26 ottobre 2017
pubblicato da Il Ponte

Volti senz’anima

Renzi e Berlusconidi Massimo Jasonni

Ciò che accomuna il Pd, cosí come ora si presenta nell’immagine dell’attuale segretario, e Forza Italia, come si ripropone nella fotografia di un Berlusconi che sfida la vecchiaia, temiamo non sia solo una momentanea e fugace ipotesi di accordo preelettorale, ma nasconda ragioni di intesa ben piú salde e profonde. Come dire? Nozze d’amore, o se si vuole stare all’idea di solidità del vincolo di Schopenhauer, nozze per interesse. E quale interesse, e con quale forza dettato dal dominio dell’economia.

Certo nel rinnovato dialogo tra Renzi e Berlusconi ci sono anche obiettivi superficialmente strumentali, non ultimo quello dell’accorparsi per cercare di contenere l’assalto dei 5S, divenuti prima forza politica italiana e destinati, nonostante l’ostilità delle fonti di informazione, a crescere di numero. Tuttavia, non è questo che determina la perversa comunanza di intenti; ma un qualcosa che merita un attimo di cura nella riflessione, giacché parliamo di un comune programma di radicale mutamento dell’assetto costituzionale del Paese.

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24 settembre 2017
pubblicato da Rino Genovese

I diari di Bruno Trentin

Bruno Trentindi Rino Genovese

Sono di grande interesse i Diari 1988-1994 di Bruno Trentin, a cura di Iginio Ariemma (Roma, Ediesse, 2017), sia per il periodo in cui furono scritti – quello del crollo dell’Unione Sovietica e della fine non troppo gloriosa del Pci – sia per la personalità che ne emerge: non soltanto quella di un intellettuale prestato alla politica e al lavoro sindacale (un po’ come il suo amico Vittorio Foa) ma di un appassionato di scalate e passeggiate in montagna. Trentin era un uomo fisicamente molto prestante che amava tenersi in forma e faceva dell’attività sportiva, come del giardinaggio nella sua casa di Amelia, un  tonificante rimedio alle delusioni dell’impegno quotidiano che in quegli anni lo vide al vertice della Cgil.

Certo non dev’essere stato facile, per lui che da giovane aveva preso parte a un’esperienza fallimentare come quella del Partito d’azione, dover constatare che anche il Partito comunista, dopo una settantina d’anni di una vita che era parsa immortale, stava malamente evaporando. Però il suo socialismo ebbe sempre una matrice differente da quella burocratico-autoritaria, ancorché corretta dalla lezione gramsciana, tipica del Pci. Si può dire che Trentin sia stato un socialista libertario a bordo del comunismo come su una scialuppa nei marosi del Novecento. Ma, invece della riva – che, con la fine dell’illusione sovietica, sarebbe potuta essere quella di un socialismo diverso –, egli vide con qualche disperazione allontanarsi l’approdo. Sarebbe stato altra cosa il Partito democratico della sinistra nato dal Pci se, anziché chiamarsi così, avesse preso il nome di Partito del lavoro, come Trentin aveva proposto? Sarebbe potuto esserci un post-Pci non rinunciatario in materia di socialismo, capace di una sua specificità nel panorama delle ormai sfasate socialdemocrazie europee?

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14 marzo 2017
pubblicato da Il Ponte

