14 settembre 2017
pubblicato da Il Ponte

La svolta populista delle élites

Emmanuel Macrondi Mario Pezzella

Sta emergendo una nuova figura politica del populismo, ormai diverso da quello descritto da Laclau e assai lontano da ogni ipotesi di “populismo di sinistra”. Possiamo chiamarlo almeno provvisoriamente populismo tecnocratico. L’esempio più evidente è il movimento di Macron in Francia, ma anche in Italia Salvini e Di Maio si stanno muovendo velocemente in questa direzione. Macron che sfila solitario al Louvre, accompagnato dala note dell’Inno alla gioia, e pronuncia il suo discorso di insediamento di fronte alla piramide massonica di vetro voluta da Mitterrand, con le telecamere che inquadrano il suo volto poco al di sotto del vertice del monumento, quasi a suggerire che tutte le linee portano al leader e sopra di lui c’è solo un triangolo divino, è l’immagine simbolica di questa trasformazione.

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14 marzo 2017
pubblicato da Il Ponte

Pd in sfascio: apparenza e sostanza

Pd in sfasciodi Mario Monforte

In tempi “normali” e in partiti “usuali” (ossia nei calmi avvicendamenti alla gestione statuale fra partiti posizionati a sinistra e a destra), un segretario, responsabile della linea politica di un partito e operazioni conseguenti – e tanto piú se ricopre il ruolo istituzionale di capo del governo –, se subisce sconfitte elettorali rilevanti che ne mettono in discussione la politica, si presenta dimissionario al partito e organi dirigenti, magari rimanendo capo del governo, parimenti dimissionario, per sbrigare gli affari fino alle elezioni politiche. Renzi si è trovato in tale posizione e, con il suo partito, ha perso le ultime elezioni amministrative (disastro completo evitato per un soffio con il risicato esito positivo a Milano) ed è tracollato al referendum costituzionale (su cui era imperniato il complesso dell’azione governativa, dalle varie misure alla legge elettorale). E Renzi ha annunciato le dimissioni in caso di tale sconfitta, profilando il ritiro a vita privata – era un modo per galvanizzare i sostenitori, non una vera intenzione. Del resto, non siamo in tempi “normali” e, in tale contesto, il Pd – derivato dalla fusione fra Ds, già Pds, in cui era confluita la parte maggiore del Pci, con un pezzo della vecchia Dc, la Margherita e qualche apporto sparso –, passato a direzione e maggioranza renziane, non è un partito “usuale”: le sconfitte non danno esiti scontati.

Ma si è entrati in contorsioni e convulsioni: Renzi, dimessosi da presidente del Consiglio ma fattosi proseguire (esplicitamente) da Gentiloni, con qualche cambio di posto di ministri e qualche new entry, e dilatata la già elefantiaca direzione del Pd (13 febbraio) a un migliaio di persone – per cui: niente dibattito e solo rassegna di posizioni –, ha proferito in tono severo, da segretario in piena carica (a sottolineare che la direzione è sempre sua), «un ciclo è finito». Però ha ribadito «ho portato il Pd al 40% alle europee», “dimenticando” ogni seria considerazione su amministrative e dêbacle al referendum. E ha sfidato le opposizioni interne: se volete la scissione, “fatevi sotto con le idee”. Le dimissioni le ha date all’assemblea del Pd (19 febbraio, assise sempre plebiscitaria), ma affermando di aver fatto tutto per il meglio, perciò “avanti cosí”. E ha indicato la tabella di marcia: congresso e primarie alla svelta, elezioni in tempi rapidi, però ri-proclamando il sostegno al governo Gentiloni. Il tutto approvato a pieni voti dall’assemblea piddina, a cui gli oppositori, riunitisi il giorno prima (18 febbraio), non hanno partecipato.

