30 novembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Tre cerchi e un segmento: una mostra fiorentina per Piero Calamandrei

Piero Calamandreidi Giulio Conticelli

Al termine del sessantesimo anno dalla scomparsa di Piero Calamandrei e all’approssimarsi del settantesimo dell’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, la Commissione cultura del Consiglio comunale di Firenze e l’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea (Isrt) hanno, in sinergia con il proprio patrimonio archivistico, promosso nell’Archivio storico comunale di Firenze la mostra Piero Calamandrei intellettuale democratico nella Firenze del dopoguerra, che rimane aperta sino al 13 dicembre 2017.

Dinanzi a un’esposizione di documenti storici, il criterio di analisi opportuno sembra individuarsi in “ciò che manca”, cioè nei vuoti espositivi per permettere di far risaltare quanto c’è di “pieno”, perché la superficie espositiva sia più espressiva della forma che intende trasmettere con i materiali archivistici.

L’Isrt conserva l’Archivio di Piero Calamandrei donato dalla vedova di Piero, Ada Cocci: questo ha permesso dai primi anni sessanta anche la conservazione di un peculiare materiale documentario sulla preparazione dei fascicoli del «Ponte», dal 1945 al 1956, con l’intreccio nell’amplissimo epistolario di lettere per l’attività editoriale con la più estesa attività culturale e giuridica di Calamandrei.

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13 luglio 2016
pubblicato da Il Ponte

Socialismo come limite conflittuale del capitalismo

L’idea di socialismodi Nicolò Bellanca

Il recente libro del filosofo francofortese Axel Honneth, intitolato L’idea di socialismo, è un’occasione per chiederci se e quanto resti in piedi di una delle grandi impostazioni teoriche, e di uno dei maggiori progetti politici, della modernità.1 L’impianto teorico del volume è scontato e nell’insieme abbastanza condivisibile: «al determinismo storico, alla centralità del proletariato e alla rigidità dell’economia pianificata centralizzata, si sostituisce un deciso sperimentalismo storico, aperto sia riguardo alle forme economiche sia riguardo agli attori in gioco. Alla cecità giuridica e politica del socialismo tradizionale è contrapposto un progetto radicalmente democratico, giocato sulla discussione pubblica e sull’ampliamento dei partecipanti a essa».2 In termini costruttivi, al cuore della proposta di Honneth vi è non già il valore dell’uguaglianza – come in tanti altri contributi sul tema del concetto di sinistra e/o di socialismo3 –, bensì l’idea della libertà sociale: accanto alla libertà negativa come non-interferenza e a quella positiva come autodeterminazione, quella sociale si acquisisce soltanto in relazione con gli altri. Più esattamente, l’ideale della libertà sociale si realizza non nel rapporto dell’uno-con-l’altro (intersezione), bensì in quello dell’uno-per-l’altro (interconnessione) e, secondo Honneth, coincide, tra i principi normativi introdotti dalla Rivoluzione francese, con la fraternité o reciprocità solidale.

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19 aprile 2016
pubblicato da Il Ponte

La trappola democratica

norberto bobbiodi Alfio Mastropaolo

La definizione standard

In uno dei suoi scritti più celebri, che ha fatto scuola a un’intera generazione, intitolato Il futuro della democrazia, Norberto Bobbio cercò di mettere ordine tra le tante definizioni della democrazia e si azzardò a proporne una, da lui stesso definita minima, se non minimalista. Che mettesse tutti d’accordo. Che in democrazia non è un pregio di poco conto. La democrazia, per Bobbio, è un particolare regime politico che si caratterizza per alcuni requisiti fondamentali, i quali attengono a chi governa e a come governa. Tali requisiti sono il suffragio universale, il principio di maggioranza e la competizione tra forze politiche diverse, e, di conseguenza, la libertà personale, di pensiero, di associazione.

