11 ottobre 2017
pubblicato da Il Ponte

Tra la Padania e la Catalogna

di Mario Pezzella

Non so cosa resti nell’attuale Movimento 5 stelle e nella Lega delle loro ispirazioni originarie. Nato come movimento antisistema, l’attuale gruppo dirigente ex-grillino si sta orientando verso un populismo tecnocratico di stile macroniano, pronto a misure dure sull’immigrazione, sulla sicurezza, sui diritti di cittadinanza. Quanto a Salvini, ormai fa concorrenza alla Meloni nel conquistare a livello nazionale i voti dei fascisti e di Casa Pound. In entrambi il tema del federalismo è passato in secondo piano, sempre più sostituito da “Patria, sicurezza e ordine”.

Per quanto riguarda la Lega, comunque, non si è mai trattato di un autonomismo inclusivo, parte di un’Europa federale rinnovata, né di una contestazione reale del principio dello Stato-nazione. C’è un abisso tra un’Europa delle autonomie, che abbatterebbe i confini degli Stati nazionali, in una Federazione più ampia e inclusiva, e un’Europa delle piccole patrie nazionaliste e litigiose, in cui il nazionalismo fiorisce su basi territoriali più ristrette ma in modo ancor più virulento. Nel primo caso si cerca di superare il principio stesso dello Stato-nazione, nel secondo lo si applica in modo easperato ed estremo. Il leghismo degli inizi costituiva un’involuzione del vero federalismo europeo; il suo nazionalismo “padano” rifiutava i due pilastri paralleli, su cui il federalismo può reggersi, la dimensione europea e il socialismo sul piano dei rapporti economici (questa trinità dei termini era invece quella originaria di Spinelli e Calamandrei, la loro grande ma concreta utopia).

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3 ottobre 2017
pubblicato da Il Ponte

Ci voleva un inglese?

Philip Laroma Jezzidi Mario Pezzella

Quali sono le regole ufficiose, quelle vere non quelle scritte, per diventare docente? Questo libro lo devo pubblicare o forse no, magari il “maestro” s’incavola perché gli metto in crisi le gerarchie stabilite? A quale associazione mi devo iscrivere? (Non posso sbagliare, se mi metto coi perdenti sono fregato). Posso tentare di scavalcare proditoriamente quel mio collega, o è troppo protetto da un docente forte? E via discorrendo. Sono le domande che deve farsi chi cerca di diventare docente universitario in Italia.

Stupisce lo stupore che accompagna le presunte rivelazioni che riguardano il caso dei docenti indagati dalla procura di Firenze, per effetto della denuncia di Philip Laroma Jezzi, cittadino dalla doppia nazionalità inglese e italiana; e già si cerca di delimitare il caso e restringerlo a responsabilità parziali e individuali. Eppure tutti coloro che hanno avuto a che fare con l’università italiana sanno bene che il sistema rivelato dall’inchiesta è estremamente diffuso. Le associazioni disciplinari – governate da un gruppo dirigente ristretto – predeterminano con largo anticipo i vincitori dei concorsi. Si richiede un rispetto assoluto per le gerarchie così stabilite, che solo di rado hanno a che fare col merito e, molto più spesso, con l’obbedienza e l’affiliazione. Esiste poi una collusione che porta a compromettersi verbalmente e praticamente con questo sistema, se mai qualcuno voglia avere speranze di diventare ricercatore o docente: come lamentarsi o dissociarsi se si è comunque iscritti alla lobby associativa che gestisce il sistema? E come non iscriversi, se questa è la condizione necessaria e imprescindibile per continuare a lavorare nell’università?

