29 settembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Etica e franchismo

Savaterdi Mario Pezzella

Il filosofo etico Fernando Savater sembra aver riscoperto la bontà del franchismo (intervista al «Corriere della sera» del 22.09.17: «Madrid doveva mostrarsi più ferma. Un compromesso non è possibile»). Non solo approva le misure poliziesche decise da Madrid, ma le ritiene insufficienti. I catalani sono fondamentalisti che vantano un «inesistente diritto a decidere», «l’umiliazione dei secessionisti è un momento di pedagogia […] bisogna portarli in tribunale e in carcere». Savater conclude cupamente con una sorda minaccia: «Se c’è un atto di violenza, per qualcuno può finire male». Nel corso dell’articolo esprime inoltre un profondo fastidio perché i catalani (pensa un po’) si ostinano a parlare catalano nelle loro scuole. «Il governo è stato inerte», lamenta Savater: pensando forse che si dovrebbe mandare l’esercito, sparare agli studenti che cantano Bella ciao, affollare le carceri e i tribunali come ai tempi di Franco? Bisogna usare la mano dura come nei Paesi Baschi, pensa Savater (che è un basco pentito), trascurando il fatto che in Catalogna nessuno ha finora compiuto atti di violenza, e, se dovesse essercene qualcuno, la responsabilità ricadrebbe interamente sulla repressione ottusa praticata dal governo di Madrid. Ma visto che l’intervista è a un giornale italiano, Savater chiede solidarietà, e minaccia: guardate che la Catalogna potrebbe costituire un esempio per Veneto e Lombardia.

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15 giugno 2017
pubblicato da Il Ponte

Stragi e deportazioni: la Germania non vuole pagare

Villa Vigonidi Luca Baiada

La Germania continua a non pagare il debito per i crimini in Italia dal 1943 al 1945, e su questo l’informazione è inadeguata. Scriveva Piero Calamandrei: «Ormai, a quello che furono capaci di fare i nazisti in Italia e in Europa, è meglio non pensarci più. È uno di quegli argomenti che nella buona società non è educazione toccare: è questione di galateo, di buon gusto».

A maggio si sono svolti due convegni: La responsabilità economica tedesca per stragi e deportazioni in Italia: il risarcimento e la memoria, e Remedies against Immunity? Reconciling international and domestic law after the Italian Constitutional Court’s Sentenza 238/2014. Il primo a Pistoia, a cura dell’Istituto storico della Resistenza, una onlus che vive di contributi dei cittadini e di spiccioli dagli enti locali; l’altro a Como, al Centro italo-tedesco di Villa Vigoni, col denaro della Fondazione Fritz Thyssen, intitolata a un industriale nazista. Il primo è stato pubblico e gratuito, hanno partecipato i familiari delle vittime e se n’è interessata Rai Tre; l’altro a scomparti: alcune fasi per gli invitati, o a pagamento, con ammissione o esclusione a discrezione degli organizzatori, e solo l’ultima parte messa su Internet.

Per la pubblicazione degli atti ci vuole tempo, e quelli di Como non potranno essere completi, visto che ci si riprometteva «the necessary confidentiality». Ma dalla guerra di tempo ne è passato già troppo, va detto qualcosa subito.

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9 marzo 2017
pubblicato da Il Ponte

Giacomo Becattini

Giacomo Becattinidi Marco Dardi

Giacomo Becattini1, professore emerito di Economia Politica nell’Università di Firenze, per molti anni collaboratore e membro della direzione di questa rivista, è morto il 21 gennaio scorso nella sua casa di Scandicci. Nonostante una lunghissima malattia gravemente invalidante, tanto da costringerlo a quasi totale immobilità negli ultimi anni, Giacomo era riuscito a mantenere fin quasi alla fine un’eccezionale vitalità intellettuale, manifestata in scritti, interventi pubblici, fitta corrispondenza con collaboratori e amici, conversazioni in cui la fatica fisica non riusciva a smorzare l’incontenibile vivacità. Chi lo ha frequentato in questa difficile fase della vita non può non rivolgere un pensiero di gratitudine alla moglie Iva, ai figli Lucia e Marco, per aver saputo creare la nicchia familiare ideale che gli ha consentito di vivere una stagione così produttiva a dispetto di premesse tanto avverse.

La cerimonia commemorativa del 23 gennaio si è tenuta nella sala consiliare del palazzo comunale di Prato, sintesi simbolica perfetta del significato del lavoro di Giacomo nella sua ultima fase: Prato ha offerto il prototipo reale su cui Giacomo ha costruito il suo modello di distretto industriale, base concettuale di una visione dello sviluppo locale che oggi, e non solo in Italia, è associata al suo nome; e Giacomo a sua volta ha offerto ai pratesi un’immagine di sé, un’identità collettiva, che in qualche modo ha cambiato (sono parole del sindaco Matteo Biffoni) la storia della città. Questo è l’ultimo Becattini, l’economista dei distretti che oggi tutti conoscono, ed è certamente così che lui voleva essere ricordato. Ma ripensare la storia di Giacomo a partire da questo finale fa scivolare in una narrazione in cui il distretto sta là, oggetto ben formato in attesa di farsi scoprire, e l’itinerario intellettuale di Giacomo diventa una traiettoria il cui senso sta tutto nella più o meno travagliata convergenza all’oggetto. Chi scrive, per aver assistito da testimone, e per qualche tratto (su un arco complessivo di tempo di più di quarantacinque anni) partecipato da collaboratore alla sua avventura intellettuale, preferisce allineare i propri ricordi intorno a un altro tipo di narrazione, più storicista o, se si vuole, path-dependent. In questa, il distretto è un’ipotesi interpretativa dello sviluppo costruita pazientemente scegliendo fra i materiali disponibili nella cultura economico-politica italiana e internazionale della seconda metà dello scorso secolo e cercando di differenziare il risultato rispetto ad altre ipotesi circolanti all’epoca, nell’accademia come nei partiti politici. Il risultato finale è quello che conosciamo perché quelli erano i materiali, quello il contesto accademico e politico a cui Giacomo reagiva per istinto e ragionamento. Il distretto è un concetto prodotto da una fase storica. Prodotto di successo, perché si è dimostrato utile per capire aspetti importanti di quella stessa fase. Con quale capacità di durata oltre la propria epoca, lo dirà la storia che verrà.

