14 ottobre 2017
pubblicato da Rino Genovese

Dieci anni di Pd

Dieci anni di Pddi Rino Genovese

I Prodi e i Parisi hanno oggi di che lamentarsi, ma la responsabilità della tragedia ridicola chiamata Pd è anzitutto loro e dei loro amici, di quelli cioè che credettero di fare un partito, anzi di cambiare un intero sistema politico, a tavolino, con un’operazione da piccoli apprendisti stregoni dediti, nel caso, al gioco del meccano. All’inizio c’era una composita coalizione di centrosinistra, alla fine uno pseudopartito altrettanto composito – ma con una sensibile differenza: esso aveva introiettato il virus del berlusconismo, quello delle formazioni politiche prive di un’identità che non fosse quella di un leader, dei suoi interessi, dei suoi vizi. A quel punto lo pseudopartito, fondato sul mito più o meno plebiscitario delle “primarie”, era del tutto scalabile da un avventuriero qualsiasi. Come poi è avvenuto.

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6 ottobre 2017
pubblicato da Rino Genovese

Secondo piccolo ragionamento in favore del “cartello”

Pisapiadi Rino Genovese

D’accordo, non si capisce che cosa stia combinando Pisapia (con Tabacci e gli altri suoi amici), perché, se anche si volesse soltanto riprendere il discorso dell’Ulivo – se questo non fosse un ricordo del passato –, si dovrebbe comunque cercare di avere un minimo successo elettorale per potere condizionare il Pd, mentre così niente da fare, tra incertezze e tentennamenti si perdono voti anziché guadagnarne. D’accordo, sul versante opposto Montanari e quelli di Sinistra italiana spingono per una di quelle liste “dal basso” che  più che altro, nella loro purezza, alla fin fine sono una finzione, mentre c’è il rischio di arrivare alle elezioni divisi al punto da non avere – con qualsiasi legge elettorale – nemmeno un parlamentare. Unica soluzione realistica è allora quella di un cartello di sigle. Non sarà l’optimum – ma è qualcosa, se non si vuole fare un regalo a Renzi, consegnandogli, all’indomani del voto, un parlamento senza neppure l’ombra di una sinistra.

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24 settembre 2017
pubblicato da Rino Genovese

I diari di Bruno Trentin

Bruno Trentindi Rino Genovese

Sono di grande interesse i Diari 1988-1994 di Bruno Trentin, a cura di Iginio Ariemma (Roma, Ediesse, 2017), sia per il periodo in cui furono scritti – quello del crollo dell’Unione Sovietica e della fine non troppo gloriosa del Pci – sia per la personalità che ne emerge: non soltanto quella di un intellettuale prestato alla politica e al lavoro sindacale (un po’ come il suo amico Vittorio Foa) ma di un appassionato di scalate e passeggiate in montagna. Trentin era un uomo fisicamente molto prestante che amava tenersi in forma e faceva dell’attività sportiva, come del giardinaggio nella sua casa di Amelia, un  tonificante rimedio alle delusioni dell’impegno quotidiano che in quegli anni lo vide al vertice della Cgil.

Certo non dev’essere stato facile, per lui che da giovane aveva preso parte a un’esperienza fallimentare come quella del Partito d’azione, dover constatare che anche il Partito comunista, dopo una settantina d’anni di una vita che era parsa immortale, stava malamente evaporando. Però il suo socialismo ebbe sempre una matrice differente da quella burocratico-autoritaria, ancorché corretta dalla lezione gramsciana, tipica del Pci. Si può dire che Trentin sia stato un socialista libertario a bordo del comunismo come su una scialuppa nei marosi del Novecento. Ma, invece della riva – che, con la fine dell’illusione sovietica, sarebbe potuta essere quella di un socialismo diverso –, egli vide con qualche disperazione allontanarsi l’approdo. Sarebbe stato altra cosa il Partito democratico della sinistra nato dal Pci se, anziché chiamarsi così, avesse preso il nome di Partito del lavoro, come Trentin aveva proposto? Sarebbe potuto esserci un post-Pci non rinunciatario in materia di socialismo, capace di una sua specificità nel panorama delle ormai sfasate socialdemocrazie europee?

