14 maggio 2017
pubblicato da Rino Genovese

Come prima, anche peggio

di Rino Genovese

La Francia ha scelto (con uno scarto di voti nettamente maggiore del previsto) di essere governata dalla perdita di autonomia della politica tramite il denaro, ben simboleggiata dal giovane ex ministro dell’economia Emmanuel Macron, anziché dalla sua pseudo-riqualificazione nazionalistico-etnicizzante espressa da Marine Le Pen. Si può tirare un sospiro di sollievo, ma bisogna sapere che il male minore è comunque un male, come diceva Hannah Arendt, e che il “meno peggio” è pur sempre un “peggio”. Nulla, nella postura di Macron, nel suo sguardo allucinato dell’uomo proteso verso la conquista del potere, che  abbia mai fatto pensare a un cambio di passo dell’Europa attuale. Il vecchio continente resterà quindi sotto l’ondata neoliberista, quella che lo sommerge da decenni, e non c’è neppure nulla che lasci intravedere la ricerca di una maggiore integrazione europea. “En marche!”, il comitato elettorale macronista che si sta tramutando nella “République en marche” per le prossime elezioni generali, nella spasmodica attesa di una maggioranza presidenziale, è un movimento della cosiddetta società civile (e di riciclo di una classe politica di destra e di sinistra spaventata dall’implosione elettorale cui sta assistendo) che non ha niente di europeistico. È un fenomeno tutt’interno alla crisi politica della Francia – che la farà assomigliare un po’ di più all’Italia, in virtù della dissoluzione in corso dei suoi partiti storici –, ma che non proietta quel paese verso un ruolo di rilievo a livello europeo. L’Europa, dopo questa elezione presidenziale francese, resterà tedesca.

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3 luglio 2016
pubblicato da Rino Genovese

Bruttissima situazione

populismodi Rino Genovese

Intoniamo pure il nostro “avanti popoli”, se questo può rincuorarci, ma resta il fatto che la situazione generale è bruttissima. La Gran Bretagna esce dall’Europa grazie a una manovra e a un calcolo del suo governo conservatore, che ha indetto un referendum al fine di risolvere le proprie beghe interne, e nemmeno ci riesce (pensate, del resto, che un’Europa in conclamata crisi politica non abbia la capacità di ricontrattare con i britannici, dal punto di vista economico-finanziario, all’incirca le stesse condizioni che sussistevano in precedenza?). In Italia avanza nei sondaggi una nebulosa neoqualunquistica che, a conti fatti, oggi ha tutto l’interesse a sostenere le epocali riforme renziane, prima tra tutte quella elettorale di tipo plebiscitario. In Spagna l’azzardo di Podemos (che non è una forza populistica, ma una formazione che nasce da un movimento sociale ed è in grado di costruire alleanze politiche) finisce nel nulla, anzi con un rafforzamento della destra di Rajoy che, con un pugno di deputati in più, può ora affermare di essere legittimato a governare. Soltanto in Francia i Valls e gli Hollande si sono trovati davanti un’ondata di scioperi e manifestazioni di notevole portata, con in testa la Cgt e altre sei sigle sindacali capaci di dialogare con gli studenti e i precari – a dimostrazione del fatto che una cosa è il conflitto sociale aperto, dispiegato, che può smuovere la stessa politica ufficiale, un’altra il vicolo cieco della protesta antipolitica, inquinata da pulsioni xenofobe (la questione dell’immigrazione è stata al centro del referendum britannico, come dell’elezione presidenziale in Austria, ahinoi da ripetere).

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2 aprile 2016
pubblicato da Il Ponte

Guerra terrorismo e diritti umani. La nascita dello Stato islamico

terrorismodi Ferdinando Imposimato

Negli ultimi decenni un governo mondiale invisibile, ma reale e concreto, muove le fila dei governi nazionali, dei centri di potere economico e militare, e, con media subalterni, alimenta il terrorismo. E lo fa per giustificare nuove guerre per un nuovo ordine planetario contro Stati detentori di risorse energetiche, per stravolgere le costituzioni e giustificare interventi militari di grandi potenze in aree strategiche del pianeta. Emblematica è stata la guerra all’Iraq del 2003 di Usa, Gran Bretagna e Francia: non fu guerra contro il terrorismo di Saddam Hussein, ma di conquista. Non fu effetto dell’11 settembre 2001 in quanto fu decisa prima dell’attacco alle torri gemelle. Ed è stata proprio quella guerra la causa della crisi e del dilagare del terrorismo nel mondo1.

L’attacco all’Iraq per una lotta al terrorismo fu smentito dopo decenni sia dall’ex presidente George Bush sia da Tony Blair, che hanno ammesso «l’errore». Il 2 dicembre 2008, Bush, in un’intervista alla rete tv ABC, ammise l’errore della guerra all’Iraq, «viziata da informazioni di servizi di intelligence infondate» sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq.

