1 dicembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Da Scarface a Gomorra

Gomorradi Mario Pezzella

La terza serie di Gomorra è ben fatta, un buon prodotto di genere, che non ha nulla da invidiare a quelli americani. Stupisce però che Saviano, i registi, gli attori rispondano con profonda irritazione quando gli si pone il problema di una eventuale identificazione dello spettatore con i personaggi criminali. Eppure che una possibilità del genere esista lo aveva notato lo stesso Saviano in Gomorra libro, descrivendo l’oscura fascinazione che attrae i seguaci del capo camorrista e non si lascia ridurre a motivazioni unicamente economiche e utilitarie: “Avere potere per dieci anni, per un anno, per un’ora. Non importa la durata: vivere, comandare per davvero, questo conta. Vincere nell’arena del mercato e arrivare a fissare il sole con gli occhi come faceva in carcere Raffaele Giuliano, boss di Forcella, sfidandolo, mostrando che il suo sguardo non si accecava neanche dinanzi alla luce prima”. Questo godimento osceno del potere, spinto fino alla distruzione e all’autodistruzione, fa parte del lato oscuro dell’economia del capitale, che nel parossismo criminale si esprime senza riserve, si espone nella sua radicalità.

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20 novembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Hollywood Babilonia

Harvey Weinsteindi Mario Pezzella

Il potere, nella società dello spettacolo, esercita una sovranità scissa e divisa tra una superficie pubblica legalitaria e morale e un risvolto osceno e oscuro. Ci sono regole dell’ombra che occorre conoscere anche meglio di quelle dello Stato, molto più inflessibili, benché non scritte.

Il lato osceno del potere, come lo chiama Žižek, è governato da una pulsione di morte e di godimento, in contrasto con la morale accettata alla luce del giorno e tanto più inesorabile nei suoi imperativi, quanto più questi sono inscritti nella prassi reale e non nei codici giuridici. Un caso semplice e comune: nei corpi militari e nei colleges americani è proibita ufficialmente ogni forma di abuso contro le reclute e le matricole; ma in realtà occorre obbedire all’imperativo di trasgredire questa legge e praticare la violenza “iniziatica” indispensabile a fissare la gerarchia e le relazioni libidiche tra i membri del gruppo; senza questo non ci sarebbe nemmeno l’ordine di superficie. Qualcosa deve essere fatto, che non può essere detto, e l’imperativo dell’ombra deve raddoppiare quello della luce, eliminando gli ingenui che non lo comprendono. I diritti del cittadino suppongono l’esistenza della gerarchia oscena del sottosuolo, e questa inversione continua dell’alto e del basso, dell’etico e dell’osceno è una piega che attraversa ormai ogni relazione sociale del capitalismo, a cominciare ovviamente da quelle sessuali. Il capitale instaura un ordine simbolico contraddittorio e inconscio.

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4 novembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Il nominabile attuale

Calassodi Mario Pezzella

Fino a che punto una critica tradizionalista della modernità può coincidere con quella del pensiero radicale? A quale limite si separano e si rende evidente la reciproca distanza? Si pongono queste domande leggendo l’ultimo libro di Roberto Calasso, L’innominabile attuale (Milano, Adelphi, 2017). Il titolo si riferisce al mutamento avvenuto nel mondo a partire dall’11 settembre 2011: non si può più parlare di liquidità, di fluidità indeterminata, come fece Bauman per la seconda metà del Novecento, ma di vera e propria “inconsistenza assassina”. Calasso mette insieme con questo termine alcuni fenomeni che sembrerebbero apparentemente avere poco in comune: il terrorismo suicida dei fondamentalisti islamici, il decadere dell’esperienza a massa informativa scandita dal ritmo binario e discontinuo dei computer, il declino delle religioni sostituite dal “culto della società divinizzata”, immanente e fine a se stesso. L’inconsistenza che accomuna questi disparati fenomeni sarebbe caratterizzata da un’adesione all’esistenza immediata, senza più alcuna traccia di quell’ethos del trascendimento, che per De Martino (ignorato peraltro da Calasso) costituiva il nucleo della cultura occidentale. Perfino l’omicidio-suicidio terrorista ricade nel mondo “istantaneo e simultaneo” dei media informatici, brilla un attimo e poi ricade in ceneri senza memoria. È un puro amore del nulla. La parte più geniale del libro è la seconda, un montaggio letterario di testimonianze degli anni tra il 1933 e il 1945, in cui si rintracciano i segni della fine della cultura europea e la distruzione dell’esperienza che fa da prologo all’inconsistenza attuale. Un filo unisce dunque la terribile prima metà del Novecento e ciò che ora stiamo vivendo, mentre una parentesi di effimera euforia sembrano gli ultimi decenni del secolo passato.