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29 settembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Etica e franchismo

Savaterdi Mario Pezzella

Il filosofo etico Fernando Savater sembra aver riscoperto la bontà del franchismo (intervista al «Corriere della sera» del 22.09.17: «Madrid doveva mostrarsi più ferma. Un compromesso non è possibile»). Non solo approva le misure poliziesche decise da Madrid, ma le ritiene insufficienti. I catalani sono fondamentalisti che vantano un «inesistente diritto a decidere», «l’umiliazione dei secessionisti è un momento di pedagogia […] bisogna portarli in tribunale e in carcere». Savater conclude cupamente con una sorda minaccia: «Se c’è un atto di violenza, per qualcuno può finire male». Nel corso dell’articolo esprime inoltre un profondo fastidio perché i catalani (pensa un po’) si ostinano a parlare catalano nelle loro scuole. «Il governo è stato inerte», lamenta Savater: pensando forse che si dovrebbe mandare l’esercito, sparare agli studenti che cantano Bella ciao, affollare le carceri e i tribunali come ai tempi di Franco? Bisogna usare la mano dura come nei Paesi Baschi, pensa Savater (che è un basco pentito), trascurando il fatto che in Catalogna nessuno ha finora compiuto atti di violenza, e, se dovesse essercene qualcuno, la responsabilità ricadrebbe interamente sulla repressione ottusa praticata dal governo di Madrid. Ma visto che l’intervista è a un giornale italiano, Savater chiede solidarietà, e minaccia: guardate che la Catalogna potrebbe costituire un esempio per Veneto e Lombardia.

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19 settembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Banalità del male

Minniti Gentilonidi Mario Pezzella

Continua a stupirci che nell’immediato dopoguerra molti tedeschi dicessero di non sapere ciò che avveniva nei campi o di averne avuto una percezione solo vaga e confusa, anche quando abitavano a poca distanza da essi. Non sempre mentivano; solo che non era vera o semplice la loro ignoranza, era piuttosto un non voler sapere, un rifiuto della propria responsabilità diretta o indiretta in quanto stava accadendo. Perfino Eichmann, nel processo a Gerusalemme, dichiarò di non sentirsi responsabile di quel che avveniva nei campi: lui non aveva partecipato direttamente a nessuna uccisione. Si era limitato a fornire gli strumenti tecnici ed economici perché i campi fossero resi possibili.

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14 settembre 2017
pubblicato da Il Ponte

La svolta populista delle élites

Emmanuel Macrondi Mario Pezzella

Sta emergendo una nuova figura politica del populismo, ormai diverso da quello descritto da Laclau e assai lontano da ogni ipotesi di “populismo di sinistra”. Possiamo chiamarlo almeno provvisoriamente populismo tecnocratico. L’esempio più evidente è il movimento di Macron in Francia, ma anche in Italia Salvini e Di Maio si stanno muovendo velocemente in questa direzione. Macron che sfila solitario al Louvre, accompagnato dala note dell’Inno alla gioia, e pronuncia il suo discorso di insediamento di fronte alla piramide massonica di vetro voluta da Mitterrand, con le telecamere che inquadrano il suo volto poco al di sotto del vertice del monumento, quasi a suggerire che tutte le linee portano al leader e sopra di lui c’è solo un triangolo divino, è l’immagine simbolica di questa trasformazione.

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12 maggio 2017
pubblicato da Il Ponte

Hegel e Hölderlin

Iperionedi Mario Pezzella

L’autore di questo libro1 rilegge l’origine della modernità alla luce di un concetto centrale in Hölderlin e Hegel: “l’infinitizzazione del finito”, che sta a indicare il desiderio titanico di essere dio e prenderne il posto da parte di un individuo o di un collettivo. Tuttavia, l’assunzione sulle proprie spalle dell’intero peso di un’epoca, come tenta di fare Empedocle nella tragedia incompiuta di Hölderlin, non può che condurre il soggetto alla lacerazione e alla follia: il filosofo di Agrigento è travolto da una pulsione verso l’illimitato e dal desiderio di morte. Nel romanzo Iperione, Lo stesso protagonista e il suo amico rivoluzionario Alabanda cedono alla tentazione di credersi incarnazione dell’idea assoluta della storia: Hölderlin descrive i lineamenti di una distopia o utopia negativa, che getta una luce fosca verso il Novecento e le sue rivoluzioni fallite. Solo un essere-in-comune – e non la personificazione di un’idea in un corpo sovrano – può dare risposta al conflitto costituente della modernità.