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30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Francesco Biagi

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca BaiadaLanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Il susseguirsi delle vicende politiche italiane perpetua la realizzazione di un ciclo sempre uguale, dove alla “tragedia” segue la “farsa”. L’orizzonte politico descritto nel Gattopardo da Giuseppe Tomasi di Lampedusa pare non essere molto mutato, in Italia infatti i cambiamenti, le rivoluzioni, rimangono quasi sempre delle «rivoluzioni-restaurazioni» o «rivoluzioni passive» direbbe Gramsci riprendendo Vincenzo Cuoco. Brandelli di sapere critico e insorgente vengono compresi fra le tecnologie di dominio, dopo aver subìto una distorsione del loro significato originario, per venire ripartiti nella legittimazione di altri contesti opposti. È così che Renzi e il suo governo hanno portato avanti la riforma costituzionale: si sono camuffati da innovatori, da rivoluzionari, snaturando tuttavia, in chiave ancor più autoritaria, il progetto di Stato e di Repubblica parlamentare contenuto nella Carta del ’48.

In Italia, nell’arco degli ultimi anni, è stato cancellato l’opaco ricordo di un possibile immaginario di uguaglianza e libertà che avesse l’occasione di inscriversi nelle istituzioni democratiche. Non potremmo leggere altrimenti lo smantellamento dello Statuto dei lavoratori, del Welfare e di quei valori che avevano fondato il contratto sociale postbellico nel 1948. È per questo che la categoria schmittiana di «dittatura commissaria» torna quindi a essere più che mai attuale. Sono stati sospesi gli strumenti che hanno regolato storicamente la democrazia parlamentare in Italia, preferendo personalità che realizzino direttamente la volontà dell’economia globale (sostanzialmente questa fase è iniziata con la caduta del governo Berlusconi e l’ascesa di Mario Monti)[1]. La sovranità si è declinata nella decisione diretta di assumere lo stato di eccezione come occasione per governare la crisi. Una volontà che si declina quale unica via possibile e simultaneamente super partes come la detentrice (per eccellenza) dell’interesse generale. La facoltà di governare è consegnata al capo, subalterno a quella visione economica che ha prodotto l’attuale stato di crisi europea. Anche i pochi e ultimi rituali della democrazia sono percepiti con fastidio. Matteo Renzi è un capo diverso da Berlusconi, da Monti, da Salvini o da Grillo, incarna un populismo che si pretende «innovatore»[2].

Scriveva così Piero Calamandrei in una raccolta di saggi del 1955 circa il senso profondo della nostra Costituzione: «Per compensare le forze di sinistra di una rivoluzione mancata, le forze di destra non si opposero ad accogliere nella Costituzione una rivoluzione promessa»[3]. La Resistenza è qui concepita come una rivoluzione mancata, transitata poi nella Costituzione come una promessa di una sua prossima realizzazione. La Costituzione quindi come iscrizione di un quadro rivoluzionario da realizzare, e fintanto che rimarrà solo sulla carta stampata essa sarà solamente un’illusione.

Al giorno d’oggi pare che ormai si voglia definitivamente cancellare anche proprio quel quadro costituzionale a cavallo fra promesse rivoluzionarie e illusione di un’autentica repubblica democratica, infatti la riforma costituzionale Renzi-Boschi fra i più grossi limiti ha la rottura del bicameralismo perfetto, ovvero la volontà di sbilanciare fortemente l’equilibrio dei poteri fra quello esecutivo e il legislativo. Il riassetto del Senato e le ulteriori modifiche che attaccano l’iter di formazione di una legge sono tutti strumenti che permettono la legalizzazione di grandi poteri al “Capo” e al suo esecutivo. È questo il più grave sfregio di tutta la riforma, su cui siamo chiamati a votare, alla cornice costituzionale del 1948.