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19 ottobre 2017
pubblicato da Il Ponte

Perché Battisti?

Battistidi Mario Pezzella

Perché lo Stato italiano, a quarant’anni di distanza dai crimini di cui è accusato, desidera con tanto accanimento l’estradizione di Cesare Battisti? (Il quale, va detto, non fa proprio nulla per suscitare qualche simpatia nei suoi confronti, tra fughe, comparsate in spiaggia, dichiarazioni provocatorie e insipienze narcisistiche più adatte a una spy story che a un ragionamento politico). Si tratta di dimostrare qualcosa, affermare un principio, emanare un monito, in nome delle vittime del terrorismo o della giustizia universale? No, le motivazioni sono più contingenti e concrete: hanno a che a che fare con la memoria e la storia che si vuole imporre degli anni settanta. La richiesta di estradizione intende ribadire che le violenze accadute allora in Italia non hanno nulla di politico, si tratterebbe di singoli episodi criminali efferati, giudicabili come tali. Non avrebbe dunque senso parlare di amnistie o pacificazioni a livello collettivo, perché significherebbe ammettere la natura sociale e politica dei conflitti che hanno devastato l’Italia, e questo è ancora intollerabile per gli eredi dei partiti di governo allora esistenti. Un’ammissione simile, infatti, comporterebbe il riconoscimento che anche da parte delle istituzioni ci fu un progetto politico violento – il terrorismo di Stato, le torture in carcere, gli attentati fascisti guidati dai servizi deviati – e non semplicemente impazzimenti di gruppi ristretti ed efferatezze individuali, come si è cercato invano di dimostrare per Piazza Fontana o la strage di Bologna.

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11 ottobre 2017
pubblicato da Il Ponte

Tra la Padania e la Catalogna

di Mario Pezzella

Non so cosa resti nell’attuale Movimento 5 stelle e nella Lega delle loro ispirazioni originarie. Nato come movimento antisistema, l’attuale gruppo dirigente ex-grillino si sta orientando verso un populismo tecnocratico di stile macroniano, pronto a misure dure sull’immigrazione, sulla sicurezza, sui diritti di cittadinanza. Quanto a Salvini, ormai fa concorrenza alla Meloni nel conquistare a livello nazionale i voti dei fascisti e di Casa Pound. In entrambi il tema del federalismo è passato in secondo piano, sempre più sostituito da “Patria, sicurezza e ordine”.

Per quanto riguarda la Lega, comunque, non si è mai trattato di un autonomismo inclusivo, parte di un’Europa federale rinnovata, né di una contestazione reale del principio dello Stato-nazione. C’è un abisso tra un’Europa delle autonomie, che abbatterebbe i confini degli Stati nazionali, in una Federazione più ampia e inclusiva, e un’Europa delle piccole patrie nazionaliste e litigiose, in cui il nazionalismo fiorisce su basi territoriali più ristrette ma in modo ancor più virulento. Nel primo caso si cerca di superare il principio stesso dello Stato-nazione, nel secondo lo si applica in modo easperato ed estremo. Il leghismo degli inizi costituiva un’involuzione del vero federalismo europeo; il suo nazionalismo “padano” rifiutava i due pilastri paralleli, su cui il federalismo può reggersi, la dimensione europea e il socialismo sul piano dei rapporti economici (questa trinità dei termini era invece quella originaria di Spinelli e Calamandrei, la loro grande ma concreta utopia).