Questa definizione di democrazia, viceversa, nulla dettava sul cosa. La democrazia è compatibile con ogni sorta di misure politiche. Ovvero non impone nessun obbligo al riguardo. Può produrre politiche egualitarie, su cui Bobbio concordava, ma non è obbligata a produrle. Lo Stato sociale è un di più, che arricchisce la democrazia, ma non la qualifica. Se poi si conducessero solo politiche ugualitarie, – Bobbio le chiama democrazia «sostanziale», a scapito della democrazia «procedurale», – la democrazia non sarebbe più democratica.

Bobbio ammetteva che una simile democrazia è poco attraente. Anzi, aggiungeva, non mantiene nemmeno le sue modestissime promesse: le oligarchie sono tenacissime, prevalgono gli interessi più forti, quelli economici innanzitutto, persistono larghissimi spazi democraticamente inaccessibili. Ma lui apparteneva alla generazione che aveva vissuto il fascismo. Il suo punto di vista si può capirlo. Non sappiamo cosa direbbe oggi, dopo che è trascorso mezzo secolo e che il suo futuro democratico è arrivato. Le democrazie sono diventate più oligarchiche, sono governate da gente che è al servizio dei potentati economici e la sfera del potere invisibile si è dilatata a dismisura. In compenso, il suffragio universale è sempre lì, si decide sempre a maggioranza e c’è pure competizione tra partiti. Non solo, ognuno è libero di dire quel che vuole (con qualche restrizione). E di vivere come vuole. Peccato che spesso non abbia i mezzi di che vivere decentemente.

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27 marzo 2016
pubblicato da Il Ponte

Il socialismo e la gestione democratica delle imprese

Il socialismo e la gestione democratica delle impresedi Bruno Jossa

1. Ampiamente diffusa oggi è l’opinione che il marxismo sia morto perché il sistema sovietico di pianificazione centralizzato è fallito. Ma è vera, invece, l’opinione contraria. «Sono lontani i tempi – scriveva Bensaïd nel 2009 – in cui una stampa sensazionalistica annunciava trionfalmente al mondo la morte di Marx. […] Oggi il suo temuto ritorno fa scalpore. L’edizione tedesca del Capitale ha triplicato le vendite in un anno. In Giappone la sua versione manga è diventata un bestseller. […] A Wall Street ci sono state addirittura delle manifestazioni al grido di: “aveva ragione Marx!” (cfr., per es., Kellner, 1995, Stone, 1998 e soprattutto Cohen, 1978 e 2000). Quest’ultimo argomenta che «il fallimento sovietico può essere considerato un trionfo per il marxismo».

Oggi, infatti, conosciamo un modo per liberarci del capitalismo senza violenza rivoluzionaria, in base a decisioni parlamentari, perché il lungo dibattito sulla teoria economica delle cooperative di produzione che si è avuto, a seguito di un celebre articolo di Ward del 1958, ha mostrato chiaramente che è possibile creare un sistema d’imprese gestite dai lavoratori, che è un nuovo modo di produzione nel senso di Marx e che, pur non essendo il paradiso in terra, può funzionare assai bene.

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31 gennaio 2016
pubblicato da Il Ponte

Un ricordo di Licio Gelli

Licio Gellidi Giancarlo Scarpari

Il 15.12.2015 è deceduto, nella sua residenza di villa Wanda, Licio Gelli, “maestro venerabile” della Loggia P 2.

Il neo sindaco di Arezzo, Alessandro Ghinelli, ha parlato della morte di un cittadino illustre; ma i politici che un tempo facevano la fila all’hotel Excelsior per chiedere favori o prendere ordini non si sono fatti vedere al funerale; taciturni sono rimasti anche i “fratelli” ancora in servizio, Berlusconi e Cicchitto in particolare; e solo Bisignani, opinionista di Rai 2 e variamente inquisito, definendosi figlioccio di Gelli, ha avuto parole di stima per lo scomparso.

Significativa è stata la reazione dei media: le ricostruzioni delle vicende che l’hanno visto protagonista sono state rapide e spesso imprecise; è stato fatto un grande uso degli abituali stereotipi (il burattinaio, i misteri d’Italia, ecc.); è invece mancata ogni seria riflessione sull’incidenza avuta per anni da quella loggia sulla politica italiana (solo «il Fatto Quotidiano» ha dedicato allo scomparso uno “speciale” di quattro pagine).

