17 gennaio 2018
pubblicato da Il Ponte

La nitidezza e il gorgo. Sulla «Frantumaglia» di Elena Ferrante

frantumagliadi Mario Pezzella

1. La frantumaglia1 di E. Ferrante rientra in un particolare genere letterario, il “falso diario”2, che non è un’autobiografia ingannevole che si spaccia per autentica, ma in certo senso il suo esatto contrario. Il lettore di un falso diario non sa mai con certezza se il racconto è biografico, si riferisce a una realtà o a una finzione. La scrittura, senza cedere di un millimetro, resta in sospeso tra l’immaginario e il reale. Non è che il lettore sia ingannato: egli è infatti sempre e sottilmente avvertito di un’oscillazione tra il documento e la fiction. Tenuto in bilico, viene coinvolto in un vortice identitario in cui non distingue più tra realtà e visione, sogno e materia. Nel disgregarsi delle identità precostituite emerge una verità dello scrittore, che è indifferente alla distinzione tra oggettivo e soggettivo: è il suo fantasma o il suo carattere intelligibile, la fantasia originaria che dà forma al suo mondo e scintilla nel gioco specchiale delle identità.

Perciò Ferrante può affermare da un lato che «nella finzione letteraria è necessario essere sinceri fino all’insostenibile» (75); e d’altra parte, bisogna «orchestrare menzogne che dicono sempre rigorosamente, la verità» (70), dire «bugie vere»; perché dietro il velo e la maschera si può avere la forza di superare ogni freno e autocensura. La finzione permette che oltre gli eventi emerga il fantasma o l’imago primaria che li plasma o conforma, riattiva una memoria associativa e involontaria che dice di noi e della situazione in cui ci troviamo ad esistere molto più dei ricordi volontari e inquadrati dell’Io.

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11 gennaio 2018
pubblicato da Rino Genovese

Un dibattito sulla fraternità

di Rino Genovese

Marcello Rossi prima, e Massimo Jasonni poi, sono intervenuti su questo sito con dotti argomenti per lamentare il fatto che la lista unitaria di sinistra “Liberi e Uguali” avrebbe messo da parte la Fraternità che, oltre a essere il terzo termine della divisa della Rivoluzione francese, sarebbe anche quello specificamente socialista. Non discuto le critiche a “Liberi e Uguali”, in larga misura condivisibili (si tratta di un agglomerato informe che sembra ripetere l’errore che fu già del Pd, quello di non avere un’identità ben definita); vorrei invece mettere in questione la centralità della  fraternité nella nascita e nello sviluppo del socialismo così come si è formato storicamente. A mio parere, infatti, è molto dubbio che si possa parlare del terzo termine come di quello propriamente socialista.

Fermo restando che è dalla Rivoluzione francese che tutto il discorso prende le mosse, c’è da dire che è da una rottura nell’insieme della divisa repubblicana che si determina quel movimento di idee e di attori sociali che chiamiamo “socialismo”. È una diversa declinazione dei tre concetti, presi nel loro stretto legame. Così la liberté non può essere vista in maniera soltanto negativa come nel liberalismo: essa cioè non termina dove inizia la libertà dell’altro, ma al contrario, in termini positivi, comincia dove c’è la libertà dell’altro (in questo senso si può parlare di un “individualismo sociale”). L’égalité non può più essere soltanto giuridico-formale (come quando si dice, per esempio, che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge); deve diventare sostanziale, concretizzandosi su un piano economico e sociale. La fraternité, infine, non indica più una generica solidarietà nazionale, sia pure in senso democratico; è quella tra coloro che conducono una stessa battaglia contro l’oppressione (da qui il termine “compagno”, colui con cui si con-divide il pane nel corso di una lotta civile). È insomma da una rilettura dell’insieme delle tre parole d’ordine che proviene il socialismo, non dal privilegiamento di qualcuna su un’altra.

