30 aprile 2017
pubblicato da Rino Genovese

Perché Marine Le Pen potrebbe vincere

di Rino GenoveseMarine Le Pen

Non penso che vincerà, tuttavia la previsione è che Marine Le Pen arriverà molto in alto, superando ampiamente la soglia del quaranta per cento. La ragione è semplice. Se si mettono in sequenza i fatti della politica francese degli ultimi tempi, si vede che le condizioni per un’affermazione lepenista ci sono tutte: 1) il governo “di sinistra” di Hollande delude più di quanto qualsiasi sinistra di governo abbia mai deluso; 2) l’attacco terroristico alla Francia (in parte determinato dallo stesso bellicismo di Hollande nell’area iracheno-siriana, in parte imputabile alla questione interna postcoloniale) esaspera l’elettorato più conservatore; 3) il marasma di cui è preda il Partito socialista – con un Hollande costretto a ritirarsi dalla corsa per la riconferma, con delle “primarie” che consegnano la candidatura a un esponente della sinistra non sostenuto dall’apparato – ha spostato il suo elettorato sia verso il “voto utile” al centrista liberale Macron sia verso Mélenchon, paladino di una sinistra a tinte euroscettiche, non particolarmente affezionata al “fronte repubblicano” contro l’estrema destra; 4) la stessa affermazione di Macron, che dietro di sé non ha un partito strutturato ma solo l’appoggio di un misto di società civile bobo e di affarismo puro e semplice, lo colloca in posizione di continuità rispetto a un hollandismo deciso a non uscire di scena (in effetti, Macron presidente, privo come appare di una maggioranza parlamentare sua propria, sarebbe spinto a ritessere la tela con l’ala destra del Partito socialista); 5) l’implosione del sistema elettorale, che vede per la prima volta il partito erede della Francia gollista fuori dal secondo turno, con il ballottaggio tra il rappresentante di una politica “fai da te” e la discendente della Francia di Vichy abilmente rinnovata in chiave sovranista antieuropea; 6) l’assenza di leadership nella destra tradizionale che, anche in questo caso attraverso le “primarie”, ha scelto con Fillon il peggiore candidato alle presidenziali che mai abbia avuto, il cui appello finale a votare Macron (nella speranza di poterlo condizionare successivamente) è destinato a una presa piuttosto scarsa su un elettorato esasperato e deluso.

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9 aprile 2017
pubblicato da Rino Genovese

Implosione francese

Benoît Hamondi Rino Genovese

Dalla Francia arriva una conferma: le “primarie” (che seguito a scrivere con le virgolette per segnalare come in Europa siano una cattiva imitazione di quelle americane organizzate con l’iscrizione degli elettori con largo anticipo, e perciò una cosa relativamente più seria) sono una burletta che facilita la deformazione della democrazia rappresentativa. La candidatura alle elezioni presidenziali di Benoît Hamon (un frondeur che avrebbe potuto riscattare il socialismo francese dal pessimo quinquennato di Hollande), nonostante sia risultata vincente alle “primarie” a larga maggioranza, non decolla e perde pezzi: lo sconfitto Valls – secondo alle “primarie” ed ex premier del governo di Hollande – non la sosterrà, e così nemmeno l’ex sindaco di Parigi Bertrand Delanoë.

Oltre al solito regolamento di conti interno, oltre alle differenze di linea politica tra il “sinistro” Hamon e la destra del partito, si assiste nell’elettorato a una rincorsa al “voto utile” che indubbiamente una sua logica ce l’ha, anche se va in direzione contraria allo spirito del doppio turno elettorale alla francese. Che sarebbe questo: anzitutto si vota  per il proprio candidato, in seconda battuta, al ballottaggio, per quello meno sgradito. Ma la politica francese sta implodendo, per non dire che è già implosa: lo stesso ritiro di un presidente in carica dalla corsa alla rielezione, in terribile deficit nei sondaggi, è qualcosa di mai visto; l’uscita dal governo del ministro dell’economia Emmanuel Macron, un “tecnico” originariamente vicino a Hollande, che ha dato vita a un suo movimento, nulla di più che un comitato elettorale, ha disorientato il Partito socialista, che ha dovuto scegliere tra una sinistra e una destra interne, mentre un elemento di quest’ultima, su posizioni dichiaratamente centriste liberali, si sfilava dalla contesa delle “primarie” e si presentava alle elezioni presidenziali per proprio conto.

