18 agosto 2017
pubblicato da Rino Genovese

Autogestione e socialismo

Autogestionedi Rino Genovese

L’articolo precedente di Bruno Jossa ha il merito di ricondurre l’attenzione sul nodo dell’autogestione delle imprese, cioè sulla sostanza di un socialismo che non voglia ridursi a un fallimentare e dispotico socialismo di Stato. Non v’è dubbio, a mio parere, che da qui dovrebbero ripartire le nostre riflessioni. Tuttavia – nel delineare il progetto di un rovesciamento delle parti in cui i lavoratori non più salariati ma associati si troverebbero a ricevere un reddito variabile e il capitale, al contrario, un reddito fisso in quanto finanziatore dell’attività produttiva – Jossa trascura di affidare un ruolo allo Stato, intendendo, con questo termine, non i vecchi e ormai declinanti Stati nazionali ma l’organizzazione statale sovranazionale e postnazionale (come potrebbe essere una Unione Europea profondamente trasformata). Senza il “cuscinetto” protettivo offerto da un’organizzazione del genere, il reddito aleatorio proposto dal mercato potrebbe portare alla rovina i lavoratori dell’impresa autogestita, laddove il capitale prospererebbe ancora grazie al suo interesse, sia pure fisso. L’organizzazione statale federale (in sintonia con un federalismo dal basso delle imprese autogestite) dovrebbe funzionare da prestatore in ultima istanza a tasso d’interesse zero. Del resto Proudhon – in cui si trovano delle sciocchezze, come pure delle buone idee – aveva già fatto del credito gratuito la chiave di volta di ogni mutualismo associazionistico.

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7 agosto 2017
pubblicato da Rino Genovese

Le grandi migrazioni

migrazionidi Rino Genovese

Nell’immaginario europeo l’Africa è il continente dell’immobilità, da sempre relegato ai margini della storia. Nella realtà non è mai stato così: i movimenti migratorî interni – per sfuggire alla carestia, alla siccità, alla desertificazione – sono frequenti in quelle popolazioni. A essere mutata, negli ultimi decenni, è in larga misura la direzione del movimento, il che indica l’uscita di una parte di quelle donne e di quegli uomini dalla rassegnazione: da sud verso nord, cioè verso i ricchi paesi europei, alla ricerca di una vita liberata dalla costrizione del bisogno.

Chi da noi non ha compreso che questo movimento è inarrestabile (epocale, si direbbe, con espressione un po’ roboante) si condanna a restare fuori, ancorandosi ai vecchi pregiudizi, dal processo storico contemporaneo. Di una contemporaneità – è bene ripeterlo – composta da una congerie sfasata di tempi diversi, in cui i più recenti ritrovati della tecnica si combinano, anche nell’Occidente moderno, con i miti e le ubbie del passato, con le chiusure nazionalistiche e identitarie ovunque prepotentemente risorte.

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31 luglio 2017
pubblicato da Rino Genovese

Quello che sta accadendo in Venezuela

Madurodi Rino Genovese

Fa male parlarne, e tuttavia per questo bisogna parlarne. Quello che sta accadendo in Venezuela non è che l’ultima prova del fatto che un socialismo latinoamericano di tipo caudillista ha fatto il suo tempo, è diventato il contrario di quello che sarebbe dovuto essere finanche in quei paesi che lo hanno visto sorgere. Maduro avrebbe fatto meglio a dimettersi e a convocare elezioni anticipate: così fa un presidente che ha perso la maggioranza nell’assemblea legislativa, che si trova dinanzi a una disastrosa crisi economica, con le merci di prima necessità che scarseggiano e le proteste di piazza guidate da un’opposizione che sarà pure di centro-destra o reazionaria, ma finisce con l’avere ragione quando dall’altro lato manca qualsiasi proposta che non sia quella del “teniamo duro!”.