Oggi sappiamo con certezza che sono stati ammazzati in Iraq più di un milione di civili, è stato bruciato più di un trilione di dollari e la crisi economica che sconvolge il mondo intero è la tragica conseguenza di una guerra ingiusta spacciata per lotta al terrorismo. In Iraq non c’erano armi di distruzione di massa.

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13 aprile 2015
pubblicato da Il Ponte

Il tripartitismo francese

tripartitismo francesedi Vincenzo Accattatis

Il partito socialista francese è allo sbando. Il presidente, François Hollande, da socialista è divenuto socialdemocratico, poi liberale. Il capo del governo, Manuel Valls, con disinvoltura si serve della normativa gollista per imporre in parlamento le scelte liberiste, giustamente deplorate da tutta la sinistra francese (quel che ne resta).

Nelle recenti elezioni locali, il Front National non ha conquistato dipartimenti, ma, ciò nonostante, ha allargato il suo consenso nel paese, e certamente sarà il secondo partito nelle elezioni presidenziali del 2017.

Dell’Ump, che, in coalizione con due partiti di centro, ha vinto nelle stesse recenti elezioni locali, è facile trattare. Basta fare l’elenco dei molti affaires nei quali è stato, o è, coinvolto il suo leader, Nicolas Sarkozy: 1) Woerth-Bettencourt, terminato in non-lieu («proscioglimento») il 7 ottobre 2013; 2) Gheddafi, processo in corso; 3) Tapie-Crédit lyonnais (in cui è coinvolta anche Christine Lagarde), processo in corso; 4) affaire dei sondaggi all’Eliseo, processo in corso; 5) Bygmalion, processo in corso; 6) Azibert, con Sarkozy sottoposto il 2 luglio 2014 a garde à vue per 15 ore, processo in corso. Questo il personaggio, che sarebbe destinato a diventare di nuovo presidente nel 2017, con gioia dei giornalisti liberali italiani. In questo contesto la «resistibile», o irresistibile, ascesa di Marine Le Pen (The resistibile rise of Marine Le Pen, «The Economist», 14.03.2015).

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29 gennaio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Disavventure dell’universalismo

Universalismodi Rino Genovese

La caratteristica del mondo contemporaneo non sta nella sua sussunzione sotto un unico principio di dominio – che lo si chiami “forma merce”, “astrazione monetaria”, “capitale finanziario” etc. – ma nella pluralità delle forme di potere: cosicché si deve parlare di una indecidibilità dei punti d’attacco delle risposte possibili da parte degli oppressi, che fino a una trentina d’anni fa potevano ancora ritenere, dalla Cina all’Angola passando per i movimenti di opposizione nei paesi occidentali, di essere parte di un’unica lotta a molte facce contro l’imperialismo. L’emergere delle culture, il ritorno alle identità collettive inventate o reinventate, non è un effetto di trompe-l’œil. Al contrario, è il segno della crisi irreversibile di un modello di lettura del mondo sostanzialmente economicistico, in quanto tale subalterno, nell’uso degli strumenti analitici, a quel capitale globalizzato che vorrebbe denunciare. I massimi esaltatori del capitalismo sono oggi proprio i critici affascinati dalla sua pura potenza.

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26 luglio 2014
pubblicato da Rino Genovese

Fobie contrapposte

Fobie contrappostedi Rino Genovese

Il nodo è inestricabile. Islamofobia e giudeofobia si tengono a vicenda. Quelli che a Parigi chiamano a manifestare a favore dei palestinesi di Gaza (tra cui il vecchio raggruppamento trotzkista Ligue communiste divenuta oggi il Nouveau parti anticapitaliste) fanno fatica a non essere travolti dall’ondata giovanile “algerina”, che viene dalle banlieues e ce l’ha con gli israeliani non in quanto tali ma in quanto ebrei. È vero, sull’ambiguità di uno Stato come terra promessa, nato dalla risposta alla catastrofe europea novecentesca, Israele ha costruito gran parte delle sue fortune: e tuttavia la distinzione andrebbe sempre tenuta presente a ricordo dei sommersi e dei salvati, come li chiamava Primo Levi, e per non strappare quella pur imperfetta democrazia che l’Europa ha conquistato faticosamente al prezzo di tanto sangue.

