4 agosto 2017
pubblicato da Il Ponte

Libertà e proprietà

flat taxdi Giancarlo Scarpari

La parabola del partito tendenzialmente maggioritario, il progetto ideato dal Pd di Veltroni e rilanciato dal Pd di Renzi, sembra effettivamente giunto alla sua logica conclusione.

Per poter decollare aveva avuto bisogno di iniettare nel partito, a uso e consumo soprattutto del nuovo elettorato da attrarre, una robusta iniezione di propaganda “anticomunista”, ricalcata sui modelli berlusconiani e tradottasi nella “rottamazione” di quel che restava della sua tradizione socialdemocratica, nella guerriglia mediatica condotta contro i dirigenti che la rappresentavano e nello scontro frontale praticato nei confronti del lavoro dipendente.

Il balzo del Pd registrato alle europee col 40% dei voti aveva convinto Renzi a proseguire con decisione per il sentiero tracciato.

Col miraggio di sempre nuove vittorie, la maggioranza del partito, messi da parte o archiviati principi e valori “del passato”, ha seguito il comandante e il cerchio magico che lo applaudiva; la minoranza ha subito per mesi le scelte del capo, sempre incerta sul da farsi, mentre sul carro del vincitore, dopo le giravolte e le retromarce del Cavaliere, erano nel frattempo saliti i “diversamente berlusconiani”.

Continua a leggere →

18 luglio 2017
pubblicato da Rino Genovese

A che punto è la notte: piccolo ragionamento a favore del “cartello”

sinistra arcobalenodi Rino Genovese

La notte, naturalmente, è quella della sinistra politica italiana (non parliamo di quella di altri paesi, come la Francia, altrimenti non dovremmo scrivere un articolo ma un libro). Dopo assemblee, incontri, riunioni varie, siamo al punto di partenza: non s’intravede ancora, nemmeno con il cannocchiale, una lista unitaria per le prossime elezioni. C’è chi dice che dipenda dal verticismo di un ceto politico autoreferenziale  incapace di staccarsi dalle poltrone, o per meglio dire dal desiderio di ritornare in parlamento. Se fosse così, però, semplicemente così, avrebbero subito cercato di mettersi d’accordo tutti, e avrebbero dato vita a un cartello elettorale – la sola possibilità oggi – delle varie sigle a sinistra del Pd renziano (che, da parte sua, continua a perdere pezzi). Intendiamoci, il cartello non è la soluzione migliore, ma a mio parere è l’unica oggi sostenibile. Tra chi rimpiange il passato e insegue una riedizione del centrosinistra – sperando ancora che Renzi non sia Renzi, cioè quel tipo che cerca i voti a destra per cercare di fare poi, da posizioni di forza, una “grossa coalizione” con una parte della stessa destra –, e chi invece crede di potersi inventare un Podemos all’italiana (mi riferisco ai Montanari e alle Falcone) non c’è alcun vero denominatore comune che non sia, appunto, quello di superare la soglia di sbarramento (attualmente al 3%) per fare ingresso nella Camera dei deputati. Il cartello elettorale è nelle cose, tutto il resto no, inutile girarci attorno.

Continua a leggere →

2 luglio 2017
pubblicato da Rino Genovese

Bersani e la parola magica “protezione”

Bersanidi Rino Genovese

Dunque Pisapia sembra infine essersi reso conto che presentarsi alle elezioni con Renzi sarebbe stato deleterio – oltre che sostanzialmente impossibile se si è compresa un po’ la psicologia del superometto fiorentino – e ha concluso un patto, siglato in piazza sabato primo luglio con il movimento dei fuoriusciti dal Pd, che per il momento si è dato un nome anche più anodino di quello scelto dagli stessi scissionisti (“Articolo 1 – Movimento democratico e progressista”). Si chiama infatti “Insieme”. Ma insieme per fare che cosa, con quali finalità?