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18 luglio 2017
pubblicato da Rino Genovese

A che punto è la notte: piccolo ragionamento a favore del “cartello”

sinistra arcobalenodi Rino Genovese

La notte, naturalmente, è quella della sinistra politica italiana (non parliamo di quella di altri paesi, come la Francia, altrimenti non dovremmo scrivere un articolo ma un libro). Dopo assemblee, incontri, riunioni varie, siamo al punto di partenza: non s’intravede ancora, nemmeno con il cannocchiale, una lista unitaria per le prossime elezioni. C’è chi dice che dipenda dal verticismo di un ceto politico autoreferenziale  incapace di staccarsi dalle poltrone, o per meglio dire dal desiderio di ritornare in parlamento. Se fosse così, però, semplicemente così, avrebbero subito cercato di mettersi d’accordo tutti, e avrebbero dato vita a un cartello elettorale – la sola possibilità oggi – delle varie sigle a sinistra del Pd renziano (che, da parte sua, continua a perdere pezzi). Intendiamoci, il cartello non è la soluzione migliore, ma a mio parere è l’unica oggi sostenibile. Tra chi rimpiange il passato e insegue una riedizione del centrosinistra – sperando ancora che Renzi non sia Renzi, cioè quel tipo che cerca i voti a destra per cercare di fare poi, da posizioni di forza, una “grossa coalizione” con una parte della stessa destra –, e chi invece crede di potersi inventare un Podemos all’italiana (mi riferisco ai Montanari e alle Falcone) non c’è alcun vero denominatore comune che non sia, appunto, quello di superare la soglia di sbarramento (attualmente al 3%) per fare ingresso nella Camera dei deputati. Il cartello elettorale è nelle cose, tutto il resto no, inutile girarci attorno.

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2 luglio 2017
pubblicato da Rino Genovese

Bersani e la parola magica “protezione”

Bersanidi Rino Genovese

Dunque Pisapia sembra infine essersi reso conto che presentarsi alle elezioni con Renzi sarebbe stato deleterio – oltre che sostanzialmente impossibile se si è compresa un po’ la psicologia del superometto fiorentino – e ha concluso un patto, siglato in piazza sabato primo luglio con il movimento dei fuoriusciti dal Pd, che per il momento si è dato un nome anche più anodino di quello scelto dagli stessi scissionisti (“Articolo 1 – Movimento democratico e progressista”). Si chiama infatti “Insieme”. Ma insieme per fare che cosa, con quali finalità?

Nel discorso di maggiore spessore politico, tenuto da Bersani, è apparsa quella che potrebbe essere la parola magica di un possibile programma di riforme: “protezione” (che tra parentesi compare anche nell’articolo di Nicolò Bellanca qua sotto, con riferimento a una intervista di Luca Ricolfi). Non v’è dubbio che, se pensiamo a che cosa significhi Stato sociale, il suo scopo è quello di difendere i cittadini nelle disavventure della vita: per esempio, quando ci si ammala, c’è la sanità pubblica che interviene indipendentemente dal fatto che si abbiano o no i mezzi per pagarsi le cure. In questo senso è vero che la parola “protezione” una sua importanza ce l’ha. Ma potrebbe mai essere sufficiente?

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30 giugno 2017
pubblicato da Il Ponte

Una sinistra ideologica che occupa il potere

sinistra ideologicadi Nicolò Bellanca

Nelle sue stimolanti “considerazioni” sulla sinistra politica italiana, Rino Genovese sostiene tre proposizioni tra loro connesse, ma che, come proverò ad argomentare, andrebbero invece tenute distinte. A suo avviso, la sinistra nel nostro paese: 1) è fortemente frammentata; 2) manca di una caratterizzazione ideologica che possa unificarla; 3) dispone di un orizzonte sfocato, ossia di una ridotta chiarezza sulle proprie finalità. Mentre la tesi (1) è difficilmente opinabile, trattandosi di una mera constatazione fattuale, la tesi (2) appare quella che, secondo Genovese, spiega non soltanto la (1), ma anche la (3). Insomma: sarebbe l’assenza di un’impostazione ideologica adeguata ad alimentare il settarismo, e a impedire la formulazione di un programma coerente e incisivo di azione.