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8 novembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Il Senato si è autosciolto: «Senatoria iurisdictio obtusior»

Senatoria iurisdictio obtusiordi Angelo Tonnellato

Che sia destinato a essere sostituito dal serraglio politico-istituzionale ideato dal tandem Boschi-Renzi o, come a questo punto sarebbe forse più giusto e sensato, da una stanza vuota, il Senato della Repubblica, evidentemente in preda a un vero e proprio cupio dissolvi, ha deciso di auto-sciogliersi e di dichiararsi, più o meno, un “morto che parla”. E tanto per disonorarsi definitivamente, e disperdere le sue stesse ceneri, ha approfittato della discussione della norma, già passata alla Camera, che avrebbe lasciato spazio all’«istanza di parte» (discendenti, eredi, ecc.) per la restituzione dell’«onore militare e [del]la dignità di vittime della guerra a quanti furono passati per le armi, addirittura senza processo, facendo anche ricorso alla intollerabile pratica della decimazione o per esecuzione immediata e diretta da parte dei superiori». Un atto riparatorio della memoria di centinaia di soldati praticamente assassinati dai loro superiori.

Il Senato – scusate se continuo a scrivere questo che è ormai diventato un nome comune di cosa con la maiuscola, memore di usi e costumi antichi – ha rifiutato «l’istanza di parte», ossia la semplice possibilità che a iniziativa dei discendenti o aventi causa degli assassinati fosse avviata una procedura soggetta all’alea dell’accoglimento o della reiezione. Insomma fra tanto parlare e straparlare istituzionale di “memoria”, ha negato ai cittadini italiani, discendenti da quei soldati, il diritto di poter aver ragione o torto in una sede appropriata e proceduralmente regolata per legge. Ai cittadini il Senato risponde con una pernacchia. Come disse Adolfo Omodeo alla canea monarchico-fascista napoletana: «La feccia di Romolo ricusa di ricevere il sigillo della Repubblica di Platone». E costringe la Repubblica, che una volta si diceva nata dalla Resistenza, a “coprire”, come un qualunque malfattore, alcune centinaia di veri e propri omicidi, continuando a spacciarli per casi di esemplare giustizia militare. Ciò che è gravissimo, nella decisione di quel che resta del Senato della Repubblica, non è, però, tanto o solo questo incivile e selvaggio diniego, ma la vergognosa idea di surrogare la possibilità di esperire la riabilitazione con il solito contentino che in certi ambienti si fa balenare ai complici rivali: una odiosa e offensiva indulgenza plenaria del tipo: suvvia, i vostri nonni o bisnonni erano colpevoli, ma noi magnanimamente li perdoniamo.

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30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Salvatore Settis

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo ScarpariAngelo Tonnellato, Valeria Turra]

Ritengo necessario pronunciare un energico no alla riforma costituzionale Renzi-Boschi, per considerazioni specifiche che ho meglio articolato nel mio recente libro Einaudi Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla.

Secondo Piero Calamandrei, «quando il Parlamento discuterà pubblicamente la Costituzione, i banchi del governo dovranno esser vuoti; estraneo del pari deve rimanere il governo alla formulazione del progetto, se si vuole che questo scaturisca interamente dalla libera determinazione dell’assemblea sovrana». Questo galateo istituzionale è stato violato brutalmente dal governo Renzi.

Questa e altre (numerose) improprietà e forzature nella procedura non basterebbero da sole a giustificare un pieno no, che solo il merito della riforma può, anzi deve, innescare. Lo giustificano, invece, altre ragioni, per esempio:

  1.  con scelta politica quanto mai impropria, la proposta di riforma si è intrecciata a una nuova legge elettorale (detta Italicum), che pur essendo stata fatta dopo la sentenza della Corte costituzionale che condannava il Porcellum bollandone la «illimitata compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare, incompatibile con i principî costituzionali», ha ribadito, truccandoli, i due motivi di incostituzionalità di quella legge, un irragionevole premio di maggioranza (di fatto assegnabile, al secondo turno, anche a una minoranza, poniamo del 20%), e un meccanismo che favorisce i nominati e limita le scelte degli elettori;
  2.  confuse campagne di disinformazione hanno oscurato la vera natura della riforma, presentandola come «la fine del monocameralismo», mentre il Senato sopravvive, in un intrico di competenze dello sterminato art. 70, che non meno di 11 ex presidenti della Corte costituzionale hanno denunciato come fonte di conflitti di competenze e ritardi nelle procedure;
  3.  l’abolizione dei Consigli provinciali (elettivi), lasciando le Province presidiate dai prefetti, che dipendono dal governo, si congiunge a un Senato di nominati dalla politica, a una Camera per oltre il 50% condizionata dalle nomine dei “capi” dei partiti; cioè corrisponde a una forte diminuzione della democrazia;
  4.  il meccanismo di elezione del presidente della Repubblica (art. 83), che dal settimo scrutinio prevede una maggioranza dei 3/5 non dei componenti il collegio elettorale, ma dei votanti, comporta una violenta delegittimazione della più alta carica dello Stato;
  5.  con la modifica dell’art. 67 i membri del Senato non rappresenteranno piú la Nazione eppure del Senato faranno parte di diritto gli ex presidenti della Repubblica, derubricati a rappresentanti delle autonomie locali: ulteriore delegittimazione della figura del capo dello Stato e della sua funzione.