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4 ottobre 2015
pubblicato da Il Ponte

L’edizione integrale del «diario» di Piero Calamandrei: uno spaccato testimoniale tra autobiografia, storia e storiografia

Piero Calamandreidi Angelo Tonnellato

Un’attesa edizione integrale

Finalmente, l’attesa e sollecitata edizione integrale del Diario di Calamandrei arriva in libreria. Va dato merito a Tommaso Codignola, in continuità, non solo editoriale, ma etica e civile, con la comunità calamandreiana dei suoi «maggiori» – il bisnonno Ernesto, il nonno Tristano, il padre Federico – di aver degnamente corrisposto a una sollecitazione di lunga data della cultura italiana. Queste le coordinate del libro: Piero Calamandrei, Diario 1939-1945, introduzione di Mario Isnenghi, 2 voll., Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2015. Prezzo dei due volumi euro 56.00, che si possono ordinare anche sul sito dell’editore a euro 47.60.

L’edizione del 1982, come si sa, fu realizzata con alcuni omissis, dettati dalla cautela verso persone, allora ancora in vita, e dal desiderio di Franco Calamandrei di attutire qualche punta particolarmente acre dei numerosi «paragrafi dello scontento» compilati su di lui dal padre. Notazioni che erano il riflesso e la proiezione d’un dissidio che, emerso fin dal 1937-38, era venuto dilatandosi, negli anni successivi, su latitudini non solo politiche, come uno sciame sismico di cui il (troppo) sensibile e fibrillante sismografo paterno era venuto registrando tutte le evoluzioni e impennate. Non poche volte, peraltro, esacerbando e irrigidendo i contrasti sotto l’effetto di una solitudine che lo conduceva, da un lato, a far fibrillare le sue scontentezze fino ai limiti di una quasi vendicativa insofferenza e, dall’altro, a restringere – come nella sequenza di un precipite – la messa a fuoco dei suoi propri «dintorni» relazionali alle dimensioni e andature di un microcosmo che, apparendogli, appunto, addirittura privo di un condiviso «lessico famigliare», risulta in definitiva affidato al solo codice dei segni – il rimpicciolito e clandestino esperanto dell’opposizione moderata al fascismo – in vigore nel vigilato circuito di una ridottissima pattuglia di persone fidate.

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9 dicembre 2014
pubblicato da Il Ponte

I nostri «Classici»

di Lanfranco Binni e Marcello Rossi

I nostri ClassiciAllegato al numero di gennaio 2015  della rivista gli abbonati troveranno il primo volume di una nuova collana dedicata ai classici del pensiero politico e della letteratura: autori e testi legati alla lunga e complessa attenzione politica e culturale del «Ponte» di ieri e di oggi, dall’antichità classica all’umanesimo rinascimentale, all’illuminismo, al socialismo, all’anarchismo e al comunismo, su una linea di pensiero che ha sempre scelto e continua a scegliersi i propri autori di riferimento, di riflessione e di studio. I volumi dei «Classici», pubblicati in coedizione tra il Ponte Editore e il Fondo Walter Binni, usciranno con una cadenza sostanzialmente bimestrale allegati alla rivista; saranno inoltre distribuiti in libreria separatamente, e liberamente scaricabili in pdf dai siti www.ilponterivista.com e www.fondowalterbinni.it. per assicurarci la loro più ampia e libera diffusione.