Ho tuttavia l’impressione che la tesi di Genovese potrebbe fruttuosamente venire rovesciata. La sinistra italiana rimane ferma al palo, immersa in diatribe interne che la segmentano in continuazione, proprio perché resta ancorata a opzioni ideologiche novecentesche che la rendono incapace di guardare a quello che accade e che potrebbe accadere. Due esempi. Il primo lo traggo da un altro articolo di Rino Genovese su questa rivista, nel quale egli notava con efficacia come l’evocazione dell’Articolo 1 della Carta costituzionale, da parte di una nuova formazione politica di sinistra, fosse un omaggio fuori tempo massimo a un’opzione ideologica. L’altro caso riguarda uno dei temi scottanti delle campagne elettorali dell’ultimo periodo: l’immigrazione.

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23 giugno 2017
pubblicato da Rino Genovese

La sinistra italiana e il socialismo europeo

socialismo europeodi Rino Genovese

Anzitutto una precisazione: non intendo riferirmi al piccolo partito denominato Sinistra italiana, quanto alla sinistra politica nel suo insieme, in Italia particolarmente frammentata. Quale la caratteristica della congerie di sigle che si agita al di fuori del Pd – considerando che questo sia un partito di centrosinistra, come si autodefinisce, o semplicemente di centro come sarebbe più corretto definirlo? È la mancanza di una caratterizzazione ideologica il tratto dominante, e a suo modo unificante, della sinistra italiana oggi – un’area che pure varrebbe il 10% circa dell’elettorato. Si va da alcuni residui del vecchio Partito socialista craxiano, che da tempo non si capisce più che cosa siano, fino a una manciata di partiti comunisti, tra cui spicca la ormai usurata Rifondazione. In mezzo, naturalmente, i fuoriusciti dal Pd, con il nome piuttosto anodino di “Articolo 1 – Movimento democratico progressista”, e quelli di Sinistra italiana con la maiuscola, che di recente hanno conquistato il record di un congresso costitutivo che ha dato vita a un’immediata scissione.

Nessuno di questi gruppi e movimenti politici sembra avere un’idea di quale sarebbe la sua finalità ultima – se si escludono le sigle comuniste che, da parte loro, hanno la presunzione di essere tutte le meglio piazzate per promuovere l’avvento del comunismo sulla terra. Ci si divide, e ci si logora, sul modo di presentarsi alle prossime elezioni (che, a questo punto si è capito, si terranno nei primi mesi del 2018), con non si sa ancora quale legge elettorale. Se dovesse restare nella sostanza quella uscita dagli interventi della Corte costituzionale, sarebbe sufficiente il 3% dei voti per ottenere una rappresentanza alla Camera; per quella al Senato, ci vorrebbe invece l’8%, che appare un miraggio ai più, ma eventualmente soltanto il 3% se ci si coalizza in un’alleanza elettorale che arrivi almeno al 20%. È sufficiente questa possibilità per far pensare a qualcuno che sia necessario un accordo, magari puramente elettorale, con il Pd di Renzi. Già, ma per fare che cosa? Si potrebbe ipotizzare semplicemente questo: per diventare centrali in parlamento, ottenere un piccolo potere di coalizione, impedendo le “larghe intese” e spostando la situazione a sinistra… Potrebbe anche essere una tattica, se non una strategia, ma poi – ancora – per fare che cosa?

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4 giugno 2017
pubblicato da Rino Genovese

Da dove l’impasse politica italiana?

Achille Occhettodi Rino Genovese

Senza risalire fino al Rinascimento, alle famose analisi di Machiavelli e Guicciardini, sarebbe sufficiente ritornare a circa trent’anni fa, a quel 1989 in cui alle elezioni europee di giugno – come ho avuto modo di ricordare sfogliando il recente volume che raccoglie gli scritti di Marcello Rossi sul Ponte (Socialismo libertario e dintorni, Firenze, Il Ponte Editore, 2017) – il Pci di Occhetto ottenne ancora il 27,5% dei voti. Questo risultato – che dimostrava la capacità di resilienza del maggior partito della sinistra italiana – si ebbe a pochi giorni dalla repressione di Tienanmen, nel pieno di una crisi che, due anni dopo, porterà alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Alla fine, dentro quel marasma internazionale di cui non riuscirà ad avvantaggiarsi il Psi di Craxi, scoppierà il bubbone Tangentopoli degli anni novanta, facendo saltare gli equilibri italiani della guerra fredda. Il craxismo ne uscirà distrutto, ma in un certo senso ne farà le spese anche Occhetto, tagliato fuori dal qualunquismo montante – di cui beneficiario sarà il “nuovo” berlusconismo aziendal-politico, prosecuzione di un affarismo targato Caf (che era la sigla dell’alleanza di potere tra Craxi, Andreotti e Forlani).

