5 luglio 2017
pubblicato da Il Ponte

Le inderogabili leggi del mercato

Mercatodi Marcello Rossi

«È un errore ed un pregiudizio credere che il basso salario giovi ai progressi dell’industria; salari bassi significano cattiva nutrizione, e l’operaio mal nutrito è debole fisicamente ed intellettualmente, ed i paesi ad alti salari sono alla testa del progresso industriale. Si lodava […] come una virtú la frugalità eccessiva dei nostri contadini: anche quella lode è un pregiudizio: chi non consuma non produce. […]

Quando il Governo […] interveniva per tenere bassi i salari, commetteva una ingiustizia, e piú ancora un errore economico ed un errore politico. Una ingiustizia, perché mancava al suo dovere di assoluta imparzialità fra i cittadini, prendendo parte alla lotta contro una classe in favore di un’altra. Un errore economico, perché turbava il funzionamento della classe economica della domanda e dell’offerta, la quale è la sola legittima regolatrice della misura dei salari come del prezzo di qualsiasi altra merce. Ed infine un errore politico, perché rendeva nemiche dello Stato quelle classi che costituiscono la grande maggioranza del paese»[1].

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4 giugno 2017
pubblicato da Rino Genovese

Da dove l’impasse politica italiana?

Achille Occhettodi Rino Genovese

Senza risalire fino al Rinascimento, alle famose analisi di Machiavelli e Guicciardini, sarebbe sufficiente ritornare a circa trent’anni fa, a quel 1989 in cui alle elezioni europee di giugno – come ho avuto modo di ricordare sfogliando il recente volume che raccoglie gli scritti di Marcello Rossi sul Ponte (Socialismo libertario e dintorni, Firenze, Il Ponte Editore, 2017) – il Pci di Occhetto ottenne ancora il 27,5% dei voti. Questo risultato – che dimostrava la capacità di resilienza del maggior partito della sinistra italiana – si ebbe a pochi giorni dalla repressione di Tienanmen, nel pieno di una crisi che, due anni dopo, porterà alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Alla fine, dentro quel marasma internazionale di cui non riuscirà ad avvantaggiarsi il Psi di Craxi, scoppierà il bubbone Tangentopoli degli anni novanta, facendo saltare gli equilibri italiani della guerra fredda. Il craxismo ne uscirà distrutto, ma in un certo senso ne farà le spese anche Occhetto, tagliato fuori dal qualunquismo montante – di cui beneficiario sarà il “nuovo” berlusconismo aziendal-politico, prosecuzione di un affarismo targato Caf (che era la sigla dell’alleanza di potere tra Craxi, Andreotti e Forlani).

Il paese non si è mai più risollevato da quegli avvenimenti che segnarono la morte sia del comunismo sia del socialismo italiani, e che in parte furono tragici e in parte tragicomici, se si considera che il lungo periodo berlusconiano è stato caratterizzato da un immobilismo agitato, come di chi gesticoli senza concludere granché – a parte difendere i propri interessi privati –, e che tuttavia rese possibile la continuità di un generale sistema di potere, rimasto intatto nelle sue basi sociali sotto i mutamenti di facciata.

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30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Le nostre ragioni di un no

Le ragioni di un nodi Marcello Rossi

[Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Che «Il Ponte» sia legato a doppio filo alla Costituzione del ’48 è cosa nota. A tutta la Costituzione, anche all’art. 138 che concerne le leggi di revisione. Se però la “revisione” impegna ben 47 articoli della Parte II («Ordinamento della Repubblica») – cioè il 55% di questa Parte – allora è lecito pensare che l’originaria Parte II sarà letteralmente stravolta. È possibile che uno stravolgimento di tal fatta non si ripercuota anche sulla Parte I («Diritti e doveri dei cittadini»)? E se sì, come io ritengo con certezza, non sarebbe stato più corretto, a ragion di logica, proporre una costituente? Comunque, costituente o meno, io non credo che la difficile situazione politica ed economica che stiamo attraversando trovi una soluzione con la messa in opera di una nuova costituzione, e per di più di una costituzione che, tra le altre cose, come prima risoluzione, con il pretesto di ridurre le spese del potere legislativo, ridisegna le funzioni di un Senato che, in ossequio al mito della velocità del legiferare, non darà più la fiducia al governo e non sarà più eletto direttamente dai cittadini.