Tutto è cominciato, peraltro, non con la protervia di Israele (questa c’era fin dalle sue origini) ma con il dislocarsi della stella palestinese e araba da una politica laica, anticolonialista e nazional-patriottica con venature socialiste, verso un integralismo religioso su basi nazionalistiche, che a Gaza Hamas esprime in modo compiuto. Così nella metropoli postcoloniale, particolarmente in Francia, una gioventù nata dall’immigrazione si è andata sempre più collocando su posizioni islamiste quando non jihadiste in senso stretto. Ne sono venuti gli attacchi alle sinagoghe, una giudeofobia diffusa nelle banlieues che è il corrispettivo della islamofobia che serpeggia nei quartieri bene. Lo si deve affermare con forza: questa situazione è il risultato di un mondo – di un’Europa in primo luogo – che non ha mai veramente risolto la questione coloniale, cioè le sue conseguenze storiche nella cosiddetta madrepatria, e nemmeno – bisogna dirlo – nei paesi terzi il problema di un’autentica indipendenza, in primis economica, che riuscisse a far crescere una democrazia autoctona. Il fallimento pressoché completo delle recenti rivolte nel mondo arabo, con la lunga serie di sanguinose repressioni (si pensi in particolare all’Egitto), sta lì a dimostrarlo: si tratta di realtà sociali e politiche in cui la religione è diventata la maggiore forza di opposizione a regimi militari e dittatoriali per lo più corrotti.

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19 aprile 2014
pubblicato da Rino Genovese

Sul concetto di riforma riguardo a quello di comunicazione

Comunicazionedi Rino Genovese

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 5 de Il Ponte – maggio 2014]

Prendiamo le mosse da una citazione, che permette d’inquadrare il problema e, al tempo stesso, di occuparci di uno dei “grandi malati” d’Europa, cioè di quel Partito socialista francese che di recente, nell’editoriale di prima pagina, “Le Monde” ha definito addirittura un “astro morto”. Nella prima riunione del consiglio dei ministri, tenuta il 4 aprile scorso, il nuovo premier Manuel Valls (una sorta di Matteo Renzi in salsa francese) avrebbe dichiarato: “Nelle nostre democrazie moderne, la comunicazione non è una parola vuota. Essa è il veicolo dell’azione, della riforma al servizio dell’interesse generale. L’azione politica deve dunque essere condotta in una perfetta integrazione dei vincoli della comunicazione. Nell’epoca delle catene d’informazione continua, delle reti sociali, controllare il messaggio indirizzato ai francesi richiede la più grande professionalità. I ministri vi faranno caso, e starà a me di coordinare e di convalidare la comunicazione governativa” (da “Le Monde” del 18 aprile 2014).

È evidente qui che alcuni concetti teorici – come spesso accade con i politici di professione – sono usati pro domo e vanno letti nel loro contesto. Per avere pubblicato qualche anno fa un Trattato dei vincoli, che si occupava tra l’altro proprio dei vincoli della comunicazione, posso ritenermi autorizzato a fare le bucce al signor Valls, non senza prima avergli fatto tanto di cappello per la furbizia dimostrata. Che consiste in questo: Valls si riferisce alla comunicazione mediatica che, per quanto importante, è solo una parte della comunicazione in generale. Egli dice in sostanza ai suoi ministri: attenzione a come parlate con i giornalisti o nelle dichiarazioni televisive e radiofoniche, o ancora nei messaggi via twitter e simili: perché sarò io a gestire in prima persona la comunicazione del governo. Del resto, prima di essere ministro dell’interno e in seguito primo ministro, Valls è stato il responsabile comunicativo della campagna elettorale del presidente Hollande. Se ne intenderà, quindi, di comunicazione mediatica. Ma nella citazione c’è qualcosa di più: la consapevolezza di un legame stretto tra la nozione di “riforma” e quella di comunicazione. Qua si esce dalla pura e semplice comunicazione mediatica di cui Valls è esperto – e si passa a un altro problema, più grave e di portata più ampia: quale il nesso tra le due cose, apparentemente lontane, come l’azione riformatrice e la sua rappresentabilità nello spazio pubblico, come caso di volta in volta specifico della comunicazione sociale in generale?

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4 aprile 2014
pubblicato da Rino Genovese

Intanto in Francia… (2)

di Rino Genovese

FranciaUno dei problemi aperti del socialismo contemporaneo – ammesso che ve ne sia uno – è la questione del multiculturalismo (che io preferisco chiamare dell’ibridazione culturale per sottolineare il suo carattere caotico, di ribollente calderone in cui si rimestano usi e costumi differenti spesso in contrasto tra loro). Il socialismo tradizionale, quello di matrice ottocentesca, non conosceva una difficoltà del genere. Le sue origini piuttosto omogenee, intellettuali e operaie, le sue rivendicazioni, le sue politiche di ridistribuzione del reddito, eludevano il problema; anzi spesso si giovarono del colonialismo, del surplus che ne derivava per la metropoli. Soltanto nella variante social-rivoluzionaria – e anche qua sotto uno stretto universalismo che negava come fondamentale la diversità delle culture –, con il passaggio dalla nozione di lotta di classe a quella di lotta per la liberazione nazionale entro una teoria dell’imperialismo, il nodo del colonialismo è stato affrontato, sfuggendo alla hybris che permetteva ancora a Marx di dire che la dominazione britannica in India era un momento di progresso, perché così si sarebbe impiantata una classe operaia in quel paese.

