24 gennaio 2018
pubblicato da Rino Genovese

Accade in Germania

Merkel Schulzdi Rino Genovese

Quelli che pensano che la Germania sia il cuore infetto reazionario dell’Europa contemporanea dovrebbero riflettere su quanto sta accadendo in questi giorni. Mentre la signora Merkel (tra parentesi, l’unica statista, piaccia o non piaccia, in circolazione nel vecchio continente) riusciva nell’impresa impossibile di una riedizione della “grande coalizione” con i socialdemocratici della Spd (i quali evidentemente non hanno appreso la lezione impartita di recente dalle urne, e continuano a immolarsi sull’altare dell’ “unità nazionale”), la centrale sindacale dei metalmeccanici, che ha quasi quattro milioni d’iscritti, s’impegnava in una piattaforma rivendicativa non di poco momento: settimana lavorativa di 28 ore (attualmente sono 35), con flessibilità  dell’orario per chi lo desidera sull’arco di due anni (per prendersi cura, per esempio, di un bambino o di un parente anziano), e inoltre aumento generalizzato dei salari del 6%.

In un paese la cui economia ha un Pil in crescita del 2,2% nel 2017, e che ha raggiunto la quasi piena occupazione, le proposte dei metalmeccanici tedeschi colpiscono. Anzitutto, come si vede dalla richiesta di aumento salariale, sono fortemente ridistributive: gli operai dicono ai padroni: “Le esportazioni tirano, voi vi state ingrassando, siamo ormai fuori dalla crisi ed è venuto il momento di restituire una parte del maltolto”. Ciò che colpisce di più è che tutto questo s’inquadra in un discorso di riduzione dell’orario di lavoro e di una sua flessibilizzazione nell’interesse, per una volta, del lavoratore e non dell’imprenditore.

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10 febbraio 2017
pubblicato da Rino Genovese

A sinistra qualcosa si muove

Benoît Hamondi Rino Genovese

Non in Italia, paese ancora politicamente soffocato tra Renzi e Grillo, ma in Europa qualcosa a sinistra si muove. Non mi riferisco tanto all’Inghilterra di Corbyn, il cui pur positivo successo presso la base labour è limitato dalla sua posizione isolazionista euroscettica, quanto piuttosto alla Francia e perfino alla Germania, paese in cui il primato di Merkel è insidiato oggi non soltanto a destra ma anche a sinistra – per quanto incredibile possa sembrare – dall’ex presidente del parlamento europeo Martin Schulz. La possibilità che l’Europa cambi musica è inevitabilmente appesa al filo di un mutamento di rotta dei partiti socialisti e socialdemocratici, in collegamento con le formazioni anti-austerità emerse negli ultimi anni. L’esempio è dato dal “modello portoghese”, se così vogliamo chiamarlo, in cui un governo socialista si regge su una maggioranza parlamentare formata dai vecchi comunisti, dagli ecologisti e dalla nuova sinistra. Anche se sappiamo bene che in Germania un accordo di programma tra i socialdemocratici e die Linke (la  sinistra cosiddetta radicale) è di là da venire, e che lo schieramento delle candidature post-Hollande in Francia è decisamente frammentato, ciò nondimeno qualche indizio di vitalità, o almeno di non rassegnazione a morire neoliberisti, sta arrivando dalla sinistra europea.

Vediamo più in particolare il caso francese, in cui, com’è noto, tutte le previsioni danno Marine Le Pen già al secondo turno delle elezioni presidenziali che si terranno in maggio. Il problema è quello dell’altro candidato al ballottaggio: il che significa poi, per questo secondo, la quasi certezza di vittoria, considerando che vale ancora in Francia la opzione “repubblicana” che spinge l’elettorato democratico a sbarrare la strada all’estrema destra. Chi potrà essere allora il prossimo presidente francese? Fino a qualche settimana fa come baluardo anti-Le Pen tutti avrebbero scommesso su Fillon, esponente di una destra tradizionale e neoliberale: un personaggio, questo, peraltro molto indigesto all’elettorato di sinistra. Ma oggi, dopo lo scandalo in cui è incappato (avrebbe elargito circa un milione di denaro pubblico ai propri familiari per incarichi inesistenti), ben pochi scommetterebbero su di lui. Pressoché altrettanto di destra – ma, a differenza di Fillon, aperto su questioni come il “matrimonio per tutti” – è  Macron, ex ministro dell’economia di Hollande, che al momento si prospetta come la probabile alternativa allo scivolone lepenista della Francia. Ma è davvero così sicuro che, al primo turno, un elettorato socialista deluso da Hollande sceglierà un candidato addirittura più a destra del presidente in carica?

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3 marzo 2014
pubblicato da Rino Genovese

Una foglia di fico chiamata Schulz

di Rino Genovese

Strana vicenda: è stato proprio il meno socialista dei segretari del Pd a portare questo partito dall’identità introvabile nel Partito del socialismo europeo. Non che per Renzi la cosa abbia un grande significato. Ai fini del suo disegno di potere, uno qualsiasi dei raggruppamenti presenti in Europa sarebbe andato bene, tranne restarne fuori continuando ad aleggiare nel limbo. Allora perché non dirimere la questione, che si trascinava da anni, facendo del Pd un membro a tutti gli effetti del socialismo europeo? In fondo – Renzi si sarà detto, e non a torto – che cosa sia il socialismo nessuno lo sa più: perché non concedere agli ex comunisti (ex Ds) la loro foglia di fico? È un po’ la stessa logica con cui sono stati distribuiti i posti di governo e di sottogoverno, senza scontentare nessuno. Alle elezioni di maggio, dunque, il Pd appoggerà la candidatura di Martin Schulz alla presidenza della Commissione europea – e lo farà da co-artefice a pieno titolo della proposta.

Noi non abbiamo niente contro Martin Schulz, anzi, il tipo ci è simpatico e prendiamo atto che – nell’attuale frangente – conduce una campagna piuttosto spostata a sinistra. La socialdemocrazia tedesca, del resto, nella grande coalizione con Angela Merkel, si è fatta sentire su alcuni punti qualificanti come l’introduzione di un salario minimo (qualcosa che il Pd delle larghe o piccole intese non è riuscito neppure a immaginare). Tuttavia non ce la sentiamo di votare per lui. E le nostre perplessità non sono tanto di carattere ideologico quanto di opportunità politica.

È prudente, in una situazione che vede la Germania (a torto o a ragione) sotto accusa come principale beneficiaria della sconquassata costruzione europea, che sia proprio un socialdemocratico tedesco, cioè un esponente del partito che collabora al governo della Bundesrepublik con la signora Merkel, il vessilifero della sinistra riformista in Europa? Non ci sembra. La candidatura di Schulz può dare adito ai sospetti, quindi spazio alle forze antieuropeiste ed euroscettiche, populistiche e di destra. Il candidato socialista doveva essere meno connotato in senso nazionale, o, meglio ancora, andava scelto in quei paesi dell’Europa del sud che hanno pagato, e ancora stanno pagando, il prezzo più alto della crisi.