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2 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Ancora una risposta

rispostadi Marcello Rossi

Non voglio riaprire una polemica con Rino Genovese prima di tutto perché sono stato proprio io a invitarlo a «fare le pulci» all’articolo che lui non condivideva, e poi perché bisognerà finalmente porre fine a questa pur simpatica diatriba.

Tuttavia quello che voglio puntualizzare è che io non ho mai pensato a un ritorno ai nazionalismi, neppure a quelli che non sono «nazional-populismi o localismi estremizzati, in senso xenofobo». Pensavo che questa mia posizione venisse fuori chiaramente nell’articolo presente proprio nel numero di luglio (7/16) in cui compare l’editoriale dello “scandalo” e che non a caso è intitolato Autonomie locali e Costituzione e ancor più nell’antologia La Libertà da me curata nel 2015.

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1 settembre 2016
pubblicato da Rino Genovese

Ancora sull’Europa

brexitdi Rino Genovese

Marcello Rossi, nella sua risposta del 23 agosto su questo sito, m’invita a “fare le pulci” all’articolo Fuori dall’Europa, apparso con la firma Il Ponte, sul numero di luglio della rivista cartacea. È quanto mi accingo a fare, non senza avere prima confermato al nostro direttore stima e affetto, accogliendo la proposta di un ritorno alla sua direzione unica. Del resto Il Ponte è una proprietà – nominale e di fatto – di Marcello: è bene che sia lui solo a prendersi la responsabilità di quanto si sostiene, e si potrà ancora sostenere in futuro, negli articoli cucinati in redazione.

Ciò che contesto in maniera radicale nel testo in questione è il trionfalismo riguardo alla cosiddetta Brexit – una valutazione errata di ciò che è accaduto e sta accadendo in Gran Bretagna – e il compiacimento per una prospettiva (d’altronde irrealistica nell’immediato) di disgregazione dell’Unione europea. Sul primo punto, c’è da registrare oggi, con il nuovo governo conservatore di Theresa May, una completa incertezza riguardo al prossimo futuro: ci sono ministri che vorrebbero davvero una rottura con l’Europa – cioè l’uscita dal mercato unico, che implicherebbe, nell’ipotesi di un nuovo trattato, anche la libera circolazione delle persone (da notare questo, perché è proprio da un riflesso anti-immigrati che nasce in gran parte il voto favorevole all’out) – e ci sono altri ministri che invece vorrebbero dire: “Abbiamo scherzato: rifacciamo un trattato con l’Europa molto simile al precedente” (che di fatto già concedeva una certa autonomia alla Gran Bretagna, paese, ricordiamolo, mai entrato nella moneta unica).

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23 agosto 2016
pubblicato da Il Ponte

Risposta a “dissenso sull’Europa”

Dissenso

di Marcello Rossi

Caro Rino,

rispondo alla tua filippica contro di me che ho “osato” firmare “Il Ponte” un articolo – scritto in verità a più mani, ma a tua insaputa – che ti ha trovato assolutamente dissenziente. Sul fatto che la firma “Il Ponte” richieda l’assenso di tutti i componenti la “Direzione e Redazione” non posso che essere pienamente d’accordo e pertanto non mi resta che scusarmi dell’accaduto, ma – se ben ricordo – mi ero già scusato per telefono. Evidentemente tu ti sei sentito così offeso da ritenere insufficienti delle giustificazioni telefoniche e questo mi porta a rinnovare nuovamente – e questa volta per scritto – le mie scuse. Forse, per evitare che si ripetano situazioni del genere, occorrerà che la “Direzione e Redazione” della rivista rientri nel più grande “Comitato direttivo” e io solo faccia il direttore. D’altronde per uniformarsi a questo tempo di leaders e liderismi vari un direttore unico vale più di un Comitato di direzione. Non ci credo, ma mi adeguo.

