loro «efficacia». E Di Maio afferma che adotterà la “politica di Trump” di forti tagli di tasse alle imprese.

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30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Rino Genovese

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi NovatiFerdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Senza dubbio il nodo del referendum costituzionale, che non si sa ancora precisamente quando si terrà, è aggrovigliato. Ciò tuttavia non significa che la posta in gioco non sia chiara. Si tratta, per dirla semplicemente, di consentire o no la trasformazione della nostra repubblica parlamentare in qualcosa di diverso: in una specie di repubblica indirettamente presidenziale, con un premierato forte anziché con un capo dello Stato eletto per via diretta. Il mutamento di forma e di composizione del Senato – non un’abolizione, ma la sua trasformazione in una superflua Camera delle rappresentanze regionali e locali – non metterebbe fine soltanto al bicameralismo perfetto prospettato dalla Costituzione (il che sarebbe, tutto sommato, forse ammissibile se la Camera dei deputati fosse poi eletta con un sistema elettorale proporzionale), ma condurrebbe a termine l’esperienza della repubblica parlamentare tout court.

Non è da poco che se ne parla, in Italia, di questa cosa: sono più di vent’anni che si attacca il sistema parlamentare, sostanzialmente da destra o con accenti qualunquistici, perché si dice che non funziona più, perché si guarda al presidenzialismo che sarebbe la formula politica adeguata a una democrazia non più della partecipazione attiva attraverso i partiti, ma del consenso nei confronti di una persona da incoronare come leader. Ora – però in ottobre ci sarà comunque un pronunciamento della Corte costituzionale sulla “nuova” legge elettorale che il periodo del connubio tra Renzi e Berlusconi ci ha regalato –, se si mette insieme la presunta abolizione del Senato, che non voterebbe più la fiducia al governo, con un sistema di scelta della rappresentanza politica fortemente accentrato e ipermaggioritario, perfino con la “prova del fuoco” di un ballottaggio nazionale per l’assegnazione del premio di maggioranza che incoronerebbe di fatto un leader, si vede chiaramente che cosa sarebbe, nel caso italiano, un premierato forte. Volete voi Renzi o Di Maio? Oppure uno qualsiasi contro un qualsiasi altro?

E non si dica che ciò faciliterebbe la cosiddetta governabilità. I piccoli gruppi, le cordate di qualsiasi colore, magari un po’ verdine, potrebbero sempre rendersi arbitre del premio di maggioranza contrattando dei posti nei listoni confezionati ad hoc per acciuffarlo quel premio; o, nel caso s’introduca la possibilità di alleanze al secondo turno (cosa di cui si parla, e che sarebbe un lieve miglioramento), patteggiando in anticipo uno scambio tra il proprio apporto in voti e i posti nel governo. Il trasformismo non finirebbe per nulla.

Naturalmente è vero che la partita per il cambiamento della “nuova” legge elettorale e quella riguardo al mutamento costituzionale sono due faccende distinte. Ma sono intrecciate. Di qui nasce la necessità di votare NO al referendum sulla Costituzione. Non ci si sbaglia se si vota NO: la repubblica parlamentare sarebbe sicuramente salva. Il parlamento sarebbe costretto dai fatti a modificare la legge elettorale, e a farne una specifica per il Senato che si è dato già per liquidato. Si dice – ma anche D’Alema, quando sembrava che fosse lui ad avere tra le mani i destini politici del paese, avrebbe volentieri cambiato la Costituzione in senso vagamente presidenzialista. È vero, una ventina d’anni fa un accordo con Berlusconi l’aveva tentato lui, e gli andò male. Ma che ragionamento sarebbe? Poiché D’Alema ci è antipatico, allora non possiamo votare NO perché voteremmo come lui… Se è per questo, sono per il NO anche tipi ben peggiori come Salvini. È la stessa logica referendaria semplificante sì/no che mette in compagnia persone tra loro distanti o molto distanti. Ciò è fin troppo evidente, non andrebbe nemmeno ricordato: eppure ci sono dei nostri amici che, stranamente, sembrano dimenticarsene.

 

13 settembre 2016
pubblicato da Rino Genovese

Perché no

perchè nodi Rino Genovese

Senza dubbio il nodo del referendum costituzionale, che non si sa ancora precisamente quando si terrà, è aggrovigliato. Ciò tuttavia non significa che la posta in gioco non sia chiara. Si tratta, per dirla semplicemente, di consentire o no la trasformazione della nostra repubblica parlamentare in qualcosa di diverso: in una specie di repubblica indirettamente presidenziale, con un premierato forte anziché con un capo dello Stato eletto per via diretta. Il mutamento di forma e di composizione del Senato – non un’abolizione, ma la sua trasformazione in una superflua Camera delle rappresentanze regionali e locali – non metterebbe fine soltanto al bicameralismo perfetto prospettato dalla Costituzione (il che sarebbe, tutto sommato, forse ammissibile se la Camera dei deputati fosse poi eletta con un sistema elettorale proporzionale), ma condurrebbe a termine l’esperienza della repubblica parlamentare tout court.

Non è da poco che se ne parla, in Italia, di questa cosa: sono più di vent’anni che si attacca il sistema parlamentare, sostanzialmente da destra o con accenti qualunquistici, perché si dice che non funziona più, perché si guarda al presidenzialismo che sarebbe la formula politica adeguata a una democrazia non più della partecipazione attiva attraverso i partiti, ma del consenso nei confronti di una persona da incoronare come leader. Ora – però in ottobre ci sarà comunque un pronunciamento della Corte costituzionale sulla “nuova” legge elettorale che il periodo del connubio tra Renzi e Berlusconi ci ha regalato –, se si mette insieme la presunta abolizione del Senato, che non voterebbe più la fiducia al governo, con un sistema di scelta della rappresentanza politica fortemente accentrato e ipermaggioritario, perfino con la “prova del fuoco” di un ballottaggio nazionale per l’assegnazione del premio di maggioranza che incoronerebbe di fatto un leader, si vede chiaramente che cosa sarebbe, nel caso italiano, un premierato forte. Volete voi Renzi o Di Maio? Oppure uno qualsiasi contro un qualsiasi altro?

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