Nel frattempo molta acqua è passata sotto i ponti. I figli e i nipoti dei colonizzati, in una sorta di “colonialismo a domicilio”, si sono stabiliti e si vanno stabilendo nell’Occidente opulento. In questa situazione – in cui xenofobia e razzismo, magari sottotraccia, formano il sostrato delle più o meno presunte identità culturali, che si formano di rimbalzo nell’ibridazione – la Francia tende ad appigliarsi al suo vecchio spirito repubblicano, che nega in radice la varietà delle culture, e giocoforza di comunità differenti, nel mondo sociale odierno. Uno come Valls (e in precedenza Sarkozy) che ha fatto della legge repubblicana l’ideologia capace di giustificare il vero e proprio diniego del riconoscimento attuato da certe politiche di espulsione, non fa altro che sottostare, attizzandoli, agli umori di quella xenofobia, impastata con il risentimento nei confronti del diverso. Un certo socialismo di vecchia data, puramente universalistico e “repubblicano”, è sprovvisto dei mezzi concettuali per trattare questi temi (e leggi come la proibizione dei segni religiosi nello spazio pubblico, votate anche dai socialisti, lo provano in modo definitivo). Può arrivare – sull’onda lunga dell’affare Dreyfus – a porre il divieto agli spettacoli di un comico populista e antisemita (peggiore di Grillo, quindi), come ha fatto Valls da ministro dell’interno con il plauso della comunità ebraica; ma non può considerare – perché gli sarebbe estraneo, e perché elettoralmente non pagherebbe – che una rottura dei comunitarismi contemporanei può venire soltanto dal loro interno, da un’evoluzione dei costumi e dall’integrazione economica e sociale degli individui.

3 aprile 2014
pubblicato da Rino Genovese

Intanto in Francia…

di Rino Genovese

HollandeNessuno si attendeva quella “rottura con il capitalismo” annunciata, già ai suoi tempi soltanto propagandisticamente, da Mitterrand nel 1981. Però se i socialisti vanno al governo, in particolare nel difficilissimo frangente attuale, ci si aspetta che attuino politiche ridistributive e di riduzione della disoccupazione. Nessuna delle due cose è avvenuta, e il tasso di disoccupazione continua a crescere in Francia. Si direbbe che il presidente Hollande peggio di così non potesse fare. L’unica cosa che si sia inventato (a parte una legge sul primo impiego giovanile di debole efficacia) è un “patto di responsabilità” con gli imprenditori, che consiste molto semplicemente in una detassazione delle imprese finanziata dallo Stato con il taglio della spesa pubblica. Ma quale certezza c’è che i padroni, incassato lo sconto, usino i soldi per fare gli investimenti, creando nuova occupazione, anziché per andarsene in vacanza ai Caraibi? Senza considerare che la corrispettiva contrazione della spesa grava sui servizi pubblici (in Francia comunque ancora di qualità nettamente superiore a quelli italiani).

Hollande ha inquadrato la sua scelta in una “politica dell’offerta”: se si facilitano le condizioni dell’offerta di merci – questo il suo ragionamento – anche i consumi riprenderanno, tutta l’economia tornerà a girare, perché – la frase l’ho sentita con le mie orecchie – “è l’offerta che crea la domanda”. Ora, il presidente mi perdonerà, ma c’è da chiedersi dove abbia appreso una simile corbelleria. Certo, quando le cose vanno per il loro verso, nei periodi di vacche grasse, una proposizione come “è l’offerta che crea la domanda” un suo senso ce l’ha. Conosciamo bene il fenomeno: una politica di alti salari e di piena occupazione, la pubblicità sparata a zero sui mass media, una varietà di dentifrici, per dire, che promettono denti bianchissimi, il compratore non sa a chi credere, li prova tutti comprando tubetti a volontà e molto al di là di quanti davvero gliene servano… Così andavano le cose alcuni decenni fa. Ma oggi? Oggi che si stringe la cinghia, oggi che le stesse entrate pubblicitarie diminuiscono di fronte a una restrizione della domanda, la prima cosa da fare (c’è arrivato perfino Matteo Renzi, magari per via demagogica) è mettere un po’ di soldi in più nelle tasche dei lavoratori affinché l’economia possa ripartire. Questo significa intervenire dal lato della domanda, il contrario della politica dell’offerta voluta da Hollande.

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