Quanto al contenuto dell’articolo, che tu critichi con sarcasmo e tacci di stupido grillismo, non sono assolutamente d’accordo con le tue conclusioni. Il Ponte è europeista fin dai tempi di Calamandrei e di Enriques Agnoletti, ma questo non significa che l’attuale Unione europea ci soddisfi e rifletta le nostre posizioni. Anzi, io credo che questa Unione vada distrutta (e l’operazione non sarà indolore e potrebbe passare anche – per nostra disgrazia – per la Le Pen) e che restare all’interno di questo “obbrobrio” che è l’attuale Unione non può che aggravare la situazione. Questo era – o voleva essere – il succo dell’articolo.

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22 agosto 2016
pubblicato da Rino Genovese

Dissenso sull’Europa

Europa
di Rino Genovese

Mi tocca prendere la parola per “fatto personale”, come si dice, e la cosa mi riesce piuttosto dura. Leggo sul numero di luglio della rivista un articolo di apertura in corsivo, firmato semplicemente Il Ponte, che è un piccolo catalogo poco ragionato di tutte le sciocchezze grilline, neoqualunquistiche o neoperoniste (fate voi a piacere), che girano sul conto dell’Unione europea. Il titolo è un programma, Fuori dall’Europa. Per andare dove? Si prende spunto dalla recente uscita della Gran Bretagna dalla Unione europea – con un referendum voluto dai conservatori, passato solo per una reazione di chiusura e di paura nei confronti del flusso di migranti, e che, all’atto pratico, darà solo la stura a un nuovo accordo rinegoziato al ribasso – per prospettare come positivo uno sgretolamento della pur difettosa costruzione europea, che a mio avviso, invece, sarebbe un regresso storico e darebbe corda a tutti i nazionalismi e localismi xenofobi: una situazione di cui si gioverebbero le destre, anche estreme, non certo i movimenti e le formazioni politiche che in questi anni, dalla Spagna alla Grecia (purtroppo non in Italia, dove si è affermata una nebulosa neoqualunquistica), si sono battuti contro l’Europa dell’ingiustizia sociale. Resta vero che, quando si è imbottigliati, l’unica è tentare di andare avanti, non fare marcia indietro: fuor di metafora, poiché gli Stati nazionali sono pressoché un residuo del passato, si tratterebbe di avanzare verso una maggiore integrazione europea, che sarebbe se non altro un terreno di lotta più avanzato.

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3 agosto 2016
pubblicato da Il Ponte

Don Roberto

Benignidi Massimo Jasonni

Gigante – in fotografia e nello spazio offerto all’irruente eloquio del comico – l’intervista di Roberto Benigni a Ezio Mauro su «la Repubblica» del 2 giugno, in occasione della festa della Repubblica e in tema di modifica referendaria alla Costituzione. Poi ci hanno pensato le televisioni, da par loro, ad amplificarne a dismisura credito e diffusione. Trattandosi non di esercizio di un pensiero, ma di mera comunicazione pre-elettorale e pubblicità a sostegno della vittoria del «sí», già indicativo è il tratto fotografico: Benigni si nasconde dietro al leggío e, simulando il gioco del nascondino con lo spettatore, ammonisce puntando il dito. Sorride, ma in modo non convincente: le movenze paiono piú quelle dell’imbonitore che non del giullare di ormai molti anni addietro, con la sua prepotente, laica e toscanissima verve.