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16 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Il futuro dell’Europa secondo Stiglitz

Stiglitzdi Nicolò Bellanca

Il dibattito sul destino di un’eurozona sempre più a rischio deflazione, è difficile da seguire per i non economisti. La pubblicazione del volume di Joseph Stiglitz, The Euro: How a Common Currency Threatens the Future of Europe (New York, W. W. Norton & c., 2016), migliora la situazione, grazie alla chiarezza divulgativa e al prestigio intellettuale dell’autore.

La moneta unica richiede un cambio fisso fra le diverse nazioni e un singolo tasso di interesse. Affinché l’integrazione monetaria potesse funzionare, i paesi europei avrebbero dovuto convergere tra loro, in particolare allineando il loro debito e deficit in rapporto al pil, mentre l’Europa politica sarebbe dovuta intervenire con adeguate istituzioni: un’unione bancaria che tutelasse i depositi, programmi di solidarietà verso i paesi che stentavano a convergere, una quota significativa di mutualizzazione dei debiti pubblici nazionali, un bilancio comunitario con un ministro delle Finanze europeo, tasse comuni sulle transazioni finanziarie e sui grandi patrimoni, un piano di investimenti pubblici finanziato a livello continentale e una banca centrale in grado di orientare l’economia reale.

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1 settembre 2016
pubblicato da Rino Genovese

Ancora sull’Europa

brexitdi Rino Genovese

Marcello Rossi, nella sua risposta del 23 agosto su questo sito, m’invita a “fare le pulci” all’articolo Fuori dall’Europa, apparso con la firma Il Ponte, sul numero di luglio della rivista cartacea. È quanto mi accingo a fare, non senza avere prima confermato al nostro direttore stima e affetto, accogliendo la proposta di un ritorno alla sua direzione unica. Del resto Il Ponte è una proprietà – nominale e di fatto – di Marcello: è bene che sia lui solo a prendersi la responsabilità di quanto si sostiene, e si potrà ancora sostenere in futuro, negli articoli cucinati in redazione.

Ciò che contesto in maniera radicale nel testo in questione è il trionfalismo riguardo alla cosiddetta Brexit – una valutazione errata di ciò che è accaduto e sta accadendo in Gran Bretagna – e il compiacimento per una prospettiva (d’altronde irrealistica nell’immediato) di disgregazione dell’Unione europea. Sul primo punto, c’è da registrare oggi, con il nuovo governo conservatore di Theresa May, una completa incertezza riguardo al prossimo futuro: ci sono ministri che vorrebbero davvero una rottura con l’Europa – cioè l’uscita dal mercato unico, che implicherebbe, nell’ipotesi di un nuovo trattato, anche la libera circolazione delle persone (da notare questo, perché è proprio da un riflesso anti-immigrati che nasce in gran parte il voto favorevole all’out) – e ci sono altri ministri che invece vorrebbero dire: “Abbiamo scherzato: rifacciamo un trattato con l’Europa molto simile al precedente” (che di fatto già concedeva una certa autonomia alla Gran Bretagna, paese, ricordiamolo, mai entrato nella moneta unica).

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25 agosto 2016
pubblicato da Il Ponte

Dal peggio non nasce il meglio

Le Pendi Mario Pezzella

Sul populismo, e sulle sue articolazioni e motivazioni politiche, ho scritto un saggio che uscirà nel prossimo numero speciale del «Ponte» e dunque non voglio ripetere qui le considerazioni che si potranno leggere tra poco in quella sede. Mi limito a un commento di cronaca politica e ad alcune osservazioni, dopo la lettura dell’editoriale del numero di luglio e la polemica che ne è seguita: più enunciazioni di stati d’animo che ragionamento.