Viviamo tempi in cui il potere finanziario  prova a modellare – riuscendoci – gli assetti democratici dei paesi. È in un quadro più complessivo che dobbiamo leggere questo tentativo di snaturare l’assetto della nostra Repubblica. Renzi e la ministra Boschi non fanno altro che tentare di concretizzare tendenze globali, presentandoci però tale riforma come un’innovazione della farraginosa burocrazia parlamentare. I tempi della politica e i tempi della democrazia sono considerati veri e propri freni per la locomotiva neoliberista. I ritmi del bicameralismo perfetto, capaci di favorire un ampio dibattito fra le forze politiche, sono troppo lunghi per l’economia, la quale ha bisogno di esecutivi forti e di primi ministri veloci a eseguire la volontà dei mercati. Non ci si può permettere troppi intoppi, troppe discussioni. Non ci possono essere crisi di governo, né governi che mettono in discussione i dettami ultra-liberisti europei. Infatti, durante le trattative fra il governo greco di Syriza e la Troika, il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble disse chiaramente all’ex ministro delle finanze greco, Yanis Varoufakis, che non era possibile cambiare i trattati economico-finanziari sovranazionali ogni cinque anni, ovvero ogni cambio di governo derivato dalle elezioni rappresentative. Questa dichiarazione evidenzia come oggi le regole democratiche interne degli Stati siano scalzate dall’autoritarismo del rigore finanziario neoliberista[4].

Molti sono i giuristi che, meglio di me, potrebbero descrivere in modo dettagliato la proposta di riforma mettendone in luce i limiti strutturali. Di fronte alle derive populiste e plebiscitarie, o peggio alle propaggini autoritarie in seno alle istituzioni democratiche, credo che abbiamo l’esigenza di custodire un quadro costituzionale il quale sia capace il più possibile di mantenere aperta la via dell’insorgenza democratica. Più spazi di dissenso, di critica e di conflitto vengono spazzati via, più sarà difficile in seguito per i movimenti sociali e per le reti di cittadinanza mettere in campo proposte politiche alternative all’austerità, alla dittatura commissaria dei mercati e a nuove forme autoritarie di governo. È opportuno impedire questa controriforma della Costituzione per avere un paese un po’ più libero di quello che immaginano Renzi e la Boschi. Oltre al «Partito della Nazione» con questa riforma si immagina un «Governo della Nazione», che omogenizza in un corpo solo il popolo e i poteri nel suo unico e indiscutibile capo.

Siamo ben coscienti dei grossi limiti che oggi ha la democrazia rappresentativa in Italia e nel resto d’Europa, siamo ben coscienti di come tanti dispositivi costituzionali siano stati svuotati di senso, di come tanti altri non siano mai stati applicati autenticamente e – infine – di come altrettanti possano essere riformulati per realizzare maggiormente i valori democratici, tuttavia in questa congiuntura storica è necessario opporsi alla riforma per non far scivolare ancora di più il paese nella legittimazione di progetti politici autoritari. Votare no e opporsi a queste proposte di modifica della Carta per avere perlomeno ancora un paese che mantiene un assetto parlamentare non esageratamente asservito al primo ministro o al partito che detiene l’esecutivo. Votare no per ostacolare il concentramento di poteri in un uomo-forte, in un capo e in un esecutivo che terrebbero in ostaggio il Parlamento.

[1] Nel giugno 2013 infatti, una delle più grandi banche statunitensi responsabile della crisi dei mutui subprime pubblicò un dossier dove sosteneva come le costituzioni antifasciste dei paesi del Sud Europa fossero un autentico ostacolo all’integrazione neoliberista dei mercati globali (Cfr.: https://culturaliberta.files.wordpress.com/2013/06/jpm-the-euro-area-adjustment-about-halfway-there.pdf).

[2] Accenniamo appena qui questo discorso sul populismo essendo già stato pubblicato un numero monografico del «Ponte» al riguardo e non potendoci soffermare oltre.

[3] P. Calamandrei, «La Costituzione e le leggi per attuarla», in Dieci anni dopo. 1945-1955. Saggi sulla vita democratica italiana, Bari, Laterza, 1955.