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16 settembre 2017
pubblicato da Rino Genovese

Il machiavellismo di Minniti

Marco Minnitidi Rino Genovese

Nel manuale di machiavellismo pratico, che il ministro Minniti di sicuro avrà sempre sul tavolo, a un certo punto si legge: “Se non puoi fargli la guerra, vedi almeno di comprarli”. Ed è così che l’Italia, come risulta ormai da una serie di testimonianze, avrebbe consegnato ben cinque milioni di dollari, tramite intermediari o direttamente non si sa, alla banda armata di Ahmed Al-Dabbashi detto “lo Zio”, il maggiore trafficante di esseri umani della zona di Sabratha in Libia. L’ex potenza coloniale, che in Tripolitania incendiava e impiccava, ora compra. Del resto, a quanto scrive “Le Monde” datato 15 settembre, il governo italiano aveva già trattato con “lo Zio” al fine di garantirsi la sicurezza degli impianti dell’Eni a Mellitah, a ovest di Sabratha. Un’impeccabile strategia: prima si scoraggiano, con regolamenti bizantini, le organizzazioni umanitarie dall’intervenire nel Mediterraneo in favore di profughi e migranti alla deriva, poi s’interviene “alla sorgente” dando del denaro ai trafficanti perché si riciclino come alleati nella lotta all’immigrazione clandestina.

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9 settembre 2017
pubblicato da Rino Genovese

Maduro, quasi un autogolpe


di Rino Genovese

L’articolo precedente, a firma di Juan Carlos Monedero, può essere portato a esempio di una notevole confusione d’idee a sinistra. Non c’è alcuna prova del fatto che l’attuale opposizione venezuelana – un variopinto cartello di forze, in cui certo sono comprese anche frange estremiste – sia di tipo golpista; e del resto l’esercito, l’organismo che di solito organizza i colpi di Stato, nella sua stragrande maggioranza è schierato con il potere chavista. Lo si è visto di recente, con un tentativo di rivolta militare immediatamente rientrato, e lo si vide nel 2002 quando un golpe attuato da un gruppo minoritario di ufficiali fallì anche a seguito della pressione popolare. Chávez, piuttosto, era un militare che, lasciandosi un passato golpista alle spalle (era stato in carcere per questo), nel 1998 si presentò alle elezioni vincendole con un programma di cambiamento della costituzione, che realizzò, per rivincerle ancora successivamente.

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18 agosto 2017
pubblicato da Rino Genovese

Autogestione e socialismo

Autogestionedi Rino Genovese

L’articolo precedente di Bruno Jossa ha il merito di ricondurre l’attenzione sul nodo dell’autogestione delle imprese, cioè sulla sostanza di un socialismo che non voglia ridursi a un fallimentare e dispotico socialismo di Stato. Non v’è dubbio, a mio parere, che da qui dovrebbero ripartire le nostre riflessioni. Tuttavia – nel delineare il progetto di un rovesciamento delle parti in cui i lavoratori non più salariati ma associati si troverebbero a ricevere un reddito variabile e il capitale, al contrario, un reddito fisso in quanto finanziatore dell’attività produttiva – Jossa trascura di affidare un ruolo allo Stato, intendendo, con questo termine, non i vecchi e ormai declinanti Stati nazionali ma l’organizzazione statale sovranazionale e postnazionale (come potrebbe essere una Unione Europea profondamente trasformata). Senza il “cuscinetto” protettivo offerto da un’organizzazione del genere, il reddito aleatorio proposto dal mercato potrebbe portare alla rovina i lavoratori dell’impresa autogestita, laddove il capitale prospererebbe ancora grazie al suo interesse, sia pure fisso. L’organizzazione statale federale (in sintonia con un federalismo dal basso delle imprese autogestite) dovrebbe funzionare da prestatore in ultima istanza a tasso d’interesse zero. Del resto Proudhon – in cui si trovano delle sciocchezze, come pure delle buone idee – aveva già fatto del credito gratuito la chiave di volta di ogni mutualismo associazionistico.

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7 agosto 2017
pubblicato da Rino Genovese

Le grandi migrazioni

migrazionidi Rino Genovese

Nell’immaginario europeo l’Africa è il continente dell’immobilità, da sempre relegato ai margini della storia. Nella realtà non è mai stato così: i movimenti migratorî interni – per sfuggire alla carestia, alla siccità, alla desertificazione – sono frequenti in quelle popolazioni. A essere mutata, negli ultimi decenni, è in larga misura la direzione del movimento, il che indica l’uscita di una parte di quelle donne e di quegli uomini dalla rassegnazione: da sud verso nord, cioè verso i ricchi paesi europei, alla ricerca di una vita liberata dalla costrizione del bisogno.