In Hegel – come viene interpretato da Cappitti – il soggetto è inevitabilmente incompiuto e non può arrestarsi in modo definitivo in nessuna singolarità. Tale arresto è – in senso letterale, come vien detto nell’Enciclopedia delle scienze filosofiche – una follia, anzi la follia. Questo soggetto sempre incompiuto e in procinto di farsi, si immerge nella lotta per il riconoscimento, descritta nella Fenomenologia dello spirito. La dialettica tra il servo e il signore resta essa pure in una tragica inconcludenza, perché è segnata da uno scacco inevitabile: nella sua stessa vittoria il vincitore immiserisce il vinto in modo tale, da togliere ogni valore al riconoscimento che questi è costretto a tributargli. La violenza e la disimmetria del potere toglie dignità al riconoscimento, che – per esser tale – dovrebbe provenire da un essere umano di pari valore. Il conflitto descritto da Hegel è segnato da un comportamento mimetico, che anticipa le riflessioni novecentesche su questo tema, da Lacan a Girard a Sartre, direttamente influenzate dalla lettura del testo hegeliano fatta da Kojève nei suoi celebri seminari degli anni trenta.

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9 novembre 2016
pubblicato da Rino Genovese

Quando il complesso militare-industriale diventa una risorsa

Trumpdi Rino Genovese

Naturalmente ci sono già, nel populismo che si agita dalle nostre parti (e che esito ancora a definire “di sinistra” postulando che il populismo, alla fine, sia sempre di destra), quelli che si compiacciono della vittoria di Trump. Beppe Grillo, del resto, ha esultato e ha già detto la sua, vomitando il solito cumulo di contumelie, in particolare contro gli intellettuali rei di non avere capito nulla.

Invece alcuni di noi, pur non volendoci credere fino in fondo per una sorta d’intemerata speranza, l’avevano messa nel conto una vittoria di Trump. La ragione è semplice: Clinton era una candidata che non andava, piena di debolezze (da ultimo anche fisiche), un prodotto dell’establishment; laddove ci sarebbe voluto, avrebbe avuto maggiore capacità di contrasto, il più limpido Sanders, in grado di raccogliere gli umori popolari senza lasciarli scadere in torva demagogia. Ma tant’è: Clinton è stato il risultato delle “primarie”, predilette da molti come modello di scelta da parte dell’elettorato, e però una modalità di costruzione della candidatura in cui chi ha più mezzi finanziari, o ha già le mani in pasta, ha pressoché la vittoria in tasca.

C’era stata, è vero, l’eccezione di Obama, che aveva saputo conquistarsi il consenso poco a poco, e proprio contro una Clinton allora perfino più in forma; ma l’America profonda ha reagito a questo suo presidente nero: le numerose uccisioni di giovani di colore, spesso freddati dalla polizia senza un perché, vanno ascritte al razzismo sotterraneo e di superficie che da sempre percorre l’America (stavo per scrivere le Americhe). Sia onore a Obama, comunque, uno dei migliori presidenti della storia degli Stati Uniti – di cui, nel momento della sconfitta finale, non vogliamo ricordare i piccoli grandi misfatti (come gli “omicidi mirati” che non risolvono nulla e acuiscono gli odi), ma le grandi aperture interne ed esterne, il tentativo di mettere su una sanità pubblica degna del nome, il processo di distensione con l’Iran, da ultimo il viaggio a Cuba (che di certo non avrà giovato alla campagna elettorale democratica, visto il risultato della Florida, uno Stato pieno di esuli anticastristi).

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30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Mario Pezzella

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso MontanariPier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Spero che decidano per il no al referendum anche coloro che di solito non votano: o perché considerano truccato il gioco delle istituzioni o perché ritengono la politica un puro spettacolo irrilevante o perché temono di trovarsi in cattiva compagnia. Condivido in buona parte la loro diffidenza: tuttavia penso che stavolta si debba votare, sia pure con motivazioni diverse da chi intende puramente e semplicemente difendere la Costituzione vigente.