[4] Cfr.: http://www.nuovatlantide.org/varoufakis-seppellito-valori-della-democrazia/

30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Paolo Bagnoli

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Il referendum sulla riforma della Costituzione segna il punto di arrivo della lunga, tormentata, irrisolta lunga crisi che travaglia il paese dall’inizio degli anni novanta. Il renzismo – un fenomeno politico di cui dobbiamo ringraziare il Partito democratico –, al di là dei proclami, è l’epifenomeno della crisi della democrazia italiana e non la sua possibile soluzione, visto anche che è geneticamente impossibilitato a essere un soggetto politico compiuto. Dopo le stagioni dell’Ulivo – che, in verità, non si è mai capito cosa fosse o dovesse essere – e del berlusconismo – che invece si è capito bene che cos’era, e cioè la zattera politica di Mediaset – che hanno marcato il cosiddetto «bipolarismo di coalizione», si è passati al «partito a vocazione maggioritaria», il Pd appunto, il quale, dopo la parentesi scandalosa del governo Monti e quella post-democristiana di Letta, mira, da maggioritario (e governante grazie ad Alfano), a divenire il soggetto unico che guida il paese.

Da tale idea prende forma un disegno sovvertitore dell’assetto democratico repubblicano che si incentra su due cardini: il cambio di 47 articoli della Carta cui va aggiunta, in accoppiata, una riforma elettorale che, tra deputati nominati e aberrante premio di maggioranza, dovrebbe regalare al Pd e al suo segretario-presidente il dominio incontrastato del governo dell’Italia. Il tutto favorito dall’abolizione del Senato elettivo, trasformato in un vero e proprio aborto istituzionale. Le due riforme – da osservare che in ciò l’Italia conquista il primato negativo di voler cambiare, contestualmente, Costituzione e legge elettorale, un qualcosa mai avvenuto in nessuna democrazia – mirano a trasformare la democrazia parlamentare in “democrazia verticale”, adottando argomenti speciosi, propri del renzismo, ispirati alla metafisica della velocità – addirittura un ritorno al futurismo – e della rottamazione, ossia di una nuova “giovinezza” della politica; un tema – questo della giovinezza – che evoca miti di un nefasto passato. Il tutto condito con il tema del risparmio sui costi della politica, visto il seppellimento del Senato per intercettare il sentimento antipolitico che, al pari di uno tsunami,viaggia a mille in un paese soffocato dalle tasse, dalla corruzione e da un pessimo rapporto tra Stato e cittadini.

Quello dei costi del Senato, che è la cifra motivante l’anticasta e che ha ingrassato solo il grillismo, è un motivo veramente specioso se si pensa che il vecchio commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, calcolò che esso ammonta allo 0,06 delle spese dello Stato!

Il pacchetto Boschi-Renzi non sarebbe stato possibile senza l’avallo di Giorgio Napolitano che si definisce un «socialdemocratico europeo», ma non mi risulta che, per quanto la socialdemocrazia europea si dibatta in aspre difficoltà, qualcuno dei suoi esponenti abbia mai proposto una così cocente umiliazione della democrazia parlamentare. Mi sia permesso di pensare che, se al posto di Napolitano ci fosse stato Giorgio Amendola, uno scenario del genere non si sarebbe mai verificato.

Ecco perché le ragioni del no non sono conservative, ma sono di difesa della legalità repubblicana e di una concezione della democrazia che si difende allargandola e non mutilandola.

22 giugno 2016
pubblicato da Il Ponte

Elezioni 5 e 19 giugno: aperture importanti, scontri irrisolti, nodo di fondo

Elezionidi Mario Monforte

È mancata solo la sconfitta di Sala-Pd a Milano – però Sala ce l’ha fatta con un ridotto scarto rispetto a Parisi del centrodestra -, altrimenti, con la (prevista) “botta” a Roma, dove la Raggi & 5S hanno stracciato Giachetti & Pd, e la secca e dura sconfitta (non prevista) a Torino – senza dire del pieno trionfo di De Magistris a Napoli e la sostanziale evaporazione della renziana Valente e del Pd nella città -, la débâcle di Renzi & soci & Pd renziano sarebbe stata completa. E non compensata da successi come a Bologna, dove Merola del Pd è stato riconfermato, pur con una consistente avanzata della Bergonzoni (della Lega,con il centrodestra), ma il sindaco ha criticato “a caldo” la conduzione politica di Renzi; e neanche come a Varese (benché qui la vittoria sia di qualche rilevanza: contro la Lega) e da poche altre parti: cosí a Rimini, cosí a Cagliari, ma Zedda, sindaco riconfermato, è di Sel; cosí a Salerno, ma qui si tratta di “quelli di De Luca”, anche se del Pd.