Pd in sfascio: apparenza e sostanza

Pd in sfasciodi Mario Monforte

In tempi “normali” e in partiti “usuali” (ossia nei calmi avvicendamenti alla gestione statuale fra partiti posizionati a sinistra e a destra), un segretario, responsabile della linea politica di un partito e operazioni conseguenti – e tanto piú se ricopre il ruolo istituzionale di capo del governo –, se subisce sconfitte elettorali rilevanti che ne mettono in discussione la politica, si presenta dimissionario al partito e organi dirigenti, magari rimanendo capo del governo, parimenti dimissionario, per sbrigare gli affari fino alle elezioni politiche. Renzi si è trovato in tale posizione e, con il suo partito, ha perso le ultime elezioni amministrative (disastro completo evitato per un soffio con il risicato esito positivo a Milano) ed è tracollato al referendum costituzionale (su cui era imperniato il complesso dell’azione governativa, dalle varie misure alla legge elettorale). E Renzi ha annunciato le dimissioni in caso di tale sconfitta, profilando il ritiro a vita privata – era un modo per galvanizzare i sostenitori, non una vera intenzione. Del resto, non siamo in tempi “normali” e, in tale contesto, il Pd – derivato dalla fusione fra Ds, già Pds, in cui era confluita la parte maggiore del Pci, con un pezzo della vecchia Dc, la Margherita e qualche apporto sparso –, passato a direzione e maggioranza renziane, non è un partito “usuale”: le sconfitte non danno esiti scontati.

Ma si è entrati in contorsioni e convulsioni: Renzi, dimessosi da presidente del Consiglio ma fattosi proseguire (esplicitamente) da Gentiloni, con qualche cambio di posto di ministri e qualche new entry, e dilatata la già elefantiaca direzione del Pd (13 febbraio) a un migliaio di persone – per cui: niente dibattito e solo rassegna di posizioni –, ha proferito in tono severo, da segretario in piena carica (a sottolineare che la direzione è sempre sua), «un ciclo è finito». Però ha ribadito «ho portato il Pd al 40% alle europee», “dimenticando” ogni seria considerazione su amministrative e dêbacle al referendum. E ha sfidato le opposizioni interne: se volete la scissione, “fatevi sotto con le idee”. Le dimissioni le ha date all’assemblea del Pd (19 febbraio, assise sempre plebiscitaria), ma affermando di aver fatto tutto per il meglio, perciò “avanti cosí”. E ha indicato la tabella di marcia: congresso e primarie alla svelta, elezioni in tempi rapidi, però ri-proclamando il sostegno al governo Gentiloni. Il tutto approvato a pieni voti dall’assemblea piddina, a cui gli oppositori, riunitisi il giorno prima (18 febbraio), non hanno partecipato.

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4 febbraio 2017
pubblicato da Il Ponte

Prossime elezioni comunque e Movimento cinque stelle

Movimento cinque stelledi Mario Monforte

Manovre politiche: voto subito, voto no per ora, dopo settembre, al termine naturale della legislatura. E Renzi, convinto di quanto Lotti dixit, «40% alle europee, 40% al referendum», mira «al 40%» e punta alle elezioni quanto prima – occultando il colpo delle elezioni amministrative e il disastro del referendum. I suoi lo confermano leader Pd alle elezioni, e, grazie all’attuale composizione della Consulta, ha ricevuto un paio di “aiutini” non da poco: castrato del quesito sul Jobs Act il referendum della Cgil (lo avrebbe senza dubbio cassato) e legittimato il premio di maggioranza (per cui era stato giudicato illegittimo il Porcellum) per la lista che consegua (appunto!) il 40% dei voti validi. Ma pur se “avanti a tutta protervia”, le cose non cambiano: la “botta” del 4 dicembre è devastante per Renzi e “tutto” il Pd, e il prosequio di Renzi con il governo Gentiloni non ne migliora le sorti, anzi le logora ancora. E il Pd è a pezzi: l’opposizione interna, pur sempre à la “re tentenna”, è rafforzata; D’Alema organizza le forze e agita la scissione per un’altra formazione (data dal 10 al 14% di consensi); Emiliano minaccia ricorsi alla magistratura (senza congresso prima delle elezioni), altri affilano le armi. L’idea di Renzi di tenere in pugno il partito con le ravvicinate elezioni, dando a intendere di vincerle, è infondata. Ma Renzi, con i suoi, non è stolido a tal punto: mira (e mirano) a restare in sella nonostante i disastri, con esito elettorale su cui contrattare per il governo.

