4 dicembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Il racconto-mondo di Daniele Del Giudice

Daniele Del Giudicedi Neil Novello

La confiance è la materia di cui pare aurata la narrativa breve di Daniele Del Giudice. In realtà, il momento auratico della confiance è una subdola, pericolosa illusione. A gravare invece sui Racconti (Torino, Einaudi, 2016) dello scrittore romano è un clima panottico da giro di vite, una ferale fatalità di fiaba. Qui personaggi ed eventi, richiamati entro un gorgo destinale, sono calamitati da un kairós, un tempo magico in cui l’incontro e l’evento esprimono quasi un accadimento dell’altro mondo. Una realtà veniente come da una lontana potenza, dal cuore di un Dio capriccioso e punitivo. Per questo, Del Giudice scrive e scrivendo concepisce universi creaturali di perturbamento.

Nel «Museo di Reims», primo tra i Racconti, a riguardo è esposto un esemplare modello. La specularità creaturale veicola qui la storia riflessa di un mondo perturbato, anzi foriero di una poesia del tragico. Il lettore allora troverà nella vicenda di Barnaba a Reims e nella sua progressiva cecità, l’archetipo umano di una narrazione a eco nel personaggio di Marat. Il rivoluzionario francese, nella fictio di Del Giudice è richiamato alla narrazione in veste di studioso della malattia dell’occhio: An Inquiry in to the Nature di Marat è dedicato alla presbiopia.

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