19 gennaio 2018
pubblicato da Il Ponte

Missione compiuta

Serracchiani - Franceschinidi Giancarlo Scarpari

Che il Pd abbia cambiato natura e che negli ultimi anni sia diventato il partito di Renzi non è il solo Diamanti a ripeterlo da tempo (e molti altri con lui); passo dopo passo, incoraggiata da una crescente pressione mediatica, la mutazione si è alla fine realizzata e il risultato è ormai sotto gli occhi di tutti.

Di questo esito si è molto parlato e si parla, poca attenzione è stata invece dedicata ai fatti e alle ragioni che l’hanno determinato.

Sì, certo: l’unificazione tra Ds e Margherita era stata una «fusione fredda», tanto che i due apparati di partito erano rimasti in realtà separati (e la Margherita si era sciolta solo nel 2012, dopo che Lusi si era “appropriato” della cassa del gruppo). Ma nel 2007 la musica era diversa e il racconto celebrava invece il tentativo virtuoso di far convivere la tradizione socialdemocratica dei Ds (sufficientemente omogenei attorno ai loro dirigenti) e il solidarismo di varie componenti cattoliche (abbastanza variegate tra loro e pure affiancate da alcune frange laiche).

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14 ottobre 2017
pubblicato da Rino Genovese

Dieci anni di Pd

Dieci anni di Pddi Rino Genovese

I Prodi e i Parisi hanno oggi di che lamentarsi, ma la responsabilità della tragedia ridicola chiamata Pd è anzitutto loro e dei loro amici, di quelli cioè che credettero di fare un partito, anzi di cambiare un intero sistema politico, a tavolino, con un’operazione da piccoli apprendisti stregoni dediti, nel caso, al gioco del meccano. All’inizio c’era una composita coalizione di centrosinistra, alla fine uno pseudopartito altrettanto composito – ma con una sensibile differenza: esso aveva introiettato il virus del berlusconismo, quello delle formazioni politiche prive di un’identità che non fosse quella di un leader, dei suoi interessi, dei suoi vizi. A quel punto lo pseudopartito, fondato sul mito più o meno plebiscitario delle “primarie”, era del tutto scalabile da un avventuriero qualsiasi. Come poi è avvenuto.

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13 marzo 2016
pubblicato da Rino Genovese

Ancora del povero Pd

primarie pddi Rino Genovese

No, le “primarie” – per giunta organizzate con i piedi, senza regole certe – non sono la democrazia:  della democrazia, piuttosto, lasciano respirare l’aroma, come quando annusiamo qualcosa che subito ci viene tolto (il che accade con il desiderio consumista, per esempio, alimentato ad arte e immediatamente deluso dalla stessa immane distesa delle merci estetizzate). Le “primarie”, soprattutto in Italia, sono interne a quel “direttismo” plebiscitario che è il contrario della democrazia diretta, e anche una ricetta inefficace per uscire dalla crisi di una democrazia rappresentativa che noi pensiamo si debba riqualificare e non distruggere. Le “primarie” servono a incoronare un leader, non a scegliere un rappresentante. Contribuiscono perciò alla obsolescenza dei partiti politici sostituendo alla loro macchina burocratizzata qualcosa di molto peggiore, l’unto dal voto popolare – anche quando a esprimere questa unzione sono più o meno quattro gatti sulla base del rozzo criterio mi piace / non mi piace. Chi partecipa alle “primarie” deve sapere che sta portando il suo piccolo colpo di martello alla demolizione della democrazia parlamentare e dei partiti politici. Conseguenza delle “primarie” non è soltanto che un piccolo gruppo di giovani affaristi si sia impadronito dell’ultimo partito organizzato sul territorio esistente in Italia; più grave è che quel gruppo, asceso grazie alle “primarie”, intenda modificare l’intero assetto repubblicano secondo quel modello. Che altro è lo spareggio sportivo del ballottaggio per la scelta del “premier” (in Italia, veramente, si chiama presidente del Consiglio dei ministri) se non lo stesso “direttismo” plebiscitario applicato su larga scala?

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16 dicembre 2015
pubblicato da Il Ponte

Il naufragio della «modernità» del capitalismo

naufragiodi Lanfranco Binni

Ormai siamo ai bollettini di guerra, di una guerra postmoderna in cui implode il cortocircuito tra «antico» e «moderno», tra mezzi convenzionali (i bombardamenti, il terrorismo, le rappresaglie, la propaganda, la disinformazione) e nuove tecnologie di distruzione (le campagne di comunicazione, i nuovi armamenti hi-tech). Dietro la «strategia del caos», della guerra di tutti contro tutti (dalla geopolitica all’esercizio quotidiano del dominio di potere sulle singole esistenze), un lucido e «antico» disegno di natura esclusivamente economica: la tenace resistenza del modo di produzione capitalistico alla crisi del suo insostenibile «modello di sviluppo» che sta devastando il pianeta. Le devastazioni strutturali, in nome delle necessità dei mercati finanziari (l’«uovo del serpente»), procedono in stretto rapporto con devastazioni politico-culturali sempre più rabbiose: la supremazia indiscutibile (da non mettere in discussione) della «civiltà» dell’imperialismo occidentale, lo svuotamento della democrazia formale a cui contrapporre i «valori» della predazione economica e del consumo forzato di merci, del malthusianesimo, della xenofobia, la divisione profonda tra le vittime della guerra economica e militare, schierate come complici subalterni e «rifiuti» da schiacciare.