Il fronte del centrodestra invoca la necessità della propria unità, sempre con il feticcio del 40%, ma è spaccato, su linee profondamente diverse: Berlusconi, con il “grosso” di Forza Italia, disponibile, nonostante le dichiarazioni pre-elettorali, a un rinnovato governo da Grosse Koalition, magari non con Renzi, e perciò tende a procrastinare le elezioni, per avere un Pd piú ridotto e un Renzi piú screditato (oltre ad attendere una sentenza liberatoria per la sua candidatura dalla Corte europea); Salvini, con la Meloni, e anche qualcuno di Forza Italia, è contro ogni accordo con il Pd e piú affine a quanto si muove in Francia (il Front National della Le Pen) e altrove (Germania, Austria, Olanda, la Gran Bretagna con la Brexit e seguenti, per non dire del successo di Trump negli Usa), e perciò richiede elezioni subito, per utilizzare l’ondata anti-Renzi & Pd e le spinte che vengono dall’estero.

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28 ottobre 2016
pubblicato da Il Ponte

E se vince il No?

Se vince il Nodi Marcello Rossi

Se vince il no la politica italiana può essere attraversata da diversi scenari. Vediamone alcuni.

Il primo, il più probabile, è che Renzi salga al Colle e rimetta il mandato nelle mani del presidente della Repubblica e questi, che è “creatura” di Renzi, lo rimandi alle Camere per una nuova fiducia. E qui si pone il problema: chi è disposto a dare la fiducia? Se si esclude a priori il M5S, non resta che Forza Italia di Berlusconi-Parisi, ma l’operazione potrebbe essere rischiosa per Forza Italia perché il gruppo che fa riferimento a Brunetta e Toti potrebbe non essere disponibile e potrebbe aprire una crisi in vista di un apparentamento con la Lega e con Fratelli d’Italia. Anche nel Pd, comunque, la fiducia della cosiddetta sinistra non è scontata. Non credo che si vada a una scissione, ma potrebbero prendere corpo un’astensione o addirittura un voto contrario. Ma poi, di fronte a una vittoria del no, Renzi, dopo tutto quello che ha sostenuto, con quale programma potrebbe chiedere la fiducia? È vero che l’uomo è capace di giocare più parti in commedia e con molta disinvoltura promettere mari e monti, ma a tutto c’è un limite. Già in una esternazione che aveva il sapore della verità Renzi ebbe a sostenere le sue dimissioni se il referendum non fosse andato secondo le sue aspettative – e di questo è stato poi ampiamente rimproverato dai suoi – ma a me sembra che una volta tanto abbia detto una cosa giusta e che, di fronte a un risultato negativo, non gli resti che declinare l’invito di Mattarella.

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30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Rino Genovese

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi NovatiFerdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Senza dubbio il nodo del referendum costituzionale, che non si sa ancora precisamente quando si terrà, è aggrovigliato. Ciò tuttavia non significa che la posta in gioco non sia chiara. Si tratta, per dirla semplicemente, di consentire o no la trasformazione della nostra repubblica parlamentare in qualcosa di diverso: in una specie di repubblica indirettamente presidenziale, con un premierato forte anziché con un capo dello Stato eletto per via diretta. Il mutamento di forma e di composizione del Senato – non un’abolizione, ma la sua trasformazione in una superflua Camera delle rappresentanze regionali e locali – non metterebbe fine soltanto al bicameralismo perfetto prospettato dalla Costituzione (il che sarebbe, tutto sommato, forse ammissibile se la Camera dei deputati fosse poi eletta con un sistema elettorale proporzionale), ma condurrebbe a termine l’esperienza della repubblica parlamentare tout court.

Non è da poco che se ne parla, in Italia, di questa cosa: sono più di vent’anni che si attacca il sistema parlamentare, sostanzialmente da destra o con accenti qualunquistici, perché si dice che non funziona più, perché si guarda al presidenzialismo che sarebbe la formula politica adeguata a una democrazia non più della partecipazione attiva attraverso i partiti, ma del consenso nei confronti di una persona da incoronare come leader. Ora – però in ottobre ci sarà comunque un pronunciamento della Corte costituzionale sulla “nuova” legge elettorale che il periodo del connubio tra Renzi e Berlusconi ci ha regalato –, se si mette insieme la presunta abolizione del Senato, che non voterebbe più la fiducia al governo, con un sistema di scelta della rappresentanza politica fortemente accentrato e ipermaggioritario, perfino con la “prova del fuoco” di un ballottaggio nazionale per l’assegnazione del premio di maggioranza che incoronerebbe di fatto un leader, si vede chiaramente che cosa sarebbe, nel caso italiano, un premierato forte. Volete voi Renzi o Di Maio? Oppure uno qualsiasi contro un qualsiasi altro?