Nel discorso di maggiore spessore politico, tenuto da Bersani, è apparsa quella che potrebbe essere la parola magica di un possibile programma di riforme: “protezione” (che tra parentesi compare anche nell’articolo di Nicolò Bellanca qua sotto, con riferimento a una intervista di Luca Ricolfi). Non v’è dubbio che, se pensiamo a che cosa significhi Stato sociale, il suo scopo è quello di difendere i cittadini nelle disavventure della vita: per esempio, quando ci si ammala, c’è la sanità pubblica che interviene indipendentemente dal fatto che si abbiano o no i mezzi per pagarsi le cure. In questo senso è vero che la parola “protezione” una sua importanza ce l’ha. Ma potrebbe mai essere sufficiente?

Continua a leggere →

4 giugno 2017
pubblicato da Rino Genovese

Da dove l’impasse politica italiana?

Achille Occhettodi Rino Genovese

Senza risalire fino al Rinascimento, alle famose analisi di Machiavelli e Guicciardini, sarebbe sufficiente ritornare a circa trent’anni fa, a quel 1989 in cui alle elezioni europee di giugno – come ho avuto modo di ricordare sfogliando il recente volume che raccoglie gli scritti di Marcello Rossi sul Ponte (Socialismo libertario e dintorni, Firenze, Il Ponte Editore, 2017) – il Pci di Occhetto ottenne ancora il 27,5% dei voti. Questo risultato – che dimostrava la capacità di resilienza del maggior partito della sinistra italiana – si ebbe a pochi giorni dalla repressione di Tienanmen, nel pieno di una crisi che, due anni dopo, porterà alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Alla fine, dentro quel marasma internazionale di cui non riuscirà ad avvantaggiarsi il Psi di Craxi, scoppierà il bubbone Tangentopoli degli anni novanta, facendo saltare gli equilibri italiani della guerra fredda. Il craxismo ne uscirà distrutto, ma in un certo senso ne farà le spese anche Occhetto, tagliato fuori dal qualunquismo montante – di cui beneficiario sarà il “nuovo” berlusconismo aziendal-politico, prosecuzione di un affarismo targato Caf (che era la sigla dell’alleanza di potere tra Craxi, Andreotti e Forlani).

Il paese non si è mai più risollevato da quegli avvenimenti che segnarono la morte sia del comunismo sia del socialismo italiani, e che in parte furono tragici e in parte tragicomici, se si considera che il lungo periodo berlusconiano è stato caratterizzato da un immobilismo agitato, come di chi gesticoli senza concludere granché – a parte difendere i propri interessi privati –, e che tuttavia rese possibile la continuità di un generale sistema di potere, rimasto intatto nelle sue basi sociali sotto i mutamenti di facciata.

Continua a leggere →

12 aprile 2017
pubblicato da Il Ponte

Altri tempi

Altri tempidi Giancarlo Scarpari

Nell’Italia repubblicana le anomalie istituzionali non sono mai mancate. Le cronache giudiziarie di cinquant’anni fa riportavano abitualmente i nomi di questori, vice-questori e ispettori generali di Pubblica Sicurezza che apparivano impegnati nel coordinare indagini giudiziarie, i cui risultati erano dagli stessi anticipati nel corso di abituali conferenze stampa.

Erano prassi e comportamenti arbitrari, perché quei funzionari non rivestivano la qualifica di ufficiali di polizia giudiziaria e perciò, secondo il codice, non potevano dirigere le indagini della magistratura, né tantomeno divulgarne i contenuti.

A queste prassi – che violavano innanzitutto, in modo manifesto, l’art. 109 Cost., secondo cui la polizia giudiziaria dipendeva dalla magistratura e non da altre autorità – reagì il procuratore generale della Corte d’Appello di Firenze, Aldo Sica, con una circolare del luglio 1966, con cui puntualizzò i compiti preventivi spettanti alla polizia di sicurezza e quelli repressivi di competenza della polizia giudiziaria; sottolineò che unico destinatario dei risultati delle indagini promosse da quest’ultima era il magistrato, che la comunicazione di tali notizie ad altri soggetti costituiva violazione del segreto istruttorio e che se un questore avesse in concreto diretto quelle indagini avrebbe commesso il reato di usurpazione delle pubbliche funzioni.