L’intervista, coltivata con cura dall’ex direttore del quotidiano, parte da una premessa domestica (babbo e mamma di Roberto votarono nel ’46 per la repubblica, senza tentennamenti) per trasfondersi nell’esaltazione del testo legislativo fondativo dell’assetto repubblicano. La nostra Costituzione, gridò nell’esibizione televisiva del 2012, è «la piú bella del mondo», da amare e da condividere. I dati di ascolto non lasciano margine al dubbio: 13 milioni, molti di piú degli 11 dei «Dieci Comandamenti». «Calamandrei batté Mosè?», domanda il giornalista, in fervida attesa di replica pirotecnica. Il Nostro ci mette del suo, permettendosi di correggere l’interlocutore: no, non solo Calamandrei, ma «Calamandrei e i suoi colleghi e i suoi avversari». Il «momento di grazia» fu rappresentato da «un orizzonte comune, un impegno comune per il bene comune».

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28 giugno 2016
pubblicato da Lanfranco Binni

Avanti popoli, alla riscossa

Avanti popolidi Lanfranco Binni

In Italia le elezioni amministrative del 5 e 19 giugno, in Francia la mobilitazione operaia e studentesca contro le politiche liberiste del governo socialista, in Gran Bretagna il referendum del 23 giugno, in Spagna le elezioni politiche del 26 giugno: venti giorni che hanno cambiato profondamente lo scenario politico, sociale e culturale dell’Europa. In Italia, la disfatta della lobby del Partito democratico con tutte le sue ruote di scorta (da una pretesa sinistra interna al malaffare verdiniano, ai media arruolati con ruoli di propaganda e disinformazione) e dei modesti conati di Sinistra italiana, la sconfitta e dispersione della destra berlusconiana e leghista, e l’«imprevedibile» forte affermazione del Movimento 5 Stelle, non solo in grandi città simboliche come Roma e Torino. In Gran Bretagna, la decisione di un elettorato maggioritario, espressione in gran parte di ceti popolari, di dissociarsi dall’Unione europea a egemonia tedesca, per recuperare una pretesa sovranità. In Spagna, la paralisi del sistema politico tradizionale che ha coinvolto lo stesso tentativo di «assalto al cielo» dell’alleanza Podemos-Izquierda unida. In tutte queste situazioni, a crollare o a entrare in crisi sono i sistemi politici subalterni ai poteri finanziari, mentre avanzano, con esiti dirompenti, l’astensionismo e movimenti e forze politiche che sono espressione di vasti settori popolari e di ceto medio impoveriti dalla crisi economica, vessati dalle politiche europee di austerità e da oligarchie al potere sempre più isolate.

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12 maggio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Fondazione per la critica sociale

Socialismodi Rino Genovese

Il Ponte sta entrando in una nuova fase della sua lunga vita. Con la costituzione di una Fondazione per la critica sociale (per iniziativa del sottoscritto, in quanto direttore della collana “La critica sociale” presso l’editore Rosenberg&Sellier, e del direttore e proprietario della rivista Marcello Rossi) Il Ponte non soltanto si pone finanziariamente al riparo per i prossimi anni, ma intende sviluppare le proprie iniziative sia mediante un potenziamento del sito on line sia attraverso la pubblicazione, peraltro già in corso, di volumi che rientrino nell’ambito della sua tradizione politico-culturale. A me il compito di spiegare brevemente il senso, diciamo così, filosofico della Fondazione, che si avvale di un Consiglio di amministrazione e di un Comitato di indirizzo oggi entrambi in carica e operativi.

Perché critica sociale? Il richiamo alla storica rivista che fu di Filippo Turati è voluto. Non certo perché il padre nobile del riformismo italiano sia un punto di riferimento privilegiato nella storia del Ponte; al contrario, come i nostri lettori più anziani sanno perfettamente, l’idea socialdemocratica e statalista è stata, nella storia della rivista, più un punto di partenza da mettere in discussione nella direzione di un socialismo libertario, basato sul decentramento dei poteri, che il centro di un programma politico. Avendo tuttavia ai nostri tempi la parola “riformismo” mutato di significato nel lessico politico corrente, non è affatto scontato ricordare che appunto la critica sociale, e la prospettiva di un superamento graduale del capitalismo, erano il cuore del progetto riformista originario.

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