E non si dica che ciò faciliterebbe la cosiddetta governabilità. I piccoli gruppi, le cordate di qualsiasi colore, magari un po’ verdine, potrebbero sempre rendersi arbitre del premio di maggioranza contrattando dei posti nei listoni confezionati ad hoc per acciuffarlo quel premio; o, nel caso s’introduca la possibilità di alleanze al secondo turno (cosa di cui si parla, e che sarebbe un lieve miglioramento), patteggiando in anticipo uno scambio tra il proprio apporto in voti e i posti nel governo. Il trasformismo non finirebbe per nulla.

Naturalmente è vero che la partita per il cambiamento della “nuova” legge elettorale e quella riguardo al mutamento costituzionale sono due faccende distinte. Ma sono intrecciate. Di qui nasce la necessità di votare NO al referendum sulla Costituzione. Non ci si sbaglia se si vota NO: la repubblica parlamentare sarebbe sicuramente salva. Il parlamento sarebbe costretto dai fatti a modificare la legge elettorale, e a farne una specifica per il Senato che si è dato già per liquidato. Si dice – ma anche D’Alema, quando sembrava che fosse lui ad avere tra le mani i destini politici del paese, avrebbe volentieri cambiato la Costituzione in senso vagamente presidenzialista. È vero, una ventina d’anni fa un accordo con Berlusconi l’aveva tentato lui, e gli andò male. Ma che ragionamento sarebbe? Poiché D’Alema ci è antipatico, allora non possiamo votare NO perché voteremmo come lui… Se è per questo, sono per il NO anche tipi ben peggiori come Salvini. È la stessa logica referendaria semplificante sì/no che mette in compagnia persone tra loro distanti o molto distanti. Ciò è fin troppo evidente, non andrebbe nemmeno ricordato: eppure ci sono dei nostri amici che, stranamente, sembrano dimenticarsene.

 

13 settembre 2016
pubblicato da Rino Genovese

Perché no

perchè nodi Rino Genovese

Senza dubbio il nodo del referendum costituzionale, che non si sa ancora precisamente quando si terrà, è aggrovigliato. Ciò tuttavia non significa che la posta in gioco non sia chiara. Si tratta, per dirla semplicemente, di consentire o no la trasformazione della nostra repubblica parlamentare in qualcosa di diverso: in una specie di repubblica indirettamente presidenziale, con un premierato forte anziché con un capo dello Stato eletto per via diretta. Il mutamento di forma e di composizione del Senato – non un’abolizione, ma la sua trasformazione in una superflua Camera delle rappresentanze regionali e locali – non metterebbe fine soltanto al bicameralismo perfetto prospettato dalla Costituzione (il che sarebbe, tutto sommato, forse ammissibile se la Camera dei deputati fosse poi eletta con un sistema elettorale proporzionale), ma condurrebbe a termine l’esperienza della repubblica parlamentare tout court.

Non è da poco che se ne parla, in Italia, di questa cosa: sono più di vent’anni che si attacca il sistema parlamentare, sostanzialmente da destra o con accenti qualunquistici, perché si dice che non funziona più, perché si guarda al presidenzialismo che sarebbe la formula politica adeguata a una democrazia non più della partecipazione attiva attraverso i partiti, ma del consenso nei confronti di una persona da incoronare come leader. Ora – però in ottobre ci sarà comunque un pronunciamento della Corte costituzionale sulla “nuova” legge elettorale che il periodo del connubio tra Renzi e Berlusconi ci ha regalato –, se si mette insieme la presunta abolizione del Senato, che non voterebbe più la fiducia al governo, con un sistema di scelta della rappresentanza politica fortemente accentrato e ipermaggioritario, perfino con la “prova del fuoco” di un ballottaggio nazionale per l’assegnazione del premio di maggioranza che incoronerebbe di fatto un leader, si vede chiaramente che cosa sarebbe, nel caso italiano, un premierato forte. Volete voi Renzi o Di Maio? Oppure uno qualsiasi contro un qualsiasi altro?

