8 ottobre 2017
pubblicato da Il Ponte

Omaggio alla catalogna

Catalognadi Mario Monforte

Questo il titolo dell’appassionante libro di Gorge Orwell, scritto nel 1938 (compare in italiano nel 1948), steso a partire dalla sua partecipazione alla guerra civile anti-franchista-falangista, e fascista e nazista, in Spagna (fino a subire la ferita per cui deve lasciare il paese), dove loda l’abnegazione dei resistenti, catalani in primo luogo, contro il golpe di Franco, pur nel disincanto rispetto alle forze politiche staliniste, ambigue e conservatrici a costo di far fallire la lotta anti-franchista (com’è infatti accaduto), e pur nella constatazione del confusionismo (politico e militare) delle forze politiche piú coerenti. E di nuovo, ancora oggi, benché nella rilevabile confusione delle mosse dei catalani, va ben posto in primo piano ciò che avviene in Catalogna.

La marcia verso la dichiarazione di auto-costituzione della Repubblica catalana si basa su un passato ben consolidato, né la subordinazione è antichissima (la completa sottomissione alla Castiglia risale al 1714), e la volontà di piena autonomia della nazione catalana è un “filo” costante della storia catalana: si leva dalla fine dell’Ottocento agli anni venti del Novecento, viene schiacciata dalla sconfitta, nonostante l’eroica resistenza, nella guerra anti-franchista del 1936-39, continua a scorrere pur sotto il peso della Spagna franchista, riprende con la fine del franchismo e si estende sempre piú nel paese, alimentata dall’avere ricevuto, prima, un’autonomia insufficiente, e, poi, dalla sua sostanziale riduzione e negazione. Una volontà di esistenza autonoma come catalani, che va al di là del fatto che la Catalogna produce il 19% del Pil ispanico, e giunge al referendum del primo ottobre 2017. E la marcia verso l’indipendenza della Catalogna è rivelatrice e dirimente.

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5 settembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Undici tesi e una conclusione sul Venezuela

Madurodi Juan Carlos Monedero1 , traduzione di Serena Romagnoli

[link testo orginale: https://www.brasildefato.com.br/2017/08/16/artigo-or-onze-teses-e-uma-conclusao-sobre-a-venezuela/]

1. Certamente, Nicolás Maduro non è Salvador Allende e non è neanche Hugo Chávez, ma quelli che realizzarono il golpe contro Allende e contro Chávez sono – e anche su questo non ci sono dubbi – gli stessi che ora stanno tentando il golpe in Venezuela.

2. I nemici dei tuoi nemici non sono tuoi amici. Si può anche non amare Maduro, senza che questo possa voler dire dimenticare che nessun democratico si può schierare dal lato dei golpisti, che hanno inventato gli squadroni della morte, i voli della morte, il paramilitarismo, l’assassinio della cultura, l’Operazione Condor, i massacri di contadini e indigeni, il furto delle risorse pubbliche. È comprensibile che ci siano persone che non vogliono schierarsi dalla parte di Maduro, ma è opportuno riflettere sul fatto che, in Europa, chi appoggia i golpisti sono i politici corrotti, i giornalisti mercenari, i nostalgici del franchismo, gli imprenditori senza scrupoli, i mercanti di armi, i sostenitori degli aggiustamenti economici, quelli che celebrano il neoliberismo.

Non tutti quelli che criticano Maduro sostengono queste posizioni politiche. Conosco persone oneste che non tollerano quello che sta accadendo in questo momento in Venezuela. Ma è evidente che, tra coloro che stanno tentando un golpe militare in questo paese, ci sono quelli che hanno sempre appoggiato i golpe militari in America Latina, o quelli che mettono i propri affari al di sopra della democrazia. I gruppi mediatici che stanno preparando la guerra civile in Venezuela sono gli stessi che hanno diffuso l’informazione che in Iraq c’erano armi di distruzione di massa, che diffondono l’idea che è necessario salvare le banche con denaro pubblico, o che sostengono che l’orgia dei milionari e dei corrotti deve essere pagata da tutti con tagli e privatizzazioni. Condividere la trincea con queste persone dovrebbe indurre alla riflessione. La violenza deve sempre essere la linea rossa da non oltrepassare. Non ha senso che l’odio nei confronti di Maduro spinga persone oneste dalla parte dei nemici dei popoli.

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5 luglio 2016
pubblicato da Il Ponte

Sinistre alla ricerca di una linea

Sinistredi Aldo Garzia

Le sinistre di Gran Bretagna e Spagna sono alle prese con le scosse di assestamento del terremoto politico provocato nei due paesi dalla Brexit nel primo ed elezioni politiche nel secondo. Entrambi gli appuntamenti hanno avuto esiti imprevisti. Messi a dura prova sono il Labour party con la leadership di Jeremy Corbyn e il Partito socialista (Psoe) guidato da Pedro Sánchez. In terra iberica è in sofferenza anche la nuova sinistra di Unidos Podemos, che puntava sulla propria partecipazione al governo in tempi stretti. La radiografia del dibattito in corso è utile per capire problemi e questioni su cui sembra essersi arenato da tempo il dibattito e il rinnovamento delle sinistre europee.

