21 agosto 2017
pubblicato da Lanfranco Binni

Senza confini

Luigi Pintordi Lanfranco Binni

A presente memoria, è utile rileggere oggi l’ultimo articolo pubblicato da Luigi Pintor su «il manifesto» del 24 aprile 2003, sul «quotidiano comunista» che proprio in questi giorni ha espulso dalle sue colonne (in silenzio, senza un minimo accenno di dibattito) la voce della sua migliore esperta di America latina, Geraldina Colotti, colpevole di sottrarsi, da «comunista non pentita», alla criminalizzazione della rivoluzione chavista (con tutte le sue complesse criticità) e ai tentativi di applicazione del modello Siria alla società venezuelana. L’articolo di Pintor aveva come titolo Senza confini: un pressante appello, dall’interno della sinistra eretica del comunismo italiano, a cambiare radicalmente visioni e pratiche di lotta politica. Lo riproduco integralmente dal volume postumo di scritti di Luigi Pintor, Punto e a capo (Roma, il manifesto-manifesto libri, 2004).

La sinistra italiana che conosciamo è morta. Non lo ammettiamo perché si apre un vuoto che la vita politica quotidiana non ammette. Possiamo sempre consolarci con elezioni parziali o con una manifestazione rumorosa. Ma la sinistra rappresentativa, quercia rotta e margherita secca e ulivo senza tronco, è fuori scena. Non sono una opposizione e una alternativa e neppure una alternanza, per usare questo gergo. Hanno raggiunto un grado di subalternità e soggezione non solo alle politiche della destra ma al suo punto di vista e alla sua mentalità nel quadro internazionale e interno.

Non credo che lo facciano per opportunismo e che sia imputabile a singoli dirigenti. Dall’89 hanno perso la loro collocazione storica e i loro riferimenti e sono passati dall’altra parte. Con qualche sfumatura. Vogliono tornare al governo senza alcuna probabilità e pensano che questo dipenda dalle relazioni con i gruppi dominanti e con l’opinione maggioritaria moderata e di destra. Considerano il loro terzo di elettorato un intralcio più che l’unica risorsa disponibile.

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28 gennaio 2016
pubblicato da Rino Genovese

Intervenire in Libia?

Roberta Pinottidi Rino Genovese

“Il ruolo di guida nella missione libica ci viene riconosciuto perché siamo fra i Paesi che hanno qualcosa da dire”: così Roberta Pinotti, ministro della difesa, in un’intervista al Corriere della sera. Che cosa ha da dire l’Italia sulla Libia? Che cosa ha detto negli ultimi anni, in particolare dal 2011 a oggi, e nel passato cosa ha detto?

Un secolo fa la Libia era la terra promessa della “grande proletaria” che cominciava appena a muoversi nell’ambito delle potenze coloniali dell’epoca. Successivamente fu la base dei primi esperimenti fascisti di sterminio di massa: l’Italia, in terra nordafricana, si presentò con i nomi di De Bono, Graziani, Badoglio, nessuno dei quali mai processato come criminale di guerra. Tutt’altra musica, naturalmente, dopo Gheddafi e il suo colpo di Stato. La Libia diviene allora un partner per ottimi affari (il petrolio, certo, ma non solo): e poco importa che il dittatore libico, sotto la veste antimperialista, sia uno spietato autocrate tribale. Il berlusconismo di governo, soprattutto, gli fa ponti d’oro, salvo poi abbandonarlo quando ha inizio la rivolta…

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