L’Europa attuale, dominata dal capitale finanziario e dalla burocrazia di Bruxelles, non piace neanche a me; tuttavia starei attento a concentrare la critica sulle grandi banche, distinguendo da esse una “oligarchia” capitalista produttiva, nazionalista e alleata potenziale della protesta popolare (come esisterebbe in Inghilterra e in occasione della Brexit). È questo appunto che distingue una critica socialista – o se volete marxista – dell’economia da quella populista. Per il socialismo il capitale finanziario è un’articolazione necessaria nata in seno al capitale produttivo: può esserne una degenerazione, ma il potenziamento abnorme degli strumenti creditizi nasce per sopperire alla crisi di sovrapproduzione e consumo, che è caratteristica del movimento del capitale in generale. Pound – per esempio – poteva criticare duramente ed efficacemente le banche, ma allo stesso tempo era assolutamente incapace di vedere il nesso tra l’“usura”, l’“interesse” – e la necessità di stimolare l’inerzia della produzione, in una fase di crisi. In una fase di crisi noi stiamo vivendo, senza che neppure si intravveda la ripresa di un ciclo espansivo: questa crisi deriva però da quella di sovrapproduzione e sovraconsumo degli anni ottanta e novanta del Novecento, per compensare e occultare la quale si è potenziato in modo distorto la leva del credito (ricordo che fu Clinton a togliere ogni freno di controllo alle banche e a liberalizzare interamente la circolazione dei capitali). Questo è dunque il momento adatto – anche se intempestivo – per una critica della produzione astratta e della contraddittorietà strutturale del capitale (critica marxista) più che per una rivolta contro il suo solo aspetto finanziario (critica populista).

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2 aprile 2016
pubblicato da Il Ponte

Guerra terrorismo e diritti umani. La nascita dello Stato islamico

terrorismodi Ferdinando Imposimato

Negli ultimi decenni un governo mondiale invisibile, ma reale e concreto, muove le fila dei governi nazionali, dei centri di potere economico e militare, e, con media subalterni, alimenta il terrorismo. E lo fa per giustificare nuove guerre per un nuovo ordine planetario contro Stati detentori di risorse energetiche, per stravolgere le costituzioni e giustificare interventi militari di grandi potenze in aree strategiche del pianeta. Emblematica è stata la guerra all’Iraq del 2003 di Usa, Gran Bretagna e Francia: non fu guerra contro il terrorismo di Saddam Hussein, ma di conquista. Non fu effetto dell’11 settembre 2001 in quanto fu decisa prima dell’attacco alle torri gemelle. Ed è stata proprio quella guerra la causa della crisi e del dilagare del terrorismo nel mondo1.

L’attacco all’Iraq per una lotta al terrorismo fu smentito dopo decenni sia dall’ex presidente George Bush sia da Tony Blair, che hanno ammesso «l’errore». Il 2 dicembre 2008, Bush, in un’intervista alla rete tv ABC, ammise l’errore della guerra all’Iraq, «viziata da informazioni di servizi di intelligence infondate» sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq.

Oggi sappiamo con certezza che sono stati ammazzati in Iraq più di un milione di civili, è stato bruciato più di un trilione di dollari e la crisi economica che sconvolge il mondo intero è la tragica conseguenza di una guerra ingiusta spacciata per lotta al terrorismo. In Iraq non c’erano armi di distruzione di massa.

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25 dicembre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Forse il peggiore

Hollandedi Rino Genovese

È piuttosto grave quello che sta accadendo in Francia dopo il 13 novembre. Un presidente debole, inconsistente, a questo punto forse il peggiore di una Quinta repubblica che pure ne ha visti di pessimi, ossessionato dalla probabile esclusione al secondo turno delle presidenziali nel 2017 – in cui l’unica speranza di rielezione starebbe nel ritrovarsi allo spareggio finale contro Marine Le Pen, riuscendo a convogliare su di sé i voti “repubblicani” –, il mediocre politicante che aveva promesso di lasciare il posto a un altro candidato se avesse fallito nella lotta alla disoccupazione (e la disoccupazione non è per nulla diminuita), sta cercando di cavalcare gli attentati e la paura dei francesi per rilanciarsi come competitore a destra. Non mi riferisco alla proposta di inserire nella costituzione la norma sullo stato di emergenza – una versione francese del Diktaturparagraph, l’articolo 48 della Costituzione di Weimar che permise a Hitler di instaurare il proprio potere per via legale –, o non soltanto a questa (deprecabile ma che sarebbe addirittura il meno, una volta che ci si senta sicuri del fatto che la solidità della democrazia ha espulso da sé il pericolo della dittatura), quanto piuttosto alla volontà d’introdurre nell’ordinamento la “decadenza dalla nazionalità” ai danni di quei francesi condannati per terrorismo che abbiano una doppia cittadinanza. Ora, chi sono questi cittadini che, pur nati in Francia, hanno una doppia nazionalità? Al novanta per cento sono i figli dell’immigrazione post-coloniale. In questo modo, nella République dotata della civiltà dello ius soli, per cui chi nasce sul territorio francese è per ciò stesso francese, si verrebbe a creare un cittadino di serie B, che può decadere, rispetto a uno di serie A che non lo può. Non c’è che dire, una bella declinazione del principio di eguaglianza davanti alla legge.