Continua a leggere →

14 marzo 2017
pubblicato da Il Ponte

Pd in sfascio: apparenza e sostanza

Pd in sfasciodi Mario Monforte

In tempi “normali” e in partiti “usuali” (ossia nei calmi avvicendamenti alla gestione statuale fra partiti posizionati a sinistra e a destra), un segretario, responsabile della linea politica di un partito e operazioni conseguenti – e tanto piú se ricopre il ruolo istituzionale di capo del governo –, se subisce sconfitte elettorali rilevanti che ne mettono in discussione la politica, si presenta dimissionario al partito e organi dirigenti, magari rimanendo capo del governo, parimenti dimissionario, per sbrigare gli affari fino alle elezioni politiche. Renzi si è trovato in tale posizione e, con il suo partito, ha perso le ultime elezioni amministrative (disastro completo evitato per un soffio con il risicato esito positivo a Milano) ed è tracollato al referendum costituzionale (su cui era imperniato il complesso dell’azione governativa, dalle varie misure alla legge elettorale). E Renzi ha annunciato le dimissioni in caso di tale sconfitta, profilando il ritiro a vita privata – era un modo per galvanizzare i sostenitori, non una vera intenzione. Del resto, non siamo in tempi “normali” e, in tale contesto, il Pd – derivato dalla fusione fra Ds, già Pds, in cui era confluita la parte maggiore del Pci, con un pezzo della vecchia Dc, la Margherita e qualche apporto sparso –, passato a direzione e maggioranza renziane, non è un partito “usuale”: le sconfitte non danno esiti scontati.

Ma si è entrati in contorsioni e convulsioni: Renzi, dimessosi da presidente del Consiglio ma fattosi proseguire (esplicitamente) da Gentiloni, con qualche cambio di posto di ministri e qualche new entry, e dilatata la già elefantiaca direzione del Pd (13 febbraio) a un migliaio di persone – per cui: niente dibattito e solo rassegna di posizioni –, ha proferito in tono severo, da segretario in piena carica (a sottolineare che la direzione è sempre sua), «un ciclo è finito». Però ha ribadito «ho portato il Pd al 40% alle europee», “dimenticando” ogni seria considerazione su amministrative e dêbacle al referendum. E ha sfidato le opposizioni interne: se volete la scissione, “fatevi sotto con le idee”. Le dimissioni le ha date all’assemblea del Pd (19 febbraio, assise sempre plebiscitaria), ma affermando di aver fatto tutto per il meglio, perciò “avanti cosí”. E ha indicato la tabella di marcia: congresso e primarie alla svelta, elezioni in tempi rapidi, però ri-proclamando il sostegno al governo Gentiloni. Il tutto approvato a pieni voti dall’assemblea piddina, a cui gli oppositori, riunitisi il giorno prima (18 febbraio), non hanno partecipato.

Continua a leggere →

20 febbraio 2017
pubblicato da Rino Genovese

E in Italia?

Sinistra italianadi Rino Genovese

Nel precedente articolo dicevo che in Italia a sinistra nulla si muove, e poteva sembrare un’affermazione temeraria a pochi giorni da una probabile scissione del Pd e dal congresso costitutivo di una formazione politica che si chiama Sinistra italiana. Ma, a proposito di una separazione che era nelle cose da tempo (e che perfino oggi, mentre scrivo, ancora non è stata formalizzata), qualcosa si sarebbe potuto muovere se fosse stata fatta nel momento giusto, quando il governo Renzi imponeva il suo jobs act, mentre adesso appare piuttosto una scissione dei gruppi dirigenti. Quali i contenuti, infatti, se i protagonisti della stessa non hanno il coraggio di mettere anzitutto in questione, in maniera apertamente autocritica, le scelte del passato che li videro artefici di un progetto del tutto inconsistente come quello del Pd?