Queste sono solo alcune delle storture di una pessima riforma, che non affronta i veri problemi del paese, dalla corruzione all’evasione fiscale, dalla disoccupazione alla decrescita infelice della produzione. Una riforma voluta da un governo che intanto nulla fa per attuare gli articoli della Costituzione fino a oggi rimasti lettera morta (per citare un solo esempio, l’art. 3 sul diritto al lavoro).

30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Tomaso Montanari

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Gli italiani sono chiamati a votare su una riforma costituzionale approvata a colpi di maggioranza politica, sotto l’abusiva pressione dell’Esecutivo, in un Parlamento rimasto in carica solo per il principio di continuità dello Stato dopo che una sentenza della Corte costituzionale ha dichiarato «rotto» il rapporto che lega il corpo elettorale e i suoi rappresentanti. Il potere che ha disposto e ottenuto tutto questo non va cercato nella esangue politica italiana, nello sfilacciato partito di maggioranza, nelle incresciose figure dei presidenti della Repubblica che a tutto ciò si sono prestati. No: il mandante è il mercato finanziario globale. E il progetto è molto chiaro: sostituire alla sovranità popolare la sovranità dei mercati; sostituire all’altissimo obiettivo del pieno sviluppo della persona umana, attuato attraverso la partecipazione alla democrazia, una nostra definitiva mutazione in consumatori silenziosi, governati da una intangibile oligarchia.

La relazione introduttiva al disegno di legge costituzionale lo dice senza infingimenti: la Costituzione si cambia per sostenere le «sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale». Era, questa, l’esplicita richiesta della più grande banca d’affari del mondo, la J. P. Morgan, che nel giugno del 2013 ha scritto: «Le Costituzioni e i sistemi politici dei Paesi della periferia meridionale dell’Europa […] tendono a mostrare una forte influenza socialista, che riflette la forza politica che le sinistre conquistarono dopo la sconfitta del fascismo. Questi sistemi politici periferici mostrano, in genere, le seguenti caratteristiche: governi deboli; Stati centrali deboli rispetto alle regioni; tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori; […] e il diritto di protestare se cambiamenti sgraditi arrivano a turbare lo status quo. […] Ma qualcosa sta cambiando: il test chiave avverrà l’anno prossimo in Italia, dove il nuovo governo ha chiaramente l’opportunità di impegnarsi in importanti riforme politiche». Il nesso tra le richieste della banca e la riforma della Carta è stato platealmente ammesso dal «Corriere della sera», nell’aprile 2014: «Basterebbe rileggersi il rapporto stilato dalla J. P. Morgan il 28 maggio 2013, là dove indica nella “debolezza dei governi rispetto al Parlamento” e nelle “proteste contro ogni cambiamento” alcuni vizi congeniti del sistema italiano. Ecco una sfida decisiva della missione di Renzi. La velocità impressa dal premier, quindi, a Napolitano non dispiace». La Costituzione va cambiata perché lo chiede il mercato. E non solo la Costituzione: tutto il sistema democratico va smantellato. E allora si capisce perché la ministra dell’Istruzione del governo Renzi abbia affermato che «l’Italia paga un’impostazione eccessivamente teorica del sistema d’istruzione, legata alle nostre radici classiche. Sapere non significa necessariamente saper fare. Per formare persone altamente qualificate come il mercato richiede è necessario imprimere un’impronta più pratica all’istruzione italiana, svincolandola dai limiti che possono derivare da un’impostazione classica e troppo teorica».

Quando, nel settembre 1944, il rettore Piero Calamandrei riaprì l’Università di Firenze invitò gli studenti a tirar su dalle macerie, e a spolverare alla meglio, i libri di Galileo, Beccaria, Mazzini: «con questi libri possiamo rimetterci con fede al lavoro: ed esser certi che in questa nuova Europa che si annuncia dal sangue e dal dolore, l’Italia ha ancora qualcosa da dire». Anche oggi, nel 2016, l’Italia ha qualcosa da dire: dire no a questa svolta oligarchica è il primo passo per costruire un futuro diverso.

30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Massimo Jasonni

Le ragioni di un no[Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando ImposimatoMario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

La nostra Costituzione repubblicana non è né “da amare”, né da cestinare, o “rottamare”, come qua e là si pretende sull’onda lunga dell’enfasi mediatica, ma rappresenta più semplicemente una normativa da comprendere nella sua essenza e da analizzare alla luce del retroscena etico-politico che la sorresse. Resta aperto, come sempre al cospetto di un testo di legge, tanto più se con settant’anni di vita sulle spalle, ogni possibile rilievo critico e ogni possibile progetto di riforma.

La Carta si pose orgogliosamente nel suo stesso definirsi «rigida»: rigida per l’intransigenza che le veniva da una lotta di popolo e per la coscienza, comune alle forze riformatrici presenti in aula, che si imponeva una frattura radicale con il fascismo, se si ambiva a un paese finalmente affacciato all’Europa. Tanto alti erano i propositi, quanto gravi i problemi da risolvere e agguerrite le opposizioni: perché il fascismo continuava a rappresentare l’autobiografia della nazione, non un incidente risolto, e perché gli angloamericani condizionavano gli aiuti economici, indispensabili per la ripresa, all’adesione al blocco atlantico. Certo non favorirono il buon esito della battaglia contro le destre la divisione creatasi a sinistra con la svolta di Salerno e una conclamata aspirazione del Pci a presentarsi alle elezioni come forza di governo.