È rilevante che anche in Toscana le “cose piddine” vadano male (nell’avanzata della Lega e, pur qui in misura minore, dei 5S: vedi Grosseto, Cascina, e altrove), tanto che perfino in un centro organico alla conurbazione del tessuto urbano fiorentino, alle porte di Firenze, Sesto fiorentino, il candidato piddino-renziano ha stra-perso di fronte al candidato della coalizione fra Sinistra italiana, Pd non-renziano, sinistri vari, grazie all’appoggio dei comitati (impegnati nella lunga e sacrosanta battaglia contro l’assurdo nuovo inceneritore e l’ulteriore ampliamento del già insensato aeroporto di Peretola, a danno di abitanti e ambiente della Piana, da Firenze a Prato – che cosa poi il neosindaco farà effettivamente in proposito, resta da vedere). È da notare, inoltre, come i destri alleati ufficiali di Renzi (oltre ad Alfano e Ncd, Verdini e i suoi) abbiano raccolto percentuali del tipo della proclamata (e presunta) «crescita» in Italia …

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29 aprile 2016
pubblicato da Il Ponte

Sovranità limitata

Sovranità limitatadi Giancarlo Scarpari

Oggi da più parti si celebrano i funerali dello Stato-nazione e sorgono lamenti circa la perdita di sovranità subita dall’Italia nel contesto dell’Unione europea. Fino a qualche anno fa queste sembravano essere questioni prevalentemente giuridiche, riservate agli specialisti, ma la crisi economica ne ha evidenziato invece tutto lo spessore  politico, viste le ricadute sociali che i vincoli imposti hanno determinato nel paese. La limitazione della sovranità dello Stato, così percepita di recente, non è però una novità di questi anni, avendo invece alle spalle una lunga storia ed essendo stata addirittura prevista dalla Costituzione

L’art. 11, infatti, non solo afferma che l’Italia «ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», ma aggiunge che «consente, in condizioni di parità con altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni». Dunque, la perdita di porzioni di sovranità era ritenuta ben possibile, ma solo in vista di superiori esigenze di pace e sicurezza, poiché i costituenti ritenevano che i benefici in tal modo conseguiti avrebbero ampiamente compensato le eventuali autolimitazioni adottate.

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25 aprile 2016
pubblicato da Il Ponte

Il partito socialista italiano oggi

partito socialistadi Vincenzo Accattatis

Il Partito socialista italiano, che fu di Turati, di Gramsci e di Togliatti (prima della costituzione del Pci), di Nenni, ora è … il partito di  Nencini. Ha tenuto da poco il suo congresso. Bobo Craxi è critico nei confronti di questo partito socialista: quale socialismo? L’ultimo leader socialista è stato mio padre. Voi non siete socialisti. Ma io osservo che Bettino Craxi ha portato il partito socialista alla distruzione.

Occorre, penso, ricostruire in Italia il partito socialista, ripartendo dalla cultura e anche da un’analisi critica di quello che è stato questo partito. E, soprattutto, tenendo ben presenti i valori espressi dalla nostra Costituzione.

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5 settembre 2015
pubblicato da Il Ponte

Riforme e magistratura

Riforme e magistraturadi Giancarlo Scarpari

Per alcuni lustri un presidente del Consiglio si è rivolto alla magistratura ordinaria con insulti d’ogni genere e ha accusato quella costituzionale di essere comunista; ha parlato di una guerra di vent’anni e una stampa, quasi al completo egemonizzata, volendo apparire indipendente, ha sostenuto che sì i toni in alcuni casi potevano essere eccessivi, ma che in effetti in questi anni era sorto effettivamente un contrasto tra magistratura e politica (e non viceversa, come in realtà era avvenuto).