Tra i promotori della scissione solo Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana, ha parlato di socialismo: lui sembra essersi accorto che senza un riferimento ideale forte, senza un aggancio alla storia del movimento operaio – che certo non si può riproporre in maniera nostalgica o come una sorta di vangelo – oggi non può esserci alcuna battaglia politica neppure semplicemente democratica. Il capitalismo neoliberista, negli scorsi decenni, ha profondamente alterato gli equilibri democratici costituiti nel dopoguerra; ed è venuto in chiaro, in particolare dopo l’ultima crisi, che nessun progresso può esserci  – nessuna forma di emancipazione collegata, per esempio, a un uso collettivamente liberante della tecnologia – senza una critica degli squilibri anche ambientali prodotti da un modello di sviluppo ingiusto e sbagliato.

Continua a leggere →

10 febbraio 2017
pubblicato da Rino Genovese

A sinistra qualcosa si muove

Benoît Hamondi Rino Genovese

Non in Italia, paese ancora politicamente soffocato tra Renzi e Grillo, ma in Europa qualcosa a sinistra si muove. Non mi riferisco tanto all’Inghilterra di Corbyn, il cui pur positivo successo presso la base labour è limitato dalla sua posizione isolazionista euroscettica, quanto piuttosto alla Francia e perfino alla Germania, paese in cui il primato di Merkel è insidiato oggi non soltanto a destra ma anche a sinistra – per quanto incredibile possa sembrare – dall’ex presidente del parlamento europeo Martin Schulz. La possibilità che l’Europa cambi musica è inevitabilmente appesa al filo di un mutamento di rotta dei partiti socialisti e socialdemocratici, in collegamento con le formazioni anti-austerità emerse negli ultimi anni. L’esempio è dato dal “modello portoghese”, se così vogliamo chiamarlo, in cui un governo socialista si regge su una maggioranza parlamentare formata dai vecchi comunisti, dagli ecologisti e dalla nuova sinistra. Anche se sappiamo bene che in Germania un accordo di programma tra i socialdemocratici e die Linke (la  sinistra cosiddetta radicale) è di là da venire, e che lo schieramento delle candidature post-Hollande in Francia è decisamente frammentato, ciò nondimeno qualche indizio di vitalità, o almeno di non rassegnazione a morire neoliberisti, sta arrivando dalla sinistra europea.

Vediamo più in particolare il caso francese, in cui, com’è noto, tutte le previsioni danno Marine Le Pen già al secondo turno delle elezioni presidenziali che si terranno in maggio. Il problema è quello dell’altro candidato al ballottaggio: il che significa poi, per questo secondo, la quasi certezza di vittoria, considerando che vale ancora in Francia la opzione “repubblicana” che spinge l’elettorato democratico a sbarrare la strada all’estrema destra. Chi potrà essere allora il prossimo presidente francese? Fino a qualche settimana fa come baluardo anti-Le Pen tutti avrebbero scommesso su Fillon, esponente di una destra tradizionale e neoliberale: un personaggio, questo, peraltro molto indigesto all’elettorato di sinistra. Ma oggi, dopo lo scandalo in cui è incappato (avrebbe elargito circa un milione di denaro pubblico ai propri familiari per incarichi inesistenti), ben pochi scommetterebbero su di lui. Pressoché altrettanto di destra – ma, a differenza di Fillon, aperto su questioni come il “matrimonio per tutti” – è  Macron, ex ministro dell’economia di Hollande, che al momento si prospetta come la probabile alternativa allo scivolone lepenista della Francia. Ma è davvero così sicuro che, al primo turno, un elettorato socialista deluso da Hollande sceglierà un candidato addirittura più a destra del presidente in carica?