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31 dicembre 2017
pubblicato da Rino Genovese

Le destre associate hanno affossato lo “ius soli”

Ius solidi Rino Genovese

Dunque Mattarella ha sciolto le camere, si voterà il 4 marzo e lo ius soli è rimasto nel gargarozzo della trascorsa legislatura. Chi non ha voluto una legge di civiltà che sarebbe servita a dare piena cittadinanza a bambini nati in Italia, i quali oggi possono diventare cittadini a tutti gli effetti soltanto dai diciotto anni in poi e superando svariate complicazioni burocratiche? La risposta è facile: le destre associate colluse in parlamento con il beneplacito del governo, cioè di Gentilon de’ Gentiloni che granché gentile non si è mostrato con i figli dei genitori immigrati (avrebbe potuto “forzare” la situazione ponendo la questione di fiducia, ma ha preferito non rischiare nella speranza di poter succedere a se stesso dopo le elezioni). E quali sono queste destre unite, di fatto, nella negazione di un diritto elementare a una parte della popolazione? Tolti i postfascisti e i fascioleghisti, che sulla xenofobia e un razzismo più o meno discreto fondano le loro fortune, c’è l’opportunismo del solito “liberale alle vongole” Berlusconi; ci sono la piccola galassia centrista (che, ancorché sempre pronta a lavarsi la bocca con il cattolicesimo, di spirito cristiano non ha nulla), l’elettoralismo della maggioranza renziana del Pd schierata solo a parole a favore della legge, e infine l’interesse del grillismo qualunquista e fascistoide di Di Maio. Una bella accozzaglia, non c’è che dire.

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24 dicembre 2017
pubblicato da Rino Genovese

Lettera aperta a Pierluigi Bersani

Pierluigi Bersanidi Rino Genovese

Caro Bersani, desidero anzitutto esprimerle una simpatia personale che non data da ora ma da quella volta, diversi anni fa, in cui la vidi dormicchiare di primo mattino su un trenaccio scalcagnato tra Piacenza e Bologna: autentico socialdemocratico emiliano che si recava al suo ufficio di modernizzatore, non così “omologato” da smarrire le proprie radici popolari, anzi in visibile controtendenza rispetto al presunto genocidio culturale che un apocalittico come Pasolini aveva considerato inevitabile perfino nella regione rossa per eccellenza. Anche con il suo pittoresco linguaggio (da ultimo, “la mucca nel corridoio” per indicare la crescente minaccia dell’estrema destra), lei appare un erede di quella cultura antropologica entro cui ebbe a formarsi la tradizione socialista italiana.

Io dunque mi accingo a votare per la lista messa insieme da lei e da altri. Sono stato un tifoso della scissione del suo gruppo, costituito da alcuni valenti giovani come Speranza e D’Attorre, dal Pd renziano. Tuttavia la mia previsione è che non andrete al di là di quello che oggi vi assegnano i sondaggi, semmai qualcosa al di qua, per la semplice ragione che – nonostante la scelta di Grasso come leader – siete percepiti nel paese come un ceto politico bollito.

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19 dicembre 2017
pubblicato da Rino Genovese

Una pessima decisione

Vittorio Emanuele IIIdi Rino Genovese

Chiunque l’abbia presa – sia il presidente del Consiglio Gentiloni, sia il capo dello Stato Mattarella – ha fatto un errore madornale. È una pessima decisione che grida vendetta al cospetto della storia. La spoglia di Vittorio Emanuele III poteva restare dov’era, ricordo di una vita sbagliata, di uno Statuto – quello albertino – tradito, di un regno mandato in malora. Tutti i democratici, coloro che hanno nel cuore l’antifascismo e la Resistenza, non possono dimenticare: Mussolini non andò al potere sull’onda di chissà quale successo elettorale, ma per un calcolo dei maggiorenti di allora, in primis della monarchia che gli consegnò le chiavi del potere. Con eccessiva e malriposta fiducia i galantuomini dell’Aventino sperarono che, almeno dopo l’assassinio di Matteotti, il re intervenisse a ristabilire la legalità costituzionale. Neanche per sogno. Vittorio Emanuele tirò diritto fino alla grottesca tragedia dell’impero, alle leggi razziali, alla catastrofe della guerra mondiale, da null’altro preoccupato se non di non troppo sfigurare dinanzi al suo amico-nemico che minacciava di sbarazzarsene un giorno o l’altro. Fu invece il re, alla fine, a licenziare il dittatore. Ma poche settimane dopo eccolo fuggire dinanzi al pericolo costituito dai nazisti.