Le resistenze interne si fecero già in allora valere: ebbero la meglio con il mancato inserimento dei Cln nell’esecutivo, richiesto a viva voce dal Partito d’Azione, e con l’approvazione dell’art. 7, frutto di un compromesso tra i popolari e i comunisti che indusse i laici allo sdegno. Tuttavia l’anima riformatrice prevalse e impresse un marchio indelebile alla Carta. Vinsero le spinte etico-religiose – si pensi a Dossetti –, in uno con la fedeltà culturale – si pensi a Calamandrei e a Salvemini – allo spirito della Resistenza.

Dossetti:

occorre dare veramente un volto nuovo al nostro Stato che assicuri a tutti gli italiani una democrazia effettiva, integrale, non solo apparente e formale, ma sostanziale, una democrazia finalmente umana […]. Non è per indulgere a una convenienza retorica che io qui voglio ricordare, fra i tanti nostri morti, un morto a me particolarmente vicino. Quasi due anni fa, il giorno di Pasqua del 1945, sull’Appennino reggiano, prima delle prime luci dell’alba, venivamo svegliati dall’annuncio che truppe […] naziste e fasciste avevano rotto parte del nostro schieramento […], incominciava così una giornata di Pasqua che fu giornata di duri combattimenti […]. Verso sera il nemico fu ricacciato. La vittoria. Ma la sera fu triste. Proprio una delle ultime fucilate aveva colpito Elio, il nostro vice comandante di brigata […]. Era ferito mortalmente ma ancora non se ne rendeva conto e sperava nell’intervento chirurgico di un nostro amico; ma l’amico, oggi qui tra noi, non poté che annunziarci che la morte era ormai imminente. E allora qualcuno dovette assumersi il compito di far sì che quel sacrificio, iniziato con tanta generosità, conoscesse anche la suprema generosità: quella di consumarsi consapevolmente. Credetti così di dovergli dire che la vita era ormai finita per lui e di dovergli chiedere che egli consapevolmente la offrisse per noi: perché tutti diventassimo più buoni, più fedeli alla bandiera che servivamo, più disposti a immolarci come lui per il rinnovamento d’Italia. Bastarono poche parole perché egli comprendesse e assentisse, e con gli ultimi esili sforzi della voce confermasse ciò che gli avevo chiesto. E noi presenti giurammo allora, di fronte a un sacrificio così grande e così consapevole, che avremmo sempre sentito e osservato l’impegno che esso importava per noi. Questo è l’impegno con il quale oggi vi parlo[1].

E Salvemini:

In Italia i militari di professione non hanno l’intelligenza neanche dei militari francesi, che non è molta. Non riescono a perdonare i partigiani italiani che hanno fatto quanto i loro generali non riuscirono a fare né in Grecia, né nell’Africa orientale, né nell’Africa settentrionale, né in Russia, né nella stessa Italia settentrionale, al tempo della Repubblica di Salò e del loro Graziani. In Italia, lo “Stato” – cioè l’alta burocrazia civile e militare, più i politicanti influenti, che per nove decimi sono quello che sono – lo “Stato” non intende far conoscere agli italiani e ai non italiani quello che fu la resistenza dell’Italia antifascista con tutte le sue ombre (che dire delle ombre che accompagnano nella guerra gli eserciti regolari?). Furono le Cinque Giornate di Milano, che durarono mesi e mesi, non in una sola città, ma in tutta l’Italia del Centro e del Nord. Per la prima volta, i contadini parteciparono attivamente alla storia della nazione non più come forze reazionarie. Infatti stettero con quei partigiani che facevano la guerra ai loro polli, e non con quegli ufficiali delle forze regolari che non facevano niente, e meno che mai con le bande nere, col Principe Borghese, coi tedeschi e coi mongoli. Fra i due mali…[2].

Da questi ideali e da queste sensibilità storiche nasce l’inchiostro indelebile della formalizzazione di un assetto costituzionale fondativo, originario nell’accezione greca del termine. Con la Repubblica si erige, in realtà, un ordine nuovo, prende corpo un vero e proprio modello di ordinamento giuridico improntato ai principi della solidarietà e della sacertà del lavoro. Parliamo di una costituzione agonistica, che si batte contro il recente passato e si batte per un futuro più giusto: precettiva, ma per questo tesa anche a un’attuazione piena, se pur differita nel tempo. Calamandrei tenne sul punto conferenze memorabili: sarebbe stato compito non solo del futuro legislatore, ma delle nuove generazioni renderla concretamente operativa, con esclusione di ogni privilegio sociale e con rimozione degli ostacoli in qualunque modo limitativi della personalità.

Entro questa dimensione agonistica vanno ricordati quegli apporti dottrinari che lottarono, pur numericamente minoritari in tempi di Prima repubblica, contro tentativi accademici e giurisprudenziali di restaurazione. Si mirava a ridurre il portato costituzionale a mero strumento programmatico, da farsi valere in un non meglio identificato futuro. Furono Mortati e Crisafulli, per primi, a sostenere l’immediata precettività della Carta, offrendo, nel contempo, solide basi ermeneutiche alla tesi della prevalenza delle norme costituzionali, con buona pace dell’art. 7 Cost., sulle norme di derivazione pattizia. Sul tema ritorneremo poi, ma lo si anticipa per sottolineare come i padri costituenti e chi con loro si adoperò per l’affermazione dei valori costituzionali si resero da subito conto che era in atto un tradimento della Resistenza e che la politica cui il dettato costituzionale si affidava si traduceva in impegno militante. In linea con la lezione di Gramsci e di Gobetti e in concorrenza con un apporto di pensiero politico cattolico, quale quello di Dossetti, lontano anni luce dalla nascente Democrazia cristiana. Quel mandato politico veniva da lontano: era l’autonomia, la responsabilità e la solidarietà che aveva caratterizzato le idee e la vita di due grandi fiorentini: Dante, nell’ultimo Medioevo, e Machiavelli, nell’incipiente modernità.

