29 maggio 2017
pubblicato da Il Ponte

La cinica intelligenza candidamente spudorata di Walter Siti

Walter Sitidi Antonio Tricomi

Che Bruciare tutto (Milano, Rizzoli, 2017, pp. 369), ossia un romanzo nel quale – spiega l’autore stesso in una nota posta in chiusura del volume – la pedofilia «ha il medesimo ruolo funzionale che ha la musica nel Doctor Faustus di Thomas Mann», sarebbe stato in larga misura percepito come un intollerabile oltraggio al senso comune, Walter Siti non lo ignorava minimamente. In quello che resta il suo libro più importante e il miglior esempio italiano di autofiction, Troppi paradisi, all’alter ego dello scrittore capitava infatti di pensare: «Lo so che non dovrei mai parlare di pedofilia, perché alla fine dò l’impressione di stare dalla parte dei pedofili». E per quale motivo? Per il semplice fatto – arguiva il personaggio Walter Siti – che, mentre «è questo l’atteggiamento più diffuso: i pedofili sono malati, i bambini non si toccano, stop», io continuo a ritenere – egli ripeteva a se stesso – che «non ci dovrebbe essere tema su cui non si possa ragionare» e allora – proseguiva – mi tocca in tutta onestà precisare che un pedofilo «lo conosco bene» e non si tratta di «un essere spregevole», ma di «un pover’uomo terrorizzato, che ha trentacinque anni e ne dimostra venti, pesa centotrenta chili, soffre di aerofagia e ha la faccia da pupone».

Non è forse un caso, dunque, che il protagonista di Bruciare tutto somigli vagamente al pederasta ritratto in Troppi paradisi, se Leo è un sacerdote «grassottello» di trentatré anni che in ogni caso, a differenza del suo possibile antecedente narrativo, «non pratica, non esercita, non disturba i bambini insomma, non glielo lascia nemmeno intuire», con titanico oltranzismo impegnandosi «nello sforzo di negare, e di negarsi», per sentirsi orgogliosamente «diverso dai preti che vengono indicati al pubblico ludibrio, i molestatori e i viscidi». In altre parole, per prendere risolutamente le distanze «da quel tipo di Chiesa, che si rassegna al peccato perché l’eroismo la spaventa».

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4 dicembre 2015
pubblicato da Il Ponte

Tredici novembre: allarmato affresco distopico

il-fondamentalista-riluttante di Antonio Tricomi

Romanzo celebre anche perché Mira Nair ne ha tratto un film che ha riscosso un discreto successo, Il fondamentalista riluttante di Mohsin Hamid (Einaudi, Torino 2007) rievoca in flashback, e per bocca del protagonista, la vicenda di un giovane pakistano di buona ma ormai impoverita famiglia che, laureatosi a Princeton, diventa un valido analista finanziario presso un’influente società di consulenza newyorkese, per poi cambiare totalmente vita dopo l’Undici Settembre 2001. In particolare, dopo l’incontro, in Cile, con un uomo che gli parla degli antichi giannizzeri, descrivendoglieli non solo come ragazzi o bambini di fede cristiana «catturati dagli ottomani e addestrati per essere soldati in un esercito musulmano, a quel tempo il più potente esercito del mondo», ma anche al pari di individui che, appena divenuti adulti, si rivelano «feroci ed estremamente leali», giacché essi «avevano lottato per cancellare dentro di sé la propria cultura, perciò non avevano più nient’altro a cui rivolgersi».

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4 giugno 2015
pubblicato da Il Ponte

Rimarrebbe pur sempre Spartaco

Spartacodi Antonio Tricomi

Quella scattata da Guido Mazzoni con I destini generali (Laterza, Roma-Bari 2015, pp. 115, € 14,00) è una fotografia della nostra epoca, e in special modo della società occidentale, autenticamente spietata perché intellettualmente onesta. Il merito principale del saggista lo potremmo infatti riassumere così: ricavare tale impietosa diagnosi in primo luogo dalla propria esperienza di scacco non già conoscitivo, ma etico-politico o, in altri termini, dalla consapevolezza di non essere legittimato a considerarsi in una qualche misura estraneo alla bancarotta della civiltà che caratterizza il presente solo perché almeno in parte formatosi sui principi – da tempo decaduti – della tradizione umanistica. Mazzoni muove cioè da un’addolorata ammissione di fisiologica correità emotiva – e, per paradosso non proprio estremo, anche culturale – con le mitologie perlopiù regressive che dominano l’età contemporanea. A parer suo, quel letterato, quel filosofo, quello storico che, in nome dell’ormai solo presunta eterodossia della propria educazione, immagini di potersi porre al di sopra o semplicemente al di fuori dell’oggi, e di riuscire a decifrarlo e magari a contrastarne le peggiori retoriche impiegando saperi o richiamandosi a valori che si ostina a credere strutturalmente irriducibili a quelli egemoni, finisce infatti col prodursi in uno sterile, tutt’al più moralistico esercizio di falsa coscienza, che gli vieta di misurarsi con un reale il cui ordito non si lascia più né cogliere criticamente, né lacerare in chiave utopistica da interpretazioni di tal genere.

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6 maggio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Dell’Europa secondo Houellebecq

houellebecqdi Antonio Tricomi

Chi ha interpretato Sottomissione (Milano, Bompiani, 2015) come un greve romanzo provocatoriamente islamofobo, o addirittura alla stregua di un qualunquistico pamphlet anti-islamico, ha in larga misura letto un libro che poco ha da spartire con quello effettivamente licenziato da Michel Houellebecq e contraddistinto da ben altri, reali difetti. Esploriamo subito il primo: il testo non brilla né per levigatezza formale né per scrupolosa abilità nella costruzione di un pur volutamente minimale intreccio, rivelandosi in tal modo esangue, e anzi trasandato, sotto l’aspetto stilistico; noioso, ripetitivo e quindi, per paradosso estremo, prolisso dal punto di vista squisitamente narrativo; incapace, perciò, di strutturarsi su un’autentica complessità concettuale e di esprimerla. Si potrà magari obiettare che un simile impianto complessivo è scientemente elaborato da Houellebecq perché, rispecchiandola, dia conto della normale mediocrità dell’io narrante, e che allora esso non rappresenta il limite principale di Sottomissione, bensì l’orma stessa e il significato ultimo del suo equivoco messaggio. In parte, le cose stanno esattamente così, ma l’impressione è che tale sforzo di adeguamento sia della macchina narrativa sia dell’ispirazione letteraria all’intrinsecamente comica banalità esemplare del protagonista del romanzo abbia finito col prendere la mano all’autore, spingendolo sulla cattiva strada di una semplificazione delle istanze psicologiche e delle valutazioni socioculturali troppo marcata finanche per chi voglia raccontare, con ormai sfinito e non più polemico piglio grottesco, una storia di ordinario conformismo individuale e collettivo, come pure pronosticare, con vena solo nichilisticamente umoristica, un futuro di altrettanto convenzionale e opportunistico allineamento dei soggetti e delle masse a inviolabili stili di vita nei quali nessuno saprà riconoscere il tramonto stesso della civiltà.

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