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10 dicembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Questo pareggio di bilancio è una trappola

pareggio di bilancio

di Il Ponte

[A marzo del 2012, mentre si metteva mano a modifiche antipopolari della Costituzione, «Il Ponte» pubblicò un appello. In quel clima di messa tra parentesi dello spirito critico, i firmatari furono davvero pochi. Ma è bene rileggere quel testo, adesso che, nell’anniversario della vittoria del No al referendum costituzionale, sul pareggio di bilancio si sta riaprendo la discussione, e il Coordinamento per la democrazia costituzionale ha lanciato una raccolta di firme per una legge che sciolga da quel vincolo troppo rigorista, introdotto allora con più fretta che senno.]

Il pareggio di bilancio nella Costituzione, già approvato in prima lettura dal Parlamento, soprattutto con la modifica dell’articolo 81 preoccupa tutti noi giuristi, economisti, intellettuali, cittadini.

L’iniziativa è accompagnata da un clima punitivo, e rovescia sul popolo le responsabilità di un intero ceto dirigente, imprenditoriale, politico e amministrativo.

Sinora il tema è stato circondato dalla peggiore censura: quella dei mezzi silenzi e dell’ovvietà. Negli sbrigativi lavori parlamentari, si è vista una maggioranza inconsueta nella storia repubblicana, e usuale invece in altri regimi. Se anche in seconda lettura la modifica passerà coi due terzi, sarà impossibile un referendum.

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26 novembre 2017
pubblicato da Rino Genovese

Più che Grasso Boldrini

Laura Boldrinidi Rino Genovese

Non si deprecherà mai abbastanza il metodo di occuparsi prima del leader e poi dei contenuti programmatici di una coalizione, né mai sufficientemente si condanneranno le “primarie”, che hanno permesso a un piccolo avventuriero d’impadronirsi con stile plebiscitario dell’unico partito italiano ancora esistente, trasformandolo in un comitato elettorale al suo servizio. E tuttavia neppure si può negare che, la personalizzazione della politica essendo un fatto (ahi tempi in cui mio padre, votando socialista mi diceva: “si votano le idee non le persone”!), una sua importanza la leadership di una coalizione ce l’abbia, se non altro come sineddoche di un’intenzione più generale. Allora non si comprende perché la lista unitaria di sinistra in formazione (che nei fatti è un cartello elettorale fra tre sigle) dovrebbe presentare come bandiera il presidente del Senato Pietro Grasso, ammesso che questi accetti l’investitura, e non piuttosto la presidente della Camera Laura Boldrini.

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16 novembre 2017
pubblicato da Rino Genovese

Poscritto alle “larghissime intese”