La riforma costituzionale ora posta al vaglio delle urne va analizzata sulla scorta di questa premessa. Essa, nel suo stesso appalesarsi, oscilla tra due poli, in realtà tra di loro molto distanti: da un lato, strizza l’occhio alle oligarchie finanziarie e al dominio mediatico, non nascondendo un suo allineamento agli indirizzi di un’economia “globale” e sfrenatamente neoliberista; d’altro lato, si presenta come afflato “democratico” ed “europeo”, insistendo nel dire che lavoro e occupazione restano obiettivi principali del governo e che proprio a tal fine si deve andare a un contenimento delle spese e a uno scioglimento dei lacci burocratici che impediscono la governabilità.

Quanto al secondo profilo, siamo alla sfrontatezza. Perché il degrado delle condizioni del lavoro e, prima ancora, del diritto al lavoro è sotto gli occhi di tutti; perché non è dato capire cosa c’entri “Europa”, terra di affermazione del bicameralismo, con l’abolizione del Senato, e cosa c’entri “democrazia” con una vanificazione del controllo parlamentare sull’esecutivo, tal quale quella che aveva in mente Berlusconi. Anche i bambini sanno, poi, che costi e lacci burocratici si contengono con regolamenti o leggine, senza bisogno di ricorrere al referendum. Non bastava, per esempio, ridurre il numero e dimezzare lo stipendio di deputati e senatori?

Assai più interessante è il primo profilo, quello della pretesa necessità di adeguamento ai modelli di vita di un universo virtuale, arreso al dominio tecnocratico.

Parliamo allora di due mondi inconciliabili: a) nella Costituzione viene offerta cittadinanza a un paese ricco di autonomie e custode di tradizioni; la finanza internazionale disconosce tutto ciò e non ha alcun interesse, se non alla creazione di qualche feticcio, non certo alla tutela dei patrimoni culturali nazionali. Sorge legittimo il dubbio che più di uno, in quelle alte sedi, pensi a fare di noi un mercato per agenzie di viaggio, un cameriere per tavole altrove imbandite e gestite; b) la Costituzione affonda nella storia: si sono fatti i nomi di Dante e di Machiavelli, ma non sarà male ripensare alla rivisitazione dell’arte rinascimentale di Burckhardt; la tecnocrazia, viceversa, destina tutto all’attualità, vede l’approccio storiografico come disturbo arrecato da perditempo, o professori universitari fortunatamente prossimi alla pensione; c) la Costituzione si impernia sull’idea antica della nobiltà della politica e, quindi, sulla capacità della politica di controllare l’economia e di disciplinare, negli opportuni casi, le aspirazioni del mondo militare; alla tecnocrazia il pensiero politico e l’agire politico recano disturbo, ove da lei non condizionati. L’ideale è che Politica si traduca in un teatrino.

Contributo all’approfondimento di un contrasto così radicale e drammatico può forse apportare il ripensamento dell’art. 7.

L’art. 7 Cost., nella sua studiatissima e calibratissima (anche in Vaticano) formulazione, non poneva e non pone solo questioni di qualificazione giuridica dello Stato – se laico o confessionista –, ma anche problemi di possente valenza politica. In realtà con quell’articolo, che segnò un accordo cui giunsero fuori dall’Assemblea comunisti e popolari, entrava tra i fondamenti della Costituzione non un mero principio pattizio (il che già sarebbe stato grave, al cospetto dell’Europa di allora) ma un concordato in carne e ossa. I Patti lateranensi consentivano un rientro dalla finestra di ciò che si era voluto tenere fuori dalla porta, riattualizzavano l’éthos clerico-fascista nella sede stessa in cui contro quell’éthos si combatteva.

Come mai i governi che si sono da ultimi succeduti e, in particolare, ora il governo Renzi non sono andati al superamento della problematica? Né può dirsi che il nodo sia oggi sciolto dagli accordi di Villa Madama, atteso che questi accordi eliminano, per dirla con Jemolo, i rami secchi della precedente esperienza concordataria, ma non il principio concordatario, semmai alimentato da una maggiore diffusività.

Dell’art. 7 se ne è discusso tanto, forse troppo, vuoi in sede accademica vuoi nei giornali, ma per lo più con riferimento al problema della qualificazione dell’ordinamento statuale, se laico o confessionista. Uno Stato che consenta alla limitazione della sua sovranità, quale quella prevista dal primo comma dell’art. 7, può definirsi laico? Non è questo il terreno su cui qui ci si muove, palese essendo, in ogni caso, che uno Stato che cede in quel modo in sovranità e si consegna pregiudizialmente al rapporto concordatario con una chiesa, è uno Stato confessionista. Ciò che si vuole sottolineare è qualcosa di più grave, e istituzionalmente deleterio. Con l’art. 7 entra tra i fondamenti costituzionali non l’idea cavouriana della separazione fra Stato e Chiesa (come Roberto Benigni ebbe il coraggio di sostenere in una recente, infelice esibizione televisiva, guarda caso poi fatta oggetto di replica in attesa del referendum), ma l’ipotesi bellarminiana della potestas indirecta Ecclesiae in temporalibus. Con questo articolo rivive quanto di più buio e illiberale seppe contrapporre la Controriforma alle libertà dei moderni.

Gramsci parlò, e da par suo, di due stampelle: l’una offerta dalla Chiesa di Roma a un regime putrescente; l’altra offerta da Mussolini a un’istituzione religiosa incapace di dialogare con la modernità. Oggi è la Chiesa cattolica stessa, per prima e sua sponte, a essersi allontanata da una historia dolorum, qual è per definizione la storia dei concordati. Sin dal Concilio Vaticano II ha mostrato di volere aprirsi a un nuovo rapporto con la comunità politica che possa esimerla dalle infamie del passato e dal sospetto che essa con il regime pattizio continui ad ambire a condizioni privilegiarie.

