12 novembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Il trauma infantile di una nazione. «Il club» di Pablo Larraín

Pablo Larraíndi Valentina Morotti

Il regista cileno Pablo Larraín sceglie le parole del primo libro della Genesi per aprire il suo penultimo film: «In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte». Ma la cifra della storia raccontata da questo film è proprio l’assenza di distinzione tra luce e tenebre, l’incapacità umana di identificare il bene e separarlo dal male.

In questo film Larraín sembra apparentemente abbandonare l’esame della storia nera del suo paese, il Cile della dittatura1. Il Club ci trasporta lontano dai luoghi protagonisti della vita politica del paese, a La Boca, un piccolissimo agglomerato di case dimenticate sulla riva dell’oceano e difficilmente raggiungibile da Santiago. La vita che i personaggi conducono qui è non solo lontana dai grandi eventi della politica, ma appare addirittura sospesa in una dimensione naturale, sottratta alla storia. In questo luogo solitario non accade semplicemente nulla, e solo il movimento delle onde dell’oceano e il sorgere e il calare eterno del sole scandiscono l’atmosfera cupa di una terra dove la foschia è l’elemento caratterizzante del paesaggio.

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31 marzo 2017
pubblicato da Il Ponte

Appena fuori. Diario cinematografico (V)

Patersondi Antonio Tricomi

Jim Jarmusch, Paterson (16 gennaio 2017)

Il bersaglio è chiaro: il sogno americano. Per colpirlo, Jarmusch è anzitutto dell’epopea statunitense che intende dunque offrirci una colta demistificazione. Ecco allora la scelta di celebrare allusivamente la modernistica epica minimalista di William Carlos Williams (autore dell’opera in versi che ha lo stesso titolo e trasfigura liricamente i medesimi ambienti del film) in opposizione a quelli che sembrano perciò essere, fin dal principio, gli effettivi idoli polemici di Paterson: Herman Melville, Moby Dick. Ironicamente aggirati, più che aggrediti frontalmente, con un apologo contraddistinto sì da un elegante pittoricismo surrealista e un’educata vena elegiaca (ispirazioni che a tratti lo rendono un’autentica meraviglia per gli occhi ed il cuore), ma che rischia, a gioco lungo, di avvitarsi troppo su stesso e sul pur non fastidioso misticismo che garbatamente lo sorregge. Di mutarsi, detto altrimenti, in un meccanicamente ipnotico ed eccessivamente prezioso congegno espressivo, oltre che narrativo, alla fine dei conti intrinsecamente autoreferenziale, sempre in bilico, come vuol rimanere, tra autosufficiente cifra visionaria e calcolato progetto allegorico di ogni suo fotogramma. Tra il piacere dell’intuizione o dello sguardo frammentari che ciascuna sequenza ambisce novecentescamente a generare negli spettatori e la pur non estremistica certezza, dichiaratamente ricalcata sulla lezione dantesca e parimenti suggerita dai lacerti tutti del film, che nelle insindacabili pieghe delle vite intime degli individui, e nelle differenti sorti che a questi ultimi toccano, sia comunque possibile scorgere, pressoché sempre, i tenui riflessi di un però decifrabile senso complessivo dell’esistente.

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