di Rino Genovese

Intendiamoci: non è che un accordo tecnico tra il Pd e il cartello elettorale di sinistra che si prepara, per cercare di sbarrare la strada nell’uninominale ai candidati di una destra odiosa – unita a sua volta da un accordo di facciata –, non abbia un senso. Servirebbe tra l’altro a stoppare la campagna renziana per il cosiddetto voto utile, che di sicuro ci sarà nel caso di un mancato accordo a sinistra. E il cartello elettorale di cui sopra, anziché i venticinque deputati di cui al momento è accreditata potendo puntare a eleggere i suoi soltanto nella quota proporzionale, avrebbe forse una dozzina di seggi in più contrattati con il Pd nei collegi più sicuri dell’Emilia e della Toscana. Questo, ripeto, un senso ce l’ha. Ma se, com’è abbastanza facile prevedere, dopo le elezioni ci troveremo davanti a un parlamento in cui saranno possibili unicamente le larghissime intese (a parte la soluzione di ritornare a votare), beh, in questo caso per il cartello elettorale di sinistra sarebbe come volersi già prenotare per quelle intese. Sarebbe una posizione trasformistica. Un conto, infatti, è convergere – eventualmente – in parlamento, sulla base di un programma di governo chiaro, ammesso che sia possibile strappare qualcosa nel senso delle politiche sociali al blocco di conservazione berlusconiano-renziano che si profila; un altro è prendere già in partenza il biglietto per entrare in maggioranza. Chi ci crederebbe a sinistra? Intendo nell’elettorato. O Renzi è quella conservazione stessa o non lo è, tertium non datur. Se si pensa che Fassino & company (leggi: Franceschini) in extremis possano persuadere il segretario del Pd non soltanto a non essere arrogante ma a convertirsi a una linea politica differente da quella tenuta finora (che è una linea di sfondamento a destra, non riuscita ma perseguita con ostinazione) ci s’illude.

14 novembre 2017
pubblicato da Rino Genovese

L’Italia verso le larghissime intese?

Larghe intesedi Rino Genovese

Il problema con cui la politica nostrana dovrà misurarsi nel 2018, dopo le elezioni, sarà probabilmente una volta di più quello di una “dinamica conservazione politica”, come la chiamerebbe Gianfranco Borrelli stando al suo ultimo libro (Machiavelli, ragion di Stato, polizia cristiana: genealogie 1, Napoli, Cronopio, 2017). In altre parole: come mettere insieme una maggioranza “creativa” berlusconiano-renziana attraverso una delle solite operazioni di trasformismo parlamentare compiute in nome della stabilità? La prima soluzione consisterebbe nell’attingere al ventre molle grillino, convincendo o comprando (tra le due cose non c’è affatto di mezzo il mare) un po’ dei numerosi eletti e neoeletti di quella parte politica. Una seconda soluzione – dipenderà dalla concreta distribuzione dei seggi, ovviamente – potrebbe consistere nell’imbarcare i postfascisti di Giorgia Meloni in un governo magari presieduto dall’attuale ministro degli interni, Minniti, che di quelli è diventato il beniamino, specie da quando si è saputo che per un periodo ha lavorato su una scrivania che era stata di Mussolini. Un’altra starebbe nel cercare di racimolare una maggioranza a sinistra con una parte dei pur sparuti gruppi parlamentari che sortiranno dal cartello elettorale formato da Mdp, Sinistra italiana e Possibile. In ciascuna di queste tre prospettive, decisivo sarà comunque il blocco centrale berlusconiano-renziano che – al netto degli accenti leaderistici e populistici oggi in voga – si profilerà come una nuova Democrazia cristiana. Un approdo pressoché scontato di conservazione dinamica.

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14 ottobre 2017
pubblicato da Rino Genovese

Dieci anni di Pd

Dieci anni di Pddi Rino Genovese

I Prodi e i Parisi hanno oggi di che lamentarsi, ma la responsabilità della tragedia ridicola chiamata Pd è anzitutto loro e dei loro amici, di quelli cioè che credettero di fare un partito, anzi di cambiare un intero sistema politico, a tavolino, con un’operazione da piccoli apprendisti stregoni dediti, nel caso, al gioco del meccano. All’inizio c’era una composita coalizione di centrosinistra, alla fine uno pseudopartito altrettanto composito – ma con una sensibile differenza: esso aveva introiettato il virus del berlusconismo, quello delle formazioni politiche prive di un’identità che non fosse quella di un leader, dei suoi interessi, dei suoi vizi. A quel punto lo pseudopartito, fondato sul mito più o meno plebiscitario delle “primarie”, era del tutto scalabile da un avventuriero qualsiasi. Come poi è avvenuto.

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