In Gran Bretagna, dove è in corso la lotta per la successione della premiership tra i conservatori, la Brexit ha messo in ginocchio pure il Labour. Mentre David Cameron è rimasto schiacciato dal risultato del referendum avendo sostenuto un timido in contro l’orientamento di gran parte del suo partito, la posizione di Corbyn è apparsa ancora più flebile: pur facendo intuire nella campagna elettorale gli effetti negativi dell’uscita dall’Europa, il segretario laburista non ha avuto la determinazione di schierare il proprio partito su una posizione europeista. Ora i deputati che lo hanno sfiduciato a grande maggioranza gli rimproverano di non essersi differenziato a sufficienza dai Tories e di aver condotto il Labour su una linea inconcludente. Chi conosce la storia dei laburisti a proposito di Europa sa però come diffidenza e ostilità verso il progetto comunitario siano radicate nella sinistra britannica. Non era facile per Corbyn imprimere una svolta. Perfino Tony Blair, che ha governato dal 1997 al 2007, non si è mai caratterizzato per il suo europeismo. Anzi, con il senno di poi, colpisce che anche la sinistra moderata di casa nostra abbia negli anni novanta santificato la politica neoliberale e di riscoperta del “centro” facendo del blairismo il punto di riferimento della propria bussola ma dimenticando l’handicap di Blair: non poteva essere leader della sinistra europea chi aveva uno scarso tasso di europeismo nella propria cultura politica.

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3 luglio 2016
pubblicato da Rino Genovese

Bruttissima situazione

populismodi Rino Genovese

Intoniamo pure il nostro “avanti popoli”, se questo può rincuorarci, ma resta il fatto che la situazione generale è bruttissima. La Gran Bretagna esce dall’Europa grazie a una manovra e a un calcolo del suo governo conservatore, che ha indetto un referendum al fine di risolvere le proprie beghe interne, e nemmeno ci riesce (pensate, del resto, che un’Europa in conclamata crisi politica non abbia la capacità di ricontrattare con i britannici, dal punto di vista economico-finanziario, all’incirca le stesse condizioni che sussistevano in precedenza?). In Italia avanza nei sondaggi una nebulosa neoqualunquistica che, a conti fatti, oggi ha tutto l’interesse a sostenere le epocali riforme renziane, prima tra tutte quella elettorale di tipo plebiscitario. In Spagna l’azzardo di Podemos (che non è una forza populistica, ma una formazione che nasce da un movimento sociale ed è in grado di costruire alleanze politiche) finisce nel nulla, anzi con un rafforzamento della destra di Rajoy che, con un pugno di deputati in più, può ora affermare di essere legittimato a governare. Soltanto in Francia i Valls e gli Hollande si sono trovati davanti un’ondata di scioperi e manifestazioni di notevole portata, con in testa la Cgt e altre sei sigle sindacali capaci di dialogare con gli studenti e i precari – a dimostrazione del fatto che una cosa è il conflitto sociale aperto, dispiegato, che può smuovere la stessa politica ufficiale, un’altra il vicolo cieco della protesta antipolitica, inquinata da pulsioni xenofobe (la questione dell’immigrazione è stata al centro del referendum britannico, come dell’elezione presidenziale in Austria, ahinoi da ripetere).

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8 gennaio 2016
pubblicato da Il Ponte

Esigenza di rinnovare la classe politica spagnola

Sánchezdi Vincenzo Accattatis

Il segretario del partito socialista, Pedro Sánchez, non si è pentito della frase pronunciata nel corso del dibattito televisivo con Mariano Rajoy: «una sua vittoria avrebbe un costo enorme per la democrazia, perché il presidente del governo deve essere una persona onesta e lei non lo è». Frase da trasmettere agli annali: Anabel Díez, Puse voz a los españoles que creen que Rajoy debió dimitir («El Pais», 16.12.2015). Frase forte, non c’è dubbio. È parlare franco. Sánchez lo rivendica, ma per governare non basta: per governare bene bisogna saper far politica e occorre dimostrarlo. Ancora Sánchez non lo ha dimostrato.

«Era proprio necessario», chiede Anabel, «quel suo tono brusco e aggressivo?». Piú che «tono», c’è da dire. Risposta di Sánchez: il tono non era per nulla aggressivo. Dibattito «sincero e teso, visto che il governo è travolto» da una catarata de casos de corrupción. Ben detto.

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