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23 febbraio 2014
pubblicato da Rino Genovese

Eguaglianza/diseguaglianza o innovazione/conservazione?

di Rino Genovese

Eguaglianza diseguaglianzaIn un commento posto in appendice al vecchio libro di Norberto Bobbio su destra e sinistra, riedito in questi giorni da Donzelli, Matteo Renzi suppone (sempre che sia proprio lui a scrivere e non un “negro” trovato alla Leopolda, magari di nome Baracco, Barocco o qualcosa di simile) che la distinzione eguaglianza/diseguaglianza, posta dal filosofo torinese a fondamento della dicotomia tra progresso e conservazione, non abbia più molto senso. Così un’intera storia, che dalla Rivoluzione francese arriva fino a tutto il Novecento, risulta archiviata. Alla base c’è l’idea – di per sé non falsa – che non si diano più i nitidi blocchi sociali che hanno caratterizzato la storia europea novecentesca: questi si sarebbero dissolti per la (solita) globalizzazione economica e anche per l’azione del welfare e delle socialdemocrazie, che avrebbero contribuito in maniera determinante a sgretolarli nella direzione di un diffuso individualismo. La conseguenza è che, a sinistra, ci si può congedare dal vecchio valore dell’eguaglianza (non parliamo dell’egalitarismo) per affidarsi semplicemente a quello dell’innovazione… Già, ma dell’innovazione in che senso?

Come ha notato di recente anche Jürgen Habermas, la semantica del termine “riforma” negli ultimi decenni è mutata. Il suo significato si riferisce per lo più a delle vere e proprie controriforme – in genere nel mercato del lavoro – che aprono a più flessibilità, più precarietà (anche se questo aspetto è spesso sottaciuto) e più liberismo. Renzi ha pronta la parola: meritocrazia. In effetti può esserci la più grande innovazione che lasci i figli di papà più meritocraticamente predisposti a un destino che disegualitariamente li distacchi dai figli, poniamo, degli immigrati o da quelli rimasti orfani e privi di mezzi. Lo slogan della “meritocrazia”, che comunque reca in sé un implicito contenuto carrieristico e tecnoburocratico, se coniugato soltanto con una presunta “innovazione”, sganciata dal valore dell’eguaglianza storicamente rivendicato da qualsiasi sinistra (non credo sia il caso di sottolineare come la differenza tra la posizione democratica e quella socialista non nasca tanto intorno al concetto di eguaglianza, centrale per entrambe, quanto sul modo in cui intenderlo e realizzarlo), finisce con il riprodurre i privilegi del non-merito. Per esempio la Confindustria insiste, e non da oggi, sull’abolizione del valore legale della laurea. Anche da un punto di vista ristrettamente meritocratico, ciò significherebbe privare del loro “merito” i figli di operai o di artigiani che, sfidando il destino, si sono dedicati a lunghi anni di studi per ottenere una promozione sociale, nel mondo attuale peraltro sempre più difficile. Ecco il caso di una “innovazione” che – perfino nel senso meritocratico – non raggiungerebbe l’obiettivo e aumenterebbe le diseguaglianze. In una società in cui queste restano ancora largamente “di nascita”, solo un riequilibratore egalitario (ma va! usiamo la parola…), come le borse di studio distribuite in funzione del reddito della famiglia di provenienza, sarebbe (anche) uno strumento meritocratico.

E tuttavia il punto non è qui. Presentandosi come un “innovatore” (cosa che in concreto ha poi dimostrato di non essere…), Renzi ha in mente una cosa molto precisa, diciamo quel liberalismo dal volto umano (con l’eccezione della guerra in Iraq, naturalmente) interpretato alcuni anni fa da Tony Blair. Il suo programma, che pure aveva un riferimento nel vecchio Labour (e cioè in una tradizione riformatrice che Renzi si sogna), oggi mostrerebbe la corda. Diciamo la cosa semplicemente: nella crisi europea attuale non c’è trippa per gatti. Altro che nuovo individualismo! Non soltanto i blocchi sociali si sono sgretolati, grazie al welfare, stanno per sgretolarsi anche gli individui sotto le ristrettezze imposte dalle politiche di austerità. Per cercare di modificare questo dato, non serve buttare via la categoria dell’eguaglianza considerandola superata. Al contrario, la si dovrebbe piuttosto rilanciare su nuove basi – connettendola magari con il valore delle differenze anche in senso culturale, un aspetto con cui il vecchio socialismo, spesso perversamente intrecciato con il colonialismo europeo, non seppe misurarsi –, aprendo non certo la corsa alla competizione (intorno a quale osso spolpato?) ma alla prospettiva di un individualismo sociale.