Terminato il ciclo di Berlusconi statista, con il suo licenziamento disposto dalla Bce, accompagnato dai sorrisi di compatimento del duo che guidava l’Europa e ratificato da ultimo dal presidente della Repubblica italiana, le cose non sono sostanzialmente cambiate: la lunga agonia del suo regime si è infatti dipanata nel tempo, attraverso i governi Monti, Letta e Renzi, che hanno evidenziato, sia pure in forme diverse, il reticolo di complicità e connivenze che quella lunga egemonia aveva generato e che tuttora persistono. Così Berlusconi, recuperato dalle “grandi intese” volute da Napolitano, condannato poi in via definitiva per frodi fiscali pluriennali, è riuscito a far ruotare ancora una volta il dibattito politico attorno alla sua persona: prima ha legato la permanenza al governo del suo partito alla concessione della grazia (oggetto persino di un inedito, ma non per questo meno anomalo, patteggiamento col presidente della Repubblica), poi, finito per uno scatto d’ira all’opposizione, ha ugualmente ottenuto la piena “agibilità politica”, pur essendo ai servizi sociali e continuando a essere inquisito per gravissimi reati, questa volta legati direttamente alle pubbliche funzioni da lui esercitate (compravendita di senatori e concussione del capo di gabinetto della questura di Milano).

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25 giugno 2015
pubblicato da Il Ponte

Cinque tesi sul benessere nella scuola

scuoladi Giovanna Lo Presti

Una società, come quella basata sul profitto sfrenato,
che non fa onore ai propri insegnanti, è difettosa

(George Steiner).

Dopo Berlinguer, Moratti e Gelmini adesso anche Renzi vuole lasciare il suo segno sulla scuola italiana: la quarta “riforma” della scuola italiana nel breve volgere di tre lustri sta per approdare in Senato. Noi speriamo che quel tratto di mare che la “riforma” deve ancora percorrere sia molto, molto agitato – tanto da impedire all’ingegnosa navicella renziana di raggiungere il porto. Speriamo, insomma, in un bel metaforico naufragio; e speriamo che quello della “buona scuola” sia il primo, importante insuccesso di Matteo il Giovane, perché questo paese non ha bisogno di un primo ministro che auspichi il Partito Unico, il Sindacato Unico e la «Buona Scuola». A differenza del Partito e del Sindacato, la Scuola della Repubblica dovrebbe davvero essere unica – invece ha un suo “doppio” nella scuola privata, che lo Stato vorrebbe far crescere a detrimento della propria scuola. Tant’è che anche quest’anno il “doppio” è già stato rimpinguato con un bel po’ di soldi: più di 470 milioni di euro.

Tale è il protagonismo di Matteo il Giovane da averlo spinto a eclissare la già scialba figura del ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, sinora distintasi per l’aria sprezzante e per una singolare (almeno per una glottologa) povertà linguistica: non ha trovato di meglio, per un gruppo di insegnanti che la stavano contestando, che definirli «squadristi».

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6 giugno 2015
pubblicato da Rino Genovese

Si può parlare di “renzismo”?

Renzismodi Rino Genovese

La risposta alla domanda è semplicemente no. L’attuale presidente del Consiglio non incarna una formula politica. La sua avventura (che, a conti fatti, potrebbe anche risultare breve) è stata costruita sul meccanismo perverso delle primarie del Pd – una delle trovate di marca plebiscitaria più inconsistenti, anche per il modo in cui sono organizzate, che la politica italiana ci abbia regalato. Non esiste nel paese un autentico retroterra sociale per il blairismo “2.0” che Renzi vorrebbe rappresentare. La sua opportunità – il modo veloce e quasi rocambolesco in cui è diventato capo di un governo di “piccole intese” – è stata offerta dalla impasse del dopo elezioni 2013, dovuta solo in parte alla legge elettorale, in realtà frutto degli errori della gestione Bersani che troppo a lungo tenne in piedi un governo tecnico come quello di Monti, finendo con il perdere consensi a favore del neoqualunquismo grillino (e dall’obiettivo intralcio istituzionale esercitato da Napolitano con la vicenda che portò alla sua incredibile rielezione).

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