Il paese non si è mai più risollevato da quegli avvenimenti che segnarono la morte sia del comunismo sia del socialismo italiani, e che in parte furono tragici e in parte tragicomici, se si considera che il lungo periodo berlusconiano è stato caratterizzato da un immobilismo agitato, come di chi gesticoli senza concludere granché – a parte difendere i propri interessi privati –, e che tuttavia rese possibile la continuità di un generale sistema di potere, rimasto intatto nelle sue basi sociali sotto i mutamenti di facciata.

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21 maggio 2017
pubblicato da Rino Genovese

Che cosa significa Macron

Operettadi Rino Genovese

L’operetta fu una delle invenzioni del Secondo Impero. Alle campagne militari, al predominio della finanza, alle “grandi opere” come la costruzione delle ferrovie e la ristrutturazione urbanistica di Parigi secondo modalità atte a prevenire le insurrezioni future, faceva riscontro la frivolezza di un genere musicale e teatrale che fu uno dei momenti attraverso cui  Napoleone il piccolo celebrò i suoi fasti. La data d’inizio di una politica populistica – spettacolarizzata, carismatico-plebiscitaria – d’inclusione repressiva delle masse popolari (a quei tempi se ne poteva parlare come di un blocco sociale tutto sommato abbastanza omogeneo, comprendente i contadini e gli operai) mediante l’attivazione di un consenso verso l’imperatore e le classi dominanti che avesse il significato di una “servitù volontaria”, di un’adesione toto corde all’oppressione, può essere fatta risalire a quel periodo. Ha quindi radici ottocentesche, come molti dei fenomeni nuovi, o apparentemente tali, che ci troviamo a vivere.

A Parigi oggi si respira un’aria da operetta. Alle voci da mezzo soprano, in falsetto, che cantano il mirabile ragazzo che ha sposato la professoressa di quasi venticinque anni più anziana (dimenticando che questa donna molto tradizionale si è totalmente dedicata alla carriera del giovane marito) fa da pendant la tonalità baritonale di uno come Bayrou, il politico di provincia cattolico-centrista infine arrivato a un posto di ministro dopo svariate candidature alle presidenziali e scarsi risultati in numero di seggi.

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14 maggio 2017
pubblicato da Rino Genovese

Come prima, anche peggio

di Rino Genovese

La Francia ha scelto (con uno scarto di voti nettamente maggiore del previsto) di essere governata dalla perdita di autonomia della politica tramite il denaro, ben simboleggiata dal giovane ex ministro dell’economia Emmanuel Macron, anziché dalla sua pseudo-riqualificazione nazionalistico-etnicizzante espressa da Marine Le Pen. Si può tirare un sospiro di sollievo, ma bisogna sapere che il male minore è comunque un male, come diceva Hannah Arendt, e che il “meno peggio” è pur sempre un “peggio”. Nulla, nella postura di Macron, nel suo sguardo allucinato dell’uomo proteso verso la conquista del potere, che  abbia mai fatto pensare a un cambio di passo dell’Europa attuale. Il vecchio continente resterà quindi sotto l’ondata neoliberista, quella che lo sommerge da decenni, e non c’è neppure nulla che lasci intravedere la ricerca di una maggiore integrazione europea. “En marche!”, il comitato elettorale macronista che si sta tramutando nella “République en marche” per le prossime elezioni generali, nella spasmodica attesa di una maggioranza presidenziale, è un movimento della cosiddetta società civile (e di riciclo di una classe politica di destra e di sinistra spaventata dall’implosione elettorale cui sta assistendo) che non ha niente di europeistico. È un fenomeno tutt’interno alla crisi politica della Francia – che la farà assomigliare un po’ di più all’Italia, in virtù della dissoluzione in corso dei suoi partiti storici –, ma che non proietta quel paese verso un ruolo di rilievo a livello europeo. L’Europa, dopo questa elezione presidenziale francese, resterà tedesca.

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