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8 novembre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Del povero Pd (e degli altri)

Sinistra italianadi Rino Genovese

Se fossero fino in fondo sinceri con se stessi, i Prodi e i Bersani avrebbero dovuto ammettere da tempo che dare vita al Partito democratico fu un errore. Per contrastare un blocco populistico di destra spesso spostato su posizioni estreme, e seguendo il miraggio di una democrazia dell’alternanza tra una formazione di centrodestra e una di centrosinistra, spinsero per la liquidazione dell’esperienza post-comunista dei Ds e post-democristiana della Margherita, per ottenere alla fine quale risultato? Il blocco populistico di destra c’è sempre ed è sempre più spostato a destra; inoltre – per partenogenesi, si potrebbe dire – è nato e si è rafforzato un neoqualunquismo uguale e contrario come quello grillino – stessa antipolitica, stesso leaderismo pseudocarismatico, che pesca in questo caso nelle acque tradizionali della sinistra.

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11 settembre 2015
pubblicato da Il Ponte

L’autunno della sinistra

L'autunno della sinistradi Fabio Vander

È uscito un interessante articolo di Tommaso Fattori, consigliere regionale della sinistra toscana, su «il manifesto». Individua come obiettivo primario quello di «una nuova sinistra maggioritaria e di governo», dato che dopo la crisi del 2008 l’Italia è stato fra i grandi paesi l’unico in cui la sinistra non ha saputo né rilanciarsi né tantomeno promuovere «la costruzione di un progetto forte d’alternativa». Assenza di cui si sarebbe poi giovato il Movimento 5 stelle.

Già, ma perché questo? Esistono responsabilità soggettive. Di soggetti politici. Segnatamente direi di Sel (il caso comatoso di Rifondazione è a parte). Vendola si è sempre rifiutato di costruire un nuovo soggetto politico di sinistra adatto “al giorno e all’ora”. Si è sempre messo di traverso. Volutamente, scientemente. Anche perché lui governava in Puglia e certo con il Pd.

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9 giugno 2015
pubblicato da Il Ponte

Finale di sistema

Elezioni regionalidi Lanfranco Binni

La crisi del sistema politico italiano è entrata in una nuova fase di implosione. Sono decisamente interessanti i dati delle elezioni regionali del 31 maggio. Il primo dato in ordine di importanza è quello del non voto (48%): un cittadino su due non ha votato, e l’astensione ha colpito (passivamente e in buona misura attivamente) l’area politica della destra e della sinistra di sistema. Alle tradizionali ragioni dell’astensione (sono tutti ladri, sono tutti uguali) si sono aggiunte nuove ragioni di profondo dissenso politico, di dichiarata non partecipazione al gioco truccato di una democrazia rappresentativa infetta, dell’uso della cosiddetta volontà popolare da parte del partito unico della “nazione” che unisce destra e sinistra. Questa tendenza di astensionismo politico, già clamorosamente evidente nelle elezioni regionali del 2014 in Emilia Romagna, si è accentuata nelle regioni “rosse” (Liguria, Toscana, Umbria, Marche) mentre l’astensionismo non è aumentato in Campania e in Puglia. Il secondo dato è la salutare flessione del Pd, abbandonato da due milioni di elettori, in parte di antica tradizione Pci (rifluiti nell’astensionismo, nelle formazioni della “sinistra radicale”, nel Movimento 5 Stelle o nel populismo razzista della Lega) e in parte di destra (rifluiti nell’astensionismo o nella Lega). Il terzo dato è la forte affermazione del M5S, che prosegue, nonostante tutte le campagne dei media al servizio del sistema politico, la sua positiva crescita all’esterno del sistema, dentro e contro, su una linea di tenace autonomia che si dimostra vincente. Anche il M5S ha perso voti rispetto alle elezioni politiche del 2013, ma si va estendendo e qualificando il suo radicamento territoriale. Il quarto dato è la dispersione della destra berlusconiana, che non sembra trovare una via d’uscita nella “plebe” della Lega: i fiduciari della finanza internazionale sono nel Pd renziano. Il quinto dato è la sopravvivenza di sacche di resistenza testimoniale della “sinistra radicale”, spesso ridotte a un ruolo di ruota di scorta del Pd.

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6 giugno 2015
pubblicato da Rino Genovese

Si può parlare di “renzismo”?