Si pensi, con uno sguardo protratto dalle condizioni di ieri all’oggi, alla scuola, ovvero all’intollerabile disparità che i concordati hanno determinato e determinano tra scuola pubblica e scuola privata. La seconda, di élite, finanziata in larga parte dallo Stato e destinata alla promozione della coltura di una classe dirigente astuta e asservita al potere economico; la prima, abbandonata a se stessa, privata di fondi che le consentano anche solo un’esistenza dignitosa. Vi viene impartita, per forza di cose e tra continue umiliazioni dei docenti, un’educazione scadente e dogmatica, rivolta a ceti sociali subalterni e ora ai figli di un’immigrazione per lo più votata al lavoro nero, quando non all’abbrutimento della mercificazione dei corpi e dello spaccio di droga.

È forse il caso di concludere che la Costituzione attende di essere attuata, non di essere elusa in ossequio al giogo tecnocratico. La tecnocrazia è allergica a una politica che sorregga un diritto giusto e solidale, e tanto più a una politica energica e autonoma, agonisticamente protesa all’affermazione del socialismo. Interessante notare che la c.d. globalizzazione, con tutto ciò che comporta di umiliazione delle esistenze e di avvilimento della natura, non pare affatto disturbata dall’esistenza di un concordato ecclesiastico. L’istituto non contraddice, ma anzi fa il paio con l’eliminazione dei simboli religiosi dal luogo pubblico, a consacrazione della nietzschiana morte di dio o, per meglio dire, morte degli dèi su cui poetava Hölderlin. Ciò che preme e si impone non è Galileo, né la sconfitta del commercio delle indulgenze, ma la deellenizzazione.

[1] G. Dossetti, intervento del 21 marzo ’47.

[2] G. Salvemini, Per la storia della Resistenza, ottobre 1948, ora in Il nostro Salvemini. Scritti di Gaetano Salvemini su «Il Ponte», Firenze, Il Ponte Editore, 2012, p. 104.

30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Ferdinando Imposimato

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino GenoveseMassimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Sono nettamente contrario alla riforma, che è una minaccia grave alla nostra debole democrazia in quanto attribuisce enormi poteri al premier. Aristotele diceva: «mai dare troppi poteri a chi governa. È portato ad abusarne». Cosa che è già accaduta, pur con i poteri limitati concessi dalla Costituzione. Il governo nega questa svolta e sostiene che la riforma giova anzitutto al risparmio che, con il taglio dei senatori, sarà di 500 milioni. Falso: aumentano i privilegi economici dei burocrati di Camera e Senato. A fronte dei 57 milioni risparmiati con i 100 senatori, la spesa crescerà per stipendi di Camera e Senato introdotti dall’art. 40 della riforma. Si tratta di una norma posta in un angolo in fondo al testo. Sostiene Giampiero Buonamo, funzionario del Senato, che si parte dichiarando che la riforma vuole ridurre i costi della politica, e poi si fa il contrario. Mentre diminuiscono gli stipendi di insegnanti (da 30.338 euro a 29.130) e di corpi polizia (da 38.493 euro a 37.930), gli stipendi degli impiegati della Camera si moltiplicano (un consigliere da 64.000 euro a 240.000). Privilegi che si blindano con l’art. 40.

Il governo non riduce i 23 miliardi di euro per le migliaia di enti privati, fonte di corruzione e di distribuzione clientelare di posti ad amici e parenti, mentre i meritevoli sono esclusi dai concorsi. Inoltre invoca anche l’esigenza della governabilità.

In realtà il premier abusa del potere con leggi ingiuste. La legge sul Jobs act, approvata con voto di fiducia, umilia il lavoro trattandolo alla stregua di una merce. Il lavoro è la risorsa più grande del nostro popolo. Compito della Repubblica è non solo rendere effettivo questo diritto ma fare in modo che ogni lavoratore abbia una retribuzione che lo liberi dal bisogno e gli consenta di dedicarsi al proprio miglioramento spirituale per esercitare in modo cosciente i diritti politici.

La riforma consente inoltre al datore di lavoro libertà di licenziamento. L’occupazione è inferiore a quella che si ebbe nel peggiore anno di crisi. I 14 miliardi di incentivi pubblici alle imprese si sono risolti in un trasferimento di ricchezza al capitale, a danno del lavoro in generale e delle piccole e medie imprese in particolare. Questa riforma purtroppo ha portato alla legalizzazione del caporalato, che è sfruttamento del lavoro nero.

Altro mostro partorito dal governo è la legge sulla buona scuola, legge ingiusta e illegittima. Il governo destina all’istruzione le risorse più basse d’Europa e trasforma la scuola in azienda. La scuola è «organo costituzionale come parlamento, governo e magistratura, anzi ancora più importante poiché l’insegnante ha un compito più difficile: istruire e formare i giovani» (P. Calamandrei, Atti cost., rel. Moro, ott. 1946).

La corruzione ha fatto aumentare in Italia il costo delle grandi opere pubbliche, prive di utilità sociale. Nulla è destinato alle opere antisisma, sicché l’Italia è in preda ai dissesti idrogeologici.

La legge salva-banche tende a salvare le banche truffatrici e non i risparmiatori truffati. Negli Usa Obama ha citato le banche truffatrici, chiedendo un risarcimento danni per i risparmiatori. Da noi sono mancate leggi, a tutela di legalità ed eguaglianza, contro la corruzione che costa 70 miliardi di euro l’anno, mentre la prescrizione favorisce l’impunità. Carente è la lotta all’evasione fiscale che costa agli italiani 154 miliardi di euro l’anno, mentre il fisco potrebbe recuperare una somma pari a 100 miliardi di euro all’anno.

Non si possono dare maggiori poteri al presidente del Consiglio se non si risolve il bubbone del conflitto di interessi che invade ogni attività pubblica e ha portato l’informazione nelle mani del premier, mentre occorreva garantire il pluralismo (ex art. 21).