Chi da noi non ha compreso che questo movimento è inarrestabile (epocale, si direbbe, con espressione un po’ roboante) si condanna a restare fuori, ancorandosi ai vecchi pregiudizi, dal processo storico contemporaneo. Di una contemporaneità – è bene ripeterlo – composta da una congerie sfasata di tempi diversi, in cui i più recenti ritrovati della tecnica si combinano, anche nell’Occidente moderno, con i miti e le ubbie del passato, con le chiusure nazionalistiche e identitarie ovunque prepotentemente risorte.

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31 luglio 2017
pubblicato da Rino Genovese

Quello che sta accadendo in Venezuela

Madurodi Rino Genovese

Fa male parlarne, e tuttavia per questo bisogna parlarne. Quello che sta accadendo in Venezuela non è che l’ultima prova del fatto che un socialismo latinoamericano di tipo caudillista ha fatto il suo tempo, è diventato il contrario di quello che sarebbe dovuto essere finanche in quei paesi che lo hanno visto sorgere. Maduro avrebbe fatto meglio a dimettersi e a convocare elezioni anticipate: così fa un presidente che ha perso la maggioranza nell’assemblea legislativa, che si trova dinanzi a una disastrosa crisi economica, con le merci di prima necessità che scarseggiano e le proteste di piazza guidate da un’opposizione che sarà pure di centro-destra o reazionaria, ma finisce con l’avere ragione quando dall’altro lato manca qualsiasi proposta che non sia quella del “teniamo duro!”.

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18 luglio 2017
pubblicato da Rino Genovese

A che punto è la notte: piccolo ragionamento a favore del “cartello”

sinistra arcobalenodi Rino Genovese

La notte, naturalmente, è quella della sinistra politica italiana (non parliamo di quella di altri paesi, come la Francia, altrimenti non dovremmo scrivere un articolo ma un libro). Dopo assemblee, incontri, riunioni varie, siamo al punto di partenza: non s’intravede ancora, nemmeno con il cannocchiale, una lista unitaria per le prossime elezioni. C’è chi dice che dipenda dal verticismo di un ceto politico autoreferenziale  incapace di staccarsi dalle poltrone, o per meglio dire dal desiderio di ritornare in parlamento. Se fosse così, però, semplicemente così, avrebbero subito cercato di mettersi d’accordo tutti, e avrebbero dato vita a un cartello elettorale – la sola possibilità oggi – delle varie sigle a sinistra del Pd renziano (che, da parte sua, continua a perdere pezzi). Intendiamoci, il cartello non è la soluzione migliore, ma a mio parere è l’unica oggi sostenibile. Tra chi rimpiange il passato e insegue una riedizione del centrosinistra – sperando ancora che Renzi non sia Renzi, cioè quel tipo che cerca i voti a destra per cercare di fare poi, da posizioni di forza, una “grossa coalizione” con una parte della stessa destra –, e chi invece crede di potersi inventare un Podemos all’italiana (mi riferisco ai Montanari e alle Falcone) non c’è alcun vero denominatore comune che non sia, appunto, quello di superare la soglia di sbarramento (attualmente al 3%) per fare ingresso nella Camera dei deputati. Il cartello elettorale è nelle cose, tutto il resto no, inutile girarci attorno.

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2 luglio 2017
pubblicato da Rino Genovese

Bersani e la parola magica “protezione”

Bersanidi Rino Genovese

Dunque Pisapia sembra infine essersi reso conto che presentarsi alle elezioni con Renzi sarebbe stato deleterio – oltre che sostanzialmente impossibile se si è compresa un po’ la psicologia del superometto fiorentino – e ha concluso un patto, siglato in piazza sabato primo luglio con il movimento dei fuoriusciti dal Pd, che per il momento si è dato un nome anche più anodino di quello scelto dagli stessi scissionisti (“Articolo 1 – Movimento democratico e progressista”). Si chiama infatti “Insieme”. Ma insieme per fare che cosa, con quali finalità?

Nel discorso di maggiore spessore politico, tenuto da Bersani, è apparsa quella che potrebbe essere la parola magica di un possibile programma di riforme: “protezione” (che tra parentesi compare anche nell’articolo di Nicolò Bellanca qua sotto, con riferimento a una intervista di Luca Ricolfi). Non v’è dubbio che, se pensiamo a che cosa significhi Stato sociale, il suo scopo è quello di difendere i cittadini nelle disavventure della vita: per esempio, quando ci si ammala, c’è la sanità pubblica che interviene indipendentemente dal fatto che si abbiano o no i mezzi per pagarsi le cure. In questo senso è vero che la parola “protezione” una sua importanza ce l’ha. Ma potrebbe mai essere sufficiente?

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