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3 ottobre 2017
pubblicato da Il Ponte

Ci voleva un inglese?

Philip Laroma Jezzidi Mario Pezzella

Quali sono le regole ufficiose, quelle vere non quelle scritte, per diventare docente? Questo libro lo devo pubblicare o forse no, magari il “maestro” s’incavola perché gli metto in crisi le gerarchie stabilite? A quale associazione mi devo iscrivere? (Non posso sbagliare, se mi metto coi perdenti sono fregato). Posso tentare di scavalcare proditoriamente quel mio collega, o è troppo protetto da un docente forte? E via discorrendo. Sono le domande che deve farsi chi cerca di diventare docente universitario in Italia.

Stupisce lo stupore che accompagna le presunte rivelazioni che riguardano il caso dei docenti indagati dalla procura di Firenze, per effetto della denuncia di Philip Laroma Jezzi, cittadino dalla doppia nazionalità inglese e italiana; e già si cerca di delimitare il caso e restringerlo a responsabilità parziali e individuali. Eppure tutti coloro che hanno avuto a che fare con l’università italiana sanno bene che il sistema rivelato dall’inchiesta è estremamente diffuso. Le associazioni disciplinari – governate da un gruppo dirigente ristretto – predeterminano con largo anticipo i vincitori dei concorsi. Si richiede un rispetto assoluto per le gerarchie così stabilite, che solo di rado hanno a che fare col merito e, molto più spesso, con l’obbedienza e l’affiliazione. Esiste poi una collusione che porta a compromettersi verbalmente e praticamente con questo sistema, se mai qualcuno voglia avere speranze di diventare ricercatore o docente: come lamentarsi o dissociarsi se si è comunque iscritti alla lobby associativa che gestisce il sistema? E come non iscriversi, se questa è la condizione necessaria e imprescindibile per continuare a lavorare nell’università?

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29 settembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Etica e franchismo

Savaterdi Mario Pezzella

Il filosofo etico Fernando Savater sembra aver riscoperto la bontà del franchismo (intervista al «Corriere della sera» del 22.09.17: «Madrid doveva mostrarsi più ferma. Un compromesso non è possibile»). Non solo approva le misure poliziesche decise da Madrid, ma le ritiene insufficienti. I catalani sono fondamentalisti che vantano un «inesistente diritto a decidere», «l’umiliazione dei secessionisti è un momento di pedagogia […] bisogna portarli in tribunale e in carcere». Savater conclude cupamente con una sorda minaccia: «Se c’è un atto di violenza, per qualcuno può finire male». Nel corso dell’articolo esprime inoltre un profondo fastidio perché i catalani (pensa un po’) si ostinano a parlare catalano nelle loro scuole. «Il governo è stato inerte», lamenta Savater: pensando forse che si dovrebbe mandare l’esercito, sparare agli studenti che cantano Bella ciao, affollare le carceri e i tribunali come ai tempi di Franco? Bisogna usare la mano dura come nei Paesi Baschi, pensa Savater (che è un basco pentito), trascurando il fatto che in Catalogna nessuno ha finora compiuto atti di violenza, e, se dovesse essercene qualcuno, la responsabilità ricadrebbe interamente sulla repressione ottusa praticata dal governo di Madrid. Ma visto che l’intervista è a un giornale italiano, Savater chiede solidarietà, e minaccia: guardate che la Catalogna potrebbe costituire un esempio per Veneto e Lombardia.

