11 gennaio 2018
pubblicato da Rino Genovese

Un dibattito sulla fraternità

di Rino Genovese

Marcello Rossi prima, e Massimo Jasonni poi, sono intervenuti su questo sito con dotti argomenti per lamentare il fatto che la lista unitaria di sinistra “Liberi e Uguali” avrebbe messo da parte la Fraternità che, oltre a essere il terzo termine della divisa della Rivoluzione francese, sarebbe anche quello specificamente socialista. Non discuto le critiche a “Liberi e Uguali”, in larga misura condivisibili (si tratta di un agglomerato informe che sembra ripetere l’errore che fu già del Pd, quello di non avere un’identità ben definita); vorrei invece mettere in questione la centralità della  fraternité nella nascita e nello sviluppo del socialismo così come si è formato storicamente. A mio parere, infatti, è molto dubbio che si possa parlare del terzo termine come di quello propriamente socialista.

Fermo restando che è dalla Rivoluzione francese che tutto il discorso prende le mosse, c’è da dire che è da una rottura nell’insieme della divisa repubblicana che si determina quel movimento di idee e di attori sociali che chiamiamo “socialismo”. È una diversa declinazione dei tre concetti, presi nel loro stretto legame. Così la liberté non può essere vista in maniera soltanto negativa come nel liberalismo: essa cioè non termina dove inizia la libertà dell’altro, ma al contrario, in termini positivi, comincia dove c’è la libertà dell’altro (in questo senso si può parlare di un “individualismo sociale”). L’égalité non può più essere soltanto giuridico-formale (come quando si dice, per esempio, che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge); deve diventare sostanziale, concretizzandosi su un piano economico e sociale. La fraternité, infine, non indica più una generica solidarietà nazionale, sia pure in senso democratico; è quella tra coloro che conducono una stessa battaglia contro l’oppressione (da qui il termine “compagno”, colui con cui si con-divide il pane nel corso di una lotta civile). È insomma da una rilettura dell’insieme delle tre parole d’ordine che proviene il socialismo, non dal privilegiamento di qualcuna su un’altra.

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18 agosto 2017
pubblicato da Rino Genovese

Autogestione e socialismo

Autogestionedi Rino Genovese

L’articolo precedente di Bruno Jossa ha il merito di ricondurre l’attenzione sul nodo dell’autogestione delle imprese, cioè sulla sostanza di un socialismo che non voglia ridursi a un fallimentare e dispotico socialismo di Stato. Non v’è dubbio, a mio parere, che da qui dovrebbero ripartire le nostre riflessioni. Tuttavia – nel delineare il progetto di un rovesciamento delle parti in cui i lavoratori non più salariati ma associati si troverebbero a ricevere un reddito variabile e il capitale, al contrario, un reddito fisso in quanto finanziatore dell’attività produttiva – Jossa trascura di affidare un ruolo allo Stato, intendendo, con questo termine, non i vecchi e ormai declinanti Stati nazionali ma l’organizzazione statale sovranazionale e postnazionale (come potrebbe essere una Unione Europea profondamente trasformata). Senza il “cuscinetto” protettivo offerto da un’organizzazione del genere, il reddito aleatorio proposto dal mercato potrebbe portare alla rovina i lavoratori dell’impresa autogestita, laddove il capitale prospererebbe ancora grazie al suo interesse, sia pure fisso. L’organizzazione statale federale (in sintonia con un federalismo dal basso delle imprese autogestite) dovrebbe funzionare da prestatore in ultima istanza a tasso d’interesse zero. Del resto Proudhon – in cui si trovano delle sciocchezze, come pure delle buone idee – aveva già fatto del credito gratuito la chiave di volta di ogni mutualismo associazionistico.

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16 agosto 2017
pubblicato da Il Ponte

Impresa democratica e socialismo

Impresa democraticadi Bruno Jossa

Introduzione

Il fallimento di tutti i tentativi di riformare la pianificazione centralizzata per dare vita a un socialismo democratico e il crollo del muro di Berlino, con il ritorno della Russia al capitalismo, sta dando luogo a un grande cambiamento di opinioni su che cosa sia veramente il socialismo. E l’idea che a noi sembra corretta a riguardo è che il socialismo è la gestione democratica delle imprese, la gestione delle imprese da parte di tutti coloro che partecipano a ciò che essa produce[1]. Questa è l’idea anche di Richard Wolff, che è considerato oggi il maggior studioso marxista degli Stati Uniti.

Wolff ha individuato l’impresa socialista nella Wsde, che è una workers’ self-directed enterprise. In contrasto con l’impresa capitalistica, ove a comandare sono, di regola, pochi individui dotati di ricchezza, i capitalisti, in una Wsde – secondo quanto egli scrive – nessun gruppo separato di persone, nessun individuo che non partecipi al lavoro produttivo dell’impresa, può essere un membro del corpo dei dirigenti. Anche se vi fossero degli azionisti di una Wsde, essi non avrebbero il potere di eleggere i direttori. Invece, tutti i lavoratori che producono il surplus generato nell’impresa se ne appropriano collettivamente e lo distribuiscono. Essi soli compongono il corpo dei dirigenti.

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23 maggio 2016
pubblicato da Il Ponte

Sull’idea di socialismo di Axel Honneth

axel honnerthdi Marco Solinas

Bisognerebbe pur ricominciare a sperare in un’alternativa al capitalismo contemporaneo,  reincanalando e riattivando politicamente il sordo malessere e la cieca indignazione che attraversano la società occidentale, passando dalla disperazione alla lotta: una speranza che ancora una volta dev’essere chiamata socialista. È l’obiettivo di fondo che si prefigge l’ultimo, coraggioso lavoro del filosofo tedesco Axel Honneth, intitolato appunto L’idea di socialismo (Milano, Feltrinelli, 2016). Certo, la fisionomia del socialismo proposta in questo libro è talmente differente da quella tradizionale che i suoi padri fondatori – da Proudhon a Marx – avrebbero non poche difficoltà a riconoscere in Honneth un loro discendente diretto. E tuttavia risiede proprio in questa radicalità la forza del nuovo progetto.

Si tratta di una costruzione dal carattere eminentemente teoretico, storicamente fluttuante sulle vicende del secolo scorso. L’autore intende delineare e superare diversi elementi cruciali del framework socialista tradizionale. La critica degli errori e delle tare del vecchio paradigma socialista e marxista risulta non soltanto puntuale e incisiva, ma anche particolarmente feconda.  La sua metodologia costituisce però la debolezza del lavoro: astraendo dalla storia politica del socialismo, Honneth incorre nel rischio di fraintendere alcuni degli snodi correlati a quei molteplici processi in cui l’idea, o meglio le differenti idee, di socialismo sono state interpretate da autori e movimenti politici in luoghi e momenti storici peculiari. Una deriva beffarda per l’autore di Il diritto della libertà, anch’esso recentemente tradotto in italiano (Torino, Codice, 2015): qui infatti veniva adottato un metodo analitico di tipo storico-ricostruttivo, il cui taglio rigorosamente immanente ha indotto perfino alcuni interpreti a criticare Honneth per essere slittato inavvertitamente nel flusso della destra hegeliana, perdendo l’afflato emancipatorio che ha innervato da sempre la teoria critica. Se L’idea di socialismo rappresenta una risposta nettissima a queste critiche – poiché in esso è delineato un ideale positivo, quasi utopico, a cui poter ancorare la teoria in modo propositivo –, la divaricazione metodologica tra i due testi trova tuttavia un punto di riequilibrio nella centralità attribuita al concetto di libertà sociale.

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