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17 novembre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Il fallimento di Hollande nella decolonizzazione andata a male

decolonizzazionedi Rino Genovese

Con il trascorrere delle ore, si precisano i contorni della terribile notte parigina di venerdì 13 novembre. E sono i soliti: gli attentatori, i jihadisti disposti a farsi saltare in aria, sono giovani europei, francesi e belgi, usciti dalla immigrazione post-coloniale. Figli, a tutti gli effetti, di quella République con cui a Parigi ci si sciacqua la bocca, ma che ha allevato una generazione di paria.

Andate nelle banlieues, toccherete con mano che cos’è l’odio nei confronti del razzismo strisciante che pervade la Francia, e che sarebbe riduttivo riassumere con il nome di Marine Le Pen. Non sono solamente i dati statistici a dirlo (la disoccupazione giovanile, il fallimento scolastico: chi è nato e vissuto nelle periferie francesi ha il doppio delle possibilità di non terminare gli studi, e parliamo della scuola dell’obbligo); sono soprattutto i cappucci delle felpe perennemente alzati, gli sguardi torvi. Là c’è una numerosa schiera di arrabbiati, alcuni dei quali disposti a diventare dei kamikaze e a fare un macello.

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13 aprile 2015
pubblicato da Il Ponte

Il tripartitismo francese

tripartitismo francesedi Vincenzo Accattatis

Il partito socialista francese è allo sbando. Il presidente, François Hollande, da socialista è divenuto socialdemocratico, poi liberale. Il capo del governo, Manuel Valls, con disinvoltura si serve della normativa gollista per imporre in parlamento le scelte liberiste, giustamente deplorate da tutta la sinistra francese (quel che ne resta).

Nelle recenti elezioni locali, il Front National non ha conquistato dipartimenti, ma, ciò nonostante, ha allargato il suo consenso nel paese, e certamente sarà il secondo partito nelle elezioni presidenziali del 2017.

Dell’Ump, che, in coalizione con due partiti di centro, ha vinto nelle stesse recenti elezioni locali, è facile trattare. Basta fare l’elenco dei molti affaires nei quali è stato, o è, coinvolto il suo leader, Nicolas Sarkozy: 1) Woerth-Bettencourt, terminato in non-lieu («proscioglimento») il 7 ottobre 2013; 2) Gheddafi, processo in corso; 3) Tapie-Crédit lyonnais (in cui è coinvolta anche Christine Lagarde), processo in corso; 4) affaire dei sondaggi all’Eliseo, processo in corso; 5) Bygmalion, processo in corso; 6) Azibert, con Sarkozy sottoposto il 2 luglio 2014 a garde à vue per 15 ore, processo in corso. Questo il personaggio, che sarebbe destinato a diventare di nuovo presidente nel 2017, con gioia dei giornalisti liberali italiani. In questo contesto la «resistibile», o irresistibile, ascesa di Marine Le Pen (The resistibile rise of Marine Le Pen, «The Economist», 14.03.2015).

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10 gennaio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Parigi tra terrorismo e unità nazionale

Parigidi Rino Genovese

Sono state le prime parole di Hollande dopo la strage di mercoledì 7 gennaio: ci vuole l’unità nazionale. E le organizzazioni sindacali, i partiti politici, un insieme di sigle della cosiddetta società civile, si sono affrettate a indire una manifestazione per domenica 11 – ancor prima che la tragica vicenda fosse conclusa, prima che si sapesse che il “terzo uomo”, quello che aveva ucciso a caso una poliziotta, stesse per prendere in ostaggio un imprecisato numero di clienti in un negozio ebraico. Da Place de la République a Nation: strano corteo, che vedrà sfilare il presidente e il suo avversario Sarkozy, i socialisti e i comunisti e i verdi, mentre si discute se non sia stato un errore lo sgarbo fatto a Marine Le Pen non invitandola, regalandole così l’unico posto libero fuori dal “sistema”. A questo punto, certo che lo è. Se si tratta di celebrare i valori repubblicani, di esaltare il bene indiscutibile della libertà di stampa e così via, tutti possono essere invitati. Anche i razzisti. Anche l’ex ministro dell’interno (Sarkozy, appunto) che, per calcolo elettorale, proclamava una decina di anni fa di voler ripulire le periferie con il bidone aspiratutto.

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