La crisi del regime democratico-parlamentare che ci ha governato fino all’inizio di questo secolo è sotto gli occhi di tutti ed è probabilmente irreversibile: stiamo assistendo non a un semplice mutamento di governo nell’ambito di regole comunque valide e neanche a una pura ridistribuzione dei rapporti di forza, ma a un cambiamento più sostanziale di forma della politica. Che si debba cambiare la Costituzione è perfino ovvio: solo, in senso opposto a quello che intende seguire la riforma proposta dall’attuale capo del governo.

Del populismo si parla spesso in modo generico e giornalistico: questo impedisce di coglierne l’interesse e la specificità e anche – per quanto riguarda l’Europa – il forte legame con la tradizione della destra del Novecento. L’analisi migliore di questa forma politica è stata realizzata da Ernesto Laclau, che – per altro – ne è in fondo un sostenitore. Perché il populismo possa sorgere – egli sostiene – occorre una condizione negativa e tre condizioni positive. La prima è la crisi dell’ordine simbolico e politico precedente e dunque, nel nostro caso, della democrazia rappresentativa parlamentare. Le altre sono: l’identificazione di massa con l’Io ideale incarnato dal Capo, la costituzione di un “altro”, come nemico esterno o interno del popolo, la capacità di comporre almeno provvisoriamente in unità domande e critiche apparentemente incompatibili. La sostanza comune di queste operazioni è la riduzione a unità politica immaginaria di una molteplicità altrimenti disseminata e potenzialmente critica per l’ordine esistente.

La riforma della Costituzione voluta da Renzi permette la costituzione di un esecutivo capace di riassumere in sé queste funzioni. Non dico che Renzi personalmente voglia o sia in grado di porsi come capo di un movimento nazional-populista, questo si vedrà: tuttavia il quadro istituzionale proposto conduce a un rafforzamento unilaterale del potere esecutivo tale da permetterne la futura costituzione, con leader e comportamenti politici che potrebbero essere infinitamente peggiori di quelli attuali. Qualcuno potrebbe obiettare: ma che ci importa di questa o di altra forma politica? Tanto non è sempre comunque la Banca centrale europea a comandare e i poteri economici forti?

In effetti la riforma – che si dice «voluta dall’Europa» – si propone in prima istanza di modificare la natura dello Stato in modo tale da renderlo rapidamente adeguato al comando delle potenze economiche dominanti, liberandolo dai lacci (tali sono oggi considerati) del parlamentarismo. L’esecutivo – sottratto sostanzialmente a ogni controllo dopo l’elezione – diverrebbe così soprattutto un esecutore; ma è possibile anche una sorta di eterogenesi dei fini, come quella che pare divenire possibile in Francia: e cioè che di un esecutivo di questo tipo si impadronisca un movimento populista di destra, raccogliendo in chiave sciovinista e razzista la protesta contro la crisi e le forze economiche che l’hanno prodotta. Può accadere che si trovino dunque a competere una destra tecnocratica e una destra – più o meno larvatamente – nazionalista (o perfino neofascista).

Entrambe queste soluzioni, consentite e stimolate dall’attuale proposta di riforma, sono a nostro avviso distruttive per ogni volontà politica che voglia invece dirigersi verso una democrazia insorgente, sociale e partecipata. E che richiede sì, modifiche alla Costituzione, ma di ben altro segno: federalismo, mandato imperativo, controllo diretto e continuo dei rappresentanti sui propri eletti. Una costituzione di questo tipo sarebbe il riflesso politico di una richiesta di eguaglianza e di giustizia economica, che sembra lontanissima dalla mentalità degli attuali patrigni costituenti.

Temo che la frase possa suonare retorica, ma la voglio pronunciare ugualmente: è quella di Rosa Luxemburg: O socialismo o barbarie; perché se per un momento riusciamo a toglierci dagli occhi la benda dello spettacolo con cui ci annebbiano la ragione, dovremo riconoscere che questa e non altra è l’alternativa che si sta delineando per il prossimo futuro. Votiamo no perché resti ancora possibile uno spazio di conflitto in questa direzione.