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2 ottobre 2014
pubblicato da Rino Genovese

Quando finirà il Pd?

Quando finirà il Pddi Rino Genovese

L’ultimo psicodramma intorno al jobs act e alla prospettiva di un’ulteriore sterilizzazione dell’articolo 18, dopo quella già attuata dal governo Monti, lo ha dimostrato: una parte del Pd – sarà per risentimento, sarà per intima convinzione – resiste alla prospettiva di vedere il partito trasformarsi in ciò che ormai è già: un comitato elettorale, la pura cassa di risonanza di un leader dal tratto marcatamente berlusconiano. Ma, per un residuo di lealtà nei confronti della “ditta” come la chiama Bersani, o più probabilmente perché spaventata dall’idea di dover ricominciare da capo facendo cadere un governo nell’immediato senza alternativa che non sia una qualche forma di eterodirezione da parte di Bruxelles, la minoranza del partito rilutta a trarre tutte le conseguenze dal suo atteggiamento politico. Del resto che cosa ci si potrebbe aspettare da chi, tenendo in piedi il governo Monti al di là di ogni ragionevole durata, ha compromesso irrimediabilmente il risultato elettorale successivo?

Alla lunga però il Pd non potrà che implodere (nella peggiore delle ipotesi) o scindersi (nella migliore): perché la sua stessa nascita come riflesso speculare del berlusconismo, nell’incapacità della sinistra di costruire una coalizione serbando un’identità al suo interno, fu un parto mostruoso, un’operazione alla Frankenstein che solo in un paese scombinato come l’Italia poteva essere pensata, e che ha aperto la strada – insieme con la bancarotta della Rifondazione bertinottiana – al fenomeno qualunquistico grillino, che tanta parte dell’elettorato di sinistra è riuscito a raccogliere intorno a sé. Senza capacità di farsi carico delle sofferenze sociali, sempre più votato alla gestione anziché al governo, avvitato in una mimesi che ebbe il suo apice con Veltroni (difatti il meno rottamato dei rottamandi) nei confronti dell’avversario berlusconiano (Michele Salvati arrivò a parlare di una Forza Italia di sinistra), smarrita ogni autonoma radice socialista con l’emulazione di un liberalismo solo vagamente sociale come quello di Blair (non è stato il rottamatore Renzi il primo blairiano… ma, incredibile dictu, proprio il rottamando D’Alema…), in breve genericamente assumendo il nome di Partito democratico (con un richiamo perfino troppo lusinghiero all’omonimo partito americano, capace se non altro di sostenere i diritti civili perché privo di una componente democristiana), espressione fuori tempo di una tarda strategia da “compromesso storico”, lo strano aggregato politico sorto per governare il paese al posto di una destra populista ha concluso il suo non brillante cammino firmando le grandi e le piccole intese con questa stessa destra. Dopo di ciò, il fallimento è conclamato e non ci sarebbe altro da fare se non mettere mano alla costruzione di qualcosa di diverso.

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20 luglio 2014
pubblicato da Rino Genovese

Niente di nuovo

assolto Berlusconidi Rino Genovese

Non c’è commentatore che non osservi come la recente sentenza che ha assolto Silvio Berlusconi dai reati di concussione e prostituzione minorile apra un’autostrada alle riforme di Renzi, che adesso potranno avvalersi di un clima disteso da parte della destra e andare in porto in poco tempo. Non è detto, ma in effetti non stiamo assistendo a niente di nuovo. Gli ultimi vent’anni ci hanno abituati a soprassalti del genere. Quante volte Berlusconi – è un’illusione ricorrente – doveva essere messo fuori causa dalla magistratura e dalle sue sentenze? E quante volte l’ha fatta franca? Alla fine, la ridicola condanna a fare l’assistente una volta a settimana in una casa di riposo per anziani ha dato all’intera sua vicenda di border line – sempre ai limiti della legge e, più spesso, al di là – il sapore di una conclusione di una storia di Topolino. A quando, come massima tortura, un bel solletico ai piedi?