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19 settembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Banalità del male

Minniti Gentilonidi Mario Pezzella

Continua a stupirci che nell’immediato dopoguerra molti tedeschi dicessero di non sapere ciò che avveniva nei campi o di averne avuto una percezione solo vaga e confusa, anche quando abitavano a poca distanza da essi. Non sempre mentivano; solo che non era vera o semplice la loro ignoranza, era piuttosto un non voler sapere, un rifiuto della propria responsabilità diretta o indiretta in quanto stava accadendo. Perfino Eichmann, nel processo a Gerusalemme, dichiarò di non sentirsi responsabile di quel che avveniva nei campi: lui non aveva partecipato direttamente a nessuna uccisione. Si era limitato a fornire gli strumenti tecnici ed economici perché i campi fossero resi possibili.

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14 settembre 2017
pubblicato da Il Ponte

La svolta populista delle élites

Emmanuel Macrondi Mario Pezzella

Sta emergendo una nuova figura politica del populismo, ormai diverso da quello descritto da Laclau e assai lontano da ogni ipotesi di “populismo di sinistra”. Possiamo chiamarlo almeno provvisoriamente populismo tecnocratico. L’esempio più evidente è il movimento di Macron in Francia, ma anche in Italia Salvini e Di Maio si stanno muovendo velocemente in questa direzione. Macron che sfila solitario al Louvre, accompagnato dala note dell’Inno alla gioia, e pronuncia il suo discorso di insediamento di fronte alla piramide massonica di vetro voluta da Mitterrand, con le telecamere che inquadrano il suo volto poco al di sotto del vertice del monumento, quasi a suggerire che tutte le linee portano al leader e sopra di lui c’è solo un triangolo divino, è l’immagine simbolica di questa trasformazione.

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12 maggio 2017
pubblicato da Il Ponte

Hegel e Hölderlin

Iperionedi Mario Pezzella

L’autore di questo libro1 rilegge l’origine della modernità alla luce di un concetto centrale in Hölderlin e Hegel: “l’infinitizzazione del finito”, che sta a indicare il desiderio titanico di essere dio e prenderne il posto da parte di un individuo o di un collettivo. Tuttavia, l’assunzione sulle proprie spalle dell’intero peso di un’epoca, come tenta di fare Empedocle nella tragedia incompiuta di Hölderlin, non può che condurre il soggetto alla lacerazione e alla follia: il filosofo di Agrigento è travolto da una pulsione verso l’illimitato e dal desiderio di morte. Nel romanzo Iperione, Lo stesso protagonista e il suo amico rivoluzionario Alabanda cedono alla tentazione di credersi incarnazione dell’idea assoluta della storia: Hölderlin descrive i lineamenti di una distopia o utopia negativa, che getta una luce fosca verso il Novecento e le sue rivoluzioni fallite. Solo un essere-in-comune – e non la personificazione di un’idea in un corpo sovrano – può dare risposta al conflitto costituente della modernità.

In Hegel – come viene interpretato da Cappitti – il soggetto è inevitabilmente incompiuto e non può arrestarsi in modo definitivo in nessuna singolarità. Tale arresto è – in senso letterale, come vien detto nell’Enciclopedia delle scienze filosofiche – una follia, anzi la follia. Questo soggetto sempre incompiuto e in procinto di farsi, si immerge nella lotta per il riconoscimento, descritta nella Fenomenologia dello spirito. La dialettica tra il servo e il signore resta essa pure in una tragica inconcludenza, perché è segnata da uno scacco inevitabile: nella sua stessa vittoria il vincitore immiserisce il vinto in modo tale, da togliere ogni valore al riconoscimento che questi è costretto a tributargli. La violenza e la disimmetria del potere toglie dignità al riconoscimento, che – per esser tale – dovrebbe provenire da un essere umano di pari valore. Il conflitto descritto da Hegel è segnato da un comportamento mimetico, che anticipa le riflessioni novecentesche su questo tema, da Lacan a Girard a Sartre, direttamente influenzate dalla lettura del testo hegeliano fatta da Kojève nei suoi celebri seminari degli anni trenta.

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