La riforma del Senato tende ad asservire i giudici ordinari amministrativi e contabili al premier. D’altronde sempre, chi governa, cerca di sottomettere i giudici al proprio potere. Così la maggioranza, controllando la Camera dei deputati grazie all’Italicum, sceglierà da sola i membri della Corte costituzionale. La Consulta, da giudice delle leggi che ha annullato tante leggi illegittime, diventerà organo della maggioranza e del premier. Il Csm, da organo di garanzia dei magistrati, diventerà ramo della maggioranza e sceglierà i vertici di procure, tribunali e cassazione, vertici che non saranno imparziali ma subalterni alla maggioranza. La legge che proroga il presidente della Cassazione è un indizio delle mire del governo sui giudici.

Il numero dei senatori è proporzionale alla popolazione (art. 57). A ogni regione sono assegnati almeno due senatori. Le province di Trento e di Bolzano ne avranno ciascuna due. I senatori di Trento e Bolzano si aggiungono a quelli del Trentino-Alto Adige. Altre province non avranno senatori. Altra assurdità: la Lombardia con oltre 10 milioni di abitanti supera gli abitanti di 9 regioni messe insieme: Calabria, 1.900.000; Sardegna, 1.663.000; Liguria, 1.583.000; Marche, 1.550.000; Umbria, 894.000; Basilicata, 576.000; Molise, 313.000; Val d’Aosta, 128.000; Trentino, 105.500. Le regioni piccole sono schiacciate dalle regioni grandi. Questo inciderà sulle riforme costituzionali che intaccano unità e indivisibilità dell’Italia (art. 4) e sulla distribuzione delle risorse.

L’immunità è garanzia prevista dai costituenti per gli eletti dal popolo per i voti espressi e le opinioni date nell’esercizio delle funzioni. Oggi sarebbe giusto mantenere solo l’insindacabilità delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle funzioni, e forse l’autorizzazione per l’arresto, che può incidere sugli equilibri politici dell’assemblea.

I riformatori hanno cambiato l’art. 78 per agevolare la dichiarazione di guerra da parte del premier, escludendo il Senato dal voto: ciò in vista delle nuove guerre che si preparano in Nord Africa e in Medio Oriente.

Tutto questo, e altro ancora che non cito per ragioni di spazio e di cui parleranno – ne sono sicuro – i collaboratori del Ponte, porta a un duro no a questa riforma liberticida.

30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Francesco Biagi

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca BaiadaLanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Il susseguirsi delle vicende politiche italiane perpetua la realizzazione di un ciclo sempre uguale, dove alla “tragedia” segue la “farsa”. L’orizzonte politico descritto nel Gattopardo da Giuseppe Tomasi di Lampedusa pare non essere molto mutato, in Italia infatti i cambiamenti, le rivoluzioni, rimangono quasi sempre delle «rivoluzioni-restaurazioni» o «rivoluzioni passive» direbbe Gramsci riprendendo Vincenzo Cuoco. Brandelli di sapere critico e insorgente vengono compresi fra le tecnologie di dominio, dopo aver subìto una distorsione del loro significato originario, per venire ripartiti nella legittimazione di altri contesti opposti. È così che Renzi e il suo governo hanno portato avanti la riforma costituzionale: si sono camuffati da innovatori, da rivoluzionari, snaturando tuttavia, in chiave ancor più autoritaria, il progetto di Stato e di Repubblica parlamentare contenuto nella Carta del ’48.

In Italia, nell’arco degli ultimi anni, è stato cancellato l’opaco ricordo di un possibile immaginario di uguaglianza e libertà che avesse l’occasione di inscriversi nelle istituzioni democratiche. Non potremmo leggere altrimenti lo smantellamento dello Statuto dei lavoratori, del Welfare e di quei valori che avevano fondato il contratto sociale postbellico nel 1948. È per questo che la categoria schmittiana di «dittatura commissaria» torna quindi a essere più che mai attuale. Sono stati sospesi gli strumenti che hanno regolato storicamente la democrazia parlamentare in Italia, preferendo personalità che realizzino direttamente la volontà dell’economia globale (sostanzialmente questa fase è iniziata con la caduta del governo Berlusconi e l’ascesa di Mario Monti)[1]. La sovranità si è declinata nella decisione diretta di assumere lo stato di eccezione come occasione per governare la crisi. Una volontà che si declina quale unica via possibile e simultaneamente super partes come la detentrice (per eccellenza) dell’interesse generale. La facoltà di governare è consegnata al capo, subalterno a quella visione economica che ha prodotto l’attuale stato di crisi europea. Anche i pochi e ultimi rituali della democrazia sono percepiti con fastidio. Matteo Renzi è un capo diverso da Berlusconi, da Monti, da Salvini o da Grillo, incarna un populismo che si pretende «innovatore»[2].

Scriveva così Piero Calamandrei in una raccolta di saggi del 1955 circa il senso profondo della nostra Costituzione: «Per compensare le forze di sinistra di una rivoluzione mancata, le forze di destra non si opposero ad accogliere nella Costituzione una rivoluzione promessa»[3]. La Resistenza è qui concepita come una rivoluzione mancata, transitata poi nella Costituzione come una promessa di una sua prossima realizzazione. La Costituzione quindi come iscrizione di un quadro rivoluzionario da realizzare, e fintanto che rimarrà solo sulla carta stampata essa sarà solamente un’illusione.