La riflessione su questi vent’anni italiani insegna che non è con le scorciatoie giudiziarie (che poi si esplicano in estenuanti lungaggini) che potrà mai essere pronunciata una parola definitiva sul berlusconismo. Il quale, sebbene in declino, non è affatto finito, e anzi sotto molti aspetti si è transustanziato in Matteo Renzi. Il berlusconismo originario – a partire da un solido grumo di potere, a tutt’oggi neppure intaccato, dato da un’ingente forza economico-mediatica sotto un padrone solo – è il tentativo di fare della già fragile democrazia italiana una democrazia plebiscitaria, con tratti autoritario-padronali, in cui, anche sotto il pretesto di un’innovazione istituzionale, si nasconde il rafforzamento dell’esecutivo a scapito del parlamento. Si tratta insomma di un bonapartismo in formato ridotto: alla propaganda attraverso le guerre e le imprese eroiche si sostituisce una capacità di presa mediatica (in particolare mediante l’uso dei sondaggi) in cui la cosiddetta sovranità popolare (già di per sé, e fin dai tempi di Rousseau, un concetto in se stesso scivoloso) è ridotta al consenso tributato da un popolo di consumatori della politica a un deus ex machina che, di volta in volta, può chiamarsi Berlusconi o perfino Renzi.

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9 luglio 2014
pubblicato da Rino Genovese

I due volti di Renzi

due volti di Renzidi Rino Genovese

Ci sono due Renzi, uno europeo e uno italiano. Se il primo – bisogna riconoscerlo – si muove con un dinamismo sconosciuto alle cariatidi del socialismo europeo al punto da essere diventato il leader della sinistra che vuole, se non altro, maggiore flessibilità nei vincoli imposti dal patto di stabilità, il secondo mostra il volto di un berlusconismo sotto la specie del Pd, con una capacità di manovra che, agitando il bastone e la carota, riduce a pura testimonianza la volontà di “fronda” di una parte dei suoi stessi gruppi parlamentari, specialmente al Senato. Certo, la partita che si gioca intorno alla sostanziale abolizione della Camera alta è lungi dall’essere conclusa. E continuo a pensare che ci saranno delle sorprese in aula, nonostante Renzi in commissione si sia assicurato un’ampia maggioranza perfezionando l’accordo con il partito berlusconiano. Ma le sorprese verranno più da una comprensibile scarsa volontà, da parte dei senatori, di fare la fine dei capponi che s’infilano nel forno da soli che da una capacità di resistenza organizzata. La minoranza del Pd, rinunciando a essere una corrente e presentandosi come un insieme di personalità risentite (i Letta, i Bersani, i D’Alema), ha di fatto lasciato il dissenso nelle mani dei Chiti e dei Mineo, che conducono una battaglia rispettabile ma a titolo personale.

Ma come? verrebbe da dire: non c’è oggi nel Pd renziano un’opposizione che sappia levarsi per dire che si può benissimo tagliare il numero complessivo dei parlamentari senza manomettere un impianto costituzionale diffamato come “bicameralismo perfetto” quando è invece semplicemente quello di una repubblica parlamentare? La “stranezza” di una camera che fa lo stesso lavoro dell’altra non è affatto tale: bisogna insistere su questo punto, a dispetto di un’opinione oggi corrente. In una repubblica in cui le maggioranze si formano nelle aule parlamentari – e non sulla base di una presunta sovranità popolare che si eserciterebbe nelle forme di un “direttismo” di marca bonapartista, o almeno presidenzialista –, in una repubblica siffatta, il doppio lavoro delle camere è garanzia per il cittadino che le leggi non siano votate assecondando umori passeggeri o interessi parziali, ma sulle più solide fondamenta di maggioranze nei due rami del parlamento e mediante un esame attento delle proposte di legge.

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