25 agosto 2016
pubblicato da Il Ponte

Dal peggio non nasce il meglio

Le Pendi Mario Pezzella

Sul populismo, e sulle sue articolazioni e motivazioni politiche, ho scritto un saggio che uscirà nel prossimo numero speciale del «Ponte» e dunque non voglio ripetere qui le considerazioni che si potranno leggere tra poco in quella sede. Mi limito a un commento di cronaca politica e ad alcune osservazioni, dopo la lettura dell’editoriale del numero di luglio e la polemica che ne è seguita: più enunciazioni di stati d’animo che ragionamento.

L’Europa attuale, dominata dal capitale finanziario e dalla burocrazia di Bruxelles, non piace neanche a me; tuttavia starei attento a concentrare la critica sulle grandi banche, distinguendo da esse una “oligarchia” capitalista produttiva, nazionalista e alleata potenziale della protesta popolare (come esisterebbe in Inghilterra e in occasione della Brexit). È questo appunto che distingue una critica socialista – o se volete marxista – dell’economia da quella populista. Per il socialismo il capitale finanziario è un’articolazione necessaria nata in seno al capitale produttivo: può esserne una degenerazione, ma il potenziamento abnorme degli strumenti creditizi nasce per sopperire alla crisi di sovrapproduzione e consumo, che è caratteristica del movimento del capitale in generale. Pound – per esempio – poteva criticare duramente ed efficacemente le banche, ma allo stesso tempo era assolutamente incapace di vedere il nesso tra l’“usura”, l’“interesse” – e la necessità di stimolare l’inerzia della produzione, in una fase di crisi. In una fase di crisi noi stiamo vivendo, senza che neppure si intravveda la ripresa di un ciclo espansivo: questa crisi deriva però da quella di sovrapproduzione e sovraconsumo degli anni ottanta e novanta del Novecento, per compensare e occultare la quale si è potenziato in modo distorto la leva del credito (ricordo che fu Clinton a togliere ogni freno di controllo alle banche e a liberalizzare interamente la circolazione dei capitali). Questo è dunque il momento adatto – anche se intempestivo – per una critica della produzione astratta e della contraddittorietà strutturale del capitale (critica marxista) più che per una rivolta contro il suo solo aspetto finanziario (critica populista).

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31 luglio 2016
pubblicato da Il Ponte

Il duello sospeso. Su «La morte e la fanciulla» di Roman Polanski

La morte e la fanciulladi Mario Pezzella

La morte e la fanciulla è uno dei più famosi quartetti di Schubert. Nel film di Polanski, Roberto Miranda – medico al servizio di un regime dittatoriale sudamericano – la usava come sottofondo e accompagnamento delle sue torture; cosa che fa – a ruolo invertito – Paulina, la sua antica vittima, quando cerca di estorcere al dottore la confessione del suo crimine1.

La musica non è in questo caso semplice sottolineatura dell’azione. In alcune sequenze guida la successione delle immagini e il dialogo delle parole. In essa Polanski ha chiuso come in uno scrigno il significato essenziale del film, che inizia, dopo l’inquadratura di Paulina e del marito seduti nella platea di un teatro, con l’esecuzione del quartetto: e poi col raccordo vertiginoso sull’ondata del mare in burrasca, che si abbatte sul promontorio isolato dove si trova la loro casa (la tipica dimora separata e reclusa in se stessa dove si concentrano e si intensificano i drammi polanskiani). Del resto, anche il riconoscimento di Miranda da parte di Paulina avviene attraverso il suono della voce, che resta fuori campo, mentre la donna è inquadrata in primo piano; e la cassetta del quartetto di Schubert, trovata nella macchina del dottore, le serve di conferma ai suoi sospetti.

Un “quartetto” si svolge anche nel film, e rinvia al gioco di messaggi, di allusioni e di follia che lega il triangolo dei protagonisti. Si dirà che manca uno degli esecutori, ma è così solo in apparenza: il quarto è la morte – la violenza e la tortura –, e circola fino al termine come il dominus simbolico che i personaggi si passano reciprocamente, coppa di vino avvelenato, che ognuno cerca di lasciare nelle mani dell’altro.

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