Al giorno d’oggi pare che ormai si voglia definitivamente cancellare anche proprio quel quadro costituzionale a cavallo fra promesse rivoluzionarie e illusione di un’autentica repubblica democratica, infatti la riforma costituzionale Renzi-Boschi fra i più grossi limiti ha la rottura del bicameralismo perfetto, ovvero la volontà di sbilanciare fortemente l’equilibrio dei poteri fra quello esecutivo e il legislativo. Il riassetto del Senato e le ulteriori modifiche che attaccano l’iter di formazione di una legge sono tutti strumenti che permettono la legalizzazione di grandi poteri al “Capo” e al suo esecutivo. È questo il più grave sfregio di tutta la riforma, su cui siamo chiamati a votare, alla cornice costituzionale del 1948.

Viviamo tempi in cui il potere finanziario  prova a modellare – riuscendoci – gli assetti democratici dei paesi. È in un quadro più complessivo che dobbiamo leggere questo tentativo di snaturare l’assetto della nostra Repubblica. Renzi e la ministra Boschi non fanno altro che tentare di concretizzare tendenze globali, presentandoci però tale riforma come un’innovazione della farraginosa burocrazia parlamentare. I tempi della politica e i tempi della democrazia sono considerati veri e propri freni per la locomotiva neoliberista. I ritmi del bicameralismo perfetto, capaci di favorire un ampio dibattito fra le forze politiche, sono troppo lunghi per l’economia, la quale ha bisogno di esecutivi forti e di primi ministri veloci a eseguire la volontà dei mercati. Non ci si può permettere troppi intoppi, troppe discussioni. Non ci possono essere crisi di governo, né governi che mettono in discussione i dettami ultra-liberisti europei. Infatti, durante le trattative fra il governo greco di Syriza e la Troika, il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble disse chiaramente all’ex ministro delle finanze greco, Yanis Varoufakis, che non era possibile cambiare i trattati economico-finanziari sovranazionali ogni cinque anni, ovvero ogni cambio di governo derivato dalle elezioni rappresentative. Questa dichiarazione evidenzia come oggi le regole democratiche interne degli Stati siano scalzate dall’autoritarismo del rigore finanziario neoliberista[4].

Molti sono i giuristi che, meglio di me, potrebbero descrivere in modo dettagliato la proposta di riforma mettendone in luce i limiti strutturali. Di fronte alle derive populiste e plebiscitarie, o peggio alle propaggini autoritarie in seno alle istituzioni democratiche, credo che abbiamo l’esigenza di custodire un quadro costituzionale il quale sia capace il più possibile di mantenere aperta la via dell’insorgenza democratica. Più spazi di dissenso, di critica e di conflitto vengono spazzati via, più sarà difficile in seguito per i movimenti sociali e per le reti di cittadinanza mettere in campo proposte politiche alternative all’austerità, alla dittatura commissaria dei mercati e a nuove forme autoritarie di governo. È opportuno impedire questa controriforma della Costituzione per avere un paese un po’ più libero di quello che immaginano Renzi e la Boschi. Oltre al «Partito della Nazione» con questa riforma si immagina un «Governo della Nazione», che omogenizza in un corpo solo il popolo e i poteri nel suo unico e indiscutibile capo.

Siamo ben coscienti dei grossi limiti che oggi ha la democrazia rappresentativa in Italia e nel resto d’Europa, siamo ben coscienti di come tanti dispositivi costituzionali siano stati svuotati di senso, di come tanti altri non siano mai stati applicati autenticamente e – infine – di come altrettanti possano essere riformulati per realizzare maggiormente i valori democratici, tuttavia in questa congiuntura storica è necessario opporsi alla riforma per non far scivolare ancora di più il paese nella legittimazione di progetti politici autoritari. Votare no e opporsi a queste proposte di modifica della Carta per avere perlomeno ancora un paese che mantiene un assetto parlamentare non esageratamente asservito al primo ministro o al partito che detiene l’esecutivo. Votare no per ostacolare il concentramento di poteri in un uomo-forte, in un capo e in un esecutivo che terrebbero in ostaggio il Parlamento.

[1] Nel giugno 2013 infatti, una delle più grandi banche statunitensi responsabile della crisi dei mutui subprime pubblicò un dossier dove sosteneva come le costituzioni antifasciste dei paesi del Sud Europa fossero un autentico ostacolo all’integrazione neoliberista dei mercati globali (Cfr.: https://culturaliberta.files.wordpress.com/2013/06/jpm-the-euro-area-adjustment-about-halfway-there.pdf).

[2] Accenniamo appena qui questo discorso sul populismo essendo già stato pubblicato un numero monografico del «Ponte» al riguardo e non potendoci soffermare oltre.

[3] P. Calamandrei, «La Costituzione e le leggi per attuarla», in Dieci anni dopo. 1945-1955. Saggi sulla vita democratica italiana, Bari, Laterza, 1955.

[4] Cfr.: http://www.nuovatlantide.org/varoufakis-seppellito-valori-della-democrazia/

30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Le nostre ragioni di un no

Le ragioni di un nodi Marcello Rossi

[Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Che «Il Ponte» sia legato a doppio filo alla Costituzione del ’48 è cosa nota. A tutta la Costituzione, anche all’art. 138 che concerne le leggi di revisione. Se però la “revisione” impegna ben 47 articoli della Parte II («Ordinamento della Repubblica») – cioè il 55% di questa Parte – allora è lecito pensare che l’originaria Parte II sarà letteralmente stravolta. È possibile che uno stravolgimento di tal fatta non si ripercuota anche sulla Parte I («Diritti e doveri dei cittadini»)? E se sì, come io ritengo con certezza, non sarebbe stato più corretto, a ragion di logica, proporre una costituente? Comunque, costituente o meno, io non credo che la difficile situazione politica ed economica che stiamo attraversando trovi una soluzione con la messa in opera di una nuova costituzione, e per di più di una costituzione che, tra le altre cose, come prima risoluzione, con il pretesto di ridurre le spese del potere legislativo, ridisegna le funzioni di un Senato che, in ossequio al mito della velocità del legiferare, non darà più la fiducia al governo e non sarà più eletto direttamente dai cittadini.

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