Continua a leggere →

4 febbraio 2017
pubblicato da Il Ponte

Prossime elezioni comunque e Movimento cinque stelle

Movimento cinque stelledi Mario Monforte

Manovre politiche: voto subito, voto no per ora, dopo settembre, al termine naturale della legislatura. E Renzi, convinto di quanto Lotti dixit, «40% alle europee, 40% al referendum», mira «al 40%» e punta alle elezioni quanto prima – occultando il colpo delle elezioni amministrative e il disastro del referendum. I suoi lo confermano leader Pd alle elezioni, e, grazie all’attuale composizione della Consulta, ha ricevuto un paio di “aiutini” non da poco: castrato del quesito sul Jobs Act il referendum della Cgil (lo avrebbe senza dubbio cassato) e legittimato il premio di maggioranza (per cui era stato giudicato illegittimo il Porcellum) per la lista che consegua (appunto!) il 40% dei voti validi. Ma pur se “avanti a tutta protervia”, le cose non cambiano: la “botta” del 4 dicembre è devastante per Renzi e “tutto” il Pd, e il prosequio di Renzi con il governo Gentiloni non ne migliora le sorti, anzi le logora ancora. E il Pd è a pezzi: l’opposizione interna, pur sempre à la “re tentenna”, è rafforzata; D’Alema organizza le forze e agita la scissione per un’altra formazione (data dal 10 al 14% di consensi); Emiliano minaccia ricorsi alla magistratura (senza congresso prima delle elezioni), altri affilano le armi. L’idea di Renzi di tenere in pugno il partito con le ravvicinate elezioni, dando a intendere di vincerle, è infondata. Ma Renzi, con i suoi, non è stolido a tal punto: mira (e mirano) a restare in sella nonostante i disastri, con esito elettorale su cui contrattare per il governo.

Il fronte del centrodestra invoca la necessità della propria unità, sempre con il feticcio del 40%, ma è spaccato, su linee profondamente diverse: Berlusconi, con il “grosso” di Forza Italia, disponibile, nonostante le dichiarazioni pre-elettorali, a un rinnovato governo da Grosse Koalition, magari non con Renzi, e perciò tende a procrastinare le elezioni, per avere un Pd piú ridotto e un Renzi piú screditato (oltre ad attendere una sentenza liberatoria per la sua candidatura dalla Corte europea); Salvini, con la Meloni, e anche qualcuno di Forza Italia, è contro ogni accordo con il Pd e piú affine a quanto si muove in Francia (il Front National della Le Pen) e altrove (Germania, Austria, Olanda, la Gran Bretagna con la Brexit e seguenti, per non dire del successo di Trump negli Usa), e perciò richiede elezioni subito, per utilizzare l’ondata anti-Renzi & Pd e le spinte che vengono dall’estero.

Continua a leggere →

11 gennaio 2017
pubblicato da Il Ponte

Si sono voluti contare e hanno perso

Si sono voluti contare e hanno persodi Paolo Bagnoli

Il risultato del referendum che ha salvato la Costituzione ci riporta alla mente quanto Pietro Nenni disse in occasione del referendum sul divorzio del 1974: «Si sono voluti contare e hanno perso». Il paese non solo ha gridato un no netto, ma ha anche fatto sapere che di Matteo Renzi non ne vuole sapere. Come sempre accade in un referendum, il voto, comunque ci si collochi, racchiude tanto altro al di là dello specifico in oggetto, e per argomentare un giudizio politico d’insieme bisogna considerare il dato unificante. Così il voto del 4 dicembre è, secondo me, molto semplice da interpretare: non si può “imbastardire” la Costituzione con le questioni del governo; non si può confondere quanto è a fondamento di un paese con quanto è contingente. Su ciò il giudizio del popolo italiano è stato praticamente omogeneo: la Costituzione vale molto di più della classe politica che è al governo e non la si può barattare con una “frittura di pesce”.

Subito dopo il risultato, le interpretazioni di merito sono state le più varie. L’unica cosa che non abbiamo né letto né sentito è stato quello che, in effetti, era il nocciolo vero della questione: passare da un sistema di democrazia repubblicana a uno di potere autoritario. Se ciò fosse avvenuto, i rischi per la Repubblica e la sua legittimità democratica sarebbero stati gravissimi anche perché il nuovo sistema era stato concepito su due fondamenti: annullamento della centralità parlamentare con conseguente ruolo caudillistico del presidente del Consiglio e legge elettorale che avrebbe permesso al Pd – hoc erat in votis – di divenire il centro di legittimità e di governo dell’intero sistema. Se questo fosse avvenuto, le radici della Repubblica, nata dalla Resistenza, sarebbero state cancellate e la stessa prima parte della Costituzione avrebbe figurato, rispetto al tutto, come le guardie del Pantheon, che non fa alcuna differenza che ci siano o non ci siano.

Continua a leggere →