Renzismodi Rino Genovese

La risposta alla domanda è semplicemente no. L’attuale presidente del Consiglio non incarna una formula politica. La sua avventura (che, a conti fatti, potrebbe anche risultare breve) è stata costruita sul meccanismo perverso delle primarie del Pd – una delle trovate di marca plebiscitaria più inconsistenti, anche per il modo in cui sono organizzate, che la politica italiana ci abbia regalato. Non esiste nel paese un autentico retroterra sociale per il blairismo “2.0” che Renzi vorrebbe rappresentare. La sua opportunità – il modo veloce e quasi rocambolesco in cui è diventato capo di un governo di “piccole intese” – è stata offerta dalla impasse del dopo elezioni 2013, dovuta solo in parte alla legge elettorale, in realtà frutto degli errori della gestione Bersani che troppo a lungo tenne in piedi un governo tecnico come quello di Monti, finendo con il perdere consensi a favore del neoqualunquismo grillino (e dall’obiettivo intralcio istituzionale esercitato da Napolitano con la vicenda che portò alla sua incredibile rielezione).

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18 maggio 2015
pubblicato da Il Ponte

L’Italicum sovietico?

Italicum sovieticodi Fabio Vander

Durante la discussione sulla fiducia alla nuova legge elettorale, Vendola ha definito «Sovieticum» l’Italicum di Renzi, per i suoi profili di antidemocraticità, ma anche per il fatto in sé di porre la fiducia su un tale provvedimento. Il punto è in effetti che la nuova legge elettorale genera il contrario di una democrazia matura e dell’alternanza. Non basta infatti il ballottaggio, come pure rivendica Renzi. Bisogna vedere chi ci va al ballottaggio, con quanti voti (perché col superpremio di maggioranza, col 25% al primo turno si può poi prendere una rappresentanza smodata, ecc.), chi saranno gli antagonisti al ballottaggio, quante possibilità reali hanno di vincere, ecc.

Senza queste premesse di sistema, il ballottaggio è un rischio (come, per il vero, il turno unico).

Corrado Castiglione su «Il Mattino» ha proposto un’interessante serie di considerazioni: il portato dell’Italicum sarà «un governo monocolore, con un partito saldamente radicato nella maggioranza dei seggi, e un’opposizione ridotta a una galassia di partiti medi e piccoli. Qualcuno ha gridato alla scomparsa dell’opposizione».

Scomparsa dell’opposizione. Il contrario di una democrazia matura. Anzi il contrario di una democrazia.

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22 aprile 2015
pubblicato da Rino Genovese

Incoronare il grullo?

Incoronare il grullo?di Rino Genovese

Lo psicodramma che si recita a soggetto nel Pd a proposito della legge elettorale – con l’ultima mossa di Renzi, che ha sostituito d’imperio dieci esponenti della minoranza in commissione affari costituzionali – assomiglia sempre di più alla storiella del masochista che dice al sadico “fammi male…”, e questi con coerenza gli risponde “no!”. Nessuno sa esattamente chi sia il sadico e chi il masochista, ma certo una perversione deve esserci nei rapporti tra il segretario-presidente del consiglio e quelli della minoranza del suo partito. Una delle due parti insiste a rimanere, alcuni dissidenti sono pronti a votare finanche la fiducia se la questione sarà posta in aula sulla legge elettorale, mentre l’altra parte insiste a spingerla fuori dal partito: “Andatevene”, è il messaggio neanche tanto subliminale, “date solo fastidio…”.

Il punto è che la minoranza Pd non ha veramente capito Renzi. Pensa che si tratti di un giovinotto un po’ arrogante, ubriacato dal potere che gli è stato consegnato in primis dai gravi errori della passata gestione bersaniana della ditta. Ma è una lettura troppo semplice. Renzi è, in Italia, quello che mutatis mutandis fu De Gaulle per la quinta repubblica francese. Il tipo, di per sé, sarebbe l’opposto dell’eroe: non ha pronunciato alcuno storico “no” ed è anche il contrario di una figura carismatica: semmai ha qualcosa di Chance il giardiniere. Ma 1) è di scuola democristiana e la politica la sa fare (quella democristiana, s’intende, che consiste nel crearsi una cerchia di “amici”); 2) è la prosecuzione del berlusconismo con altri mezzi. Per questo il progetto di distruzione della repubblica parlamentare, quella sancita dalla Costituzione, ha gambe più lunghe di quelle dello scout di Pontassieve. Risponde a una richiesta che un pezzo di società italiana sostiene da tempo: taluni la chiamano “democrazia decidente”, e consiste nel concentrare il potere nelle mani di uno solo (nel nostro caso in quelle del presidente del consiglio e segretario del Partito della Nazione), nella convinzione che così poi si possano fare quelle riforme o controriforme che siano (come il Jobs Act) capaci di ridare vigore all’azienda Italia.

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