4 novembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Il nominabile attuale

Calassodi Mario Pezzella

Fino a che punto una critica tradizionalista della modernità può coincidere con quella del pensiero radicale? A quale limite si separano e si rende evidente la reciproca distanza? Si pongono queste domande leggendo l’ultimo libro di Roberto Calasso, L’innominabile attuale (Milano, Adelphi, 2017). Il titolo si riferisce al mutamento avvenuto nel mondo a partire dall’11 settembre 2011: non si può più parlare di liquidità, di fluidità indeterminata, come fece Bauman per la seconda metà del Novecento, ma di vera e propria “inconsistenza assassina”. Calasso mette insieme con questo termine alcuni fenomeni che sembrerebbero apparentemente avere poco in comune: il terrorismo suicida dei fondamentalisti islamici, il decadere dell’esperienza a massa informativa scandita dal ritmo binario e discontinuo dei computer, il declino delle religioni sostituite dal “culto della società divinizzata”, immanente e fine a se stesso. L’inconsistenza che accomuna questi disparati fenomeni sarebbe caratterizzata da un’adesione all’esistenza immediata, senza più alcuna traccia di quell’ethos del trascendimento, che per De Martino (ignorato peraltro da Calasso) costituiva il nucleo della cultura occidentale. Perfino l’omicidio-suicidio terrorista ricade nel mondo “istantaneo e simultaneo” dei media informatici, brilla un attimo e poi ricade in ceneri senza memoria. È un puro amore del nulla. La parte più geniale del libro è la seconda, un montaggio letterario di testimonianze degli anni tra il 1933 e il 1945, in cui si rintracciano i segni della fine della cultura europea e la distruzione dell’esperienza che fa da prologo all’inconsistenza attuale. Un filo unisce dunque la terribile prima metà del Novecento e ciò che ora stiamo vivendo, mentre una parentesi di effimera euforia sembrano gli ultimi decenni del secolo passato.

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3 gennaio 2017
pubblicato da Il Ponte

La strage, gli innocenti, il resto

La stragedi Luca Baiada

La racconta solo Matteo, il pubblicano. Un esattore: gente dal denaro facile, da prendere e da spendere. Ceto di rapaci al servizio di ogni potenza occupante, molto diversi dai tecnici della finanza in tempi di valuta unica europea. Nel suo Vangelo scrive pornai, puttane: pubblicani e puttane vi precedono nel regno di Dio. Sta parlando del suo ambiente. Se sta fabbricando la sua innocenza, attenzione: forse altri lo accompagnano, in questa salita, insospettabili.

Solo lui, dunque, racconta la strage erodiana. Lui, che fa l’esattore contro il suo popolo, racconta che Gesù è un resto. Dei coetanei maschi di Gesù, quelli di Betlemme e dintorni sono uccisi, non li conoscerà mai. I suoi compagni di giochi, di crescita, di strada e di apprendistato, non saranno nati a Betlemme o non saranno coetanei. Lui sarà quello nato a Betlemme e svezzato in Egitto. Uno scampato. Per tutta la vita, non potersi mai specchiare negli occhi di un coetaneo maschio nato nello stesso villaggio. E non poter essere guardato dai genitori dei nati a Betlemme in quell’arco di tempo, senza il senso di sospetto che accompagna i superstiti, questi inspiegabili mostriciattoli: chissà perché, tu sei ancora vivo.

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21 febbraio 2016
pubblicato da Rino Genovese

La morte di Eco

Ecodi Rino Genovese

Le prime prove sì, la fenomenologia di Mike Bongiorno, gli interventi sulla cultura di massa alla maniera del Barthes di Miti d’oggi, e sì, certo, a libri come Opera aperta e a quelli che introducevano in Italia il difficile e strano termine di “strutturalismo” (in un’Italia in larga parte ancora crociana), sì all’estetica di Tommaso d’Aquino (indagato con spirito illuministico) e fino al Trattato di semiotica generale del 1975 (che però appare più un manuale universitario che un trattato vero e proprio, dotato di un pensiero autonomo). Ma poi no, no, no… No a una letteratura intesa come una sorta d’ininterrotto cruciverba (per cui schiaffeggiare una persona che dinanzi a noi in treno si affanna sulla Settimana enigmistica o schiaffeggiarne una che ha in mano Il nome della rosa può risultare meritorio allo stesso titolo), e no al barzellettaro che, passato dai corsivi di Dedalus sul Manifesto – in cui, tra l’altro, polemizzava con il partito preso di Pasolini sull’aborto – all’antiberlusconismo in salsa debenedettiana, di Berlusconi sembrava il semplice rovescio.

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13 dicembre 2014
pubblicato da Rino Genovese

Sopravvivere

Sopravviveredi Rino Genovese

[Intervento al convegno su “Vivere/sopravvivere”, Centro di psicoanalisi romano, 13-14 dicembre 2014]

In Massa e potere (un libro iniziato nel 1939, cioè nel pieno dei totalitarismi europei, e pubblicato nel 1960) Elias Canetti, autore formatosi nell’atmosfera della Vienna di Freud e di Kraus, tematizza la sopravvivenza, e il corrispondente sentimento di soddisfazione nei confronti di chi al contrario è morto, come una caratteristica propria del potere. Il suo discorso, che si avvale di una quantità di esempi tratti dalla storia e soprattutto dall’antropologia culturale, fa del capo – dell’eroe in guerra, e anche del “potente” come colui che detiene il diritto di vita e di morte sui suoi sottoposti – il sopravvivente al quale si indirizza quella speciale venerazione che è la Stimmung entro cui si colloca chi detiene il potere, ovvero colui che può dedicarsi al “sempre rinnovato piacere di sopravvivere”. In altre parole, laddove il sopravvissuto – a una catastrofe, a una strage e così via – è soltanto uno scampato alla morte, il sopravvivente, inteso come capo, è quello che la morte l’ha sfidata e sempre di nuovo ha potuto assaporare il trionfo sopra coloro che invece sono periti.

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